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Full text of "Cinquant' anni di vita Italiana in America"

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Attilio Piccirilli 



Copyright 1921 

by 

ALFREDO BOSI 

New York 



BAGNASCO PRESS 
NEW YORK 



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A MIA MOGLIE — A MIO FIGLIO 
CON INFINITA TENEREZZA 



PREFAZIONE 



La prima idea di scriver qualche cosa sugli Italiani negli Stati Uniti 
mi venne parecchi anni or sono. 

Nel gennaio 1901 — per precisare: il 16 gennaio 1901 — ebbi 
l'onore, trovandomi in Roma, inviatovi da New York per una lusinghiera 
missione, di esser ricevuto in udienza privata da Sua Maestà il Re 
Vittorio Emanuele. 

Ero forse il primo, o uno dei primi Italiani del Nord America cui 
Sua Maestà accordasse un'udienza dopo la sua ascesa al trono, e ricordo 
la conversazione come cosa di ieri. 

Re Vittorio è una mente vasta, illuminata, oltreché un Sovrano 
moderno, democratico. Ebbi rafforzata tale convinzione dal modo e dalla 
sicurezza con cui Egli mi parlava, fra l'altro, di ogni più svariato argo- 
mento sulla molteplice e complessa vita americana, accennando con acu- 
me e con precisione a eventi, a uomini, a cose. Stava proprio in quei 
giorni leggendo, nel suo testo inglese, l'ultimo libro di Teodoro Roose- 
velt: — La Vita di Oliviero Cromwell — e non ristette dall' esaltare la 
nobile, maschia figura dell'allora Vice-Presidente della Repubblica. 

Ma sopratutto il Re si mostrava perfettamente edotto delle condi- 
zioni generali delle nostre comunità in questo Paese e desiderava appren- 
dere ogni più piccolo particolare sul loro sviluppo sociale, economico, 
intellettuale, sulle probabili conquiste alle quali esse avrebbero potuto 
aspirare. 

Incominciavano già i nostri forti lavoratori ad affluire a falangi 
sempre più numerose in questa che appariva allora, più che adesso, la 
loro terra promessa; e, proprio in quei giorni, il Parlamento italiano 
aveva finito di discutere una legge d' emigrazione cui avevan dato tutti 
i loro lumi, fra gli altri. Luigi Luzzatti ed Edoardo Pantano. 

— Sarà di grande interesse conoscere, fra alcuni anni, ciò che 
avranno compiuto in quelle contrade i nostri bravi Italiani! — Questa 
frase del Sovrano, che racchiudeva un nobile desiderio, fece nascere in 
me l'idea di trar tesoro della mia vita di esule volontario per raccogliere 
ed ordinare un materiale discreto, e discretamente interessante, sulle 



esser lette anche dal modesto lavoratore, al quale può giovare più. l'e- 
sempio che la trattazione di qualsisia argomento, per quanto dotta e 
brillante. 

Mi piace concludere affermando che, accanto alle recenti, preziose 
pubblicazioni che ci hanno rivelato tutto quanto di meraviglioso, di tita- 
nico ha voluto e saputo compiere l'Italia nostra in un cinquantennio ap- 
pena della sua unità politica, può trovare non l'ultimo posto questo libro, 
destinato ad essere ai più. una vera "rivelazione" di ciò che, in un quasi 
egual periodo di tempo, hanno voluto e saputo compiere gli Italia- 
ni negli Stati Uniti, elevando se stessi e contribuendo efficacemente alla 
rinascita della loro Patria. 

New York, 25 settembre 1921. 

ALFREDO BOSI 



vili 



INDICE DELLE MATERIE 



PARTE PRIMA 

L'America e il Mondo 



\: 



DA COLOMBO A MARCONI 

"Columbus, the first immigrant" — Un messaggio di Vittorio Ema- 
nuele Orlando al Popolo Americano — "Ab Jove principium" — Il secolo 
aureo di Colombo — L'America rivelata in ogni sua parte da navigatori 
italiani in meno di 30 anni — Perchè dopo quattro secoli rievochiamo la 
gloria dei nostri Grandi — Amerigo Vespucci — Come fu dato il suo nome 
al continente nuovo — Giovanni Caboto e la scoperta dell'America setten- 
trionale — Le esplorazioni successive del figlio Sebastiano — Giovanni da 
Verrazzano scopritore della baia di New York — Il viaggio avventuroso 
della "Delfina" — ■ La gloria di Verrazzano rivendicata dagli Italiani degli 
Stati Uniti — Quattro secoli dopo: Guglielmo Marconi congiunge l'America 
con gli altri continenti per le vie del cielo — Alcuni dati storici sulla prodi- 
giosa invenzione di Marconi — Il primo marconigramma lanciato dall'A- 
merica all'Europa: 28 dicembre 1902 — Un'altra gloria di Marconi: la tele- 
fonia senza fili — I riuscitissimi esperimenti sull'Elettra" — > Rossini e 
Puccini. . . . attraverso le onde aeree — Gianni Caproni e il volo dell'Atlan- 
tico — "Columbus and Caproni" — Il gigantesco "Transaereo Idrovolante 
Caproni" — I miracoli del genio italiano pag. 1. 

L'AMERICA PAESE DI TITANI 

Un ardito volo lirico che è possente realtà — Frank Vanderlip e la 
potenzialitì produttiva degli Stati Uniti — Il vino del Reno. . . . americano 
in Germania — "La nuova Europa e la vecchia America" — L'Americani- 
r.mo, raaniffìstazione del gigantesco nella vita moderna — Una pagina epica: 
la catastrofe di San Francisco — La corsa vertiginosa verso la prosperità 
Gli Stati Uniti alla fine del secolo XVIII e cinquant'anni dopo — La 
"golden fever" — La corrente immigratoria fattore precipuo dell'aumento 
della popolazione — Il maraviglioso sviluppo di Chicago: 100 abitanti nel 
831; nei 1920, circa 3 milioni! — La grande linea ferroviaria dall'Atlantico 
al Pacifico — Le invenzioni — Le scoperte minerarie — Il Sud e l'Ovest 
e le loro immense risorse agricole — La tirannia capitalistica: la creazione 
dei mastodontici "trusts" • — "New York, Metropolis of Mankind" — Le umili 
origini della grande città — L'isola di Manhattan comprata.... per 24 
dollari! — 33,131 abitanti nel 1790; nel 1920, circa 5,700,000 — Spigolando 
fra le curiosità della statistica — Le meraviglie della Metropoli — Il 
prodigioso sviluppo degli Stati Uniti dal 1860 al 1920 — Cifre iperboliche 
— La ricchezza attuale — Lo sforzo ciclopico compiuto durante la guerra 



mondiale — L'intervento dell'America : " .... ad esso l'Intesa dovette, forse, 
la sua salvezza": Guglielmo Ferrerò; "Una gesta di cavalleria, con profondo 
sentimento democratico e con fine politico e morale": "Rastignac" . . pag. 19 

LA GIGANTESCA INVASIONE 

La Cometa di Halley e l'immigrazione — Cento anni di immigrazione: 
dal 1820 al 1919 — 33,200,103 immigranti — I primi esuli dall'Irlanda e 
dalla Germania — L'enorme influsso nel 1854 ed il notevole ristagno du- 
rante la Guerra Civile — L'immigrazione dalla Scandinavia — La crisi 
economica sotto l'Amministrazione del Presidente Cleveland — Diminu- 
zione delle correnti immigratorie dal Nord e dall'Ovest dell'Europa e rapido 
aumento delle correnti dal Sud e dall'Est — L'Italia, l'Austria e la Russia 
e la "nuova immigrazione" — 1,285,349 immigranti nel 1907! — Il più 
basso influsso delle correnti immigratorie durante la Guerra mondiale — 
Razze e Nazionalità — Forme politiche, Religioni, Lingue — L'immigrazio- 
ne in rapporto all'aumento della popolazione pag. 33 

L'IMMIGRAZIONE ITALIANA DAL 1870 AL 1920 

La giovinezza e la impetuosità della nostra immigrazione — Le prime 
statistiche ufficiali — Verso il 1870 si delinea la tendenza d-ell'immigrazione 
italiana negli Stati Uniti — 2,893 immigranti italiani in quell'anno — 
Trent'anni di sviluppo lento ma continuo — 100,135 immigranti italiani nel 
1900 e ben 296,414 nel 1914! — Le tre grandi zone dell'emigrazione italiana: 
la Settentrionale (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto); la Centrale: 
(Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Lazio)'; la Meridionale: (Abruzzi e 
Molise, Campania, Puglie, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) — Dove 
si dirigono i nostri immigranti — Quanti Italiani vivono negli Stati Uniti 

— Il 70% di essi risiede nelle regioni bagnate dall'Atlantico — La piaga 
dell'urbanismo — La popolazione delle piìi importanti Colonie — New 
York... la piìi grande città d'Italia — Alcuni raffronti significanti., p, 41 

X UNA LEGGENDA SFATATA 

L'emigrazione e l'economia nazionale — Desiderio di espansione, spirito 
di avventura ^di miglior fortuna — Da quante vergogne ci ha salvato 
'l'emigrazione! r benefici sociali ed economici — r L'" Americano", nuovo fat- 
tore di agiatezza e di modernità — La risurrezione del Mezzogiorno d'Ita- 
lia — Il popolo si va redimendo dalla servitù della miseria e dell'ignoranza 

— I rapporti di una Commissione parlamentare d'inchiesta — L'emigra- 
zione e la salute pubblica — Emigrazione e delinquenza — Un allarme in- 
giustificato — Che cosa sarebbe avvenuto se l'emigrazione non ci fosse 
stata ? pag. 55 

L'IMMIGRAZIONE EROICA 

L'ospitalità dell'America agli esuli politici della nostra Patria — I 
gloriosi martiri dello Spielberg: Pietro Maroncelli, il Conte Gonfalonieri, 
Felice Foresti — Il Maroncelli muore pazzo a Brooklyn nel 1846 e le sue 
ceneri sono trasportate in Italia quarant'anni dopo — Felice Foresti fonda 
in New York una Sezione della "Giovane Italia" — Il Beltrami esploratore 
delle sorgenti del Mississippi — Garibaldi — Il suo arrivo a New York nel 
1850 ed il saluto entusiastico della Stampa americana all'Eroe di Monte- 
video e al difensore di Roma — Nell'eremitaggio di Staten Island con Anto- 
nio Meucci, l'inventore del Telefono — Come viveva l'Esule glorioso — 
Alcuni episodi del soggiorno di Garibaldi in America — Lincoln offre a 
Garibaldi il comando di un'Armata — Altre nobili figure di profughi: il 
Generale Avezzana, il Colonnello Bovi-Campeggi, Quirico Filopanti, ecc. — 



Il Generale Luigi Palma di Cesnola al comando di un Reggimento di Caval- 
leria durante la Guerra Civile — Il Generale Giuseppe Dassi — Oreste Fer- 
rara per la libertà di Cuba . pag. 63 

GLI ' ' UNDESIRABLE IMMIGRANTS ' ' 

La Legislazione Americana sull'Immigrazione — Il "Passenger Acf 
del 1819 per la protezione degli immigranti — La folle agitazione dei 
"Know-Nothing" contro gli stranieri — Nuove disposizioni a favore degli 
immigranti — Il Presidente Lincoln incoraggia, con un messaggio al Con- 
gresso, l'immigrazione operaia — II controllo federale dell'immigrazione — 
Nuove leggi dal 1882 al 1917 — "Vecchia e nuova immigrazione" — Irlan- 
desi e Tedeschi: "criminali e pezzenti" — La lotta contro i "nuovi immi- 
granti" — I "non desiderabili" e le loro diverse categorie — La "Alien 
Contract Labor haw" — Il "Literacy Test" — Venti anni di dibattiti e 
di lotte prò e contro la famosa clausola — I quattro "veto" presidenziali: 
da Cleveland (1897) a Wilson (1917) — Gli Italiani e il "Literacy Test" -- 
La Legge sull'immigrazione del 5 febbraio 1917 — Le ultime restrizioni 
del maggio 1921 pag. 98 

L'ANALFABETISMO: LA GRAN PIAGA D'ITALIA 

L'istruzione, fattore sociale ed economico di primaria importanza — 
Gli insegnamenti della Guerra mondiale — Le "scuole del soldato" — Le 
principali cause dell'analfabetismo — I figli di Italiani nati in America 
sono indifferenti alla loro patria d'origine — Una statistica dolorosa ed 
impressionante: il 54 per cento di immigranti italiani analfabeti! — Resi- 
piscenza tardiva ma incoraggiante — La percentuale degli analfabeti va 
continuamente scemando in tutte le regioni d'Italia — Quanto spendeva 
l'Italia nel 1882; quanto spende oggi per combattere l'analfabetismo — 
L'opera del Com.missariato dell'Emigrazione — Il compito della donna ita- 
liana — Sicure speranze per un prossimo avvenire pag. 116 

IL LINCIAGGIO: LA GRAN PIAGA D AMERICA 

Se Atene piange,. Sparta non ride — La piaga cancrenosa del linciaggio 
si acuisce — I tragici avvenimenti del 1919 a Washington ed a Chicago — 
La morbosa voluttà di una vendetta atroce — In trent'anni, 3,224 linciag- 
gi — Chi fu Lynch ? — Il linciaggio e gli Italiani — La tragica barbarie 
di New Orleans — La sospensione delle relazioni diplomatiche fra l'Italia 
e gli Stati Uniti — Assassini e linciatori membri della Giuria! L'orrendo 
delitto denunciato al mondo civile dalla stampa autorevole ed imparziale — 
Altri Italiani linciati a Tallulah, La., e ad Ervin, Miss. — Nessun caso 
nuovo negli ultimi venti anni — Gli Italiani meglio conosciuti ed ap- 
prezzati pag. . 122 



PARTE SECONDA 

Oli Italiani nella Vita Americana 



NELLE ARTI 

I. Pittura, Scultura, Architettura. — I pionieri:... i figurinai della 
Lucchesia — Il nostro genio trionfante — I capolavori dell'Arte italiana nei 
Musei, nelle Gallerie e nelle magioni doviziose — Costanzo Brumidi, "il 



Michelangelo del Capitol" — Il patriota e l'artista — - Il nudo e rozzo edifi- 
cio del Campidoglio trasformato dal Brumidi in un capolavoro di bellezze 
artistiche — Luigi Palma di Cesnola creatore del Museo Metropolitano 
d'Arte di New York — Le sue meravigliose, scoperte nell'isola di Cipro — 
Il Tesoro di Curium — L'opera del Cesnola e il prestigio del nome italiano 
in America — Per il primato dell'Arte italiana — Lo scultore Attilio Picci- 
rilli — Una famiglia di artisti — Lo "stone cutter" e la sua meravigliosa 
affermazione — Il monumento ai martiri del "Maine" — Ernesto Biondi e 
i suoi "Satumalia" ostracizzati per ingiustificabili ragioni — La piìi gran- 
de fonderia in America è italiana — L'Arte industriale italiana va conqui- 
stando il mercato americano pag. 129 

II. Lirica. — Le prime traccie dell'opera italiana in America — Cima- 
rosa e Paisiello — La prima stagione d'opera italiana a New York nel 1824 

— Lorenzo da Ponte, librettista di Mozart, dantista e professore d'Italiano 
alla Columbia University — • Il da Ponte fonda a New York, nel 1833, la 
Italian Opera House — Un ex-cuoco impresario fortunato — L'Accademia 
di Musica — Adelina Patti e il suo debutto trionfale — La sua gloriosa 
carriera — La fondazione della Metropolitan Opera House — L'opera tede- 
sca vi tiene il cartello a detrimento dell'opera italiana — Il divo Caruso — 
L'uomo e l'artista, idolo del gran pubblico newyorkese — Il 25.o anniversario 
della carriera dell'insigne tenore — Giulio Gatti Casazza e Arturo Tosca- 
nini — Il periodo aureo della Metropolitan Opera House — Onoranze a 
Giulio Gatti Casazza — La costellazione artistica della Metropolitan Opera 
House — La Manhattan Opera House — La Chicago Opera Association e 
Cleofonte Campanini — La San Carlo Opera Company — Augusto Rotoli 

— Mascagni, Puccini, Leoncavallo e Montemezzi in America .... pag. 150 

HI. Drammatica. — I primi passi del teatro drammatico negli Stati 
Uniti — Adelaide Ristori, "la Regina della Tragedia" — La sua prima 
recita a New York nel 1866 — Accoglienze e feste trionfali — Un'attrice 
italiana che recita in inglese. . . con attori tedeschi! — Tommaso Salvini, 
"il Michelangelo della scena" — La sua carriera gloriosa e le sue sette 
"toumèes" negli Stati Uniti — L'"Otello" di Salvini insuperato e insupe- 
rabile — Salvini e Edwin Booth — Il grande tragico e la bizzarria di un 
miliardario americano — Ernesto Rossi — Eleonora Duse, l'emula vittorio- 
sa di Sarah Bemhardt — La Duse alla Casa Bianca — < Una tournée di 
tragedie dannunziane — Ermete Novelli — Mimi Aguglia — Un'italo-ame- 
ricana attrice e autrice: Gilda Varesi — Francesca Rotoli pag. 178 

NEL COMMERCIO 

Un banchetto a Garibaldi e il primo tentativo di importazione in Ame- 
rica di prodotti alimentari italiani — Il commercio italiano verso la metà 
del secolo scorso e le prime case importatrici — Cinquant'anni fa ed oggi 

— L'aumento dell'importazione va di pari passo con l'aumento dell'immi- 
grazione — I prodotti italiani che piacciono al consumatore americano — 
Le materie prime importate dall'Italia — Una importante statistica: dal 
1880 al 1914 — La guerra mondiale paralizza completamente il commercio 
di esportazione dall'Italia agli Stati Uniti — Le Camere di Commercio 
italiane — Lo sviluppo del Commercio Marittimo fra l'Italia e gli Stati 
Uniti — I primi vapori italiani — Dal 1877 ad oggi — Per una cordiale 
intesa economica fra Italia e Stati Uniti — Il Senatore Vittorio Rolandi 
Ricci: r"Ambasciatore economico" — Il suo programma; la sua azione dal 
febbraio al luglio 1921 — La sua efficace propaganda di italianità fra i 
connazionali immigrati pag- 193 

NELL 'AGRICOLTURA 

Dalla serenità campestre alla vita intensa dei grandi centri industriali 

— Una inchiesta della Commissione Federale di Immigrazione degli Stati 



"Uniti — Numero di aziende agrarie condotte da Italiani — Gli Italiani 
occupano, fra tutti gli stranieri, l'undicesimo posto — Colonie agricole ita- 
liane negli Stati del Sud — La Colonia di Tontitown, nell'Arkansas, e il 
suo drammatico inizio — Una splendida figura di sacerdote e di pioniere: 
Padre Pietro Bandini — Chi fu Enrico Tonti — La colonia di Valdese, nel- 
la Carolina del Nord — Colonie agricole italiane nell'Alabama, nel Mississip- 
pi, nella Louisiana, nel Texas — Nella California, "l'Italia d'America" — 
La cooperazione meravigliosa degli Italiani nello sviluppo agricolo dello 
Stato — I miracoli da essi compiuti — La loro produzione agricola seconda 
recenti dati statistici — La ricchezza degli Italiani di California — La 
Colonia Agricola d'Asti — La pompeiana "Casa dei Vettii" visitata nel 1896 
dal Duca degli Abruzzi — Le Colonie agricole italiane negli Stati dell'Est 

— Un Italiano benemerito: il Cav. Secchi de Casali, fondatore, nel 1873, 
della importante e prospera Colonia di Vineland. nel New Jersey — La 
"Graziano's sweet potato" — Hammonton, Fredonia, nello Stato di New 
York pag. 209 

NELLE INDUSTRIE E NEL CAMPO DEL LAVORO 

La prodigiosa attività italiana, individuale e collettiva — 25.000 Ita- 
liani in New York nel 1880 — Da allora ad oggi — Italiani ed Irlandesi — 
Le umili macchine umane — Studente. . . e lustrascarpe — L'immigrazione 
degli "skilled laborers" — Le categorie piii numerose di operai italiani — 
L'industria italiana della seta e i suoi pionieri: Anselmo Vivanti, i fratelli 
Gerii, Celestino Piva — Le paste alimentari — L'industria dei sigari e del 
tabacco: la De Nobili Cigar Company e la Parodi Cigar Company — La 
fabbricazione dei fiori artificiali — L'industria dell'ago — Le fabbriche di 
"candies" e di cioccolata — Altre prospere industrie italiane — Un inno 
americano al lavoratore italiano — r La Camera del Lavoro Italiana in New 
York — I suoi scopi sociali ed economici pag. 228 

NELLA VITA SOCIALE 

L'Italia incompresa — Storie di miserie e di dolori — "Un Italiano in 
America," di Adolfo Rossi — Americani giudici sereni ed imparziali — Le 
prime manifestazioni della nostra vita collettiva — La "Società Italiana 
di M. S. e Beneficenza" di Boston e la "Società Garibaldina" di San Fran- 
cisco fondate nel 1868 — La grande piaga: il campianilismo — I dolci rim'- 
proveri e gli ammonimenti di Napoleone Colajanni e di Angiolo Cabrini — 
Progressi lenti ma confortanti — L'Ordine dei Figli d'Italia in America — 
Come e quando sorse — Il suo gigantesco sviluppo in dieci anni — Il pro- 
gramma della potente organizzazione — La sua opera patriottica e benefi- 
ca — Lo sguardo a piìi vasti orizzonti — I dignitari dell'Ordine — Le Gran- 
di Logge di New York, del New Jersey, della Pennsylvania, del Massachus- 
etts, del Connecticut, del Rhode Island. dell'Ohio, del Maryland — Le Logge 
femminili — Altre organizzazioni italiane negli Stati Uniti pag. 24$ 

IL PROBLEMA DELLA CITTADINANZA 

Fautori ed avversari dell'"americanizzazione" — Politica di intuito e 
di sentimento e politica di ragionamento — Il parere autorevole di un illu- 
stre diplomatico — La necessità della naturalizzazione non solo nell'interes- 
se dell'emigrato ma anche del paese d'origine — Le discussioni in seno al 
Parlamento italiano — Nei due Congressi degli Italiani all'estero, in Roma 

— Il pensiero di Teodoro Roosevelt — La nuova Legge sulla cittadinanza 
italiana e la dotta relazione dell'on. Baccelli — La civiltà nuova invita i 
popoli ad uscire dal ferreo cerchio del proprio egoismo pag. 263 



PARTE TERZA 



Unione Spirituale fra Italia e America 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 

Il primo libro sulla Guerra di Indipendenza degli Stati Uniti opera di 
un italiano: Carlo Botta — Le Odi all'America Libera di Vittorio Alfieri — 
Il fiorentino Filippo Mazzei amico di Franklin e di Jefferson — L'entusia- 
smo per l'Italia degli intellettuali d'America — Emerson, Whitman e Whit- 
tier — Longfellow e Alessandro Manzoni — L'amore degli Americani per 
Dante — I più illustri dantisti americani: George Ticknor, Longfellow, 
James Russell Lowell e Charles Eliot Norton — La "Dante Society" — 
La grandiosa collezione dantesca dell'Università di Hai-vard — 4,500 opere 
sul Petrarca — L'omaggio dell'America all'Italia — La laurea ad honorem 
a Re Vittorio Emanuele e al Duca degli Abruzzi — Il discorso del giovane 
Principe all'Harvard University — Guglielmo Ferrerò alla Casa Bianca, 
ospite del Presidente Roosevelt — Un profilo di "Teddy" — Guglielmo 
Marconi idolo del popolo americano — L'omaggio di Edison a Marconi — 
La Columbia University di New York e il Franklin Institute di Filadelfia 
all'illustre scienziato italiano — Maria Montessori, la grande educatrice, 
accolta festosamente in America — I Poeti americani all'Italia — Per un'al- 
leanza intellettuale fra Italia e Stati Uniti — L'Associazione Italo-Ame- 
ricana di Roma e la Italy-America Society di New York. L'attività del- 
l'Italy-America Society — Alla conquista dei cuori e degli intelletti — La 
"Italian House" alla Columbia University — I Comitati della Dante Alighie- 
ri" — Il Comitato della Contea di Hudson pag. 271 

ITALIA E AMERICA DURANTE LA GUERRA MONDIALE 

Un profetico messaggio di Mazzini al Popolo Americano — Cinquan- 
t'anni dopo — La politica estera degli Stati Uniti e i precetti fondamentali 
di Washington — Il "Farewell Address to the American People" del fon- 
datore della Grande Repubblica — Il messaggio di guerra del Presidente 
Wilson al Congresso: "Il mondo deve esser fatto libero alla democrazia" — 
I messaggi di Re Vittorio Emanuele e di Wilson — L'entusiasmo in tutta 
Italia per l'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco delle Nazioni Allea- 
te — "America is transfigured:" Gabriele d'Annunzio — La Missione Ita- 
liana agli Stati Uniti — Il Principe di Udine presenta a Wilson una lettera 
autografa del Re d'Italia — La risposta del Presidente — Il pranzo alla 
Casa Bianca in onore dei membri della Missione Italiana — Alla tomba di 
Washington — Le visite ufficiali della Missione al Senato ed alla Camera 
dei Rappresentanti — I discorsi del vice-presidente Marshall, del Principe 
di Udine e di Guglielmo Marconi — Accoglienze entusiastiche ai membri 
della Missione nelle principali città degli Stati Uniti — A New York — 
Le impressionanti rivelazioni di Guglielmo Marconi: "Italy saved Europe 
from the teutonic domination" — Il "Fourth of July" nel Campidoglio di 
Roma — I discorsi del Primo Magistrato della Città Et<>ma e dell'Amba- 
sciatore degli Stati Uniti, Thomas Nelson Page — L'"Italy Day" — Il 
messaggio del Presidente della Repubblica — L'adesiortie entusiastica di 
Teodoro Roosevelt — "Allies we are and AUies we shall remain": Charles 
Evans Hughes — "Columbus Day" e "Liberty Day" — Le giornate della 
Vittoria: 3 Novembre 1918 - 11 Novembre 1918 —Inni alati all'Italia di 
Arthur Brisbane e di Frank H. Simonds — Un uomo e un funzionario: 
Francesco Quattrone pag. 315 

xiv 



GOVERNO E POPOLO A3IERICAN0 
PER L'INDIPENDENZA ITALIANA 

Nathaniel Niles, primo rappresentante diplomatico degli Stati Uniti 
presso il Governo di Piemonte, nel 1838 — Le simpatie dell'America uffi- 
ciale per il movimento liberale in Italia e per la Casa di Savoia — Un 
grran comizio popolare in New York, nel 1847, in omaggio alla politica 
liberale di Pio IX — L'esecuzione deir"Inno a Pio IX" di Rossini — La 
gloriosa Repubblica Romana e l'azione illuminata ed energica di due rap- 
presentanti del Governo americano — Il domicilio del Console Brown viola- 
to dalla soldataglia francese — La Repubblica Veneta — Daniele Martin, 
Nicolò Tommaseo e il Console americano Sparks — Il passaporto americano 
ad un illustre profugo: Francesco Crispi — Le simpatie di Vittorio Ema- 
nuele II per il Presidente e il popolo degli Stati Uniti — L'aiuto americano 
a Garibaldi nella gloriosa spedizione dei Mille — Il Governo Americano 
per i profughi italiani — Washington e Franklin emblemi di libertà — 
Abramo Lincoln e l'Italia — Imponenti manifestazioni di giubilo a New 
York, a Boston e in altre città americane all'indomani del XX Settembre 

— L'omaggio entusiastico dei più illustri cittadini e dei più autorevoli gior- 
nali d'America per l'Italia ricostituita a Nazione libera e indipendt^nte — 
"L'America deve riconoscere e pagare il suo debito di gratitudine al- 
l'Italia." pag. 360 

IL CATTOLICISMO E GLI ITALIANI IN AMERICA 

L'America, il paese classico della libertà religiosa — 28 milioni di cat- 
tolici negli Stati Uniti — I primi ptreti cattolici — Il primo Vescovo — Pio- 
nieri del sacerdozio italiano — Padre Piccolo, morto ottantenne in Califor- 
nia, nel 1729 — Padre Crespi, uno degli scopritori della Baia di San Fran- 
cisco — ' Francescani italiani fondatori della Missione di Santa Clara, nel 
1777 — Altri sacerdoti italiani fondatori di Chiese e di opere insigni: I 
padri lachetti, De Concilio, Venuta e Mazzetti — Monsignor Gherardo Fer- 
rante — Sviluppo della Chiesa Cattolica italiana negli Stati Uniti — I 
volontari missionari di Mons. Scalabrini — Chiese e Missioni Scalabriniane 

— I Salesiani — L'opera di una pia donna: Madre Cabrini — La "Italica 
Gens." pag. 370 

IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 

"L'Eco d'Italia": il primo giornale italiano fondato negli Stati Uniti 
nel 1849 — Storie di miserie e di dolori fra i 6.000 Italiani immigrati — 
La condanna a morte di Pietro Balbo e la fondazione del "Progresso Italo- 
Americano" nel 1880 — L'ardore e la perseveranza del suo fondatore: Car- 
lo Barsotti — Adolfo Rossi narra le origini del "Progresso" — Le molte- 
plici opere di bene compiute dal giornale — I monumenti di Garibaldi, di 
Colombo, di Verdi e di Giovanni da Verrazzano — La solenne rivendica- 
zione della gloria del navigatore fiorentino scopritore della Baia di New 
York — Il monumento di Dante — La Corona sulla Tomba di Re Umberto 

— La targa al Mausoleo di McKinley — Sette connazionali sottratti al pa- 
tibolo dall'opera del "Progresso" — La famiglia del giornale — "Rasti- 
gnac," l'illustre pubblicista, capo dell'Ufficio di corrispondenza romano del 
"Progresso" — Gli altri quotidiani italiani negli Stati Uniti — Le pubbli- 
cazioni settimanali e mensili — "Il Carroccio" di A. de Biasi .... pag. 380 

LA LEGISLAZIONE ITALIANA SULL'EMIGRAZIONE 

Le prime correnti emigratorie e la necessità dell'intervento del Gover- 
no per regolarle — La legge Crispi del 1888 riconosciuta insufficiente per 
la sua unilateralità — Nuovi progetti — La legge 31 gennaio 1901 ed il 
suo carattere eminentemente sociale ed economico ^- Disposizioni gene- 



rali e speciali — I limiti alla libertà d'emigrazione — Commissariato e 
Consiglio d'Emigrazione — Il fondo per l'emigrazione — La tutela dell'emi- 
grante — Uffici di protezione, di informazione e di avviamento al lavoro 

— Il "Bollettino dell'Emigrazione" — Il Banco dì Napoli e il servizio di 
raccolta, tutela e trasmissione dei risparmi degli emigranti pag. 416 

AGGIUNTE 

Le visite negli Stati Uniti del Generale Pietro Badoglio e di S. E. 
Tommaso Tittoni, Presidente del Senato Italiano, durante l'estate del 1921 

— La morte di Enrico Caruso, di Adolfo Rossi e di Monsignor Gherardo 
Ferrante pag. 42$ 



XVI 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Il Presidente Wilson alla Casa di Colombo, in Genova Pag. 3 

Amerigo Vespucci " 5 

Giovanni e Sebastiano Caboto " 7 

Giovanni da Verrazzano " 9 

La Stazione radiotelegrafica di New Brunswick, N. J " 12 

Il Transaereo Idrovolante Caproni " 17 

Il Presidente Warren G. Harding " 21 

New York nel 1650 " 27 

New York nel 1921 " 29 

Ellis Island, "la porta degli Stati Uniti" " 87 

Arrivo di immigranti italiani a New York " 45 

La meravigliosa prolificità della nostra razza " 49 

Mulberry Street, in New York " 63 

Silvio Pellico, Gonfalonieri e Maroncelli " 65 

Garibaldi ■ ■ " 75 

Antonio Meucci " 77 

La Casa di Meucci a Staten Island " 79 

La fabbrica di candele " 81 

Il Pantheon Garibaldino " 83 

Abramo Lincoln " 87 

Il Generale Palma di Cesnola " 91 

Il Generale Bassi • • " 94 

Oreste Ferrara " 97 

Antonio Caminetti • • . . " 105 

Il Barone Saverio Fava " 125 

Un angolo di Venezia in America " 130 

La Madonna col Bambino e i Santi di Raffaello " 131 

Costanzo Brumidi • • " 183 

Il Campidoglio di Washington " 135 

Lo scultore Attilio Piccirilli " 141 

Il Monumento ai Martiri del "Maine" " 142 

"Fiore delle Alpi" " 143 

I fratelli Piccirilli al lavoro ■ " 144 

Emesto Biondi • • " 147 

Lorenzo da Ponte " 1^2 

La Italian Opera House ....•• " 154 

Adelina Patti • • ' 156 

Giuseppe Verdi • • " 158 

Pietro Mascagni " 160 

xvii 



Enrico Caruso Pag. 163 

L'ultima partenza di Caruso dall'America " 167 

Giulio Gatti Casazza " 169 

Puccini, Gatti Casazza, Toscanini e Belasco , " 171 

Italo Montemezzi " 173 

Amelita Galli Curci : " 174 

Gino Marinuzzi , , " 

Rugpriero Leoncavallo iìi America " 175 

Augusto Rotoli " 177 

Adelaide Ristori " 179 

Tommaso Salvini " 181 

Eleonora Duse " 184 

Ermete Novelli " 186 

Mimi Aguglia " 188 

Gilda Varesi " 190 

Francesca Rotoli " 191 

Maude Adams " 192 

Il nuovo piroscafo "Duilio" " 203 

S. E. Vittorio Rolandi Ricci " 208 

Edmondo Mayor des Planches " 212 

Padre Pietro Bandini " 213 

La Colonia Agricola d'Asti, in California " 222 

La riproduzione della "Casa dei Vettii" " 223 

S. A. R. il Duca degli Abruzzi in California " 224 

Lo stabilimento serico Gerii in Allentown, Pa " 232 

Il Marchese Prospero De Nobili " 234 

La fabbrica di "candies" P. Margarella " 236 

L'emblema dell'Ordine Figli d'Italia " 251 

Il Principe di Udine a Staten Island " 255 

al Pantheon Garibaldino " 257 

Italiani alla "Casa Bianca" " 261 

Henry W. Longfellow " 277 

Alessandro Manzoni " 278 

Dante " 279 

Re Vittorio Emanuele III " 283 

Guglielmo Ferrerò " 289 

Teodoro Roosevelt " 291 

La "Casa Bianca" " 292 

Thomas A. Edison " 294 

Guglielmo Marconi v " 295 

Maria Montessori " 297 

Robert Underwood Johnson " 299 

Targa Dantesca a Boston " SII 

Dante e Beatrice " 314 

Giuseppe Mazzini " 317 

Giorgio Washington " 319 

Gabriele d'Annunzio " 323 

Il Principe di Udine e il Sindaco di New York " 325 

La Missione Italiana al City Hall di N. Y " 327 

La Tomba di Washington " 331 

La Missione allo Stadium del N. Y. City College " 333 

xviii 



Il banchetto in onore della Missione al Waldorf Astoria Pag. 339 

Il Campidoglio di Roma " 341 

L'Ambasciatore Thomas Nelson Page " 342 

Il Monumento di Vittorio Emanuele II " 344 

Charles Evans Hughes " 347 

Robert Lansing " 350 

Francesco Quattrone " 357 

Il banchetto in onore del Comm. Quattrone al Biltmore Hotel .... " 359 

La Camera dei Rappresentanti in Washington " 371 

Il Vescovo Carroll " 374 

Monsignor Scalabrini " 377' 

L'Ambasciatore Rolandi Ricci in una Chiesa Italiana " 379 

Carlo Barsotti " 382 

Adolfo Rossi ; " 383 

Il Monumento di Garibaldi " 386 

" Colombo " 389 

" Verdi " 391 

" " Verrazzano " 393 

Il Comitato Esecutivo del Monumento di Verrazzano " 396 

La Corona di bronzo sulla Tomba di Re Umberto " 398 

La Targa alla Tomba di McKinley " 399 

Il monumento a Dante, di Ximenes " 401 

"Rastignac" (Aw. Vincenzo Morello) " 405 

Giuseppe Gardella " 406 



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XIX 



Da Colombo a Marconi 



COLUMBUS, THE FIRST IMMIGRANT. 

— Qual ragione assegna Cristoforo Colombo tra i più eccelsi, ma- 
gnanimi spiriti di cui si onora l'umanità, in guisa ch'egli, cinto di una 
mistica gloria, si eterna attraverso le vicende dei tempi? 

Non l'importanza della sua scoperta, che pure fu incomparabile. 
E neppure il meraviglioso ardimento e la magistrale perizia con cui 
affrontò e vinse i pericoli ignoti del mare misterioso: anche altri sco- 
pritori rifulgono e per perizia e per ardimento. Dei soli italiani basti 
citare prima di lui Marco Polo, dopo di lui Amerigo Vespucci. 

La grandezza vera di Colombo, la cui figura supera e domina tutte 
le altre, sta nell'aver egli perseguita una "idea" balenata al suo spirito 
divinatore; e a quell'idea tutto diede e tutto sacrificò, per essa soppor- 
tando avversità e ripulse e umiliazioni, per essa sfidando gli ostacoli 
della natura e quelli ancor più forti e insidiosi degli uomini, fermo, 
incrollabile, eroico, nella sua fede. Il suo spirito si elevò signore degli 
eventi, più possente dello stesso sconfinato Oceano che egli sfidava 
con poche caravelle malsicure, con scarsi compagni che non avevano 
la sua fede. 

Fu veramente augurale che sotto questi auspici si generasse l'avveni- 
mento, che nella storia umana doveva determinare le più gigantesche 
conseguenze; ed è veramente degno che l'America riconosca le prime 
e più suggestive sue origini più che in una impresa fortunata e audace, 
nella coscienza, nell'apostolato e nel trionfo di una "idea". E' ragione 
di onore altissimo per l'America l'aver sempre tenuto fede a questo 
titolo d'ideale nobiltà della sua nascita; tutta la sua storia ne è fulgida 
prova. L'idea di Libertà e l'idea di Giustizia han trovato nel popolo 
americano animi risoluti a servirle col più sincero disinteresse e con la 
devozione più ardente. E così, con esempio forse unico nella storia, 
gli Stati Uniti sono intervenuti nel conflitto immane; generosamente, 
spontaneamente essi sono accorsi in difesa della Idea; e alla Idea hanno 
assicurato la vittoria. — 

In nessun modo migliore che ricordando il nobile messaggio inviato 
da Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio dei Ministri 
d'Italia, al Popolo Americano celebrante con inconsueta solennità il 
Columbus Day dell'anno di guerra e di vittoria, 1918, potremmo rendere 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



degno tributo di devozione all'America, di rinnovellata ammirazione alla 
gloria immortale di Cristoforo Colombo. 

Se una parola sola si volesse ricercare che meglio simboleggiasse 
l'unione tra la giovine America e l'Italia, dalle molte vite, questa parola 
non potrebbe essere che il nome fatidico del Navigatore Genovese. 

Victor Hugo, svolgendo nei suoi Lavoratori del Mare un concetto 
alto come la sua mente, attribuisce all'Oceano una personalità; e, quan- 
do si pensi a Colombo, si è tentati di credere che il gran poeta e ro- 
manziere di Francia fosse nel vero. Colombo affrontava l'immensità 
dell'Oceano col proposito di scrutarne i misteri, e l'Oceano, questo Tita- 
no immenso e terribile, si piegava al suo ardimento. Spingendosi nelle 
tenebre in cerca di nuova, sicura luce, l'ardito navigatore non aveva 
altra forza da opporre all'ignoto tranne quella che gli veniva 
dalla fede profonda e dal coraggio indomito. Pigmeo ingrandito dal 
genio, dal fascino di un'idea, ergeva la fronte per far violenza alle 
stesse forze indomabili della natura. Non v'è a dubitare che, se Gari- 
baldi, donator di regni, fosse vissuto nel secolo XV, il glorioso Argo- 
nauta dei Mille avrebbe agognato all'impresa di Colombo, la sola forse 
che, in quell'epoca, sarebbe, stata degna di lui. 

Qualche lettore penserà che siamo ben lontani dai tempi di Colom- 
bo per doverne parlar di proposito in un libro che si propone di ricor- 
dare un periodo breve, recente, diremmo quasi attuale, dei rapporti fra 
Italia e America. 

Ab Jave principium: mai l'antico motto latino è stato più vero e 
più opportuno, come lo è al caso nostro, per giustificare pienamente il 
nostro proposito. Il fascino che emana dalla figura immortale di Colom- 
bo è immenso, irresistibile; essa è la gemma più pura e più fulgida di 
quella collana meravigliosa di genii che fecero della seconda metà del 
secolo XV e della prima del secolo successivo il periodo aureo della 
storia non soltanto d'Italia, ma dell'intera umanità. Ricordiamolo, dun- 
que, questo periodo aureo che, nel nome di Colombo, segnò un'era nuova 
nel cammino della civiltà, e ricordiamo che se fu un Italiano che aprì la 
meravigliosa storia del nuovo mondo — Columbus, the first immigrane 
come lo chiamano gli Americani — furono pure Italiani, contempo- 
ranei del Grande, Amerigo Vespucci, Giovanni e Sebastiano Caboto, 
Giovanni da Verrazzano, gli arditi e gloriosi esploratori che, nel breve 
tratto di trenta anni, rivelarono in ogni sua parte il continente ameri- 
cano, ove la vecchia Europa trovò il maggior campo di espansione della 
sua civiltà. 

Un geografo illustre, il Berghaus, nel considerare queste scoperte, 
ebbe a scrivere: "Quando si pensi che la Spagna si giovò dell'opera di 
Colombo, l'Inghilterra di quella dei Caboto, la Francia di quella di Gio- 
vanni da Verrazzano e il Portogallo di quella di Amerigo Vespucci, 
bisogna ammettere che, in fatto di cose marittime, gli Italiani supera- 
vano allora tutte le altre nazioni, sebbene i frutti dei loro viaggi ser- 
vissero soltanto ad arricchire altrui, né restasse all'Italia un palmo 



DA COLOMBO A MARCONI 




Per la prima volta nella storia delle relazioni tra il Vecchio e il Nuovo 

Mondo un Presidente della grande Repubblica Nord Americana — Woodrow 

Wilson — visita, in Genova "la Superba", l'umile casa del cardatore di 

lana, ove vide la luce l'immortale Colombo. — 5 Gennaio 1919. — 

Fotografia inedita — Copyright by Underwood & Underwood. 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



solo dei tanti territori scoperti." Elogio che per noi suona amaro, perchè 
ricorda la sapienza e il coraggio dei nostri avi e, insieme, l'oppressione 
della patria. 
IL SECOLO DI COLOMBO. 

Ma, nonostante l'oppressione dell'Italia da tiranni stranieri e domesti- 
ci, la fine del 1400 e il principio del secolo seguente furono avvolti da 
una grande luce di gloria che non conobbe tramonto: Colombo, con le 
sue intuizioni, con le sue scoperte, ne fu il faro piti radioso, più sfol- 
gorante. 

Che importa se Genova e Venezia lo deridono, se gli scienziati di 
Salamanca lo chiamano folle? I pregiudizi, le superstizioni sono di tutti 
i tempi. Si rise su Colombo; si preparò la tortura per Galileo, che vede- 
va roteare nel firmamento astri ritenuti immobili; ben pochi credettero 
alle portentose divinazioni di Leonardo. 

La letteratura, l'arte, la scienza — nota opportunamente il De Fi- 
lippis — non raggiunsero mai le grandi altezze raggiunte dopo il 1450. 
Poco prima di Colombo l'Italia aveva già avuto Annibal Caro, Angelo 
Poliziano, Lorenzo de' Medici, il Perugino, ma sono quasi a lui coetanei 
Ludovico Ariosto e Leonardo da Vinci. Cristoforo Colombo è maturo e 
va errando di paese in paese, di corte in corte per poter rivelare al mondo 
una nuova terra, della cui esistenza egli è certo come delle pupille dei 
suoi occhi; e Michelangelo è già preso dal fremito dell'arte che lo por- 
terà a far parlare Mosè. Non incomincia già a destarsi il genio di Raf- 
faello, a palesarsi la scienza politica di Niccolò Machiavelli? 

Che bella e radiosa epoca per l'arte italiana è mai quella che s'apre 
verso il 1470 con l'apparire di Lorenzo il Magnifico, di Bramante e del 
divino Leonardo, e si chiude verso il 1520 con la morte di Raffaello e 
di Leone X! Dappertutto prorompono la gioia di vivere e il desiderio 
di consacrare l'esistenza ai più alti godimenti intellettuali; dappertutto 
idee sublimi, i sentimenti più nobili, la seduzione della forma e della 
purezza, l'energia dello stile, la grandiosità, l'armonia, che sembrava 
fossero andate per sempre sommerse nella rovina del mondo antico. 

Chi potrebbe trovare un ciclo storico più profondo e umano del- 
l'immortale Rinascim.ento? Senza il Rinascimento, il mondo non avreb- 
be avuto Guglielmo Shakespeare; come senza Leonardo da Vinci non si 
sarebbe avuto Volfango Goethe, gloria teutonica satura di gran linfa 
latina, o, meglio, italiana, giacché nel Rinascimento chi diceva coltura 
ed arte diceva Italia. Sempre Italia! 

Teodoro Roosevelt, il grande Presidente, ebbe ad affermare, alcu- 
ni anni or sono, dall'alto del Campidoglio di Roma, che "non v'è uomo 
civile che ven^a nella Città Eterna senza sentire che discende da que- 
sta civiltà." E soggiungeva: "quando i pessimisti affermano che non 
esiste più civiltà, noi possiamo rivolgerci all'Italia, donde l'Occidente 
trasse la sua civiltà, e dove non sappiamo se più ammirare il glorioso 
passato o ciò che per l'avvenire essa ci serba." 



DA COLOMBO A MARCONI 




AMERIGO VESPUCCI. 

Non è qui il luogo di ritesser la 
storia delle scoperte compiute da 
Colombo nei suoi quattro viaggi 
al continente nuovo: la appren- 
demmo, fanciulli, nelle prime no- 
zioni di geografia. 

L'annunzio della fortunata na- 
vigazione dell'ardito Genovese non 
poteva non produrre in tutto il 
mondo civile la più grande im- 
pressione, e marinai e re furon vi- 
vamente eccitati a proseguire le 
ricerche: i primi ansiosi di gloria, 
i secondi assetati di conquiste, di 
ricchezze, di dominio. 

Cinque anni dopo la gloriosa 
scoperta, lo spagnuolo Vincenzo 
Pinzon. che nel primo viaggio di Amerigo vespucci 

Colombo aveva comandato la Pinta, partì da Cadice per un nuovo viag- 
gio di esplorazione e navigò nel golfo del Messico e lungo le coste della 
Florida e fors'anco visitò la Baia di Chesapeake e le Isole Bermuda. Era 
con Pinzon un uomo che doveva diventare celeberrimo nei secoli : Ame- 
rigo Vespucci, fiorentino, dal cui nome fu appellato il continente nuovo. 

Il più antico monumento che ricordi i rapporti tra Firenze e l'Ame- 
rica è la casa di Amerigo Vespucci, in Borgognissanti, un modestissimo 
edificio attiguo all'Ospedale già detto di San Giovanni di Dio, ora 
Vespucci. 

L'epigrafe latina ricorda l'omaggio reso al grande navigatore fio- 
rentino dai frati ospitalieri e suona così, tradotta in italiano: — Ad 
Amerigo Vespucci — patrizio fiorentino — per la scoperta dell'Ameri- 
ca — illustratore del suo nome — e di quello della patria — amplifica- 
tore del mondo — in questa casa abitata — da sì grande uomo — i 
Padri di San Giovanni di Dio — in segno di gratitudine — posero que- 
sta memoria. — 

Amerigo Vespucci. dopo il primo viaggio transoceanico fatto in 
compagnia del Pinzon, s'imbarcò nel 1499 a bordo di una nave spagnuo- 
la come pilota e navigò lungo le coste settentrionali dell'America del 
Sud, ove gli indigeni usavano costruire le loro abitazioni su palafitte. 
Per questa ragione il paese fu chiamato Venezuela (Piccola Venezia). 
Pinzon, continuando i suoi viaggi di esplorazione, si spinse, nel 1500, 
sino alla foce del Rio delle Amazzoni; ma Vespucci, passato l'anno dopo 
al servizio del Portogallo, oscurò la fama di tutti gli altri navigatori, 
compiendo il suo terzo viaggio che lo rese celebre in tutto il mondo e 
determinò il conferimento del suo nome al nuovo continente. 

Nel 1507 infatti un geografo tedesco, Martino Waltzee - Muller 



CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



di S. Die, in Alsazia, pubblicò un trattato di geografia, in cui, parlando 
del Nuovo Mondo, proponeva che esso fosse chiamato AMERICA, dal 
nome del suo scopritore: — America, quasi Americi Terra, ab Americo 
Vesputio sagacis ingenii viro inventa (1) Nello stesso tempo egli pub- 
blicò una carta del Nuovo Mondo, al quale dava, senz'altro, il nome di 
America. Questo nome fu senza difficoltà accettato e venne usato dap- 
prima per designare il Brasile; ma poi fu esteso a tutto il continente 
meridionale e finalmente anche a quello settentrionale (2). 

GIOVANNI E SEBASTIANO CABOTO. 

La gloria di aver posto il piede per primo sul territorio dell'Ameri- 
ca del Nord spetta ad un altro glorioso navigatore italiano, Giovanni 
Caboto, di nascita genovese, ma divenuto cittadino veneziano, a servizio 
del re Enrico VII d'Inghilterra. 

Era appena terminata, si può dire, la guerra delle Due Rose, che 
l'Inghilterra approfittava — ricorda il Mondaini nelle sue Origini degli 
Stati Uniti d'America — della tranquillità assicuratale dalla mano ener- 
gica di Enrico VII, per sviluppare le sue industrie e allargare i suoi 
commerci ristretti fino allora, più che altro, ai mari settentrionali : così, 
mentre da un lato le fiere inglesi attiravano in gran numero i mercanti 
lombardi, dall'altro, la città trafficante di Bristol, chiamata dai contem- 
poranei la Venezia inglese, diventava e per la sua postura occidentale 
e per le tradizioni sue commerciali — quale centro della pesca nei mari 
d'Irlanda — il centro maggiore di quel vivace spirito d'intrapresa che 
ben s'accordava coi disegni del monarca geloso delle grandi risorse 
fruttate alla S43agna dalle scoperte marittime dell'epoca. 

Ed un mercante veneziano- infatti, residente a Bristol, Giovanni 
Caboto, induceva senza fatica il re inglese a concedergli, nel 1497, una 
patente di monopolio coloniale che desse a lui ed ai figli ed eredi il 
diritto esclusivo di percorrere a proprie spese i mari dell'ovest, dell'est 
e del nord, prendendo possesso delle nuove terre da scoprire quali vas- 
salli della corona inglese; salvo l'obbligo pei concessionari di sbarcare 
nel porto di Bristol al ritorno da ogni viaggio e di pagare alla corona 
il quinto dei profitti di essi. 

Il primo viaggio compiuto nel mese di giugno 1497 da Giovanni 
Caboto, e durante il quale egli toccò le coste dell'America del Nord — 
forse quelle di Terranova o di Capo Breton — non apportò all'ardito 
navigatore alcun lucro, ma in compenso egli si acquistava la gloria im- 
peritura di avere scoperto il continente nord-americano e dava su questo 
all'Inghilterra tutti i diritti che derivavano, secondo lo spirito dell'epoca, 
dalla priorità della scoperta. In agosto Giovanni Caboto era già di ritor- 
no in Inghilterra: Lorenzo Pasqualigo, un veneziano residente in Lon- 
dra, e Raimondo De Raimondi De Soncino, ambasciatore del Duca di 



(1) HART, American History told by Contemporaries. 1493-1900; (4 volumi; New 
York, 1906; Voi. I, p. 30). 

(2) JOHN FISKE, Discovery of America: Voi. II, pp. 113-180. 



DA COLOMBO A MARCONI 




Il vecchio Giovanni Caboto addita al figlio Sebastiano le nuove vie trans- 
oceaniche che dovevano portare alla scoperta delle regioni settentrionali 
del continente americano. 

Museo Geografico di Londra. 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Milano, ne scrissero rispettivamente alla famiglia e al Duca, e le loro 
lettere — così afferma l'Hart nella sua American History — sono i do- 
cumenti più sicuri che possediamo intorno al grande avvenimento. 

Nell'aprile 1498 Caboto fece un secondo viaggio e, questa volta, 
con maggior numero di navi e accompagnato da suo figlio Sebastiano. 
Furono esplorate le coste dell'America del Nord sino al Labrador e, in 
autunno, la spedizione tornò in Inghilterra. Se mancarono i vantaggi 
immediati delle nuove scoperte, non andò perduto per l'avvenire del- 
l'Inghilterra l'impulso dato alla sua marina mercantile. Infatti, morto 
Giovanni Caboto, Sebastiano continuò i suoi viaggi di esplorazione: 
toccò una seconda volta il Labrador e si spinse lungo la costa nord-ame- 
ricana sino all'attuale Maryland; e più tardi, messosi alla ricerca di un 
passaggio al nord-ovest, entrava nella baia denominata, un secolo dopo, 
da Hudson, al nord del Canada. 

Il Fiske narra, non sappiamo con quanta veridicità, che Sebastiano 
Caboto fu disleale verso la memoria del padre, poiché dette a credere 
che egli, e non il padre, fosse stato l'esploratore delle coste americane 
nei due viaggi del 1497 e del 1498; e così — soggiunge — fu creduto 
per un pezzo, ma oggi quasi nessuno crede più alle affermazioni di 
Sebastiano. 

In qualsiasi modo, le scoperte dei Caboto schiusero all'Inghilterra 
gli immensi territori sui quali dovevano sorgere più tardi le sue famose 
Colonie, che furono il principio dell'attuale prospera e gloriosa Repub- 
blica degli Stati Uniti. 

GIOVANNI DA VERRAZZANO 
SCOPRITORE DELLA BAIA DI NEW YORK. 

La città di New York scriveva, il 6 Ottobre 1909, sotto la maschia 
immagine di Giovanni da Verrazzano dominante in solenne mole statua- 
ria la grande baia da lui rivelata, la parola della riconoscenza: debito 
non unico né prescrittibile della storia delle Americhe verso il genio 
d'Italia. 

Erano trentadue anni — ricordava Giovanni Rosadi in uno sma- 
gliante discorso pronunciato il 14 settembre 1913 durante la cerimonia 
inaugurale del monumento a Giovanni da Verrazzano in Greve di Chian- 
ti — che il grande Genovese aveva solcato il mar tenebroso delle sparse 
leggende e scoperto la terra adombrata nei miti dell'antichità: in questi 
brevi anni altri due Liguri avevano esplorato Terranova e il Piata; un 
fiorentino aveva riconosciuto le costiere della Florida e del Brasile; 
ancora tre volte il primo scopritore aveva spiegato le vele in gloria 
di nuove esplorazioni; quando partiva in rotta dell'intentato Oceano 
settentrionale un altro italiano, Giovanni di Pier Andrea del Castello dì 
Verrazzano. Partiva dalla Normandia con quattro caravelle e cinquanta 
uomini e vettovaglie per otto mesi; ma prima l'uragano, poi una bat- 
taglia ridussero a un sol legno la sua flottiglia; e il 17 gennaio 1524 la 



DA COLOMBO A MARCONI 



Delfina salpava da uno scoglio presso l'isola di Madera verso nuovi de- 
stini della storia. 

Il nome della nave diceva chi era che l'armava. Non un principe 
d'Italia, ma il re di Francia, il quale mal tollerava in silenzio le conqui- 
ste fortunate degli altri Stati nelle nuove terre. E come la Spagna ebbe 
d'uopo di Colombo, di Giovanni e Sebastiano Caboto l'Inghilterra, di 
Vespucci il Portogallo, così il Delfino dovette voltarsi a un altro italiano 
per avventurarsi sui mari sconosciuti. 




GIOVANNI DA VERRAZZANO 



Partito il 17 di gennaio, giunse in quarantanove giorni alla costa 
dell'America settentrionale, alla latitudine di trentaquattro gradi all'in- 
circa. I mezzi di osservazione erano allora assai imperfetti e induce- 
vano in errori anche di due gradi. Forse è presso l'attuale Wilmington, 
nella Carolina settentrionale. 

Ripreso mare e bordeggiata Ja costa, il pilota crede di scorgere un 
istmo largo un miglio e lungo duecento. 

Ma evidentemente scambia un grande fiume o una laguna, forse 
quella di Pamplico Sound, per un altro oceano che si estenda oltre 



10 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

la diga. L'esploratore del Cinquecento intuiva come un bisogno irresti- 
bile il grande vantaggio di congiungere i due Oceani; il suo errore era 
un auspicio oggi convertitosi in una meravigliosa realtà: mercè le virtìi 
di due popoli, la potenza di iniziativa degli Stati Uniti e il coraggio di 
emulazione della Francia, una nuova strada trionfale — il Canale di 
Panama — è stata aperta all'umana gente affacendata e alla varietà 
delle sue razze e alla febbre del suo lavoro. 

Più oltre il pilota scorge per molti fuochi una nuova plaga abitata. 
Si manda un battello con pochi uomini a terra, ma, essendo la spiaggia 
aperta, non può approdare, sì che si butta a nuoto un giovane marinaio, 
il quale sperimenterà con suo poco piacimento la maggiore umanità di 
questi abitanti. La gente nera accorsa al lido lo vede sopraffatto dalle 
onde, va ad aiutarlo, lo conduce al secco, lo spoglia facendo atti di 
ammirazione delle sue carni bianche e lisciandolo per tutto, poi lo ap- 
pressa a un gran fuoco. L'ospite grida di spavento, gridano gli ospitali 
per dimostrargli non debba aver paura, gridano i marinai del battello 
temendo non lo vogliano arrostire. Riavuto il vigore e la libertà delle 
sue forze, raggiunge il battello e questo la caravella, che riprende il 
suo bordeggiare sempre più verso settentrione e raggiunge le coste della 
Virginia e del Maryland, Qui si fa un nuovo sbarco e una dimora di tre 
giorni. Un uomo, vinta la prima paura, si avvicina mostrando un legno 
acceso: è il saluto dell'amicizia. Infatti gli uomini sono più bianchi e li- 
berali e vestiti di erbe intessute, abbondano i legumi e la vite, sono 
assai in uso la caccia e la pesca, né mancano navicelle di un sol albero. 

Un vento impetuoso costringe a levar T'ancora. Fatto vela per cento 
leghe ancora, la Delfina entra in una baia dall'aspetto e dal destino sin- 
golare. E' un luogo quanto mai ameno, disegnato fra due colli, in mezzo 
ai quali corre al mare una grande riviera, predestinata a vita nuova per 
varii segni di comodità e di vaghezza. E' la baia dove sorgerà la im- 
mensa e potente New York. Chi primo la vide e la salutò con auspicio 
di indefettibile fortuna, chi primo la rivelò alla civiltà, perchè vi river- 
sasse il suo più acceso splendore meritava bene, dopo quattro secoli, la 
parola della riconoscenza. 

Rigando la costa ancora verso nord, ecco un porto ospitale e capa- 
ce, l'attuale Newport. 

E' il 6 di maggio e conviene continuare la costa per le ultime 
esplorazioni. Si tocca una terra più d'ogni altra infida e silvestre, dove 
la gente assai disforme da quella finora veduta, vestita di pelle d'orso 
e di lupo, armata di archi e minacciosa, non permette si approdi. Più 
innanzi la costa si fa più aperta e si inghirlanda di molte isolette che 
al pilota rammentano quelle dell'Adriatico verso l'Illiria e la Dalmazia. 
Ma non è dato accertare l'identità dei luoghi approdati o veduti. Forse 
si è costeggiato il continente fino a quasi tutta l'isola di Terranova e 
si è toccato il 50.O grado di latitudine settentrionale: si è solcato il mare 
per 1200 leghe da Madera alla Carolina e per altre 700 lungo la costa; 



DA COLOMBO A MARCONI H 



son quasi consumate le vettovaglie; bisogna riprendere la rotta del 
ritorno. 

Ormai in Francia si era perduta ogni speranza sulla fortuna della 
Delfina e si riteneva per fermo fosse perita tra le acque ghiacciate del- 
l'Oceano settentrionale; ma l'S di luglio 1524, dopo cinque mesi e 
mezzo di sapiente e mai fallace navigazione, la vela francese era in 
vista del porto di Dieppe e già un immenso popolo commosso mandava 
unanimi voci di benedizione e di gioia. 

Del suo viaggio Giovanni fece nella stessa data del ritorno al re 
patrono e ordinatore una relazione dalla forma latinamente" composta e 
concisa. 

Ogni notizia di Giovanni da Verrazzano, oltre l'impresa da lui de- 
scritta, è profondamente oscura. Il Ramusio, che scrive prima del 1536, 
informa che in un nuovo viaggio Giovanni discese ad una costa selvag- 
gia la quale, secondo il padre Coronelli, sarebbe il Capo Bretton, e fu 
da quella gente preso, arrostito e mangiato. Sarebbe una fine poco di- 
versa da quella toccata al Magellano e al Cortoreale. Altri ritiene che 
l'informazione manchi di conferma e crede di essere alla sua volta infor- 
mato che veramente Giovanni fu catturato, mentre corseggiava, da una 
squadra spagnuola e impiccato: triste epilogo, che non ripugna troppo 
a chi sa come il corseggiare fosse comune tra capitani e ammiragli d'o- 
gni parte e come una simile accusa contro il Verrazzano potesse essere 
solo un pretesto della Spagna per sbarazzarsi del pilota che guidava la 
Francia nelle regioni invidiate. 

Quando nel 1909 — circa quattro secoli dopo la sua morte — fu 
resa pubblica la relazione autografa dei suoi viaggi, Giovanni da Ver- 
razzano, riabilitato dalla oscurità in cui era rimasto così a lungo, s'ebbe, 
auspice il Progresso Italo-Americano, un primo grande monumento nel 
Battery Park di New York; quattro anni dopo, nel 1913, un altro mo- 
numento gli venne eretto dal suo paese natale, «Greve di Chianti^ presso 
Firenze. 

GUGLIELMO MARCONI. 

Se arditi navigatori italiani rivelarono al mondo, nel volger di brevi 
anni, l'intero continente americano, schiudendo alla civiltà la Terra 
nuova ed aprendole le vie degli oceani, un altro grande Italiano doveva, 
quat*"ro secoli dopo, pervenuta l'America all'apogeo della grandezza e 
della prosperità, congiungerla per le vie del cielo — "dando le ali alle 
parole", giusta una felice espressione di Nicholas Murray Butler — alle 
altre Terre e agli altri continenti: Guglielmo Marconi. 

Come, per gli Americani, Cristoforo Colombo fu "il primo immi- 
grante," così Guglielmo Marconi, per essi, "è il più grande e il più illu- 
stre dei moderni immigranti." E concediamo pure che ciò sia: nulla affat- 
to si toglie alla gloria italianissima di Guglielmo Marconi. Fu nel 1902, 
infatti, che l'insigne scienziato italiano approdò sui lidi d'America per 



12 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 







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DA COLOMBO A MARCONI 



13 



attuare a grande distanza, attraversò gli spazi immensi del cielo e del 
mare, la sua maravigliosa scoperta: la telegrafia senza fili. 

Rievochiamo alcuni dati storici, che si riferiscono al portentoso tro- 
vato del grande Italiano. 

Fu nella primavera del 1895 — Guglielmo Marconi aveva allora 
appena vent'anni — che i primi esperimenti vennero eseguiti dal giovi- 
ne scienziato a Villa Grifone, presso Pontecchio (Bologna). Essi costi- 
tuirono la prima pratica utilizzazione delle oscillazioni elettriche per 
trasmettere a distanza segnali rispondenti all'alfabeto Morse. Nel 1898 
Marconi creava i primi apparecchi radiotelegrafici sintonizzanti, atti 
a garentire l'indipendenza fra stazioni vicine; nel 1899 creava le prime 
stazioni atte a sorpassare le curvature della terra; nel 1900 iniziava la 
costruzione di stazioni destinate alla corrispondenza radiotelegrafica 
transatlantica; nel 1901 dimostrava la possibilità di collegare l'Europa 
con l'America a mezzo della telegrafia senza fili; infine, nel 1902, a 
bordo della R. Nave Carlo Alberto, messa a sua disposizione dalla Ma- 
rina d'Italia, Guglielmo Marconi approdava nella Nova Scozia (Canada) 
e, il 28 dicembre di quell'anno, il grande scienziato italiano lanciava 
dalla stazione ultrapotente di Giace Bay, appositamente costruita, il pri- 
mo radiotelegramma completo, il quale annunciava a S. M. il Re d'Ita- 
lia e al Re d'Inghilterra la comunicazione del nuovo e del vecchio mon- 
do effettuata per mezzo delle onde elettriche. Marconi fece innalzare in 
quel giorno sulla torre della stazione di Giace Bay la bandiera d'Italia. 
La possibilità della telegrafia transoceanica senza fili era ormai dimo- 
strata! Gli increduli e i dubbiosi — ricordiamo fra questi anche il 
grande Edison — dovettero inchinarsi alla luminosa prova dei fatti. Un 
anno dopo, nel 1903, a Guglielmo Marconi erano decretati, in Roma, 
gli onori del Campidoglio. 

La radiotelegrafia, con tutte le sue numerose applicazioni, è — 
possiamo dire come i Romani dicevano della satira — tota nostra, tutta 
italiana. 

Oggi che si corrisponde tra Europa, America e Australia, non si 
comprende l'incredulità con la quale fu accolta l'invenzione del Mar- 
coni. Il primo esperimento transoceanico — lo abbiamo già detto — fu 
compiuto con l'appoggio morale del Re d'Italia a Giace Bay, nel Canada, 
in una capanna di legno, sopra una roccia di fronte all'Atlantico. I ten- 
tativi durarono tre mesi quasi sempre di notte perchè la luce solare limita 
la trasmissione delle onde elettriche, allora assai brevi. Con la stazione 
ricevitrice di Poldhu s'era stabilito un linguaggio convenzionale: Stan- 
dard voleva dire "ricevuto nulla", green time "ricevuto qualcosa", yellow 
time "ricevuto bene". Gli impiegati inglesi ridevano. Per tre mesi la 
risposta era costante: Standard! Senonchè il 15 dicembre 1902 Poldhu 
rispose: Green time! 

— Hurrah! — gridò Marconi. L'Atlantico è sorpassato! — e il 28 
dicembre fu lanciato il primo marconigramma completo. 



14 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

UN'ALTRA GLORIA DI MARCONI:' 
IL TELEFONO SENZA FILI. 

Il problema al quale attende ora Guglielmo Marconi è la telefonia 
senza fili. Ottimi sono i risuUati già raggiunti, ma le applicazioni richie- 
dono un paziente, lungo, faticoso processo di ingegnose semplifica- 
zioni, alle quali si giunge lentamente dopo infiniti esperimenti. 

"Provando e riprovando" è il motto d'ogni scienziato. Ma per la 
radiotelefonia provare e riprovare significa avere terre e mari a propria 
disposizione. Allora al Marconi è balenata un'idea semplice e chiara. 
Invece di seppellirsi nel gabinetto di fisica di una grande città ha tra- 
sformato in laboratorio una nave, VElettra, e si è messo a girare per gli 
oceani a seconda delle esperienze: l'Elettra è dunque il laboratorio 
scientifico navigante di Guglielmo Marconi. 

Riuscitissimi esperimenti di radiotelefonia furono fatti, nel maggio 
1921, sull'Elettra, navigante nelle acque di Fiumicino, a poche miglia 
da Roma, presenti alti ufficiali della Marina italiana ed alcuni giorna- 
listi della Capitale. Il valoroso pubblicista Bacchiani così ne riferì, al- 
l'indomani, nel Giornale d'Italia:... "Eccoci sulla nave fatata. Vera- 
mente sulle prime non ci accorgiamo di esser in mezzo a un laboratorio. 
Ovunque i segni di sobria eleganza e di comodità signorile. Il salotto 
di bordo è adorno di grandi fotografie: della signora Marconi, dei due 
figliuoli, di Re Vittorio, del Re di Spagna, del Principe di Udine, di 
Gabriele d'Annunzio. Il Re ha scritto: "a G. Marconi in segno di am- 
mirazione e di stim.a". Alfonso XIÌI: "al amigo Marconi en su admira- 
dor; Sevilla abril 1920". La sala da pranzo è spaziosa e allegra, la stan- 
za da letto presso la cabina del comando è finemente addobbata. Ma ec- 
coci nel "Sancta Sanctorum". E' una cabina capace, con apparecchi alle 
quattro pareti, manubri, valvole, cordoni, tutto nitido e in ordine. Lucci- 
cano le valvole termoioniche Fleming, una specie di lampadine sferiche. 
che hanno sostituito i complicati apparecchi a scintilla e i mastodontici 
apparecchi ad alternatore in frequenza. Così piccoli globi bastano a ri- 
cevere un dispaccio tra l'Australia e l'Inghilterra! Altre valvole termo- 
joniche a tre elettroni simili a bottiglie di vetro servono invece alla tra- 
smissione. 

"Due giovani telegrafisti sono agli ordini del Marconi : maneggiano 
gli apparecchi e trascrivono le comunicazioni. Numerose cuffie telefo- 
niche c'indicano che siamo nel regno della radiotelefonia. 

"Il senatore ci riferisce le ultime notizie ricevute in mattinata dalla 
Inghilterra, vicende dello sciopero minerario, vicende dell'insurrezione 
irlandese, colloqui politici di Llyod George. Perchè l'Elettra in qual- 
siasi latitudine o longitudine si trovi è il punto meglio informato del 
mondo. Tra radiotelegrafia e radiotelefonia è in comunicazione con tut- 
to l'orbe, e il suo bollettino in forma tacitiana ci dà il battito del polso 
mondiale. 



DA COLOMBO A MARCONI 15 



"E' mezzodì. Chiama il radiotelefono della stazione della R. Marina 
a Centocelle. cioè a 22 chilometri dal punto ove siamo. Ci poniamo in 
testa la cuffia e appressiamo al volto il ricevitore. 

"Udiamo una voce chiara, distinta, come nella nostra cabina. Eppu- 
re nessun filo aereo unisce Centocelle aìVElettra. 

"Al sommo maestro — dice la voce di tono schiettamente naturale 
- — inviamo il nostro saluto. Noi umili collaboratori del grande inviamo 
il saluto riverente ed affettuoso a colui, che seppe piegare al genio con 
la volontà e con il lavoro quelle onde, che irradiate oggi trasportano il 
nostro augurio. "Ad majora!". E' l'augurio dei radiotelegrafisti della 
Marina, che è accolto dal nostro consenso pari alla nostra meraviglia. 
La voce di Centocelle continua a parlare. Ci dà notizie di Roma e d'Ita- 
lia, poi ci annunzia un po' di musica. 

"Ma è vero? Ecco le battute della "Gazza Ladra". La trionfale sin- 
fonia si snoda con perfetta sonorità ed esattezza di tempo. Un eccellen- 
te grammofono suona nella stanza di Centocelle e le onde sonore tra- 
sportate dalle onde elettriche giurvgono attraverso l'aria al nostro orec- 
chio. Che direbbe papà Rossini, lui che aveva in orrore la ferrovia, a 
udire la sua musica condotta attraverso le vie del cielo senza il meno- 
mo mezzo visibile? 

"E dopo la sinfonia, il canto; dopo Rossini, Puccini, con la roman- 
za di Cavaradossi nella Tosca e il primo duetto tra Rodolfo e Mimi 
nella Bohème. I cantori sono eccellenti e ne possiamo ammirare le 
più delicate virtuosità. 

"Ora è la volta nostra: Guglielmo Marconi si appressa all'apparato 
trasmettitore e ringrazia i suoi incomparabili collaboratori della Mari- 
na; altri saluti inviano l'ammiraglio Simion, il marchese Solari, uno del- 
la Stampa. Centocelle ripete i messaggi ricevuti e l'esperimento è finito, 

"Qual'è il segreto del nuovo miracolo? Se si varia il potenziale 
della rete metallica nella valvola termojonica per effetto della reazione 
dell'antenna Marconi, si producono oscillazioni e trasmissioni di onde 
elettro-magnetiche. Se con la voce umana", per mezzo di un microfono, 
si varia l'ampiezza delle onde, si avrà la telefonia senza fili. Per variare 
l'ampiezza delle onde con la modulazione della voce, bisogna disporre 
di onde di ampiezza costante cioè di onde continue come quelle ottenu- 
te dalle valvole termojoniche. 

"Solo la telefonia senza fili trasmetterà la voce umana tra Roma 
e New York, Rio de Janeiro e Buenos Aires; perchè qualsiasi cavo per 
effetto della sua capacità elettrica distorcerebbe la voce. 

"Prima di lasciare il legno, che riceve tutti i suoni, tutte le favelle^ 
tutte le musiche, l'ospite c'invita a firmare nel registro dei visitatori- 
Sono firme di uomini e dame illustri di tutti i paesi. Gabriele d'Annun- 
zio ha scritto: "Per Guglielmo Marconi gloria d'Italia nel mondo, gloria 
del mondo in Italia, eia, eia, eia, alala. Fiume, 22 settembre 1920." Me- 
glio ancora scrisse a pie del suo ritratto : "Alla candida nave di Gugliel- 



16 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

mo Marconi che naviga nel miracolo e anima i silenzii aerei del mondo. 
Acque del Carnaro, 23 settembre 1920." 

La telefonia senza fili è dunque, per merito di Marconi, un fatto 
compiuto: la portentosa applicazione, i cui immensi benefici all'umanità 
ognuno può facilmente valutare, è anch'essa tota nostra, tutta italiana, 
come italianissima è la scoperta del telefono dell'infelice Meucci. Non 
è lontano il giorno in cui, a quattromila miglia di distanza e attraverso 
le onde aeree, potremo avere la gioia ineffabile di udire una voce cara, 
che, nell'esilio lontano, ci incoraggi e ci conforti. E l'Italia e l'America, 
auspice, una volta ancora, il genio di un grande italiano, avranno modo 
di rendere sempre più cordiali, più intimi i rapporti di amicizia e di in- 
teressi che, indissolubilmente, l'uno all'altro legano i due grandi popoli. 

GIANNI CAPRONI E IL VOLO DELL'ATLANTICO. 

Un autorevole giornale americano: il New York Times, in un arti- 
colo "editoriale" del 30 giugno 1918. sotto il titolo suggestivo : — Co- 
lumbus and Caproni — scriveva quanto segue: 

The proposai of Signor CAPRONI to furnish for a flight across 
the Atlantic not only one of his powerful airplanes but a pilot and crerv 
has the approvai of the Aero Club of America, which suggests that the 
Italian constructor be officially invited to engagé in the enterprise. As 
an Italian navigator discovered America, making the first passage of 
the Atlantic in a caravel, why should not an Italian be the first to fly 
over the Atlantic? 

How appropriate it would he for CAPRONI to go down to posterity 
as the Columbus of the air! If the voyage through the upper spaces is 
practicable, the modem Italian, whose big machines New York has seen 
rushing at twice raìlway speed above its streets, would covet the distinc- 
tion of taking command of the first airship to cross the Atlantic. Historic 
sentiment seems to require that the start be made from Spain, not from 
Newfoundland. Why not the pori of Palos, which rvas the point of de- 
parture for COLUMBUS? 

The route of the discover of the New World might be followed as 
closely as conditions permitted. The Canary Islands, where COLUMBUS 
made a stay before launching westward into the unknown^ are about 
700 miles southwest of Cadiz. From the Canary Islands to Cuba is a 
longer distance than separates the Azores from Newfoundland, a third 
greater approximately. The first descent in America would have to be 
made in one of the larger West Indian islands, and Cuba, which CO- 
LUMBUS took for Cypangu, was the second island in the New World 
on which he set foot. 

COLUMBUS was eighty-six days reaching Cuba from Palos. Signor 
CAPRONI, with good luck, would sight Cuba in half as many hours. 
If he had faith in one of his huge machines specially constructed for the 
venture, the aeronautica! authorities, certainly the sanguine spirits of 
the Aero Club of America, would be confident of his success. They 



DA COLOMBO A MARCONI 



17 




O 
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18 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

speak of the crossing of the Atlantic as a scientific certanty; to them it 
does not appear to he a sporting chance at ali. To most of us it does. 
At any rate, there would be hazards. If the attempi is to he made, locai 
pride should magnanimo usly give way to historic sentiment. Moreover, 
Signor CAPRONI has developed an extraordinarily powerful airplane, 
and he could improve upon it for the great adventure. There would he 
intense interest in the flight of an Italian through the skies from the 
coast of Spain to America. Why should not the names of COLUMBUS 
and CAPRONI be linked together in glory? 

Nei mesi di maggio, giugno e luglio 1919 — è storia di ieri — 
aviatori americani ed inglesi ed aeronauti pure inglesi effettuarono feli- 
cemente i primi voli attraverso l'Atlantico. Chi può dire dopo ciò che 
la navigazione aerea transoceanica sia un problema ormai risoluto? 
Furon, quelli, nient'altro che voli di saggio, di prova della resistenza di 
macchine giunte, allora, al grado massimo di perfezionamento; da quel- 
l'anno, progressi rapidi e tutt'altro che trascurabili sono stati compiuti 
specialmente in Italia, che nel campo dell'aviazione è sempre all'avan- 
guardia, e in Inghilterra. Le officine Caproni stanno costruendo potenti 
e colossali apparecchi destinati a rivoluzionare i trasporti aerei e tutti 
i sistemi di costruzione sjnora battuti. 

A Sesto Calende, sul Lago Maggiore, sono state fatte, nella pri- 
mavera del 1921, con notevole successo, le prove del mastodontico 
transaereo idrovolante Caproni, col quale l'illustre inventore si propone 
di effettuare la traversata dell'Atlantico dall'Italia agli Stati Uniti. II 
nuovo gigantesco apparecchio, munito di potentissimi motori, potrà com- 
piere il volo transoceanico in meno di 40 ore ed ha comode, lussuose 
cabine capaci di trasportare 96 persone, oltre il personale tecnico. 

"Perchè dunque — ci piace ripetere con l'articolista del New York 
Times — non dovrebbero i nomi di Colombo e di Caproni esser legati 
insieme nella gloria?" 

Nessun prodigio — aggiungiamo — è impossibile alla razza che 
diede al mondo i geni immortali di Colombo, di Leonardo, di Galileo, di 
Volta, di Galvani, di Guglielmo Marconi! 



'^»*^&..£:*>^ft-r;^.3S.,:*:i_^» * •> 



L'america Paese di Titani 



UN ARDITO VOLO LIRICO 
CHE E' POSSENTE REALTA'. 

" Il fischio delle locomotive americane che corrono su rotaie 

americane risuona a pie delle Piramidi e fra le steppe sconfinate della 
Siberia. Le ferrovie americane trasportano i pellegrini indiani da tutte 
le regioni del vasto impero asiatico alle acque sacre del Gange. 

"Ponti americani sono gettati sui fiumi di tutti i continenti; gru 
americane oscillano sui porti esteri, e dovunque sono vasti campi di 
grano si trovano trebbiatrici americane. 

"Nei grandi mercati del mondo gli attrezzi con marca di fabbrica 
americana sono sempre i più ricercati e preferiti. 

"Da molto tempo avevamo la supremazia nella produzione del coto- 
ne: l'abbiamo pur anco nella tessitura delle stoffe. Le nostre cotonate 
si possono vedere a Manchester come nelle città costiere dell'Africa e 
nelle piccole botteghe indigene dell'Oriente. 

"In Palestina si cuoce il pane di farina venutavi da Minneapolis. 
I mulini a vento americani funzionano così all'est del Giordano come 
sulle terre di Bashan. La bandiera del crisantemo sul palazzo del Mikado, 
a Tokio, sventola sull'estremità di un albero tagliato nelle foreste dello 
Stato di Washington, come lo stendardo di San Giorgio sul castello 
reale di Windsor. 

"I giornali stranieri si servono di macchine compositrici e stampa- 
trici americane. Le nostre macchine da cucire, le nostre biciclette rap- 
presentano l'ideale della perfezione; la calzatura americana oggi gode 
il favore di tutta l'Europa, ed i fabbricanti esteri si affrettano a com- 
prare le nostre macchine per tentar di lottare con noi, per resistere alla 
nostra invadenza. 

"Le nostre esportazioni non sono limitate a certe specialità né a 
taluni mercati: dappertutto noi affrontiamo con successo qualsiasi 
concorrenza. 

"L'America manda i carboni a Newcastle ed i tessuti di cotone a 
Manchester, i coltelli a Sheffield, le patate in Irlanda, lo Champagne in 
Francia, gli orologi in Isvizzera e il vino del Reno in Germania." 

Questo, che ha tutta l'apparenza di un ardito volo lirico, non è che 
una possente realtà, la constatazione semplice, sintetica, inconfutabile 
fatta da un grande finanziere americano, Frank Vanderlip, di ciò che 



20 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

è, Oggi, la potenzialità produttiva degli Stati Uniti e la espansione 
maravigliosa dei loro prodotti agricoli, minerari^ industriali sui mercati 
del mondo intero. 

Non v'è infatti angolo della terra in cui la produzione americana 
non sia penetrata e non vi signoreggi. E' già vecchia la celebre teoria 
bandita dal Presidente Monroe: l'America agli Americani, e — come 
lo stesso Vanderlip ebbe a dichiarare — dal punto di vista industriale non 
v'è più vecchio mondo; v'è invece la nuova Europa e la vecchia Ame- 
rica; la nuova Europa, che non ha saputo ancora sviluppare le sue risor- 
se, e rappresenta un campo d'azione fertile agli arditi produttori e indu- 
striali dell'America del Nord, la quale è ormai esperta e matura in tutte 
le molteplici e svariate industrie moderne, nella meccanica di precisione 
e nel sapiente regime economico e commerciale. 

E' stato scritto ben a proposito che l'Americanismo è la manifesta- 
zione del gigantesco nella vita moderna e che l'essere umano che vive 
in questa parte dell'Atlantico perde il senso della strettezza, della limi- 
tazione, dell'equilibrio gretto e guardingo che sui figli del vecchio mondo 
grava come l'eredità degli immemorabili secoli nei quali si disputava 
avidamente per un solco, per una zolla, per un palmo di terreno entro 
la cinta angusta delle città. 

La catastrofe di San Francisco è una pagina epica di questa civiltà 
organata in dimensioni enormi. La città sorta come per incanto da un 
improvviso accentramento di lavoro, da un improvviso aggregarsi di 
uomini capaci di tramutare le forze vergini in fonti perenni di ricchezza; 
la città è schiantata dalle onde sismiche nel giro di pochi istanti : le 
sue moli superbe sono umiliate, i suoi edifici torreggianti giacciono a 
terra in cumuli sparsi di rottami. Famiglie si disperdono, fortune si 
travolgono, le fauci infiammate della distruzione ingoiano una grande 
città che si difende invano. ... 

Ebbene, l'inerte stupore di tanta catastrofe, in questo gigantesco 
nuovo mondo, non dura un giorno di più della catastrofe stessa. I nervi 
sono ancora oscillanti per l'eccitazione frenetica del terremoto; le nubi 
di fumo impennacchiano ancora il suolo come una solfara; l'impressione 
mentale della scomparsa di una così grande città dai fasti della vita 
è ancora violenta come un abbarbagliamento, e già l'attività della Na- 
zione è in piedi, come in un uomo solo, forte, libero, giovane che si sia 
destato di buon mattino dopo una notte di folgori e di tempesta e vada 
spaziando con lo sguardo sopra le ruine, men triste per quanto giace 
divelto e lacerato sui campi che orgoglioso dell'attitudine di sfida a lui 
concessa verso la natura terribile e bella come belva in riposo sopra 
la strage. 

La nuova grande città, ricostruita su quella distrutta, solennizza, 
meno di dieci anni dopo, con una Esposizione mondiale, e nel periodo 
più tremendo della conflagrazione europea, una delle più audaci imprese 
umane: la costruzione del canale di Panama. Paese di Titani, l'America! 



L'AMERICA PAESE DI TITANI 



21. 




WARBEN G. HARDING 

Presidente degli Stati Uniti dal 4 Marzo 1921, per il_ quale gli Italiani 
immigrati professano alto rispetto, calda, fervida ammirazione che ben s% 
addicono al Primo Cittadino della grande Repubblica, ali U omo insigne 
costantemente dimostratosi amico sincero e devoto della loro Terra d origine.. 



22 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

LA CORSA VERTIGINOSA 
VERSO LA PROSPERITÀ'. 

Il gigantesco sviluppo — sviluppo che sa di iperbolico, di prodigioso 
— di questo immenso Paese aperto alla civiltà appena da quattro secoli 
e godente da meno di un secolo e mezzo la sua piena libertà politica 
ed economica, è frutto, si può dire, dell'opera ininterrotta, febbrile, tita- 
nica di poco più di un secolo, da quando, cioè, stabilita l'unità politica, 
dopo la celebre Dichiarazione di Indipendenza delle Colonie che preludiò 
la fine della tirannica dominazione inglese, e, divenute sempre più in- 
tense e numerose le correnti immigratorie provenienti in ispecial modo 
dalla Gran Bretagna e dalla Germania, la giovane Nazione dedicò tutta 
se stessa allo sfruttamento delle incommensurabili ricchezze agricole e 
minerarie del suo vergine suolo che dovevano renderla, nel volgere di 
brevi lustri, una delle Nazioni più prospere del mondo. 

Negli ultimi anni del 1700 l'America aveva appena quattro milioni 
di abitanti sparsi su un territorio più vasto dell'intera Europa, ancora 
incolto e scarsamente conosciuto. Pochi erano i poveri veramente pove- 
ri — ci ricorda Beniamino Franklin — e pochi i ricchi veramente ricchi : 
in generale prevaleva l'aurea mediocrità economica. Vi erano pochi 
grandi proprietari del suolo; la maggior parte della popolazione coltiva- 
va la propria terra o, come nelle città costiere, esercitava la mercatura 
e la pesca. 

La generale mediocrità di fortuna richiedendo che ciascuno lavorasse 
per vivere, i vizi prodotti dall'ozio erano generalmente sconosciuti ; per- 
ciò il livello morale della società americana era superiore a quello della 
società europea. La gioventù cresceva in America più sana e con buoni 
esempi davanti a sé, e la religione, sotto tutte le varie forme coltivate 
dalle molte sètte che avevano imparato a vivere in pace una accanto al- 
l'altra, vi era presa sul serio: l'ateismo, così diffuso in Europa, era in 
America sconosciuto. (1) 

Poche erano le grandi città: Filadelfia era la più popolata con 42 
mila abitanti; veniva dopo New York con 33 mila; Boston era terza 
con 18 mila; quarta Baltimore con 13 mila. Erano città in cui si viveva 
ima vita semplice e onesta; città in cui la corruzione non aveva messo 
ancora il suo piede fatale; città che, in confronto di quelle europee, 
erano villaggi, ma villaggi pieni di una vitalità che preannunziava il loro 
futuro meraviglioso sviluppo. Gli abitanti vi erano buoni e gentili senza 
affettazione, cordialmente ospitali, attaccati alla vita di famiglia, nella 
quale la donna, già fin dai tempi coloniali, godeva del massimo rispetto 
e della massima considerazione da parte dell'uomo, (2) 

Piccola e debole era ancora la Nazione che Giorgio Washington fu 
chiamato a governare nel 1789; ma le energie sane dei suoi forti e 
laboriosi abitanti e la ricchezza e fertilità del suo immenso territorio. 



(1) HART, Contemporaries, voi. HI, p. 22. 

(2) J. P. BRISSOT, New Travels in the United States of America; Dublin, 1792; — 
V. GARRETTO, Storia degli Stati Uniti dell'America del Nord; Milano, U. Hoepli, 1916. 



L'AMERICA PAESE DI TITANI 



23 



SU cui milioni e milioni di uomini avrebbero potuto trovare comoda 
stanza, sin da allora assicuravano che, in un futuro non lontano, quella 
Nazione sarebbe diventata una potenza di primo ordine e un fattore 
principalissimo nella Storia del genere umano. 

La prima metà del secolo XIX, pur attraverso periodi di lotte 
vivaci, spesso violente, per la formazione ed i cozzi inevitabili dei 
grandi partiti politici nazionali, fu caratterizzata da progressi costanti, 
meravigliosi. Verso il 1850 lo sviluppo economico degli Stati Uniti se- 
gnava già le prime tappe luminose verso il cammino ascensionale che 
doveva avere, pochi anni dopo, la più superba e salda affermazione: 
sviluppatissime le linee ferroviarie; ben regolata la navigazione fluviale 
e lacustre che una serie di ben ideati canali aveva reso facile e razio- 
nale; organizsato il sistema bancario e réso indipendente dallo Stato; 
protette le industrie che avevano preso un non previsto sviluppo; messi 
in valore i tesori del sottosuolo, alcuni dei quali, come le miniere 
aurifere della California, avevano accresciuto in modo fantastico l'im- 
migrazione, che, se in quei primi anni di golden fever non fu tutta 
buona, pure portò negli. Stati dell'Ovest una vita nuova e un'attività, 
che, trasformandoli, doveva condurli alla prosperità odierna. Inoltre i 
commerci oceanici avevano preso un grande sviluppo e le prime linee 
regolari di piroscafi facevano servizio fra l'Europa e l'America in modo 
da assicurare una corrente continua di immigranti e un continuo scambio 
di merci. Così, in meno di cinquant'anni, la Repubblica debole e incerta 
al principio del secolo, era rafforzata ed era entrata trionfalmente nel 
consesso delle grandi Nazioni. 

Nel 1860 la popolazione degli Stati Uniti era già di 31 milioni, cioè 
più numerosa di quella dell'Inghilterra. La corrente immigratoria dal- 
l'Europa aveva di molto contribuito al rapido aumento. Il Paese aveva, 
negli ultimi anni precedenti, continuato a progredire vertiginosamente e 
a prosperare nelle industrie e nei commerci; gli ingegni fervidamente 
si adoperavano a costruire nuove macchine o a perfezionare le esistenti : 
nel 1844 la notizia della elezione del Presidente Polk era stata mandata 
da Baltimore a Washington per mezzo del telegrafo elettro-magnetico, 
ed era la prima volta che la meravigliosa invenzione fosse ufficialmente 
usata da Samuel Morse ; la macchina per cucire, inventata da Elias Howe 
nel 1846, era venuta a liberare la donna dalla schiavitù dell'ago e ad 
abbassare i f vezzi della manifattura dei vestiti; l'agricoltura aveva avuto 
un potentissimo ausilio nella invenzione della falciatrice e mietitrice di 
Me Cormick. Nuovi tesori aveva la terra dallo squarciato seno concesso 
ai fortunati abitatori della contrada: il petrolio nel 1859 fu trovato da 
alcuni scavatori nella Pennsylvania occidentale, e nel medesimo anno 
fu trovato nelle montagne della Sierra Nevada argento in grande ab- 
bondanza. Notevolissima era stata la emigrazione verso Ovest; città nuove 
erano sorte; altre, che erano piccoli villaggi pochi anni prima, erano 
rapidamente cresciute, come Chicago, che è la più giovane delle grandi 
Metropoli degli Stati Uniti. Nel 1804 il Governo federale erige un forte, 



24 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

il Forte Deaborn, in un pantano, presso il fiume, il Chicago River, e il 
lago. Nel 1812 la guarnigione è massacrata dagli Indiani e il forte di- 
strutto. Due anni appresso lo si riedifica, ma esso rimane un blockhouse 
isolato sulla frontiera. Nel 1831, Chicago ha ICO abitanti; nel 1840, 4 
mila; nel 1850, 30 vTiila. Siccome la città è esposta ad inondazioni, se 
ne rialza il suolo di più di 2 metri. Nel 1870 Chicago conta 300 mila 
abitanti ed è già uno dei centri commerciali più importanti del Nuovo 
Mondo. L'anno seguente un incendio la distrugge quasi completamente, 
incenerendo 17.500 immobili, sopra una superficie di quattro miglia 
quadrate, per un valore di 200 milioni di dollari; in pochi anni, la città, 
che era di legno, risorge in muratura. La popolazione sale a 500 mila 
abitanti nel 1880; oltrepassa il milione nel 1890; si avvicina ai 2 milioni 
nel 1900; con l'ultimo censimento del 1920 la popolazfone di Chicago- 
é di 2.701.705! 

Nonostante il lungo periodo della Guerra Civile per l'abolizione 
della schiavitù — una delle più sanguinose che la Storia ricordasse 
prima della terribile conflagrazione mondiale scoppiata nel 1914 — 
guerra che era costata la spaventosa cifra di quasi un milione di vite 
umane, che il Nord e il Sud avevano perduto in numero su per giù 
uguale, il Paese aveva continuato a veder crescere la sua popolazione 
e la sua ricchezza: nel 1870 il censimento diede la cifra di 38 milioni 
di abitanti e constatò che il numero degli stabilimenti nel Nord era rad- 
doppiato dal tempo in cui Abramo Lincoln era stato la prima volta eletto 
Presidente, cioè in appena 10 anni. Nel 1869 fu terminata e inaugurata 
la grande linea ferroviaria dall'Atlantico al Pacifico, linea che lo svilup- 
po vertiginoso dell'Ovest aveva reso indispensabile. Nel 1873. durante la 
Presidenza del Generale Grant, un panico finanziario venne a turbare 
gravemente le condizioni degli affari, a causa appunto del rapido svilup- 
po dell'Ovest e della furia nel costruire immensi tronchi ferroviari; ma, 
nonostante i cattivi effetti del panico, effetti che durarono parecchi anni, 
nel 1876 fu tenuta a Filadelfia una Esposizione Centenaria Internatio- 
nale che valse ad attrarre sulla Nazione lo sguardo e l'interesse di 
tutto il mondo. 

Il progresso economico degli Stati Uniti era. allora, immenso: le 
risorse del Sud eran venute ad aggiungersi a quelle -^ià esistenti. La 
schiavitù era stata un impedimento a trarre vantaggio da tutte le ricchez- 
ze degli Stati meridionali, i quali si erano sempre limitati all'industria 
agricola; i giacimenti vasti di carbone, gli estesi depositi di ferro, le 
sconfinale foreste, tutto era rimasto inutilizzato; ma, infranta la vecchia 
organizzazione, il Sud respirò — come ben si esprime il Garretto — 
le aure nuove della vita industriale moderna, e vi si buttò dentro con 
ardire e con fiducia, vedendo nel tempo stesso crescere le sue produ- 
zioni agricole: furono scavate miniere, furono costruiti grandi stabili- 
menti industriali, mentre la coltivazione e la produzione del cotone era 
grandemente intensificata. Una Esposizione tenuta nel 1881 in Atlanta 
(Georgia) ed un'altra nel 1884 in New Orleans (Louisiana) fecero co- 



L'AMERICA PAESE DI TITANI 25- 

noscere universalmente che nel Sud si era determinato, dopo l'abolizione 
della schiavitù, un aumento straordinario di prosperità e di ricchezza. 

Ma questa prosperità, questa ricchezza avevano, come si può ben 
concepire, i loro lati difettosi, primo fra gli altri la creazione di consi- 
derevoli fortune private e l'accentramento del capitale in poche mani. 
Di qui la tirannia capitalistica, la quale trovò la sua formula espressiva 
nei triists o grandi corporazioni che monopolizzavano il mercato di certi 
dati generi e ne regolavano dispoticamente il corso. L'origine di queste 
corporazioni gigantesche va ricercata nel contratto stipulato dalk Stand- 
ard OH Company con le compagnie ferroviarie durante il 1872. Questa 
grande compagnia petrolifera aveva ottenuto una tariffa di favore che 
le permetteva di trasportare i suoi prodotti a prezzi quasi irrisori in con- 
fronto con quelli pagati dai piccoli raffinatori, i quali, non potendo così 
sostenere la concorrenza, furono costretti a cedere i loro traffici alla 
loro potente rivale o a divenirne parte. E' vero che esisteva una Com- 
missione Federale la quale avrebbe dovuto impedire questa infrazione 
alla legge, ma essa non rispose ^lle speranze di coloro che l'avevano 
creata e le corporazioni vissero, e vivono tuttora, la loro vita trionfale. 

NEW YORK, METROPOLIS OF MANKIND. 

Il censimento del 1890 diede una popolazione di 62 milioni e più, 
e rivelò che, fra le grandi città, Chicago aveva progredito in modo mera- 
viglioso: essa aveva, come Filadelfia, molto più antica e illustre, supe- 
rato il milione, mentre New York contava, compresa Brooklyn, 2 milioni 
e 500 mila abitanti. Nel 1893 Chicago celebrò, con una grandiosa Espo- 
sizione Mondiale, il quarto centenario della scoperta d'America. Non 
essendosi potuta inaugurare nel 1892, essa fu inaugurata il l.o maggio 
dell'anno seguente; costò intorno a 40 milioni di dollari e rimase aperta 
per lo spazio di 179 giorni; fu una vera rivista dei progressi sbalorditivi 
compiuti dal mondo, e specialmente dall'America, nel periodo di tempo 
trascorso dalla scoperta del continente nuovo ai nostri giorni. 

E' interessante qui ricordare le umili origini di New York, tre secoli 
or sono, e il meraviglioso sviluppo da essa compiuto, sì da essere consi- 
derata, presentemente, la più grande Metropoli delle Americhe e, forse, 
del mondo. 

Nell'estate del 1609 il navigatore inglese Henry Hudson, che era 
al servizio della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, entrò con 
la sua Mezzaluna nel fiume che — come abbiamo ricordato — il fioren- 
tino Giovanni da Verrazzano aveva solcato per primo risalendolo sino 
al luogo ove fu poi fondata Albany. (1) Hudson fu creduto il primo 
navigante entrato nel magnifico fiume e questo ebbe il suo nome. Mer- 
canti olandesi lo seguirono poco dopo e fecero fortuna e già nel 1614 
essi avevano stabilito un posto nell'Isola di Manhattan. Nel 1626 Pietro 
Minuit, Governatore olandese della Provincia, comperò l'Isola dagli In- 

(1) CHANNING. History of the United States, voi. I, cap. XVI ; - FISKE. Dutch and 
Quaker Colonie*, voi. I. 



26 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

diani per una certa quantità di corallini e di nastri del totale valore di 
24 dollari, e in quella pose le fondamenta di una città cui fu dato il 
nome di New Amsterdam, la quale contava appena 270 abitanti: queste 
le origini della grande Metropoli che porta il nome di New York, datole 
cinquant'anni dopo dagli Inglesi, che, nel 1674. erano venuti in possesso 
della splendida Colonia. 

Nel 1790, New York, che era stata scelta l'anno innanzi a Capitale 
provvisoria della giovine Nazione, alla cui testa era Giorgio Washington, 
contava appena 33,131 abitanti. Seguiamone il gigantesco, meraviglioso 
sviluppo decade per decade: nel 1800 la popolazione di New York era 
salita a 60, 515 abitanti; nel 1810, a 96,373; nel 1820, a 123,706; nel 
1830, a 202,589; nel 1840, a 312,710; nel 1850, a 515.547; nel 1860, 
a 813,669; nel 1870. a 942,292; dieci anni dopo, nel 1880, superava il 
milione: 1,164.673; nel 1890 saliva a 1.441,216 abitanti, e nel 1900, 
dopo la creazione della Greater New York, raggiungeva la colossale cifra 
di 3,437.202; nel 1910 saliva a 4,746,889 e, secondo l'ultimo censimento 
del 1920, raggiunge un totale di 5,620,048 abitanti. Si calcola che entro 
un raggio di 25 miglia dal City Hall di New York viva una popolazione 
di più di 8 milioni di abitanti ! 

Ed ora spigoliamo fra le curiosità della statistica per avere un'idea 
della grandiosità della Metropoli : la sua ricchezza è calcolata dai 30 ai 
40 miliardi di dollari; le sue risorse bancarie ammontano a circa 6 mi- 
liardi. NewYork ha 1,500 hotels, 140 dei quali — con un complessivo di 
50 mila camere — sono di prim'ordine; le sue fabbriche sono circa 40 
mila e la loro produzione annuale ammonta a 3 miliardi di dollari; le 
sue chiese sono 1.600 ed i teatri oltre un migliaio. La città ha 3.616 
miglia di strade: facendo 10 miglia al giorno, occorrerebbe quasi un 
anno per percorrerle. Ha due uffici centrali postali, con 53 uffici suc- 
sursali, e vi sono impiegate 12 mila persone. La Posta riceve e inoltra 
ogni giorno 15 milioni di lettere ordinarie; 50 mila lettere raccomandate, 
650 mila libbre di giornali ; vende ogni giorno francobolli pel valore di 
146 mila dollari; emette vaglia postali per l'ammontare di 40 milioni 
all'anno e, nello st;;sso tempo, paga vaglia postali per 135 milioni di 
dollari. Inoltre. 160 mila persone affidano ogni anno alle Casse Postali 
42 milioni di dollari di rimesse. 

La Metropoli ha 505 scuole elementari frequentate da oltre 800 
mila allievi, e 25 scuole superiori (high schools) frequentate da più di 
73 mila studenti. Tra le Università e i Colleges sono di gran rinomanza 
la Columbia University, fondata nel 1754, con più di 30 mila studenti; 
la New York University, la Fordham University e il College of the 
City of New York. 

New York ha 160 asili e case di protezione; 202 ospedali; 121 biblio- 
teche pubbliche, alcune delle quali, come la New York Public Library, 
hanno numerose succursali. La sola N. Y. Public Library contiene circa 
1.700.000 volumi. 



L'AMERICA PAESE DI TITANI 



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28 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Anche il servizio telefonico cittadino raggiunge cifre spettacolose. 
La New York Telephone Company ha 867,875 impianti e 94 uffici cen- 
trali con un numero complessivo di circa 30 mila impiegati. L'intero 
sistema copre 5 milioni di miglia di fili telefonici. 

Ogni giorno arrivano in New York e ne partono circa 300 mila per- 
sone e le linee urbane — tramviarie, elevate e sotterranee — traspor- 
tano più di 3 milioni di passeggeri. 

Una delle meraviglie di New York, che gli Americani appellano 
non a torto la Metropolis of Mankind, la Metropoli dell'Umanità, è la 
Statua della Libertà, eretta all'entrata della immensa e splendida baia, 
sulla Bedloe's Island, e donata al popolo americano dalla Francia nel 
1884. La colossale figura — opera dello scultore francese Augusto Bar- 
tholdi — è alta 151 piedi ed è di proporzioni fantastiche. Nella sola 
testa possono accomodarsi circa 40 persone; il braccio destro è lungo 
42 piedi, il dito indice, 8. E' il faro gigantesco che pare debba illuminare 
il mondo e porgere il primo saluto della terra ospitale alla gente che 
viene d'oltre mare. 

IL PRODIGIOSO SVILUPPO DEGLI S U. 
DAL 1860 AL 1920. 

Il censimento del 1900 diede una popolazione di 75 milioni di anime 
in tutti gli Stati Uniti ; comprese le isole conquistate durante la guerra 
con la Spagna, nel 1898. gli abitanti raggiungevano un totale di 85 milio- 
ni. Nel 1860 l'area abitata era di poco più di un milione di miglia quadrate; 
nel 1900 era di due milioni. La popolazione urbana era nello stesso 
tempo cresciuta enormemente: nel 1860 il 16 per cento circa della 
popolazione totale viveva in città; nel 1900 la percentuale era del 33 
per cento. 

A rnano a mano che l'area popolata si era fatta più grande, la rete 
ferroviaria si era di pari passo sviluppata e nel 1900 gli Stati Uniti pos- 
sedevano una buona metà delle linee ferroviarie di tutto il mondo. Nel 
1860 vi erano 30 mila miglia di strade ferrate; nel 1900 ve ne erano 
200 mila. L'aumentata prosperità generale della Nazione appare subito 
ove si paragonino le entrate e le spese governative del 1860 con quelle 
del 1900; nel 1860 le entrate ammontarono a 55 milioni di dollari. 
nel 1900 oltrepassarono i 567 milioni; le spese nel 1860 assorbirono la 
somma di 65 milioni di dollari; nel 1900 raggiunsero la cifra di 487 
milioni. 

Le cifre divengono sempre più iperboliche. Nel 1910 la popolazione 
degli Stati Uniti era di 91,972,266 abitanti; comprendendovi i territori 
e le isole raggiungeva la cifra imponente di 101,100,000. con un aumen- 
to del 21 per cento sulla decade precedente. Quanto al commercio, le 
importazioni nel 1910 raggiunsero il valore di dollari 1,555,947,430, men- 
tre il valore delle esportazioni fu di dollari 1.744.984.720; e quanto alla 
ricchezza nazionale, il calcolo per l'anno 1904 dava l'enorme cifra di 



L'AMERICA PAESE DI TITANI 



29 




30 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



dollari 107,104,211,917, che, paragonati coi 7 miliardi dell'anno 1850, 
dicono con quale meravigliosa rapidità il Paese avesse progredito econo- 
micamente in poco più di 50 anni (1). 

E, per finire con i dati e con le cifre, secondo l'ultimo censimento 
del 1920 la popolazione degli Stati Uniti era di 105,683,108 abitanti, e la 
loro produzione, agricola, mineraria e industriale, calcolavasi, in con- 
fronto alla produzione mondiale, approssimativamente, nelle seguenti 
proporzioni : 

20 per cento dell'oro. 

25 per cento del frumento. 

40 per cento del ferro e dell'acciaio. 

40 per cento del piombo. 

40 per cento deW argento. 

50 per cento dello zinco. 

52 per cento del carbone. 

60 per cento. deW alluminio. 

60 per cento del rame. 

60 per cento del cotone. 

66 per cento deil petrolio. 

75 per cento del granturco. 

85 per cento delle automobili. 

LO SFORZO CICLOPICO DELL'AMERICA 
DURANTE LA GUERRA MONDIALE. 

E questa forza spaventosa l'America portò nella bilancia della gran- 
de guerra, cioè tutte le sue riserve infinite: riserve di uomini, di pro- 
dotti, di materiale bellico; riserve di energie latenti e di ricchezze pale- 
si. Non si osava credere sul principio alla vantata magnitudine dello sfor- 
zo americano, perchè non si riusciva a comprenderne il significato e lo 
scopo. L'America, come l'Italia, non era mossa da alcuna mira imperiali- 
stica; non aveva alcuna rivendicazione nazionale da compiere; non ave- 
va nulla da guadagnare, almeno nell'avvenire immediato. Era dunque 
credibile che avesse a sacrificare milioni di uomini e miliardi di dollari 
solo per rendere il mondo — come aveva proclamato il suo Presidente 
— safe for democracy^ cioè, solo per un alto ideale di giustizia, di libertà 
e di democrazia? 

Queste erano le opinioni che prevalevano in Europa, fino a qualche 
mese prima che gli Stati Uniti gettassero il guanto di sfida alla oltraco- 
tanza teutonica, tra coloro che non conoscevano l'America e non erano, 
quindi, in grado di valutarne l'immensa potenzialità morale e materiale. 
Ma tutti coloro che professavano simili opinioni dovettero subito ricre- 
dersi dinanzi alla fulgida evidenza dei fatti: l'America volle e seppe 
mantenere la parola solennemente data e fece di gran lunga più di quan- 
to ella aveva promesso. 



(1) Statistica! Abstract of the United States, by the Bureau of Statistics under the 
direction of the Secretary of Commerce and Labor ; (Washington, 1912). 



L'AMERICA PAESE DI TITANI 31 

"All'intervento dell'America — ricordava recentemente Guglielmo 
Ferrerò — l'Intesa dovette, forse, addirittura la salvezza, e certo un 
grande addolcimento delle ultime prove decisive. Nella primavera del 
1917, quando gli Stati Uniti scesero in campo, la Russia ormai agoniz- 
zava; la Francia, l'Inghilterra, l'Italia, esauste da uno sperpero inaudito 
di uomini e di ricchezze, incominciavano a smarrire la fiducia reciproca 
e la fede nella vittoria, proprio mentre la guerra si faceva più dolorosa 
e più aspra. Non ostante il troppo vantato dominio dei mari, anche le 
potenze dell'Intesa erano allora in procinto di dover continuare la guer- 
ra tra stenti e privazioni, non minori di quelle che gli avversari sostene- 
vano da più di un anno. Avrebbero resistito? L'America, proprio allora, 
ci diede un immenso esercito fresco, un credito illimitato, il pane e il 
companatico necessari per far la guerra senza i crampi di stomaco .... 

"E quell'intervento era poco meno che un miracolo. Bisogna cono- 
scere l'America per imaginare che impresa ciclopica sia stata per essa 
adottare la coscrizione, preparare un esercito di milioni di uomini e 
mandarlo a combattere nelle trincee della Champagne o della Lorena! 
Chi vuol farsene un'idea, senza andare in America, rovesci il cannoc- 
chiale, e imagini quel che sarebbe per i contadini della Romagna o del 
Poitou, per pli operai di Milano o di Birmingham essere mandati a com- 
battere sulle rive del Mississippi. L'America ha compiuto uno sforzo di 
questa natura. I nostri vecchi avrebbero detto che quell'aiuto ci veniva 
proprio dal cielo." 

Abbiamo iniziato questo Capitolo con quello che poteva apparire 
un ardito volo lirico di un grande finanziere americano, Frank Vander- 
lip, ma che altro non era se non la constatazione di una possente realtà; 
ci piace chiuderlo con un altro volo lirico — ancor più solenne constata- 
zione dello sforzo titanico compiuto dall'America durante la guerra mon- 
diale — del più equilibrato, colto e brillante pubblicista che onori la Stam- 
pa italiana; abbiamo detto Rastignac, l'Avv. Vincenzo Morello. In 
un articolo veramente magistrale, di pretto sapore carducciano, apparso 
nell'autorevole Tribuna di Roma del 4 Luglio 1918, in occasione dell'an- 
niversario dell'Indipendenza Americana che celebravasi con solennità in 
tutta Italia, Rastignac così scriveva: 

". . . . Per far presto, e arrivare in venti giorni a Parigi, (la Ger- 
mania) invase e distrusse il Belgio; e dalle ceneri del Belgio sorse la 
guerra dell'Inghilterra. Per far presto, ed affamare e terrorizzare le Po- 
tenze dell'Intesa, intensificò la campagna dei sottomarini, e dal vortice 
in cui annegavano le donne e i fanciulli innocenti sorse la guerra degli 
Stati Uniti. L'epopea — perchè anche questa guerra avrà nel profondo 
avvenire la sua epopea — trarrà una meravigliosa ispirazione di canto 
per la gloria degli Stati Uniti dalla improvvisa creazione degli eserciti 
al lamento e al grido di dolore delle donne e dei fanciulli imploranti 
dal fondo del mare la giusta vendetta contro il tradimento della Germa- 
nia. E i cavalieri erranti dei nostri poemi cederanno le loro lance e i 
loro cavalli alati ai fratelli d'America, perchè proseguano nel campo 



32 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

dell'arte la loro gesta gloriosa per la protezione dei deboli e degli op- 
pressi e per la punizione dei rei. E l'Ariosto e il Tasso abbandoneranno 
lieti il loro primato ai cantori del nuovo mondo. 

"Perchè, dove mai si era vista, prima, nella storia una spedizione 
così perfettamente ideale e così idealmen'e perfetta come questa che 
compiono i nostri Alleati d'America in Europa? 

"I Crociati che andavano a liberare il Santo Sepolcro non dispone- 
vano che della loro fede e della loro miseria. I primi soldati di Napo- 
leone, che uscivano a portare la libertà oltre le Alpi, non disponevano 
che del loro coraggio e delle loro bandiere. Ma gli Americani mettono 
a disposizione dell'Europa e della libertà delle genti tutta la loro ric- 
chezza, fino all'ultimo soldo, tutte le sorgenti della loro attività, fino 
all'ultima stilla, tut'a la loro vita, fino all'ultimo palpito. Nessun limite 
nella generosità dei mezzi materiali e dei mezzi morali; nessun limite 
negli aiuti e nei sacrifizi: una vera leva in massa, non di un popolo 
soltanto, ma di tutto un mondo, che par non abbia fino ad oggi lavorato 
e speculato e non si s'a accresciuto e fortificato che per potersi alfine 
tutto spendere e prodigare, nella categorica dell'ideale, per il trionfo del 
diritto, e per la più salda riorganizzazione nel diritto delle società scon- 
volte dalla guerra. Una gesta di cavalleria, con profondo sentimento 
democratico, e con fine politico e morale — ecco la figurazione che la 
storia riterrà della partecipazione degli Stati Uniti nel grande conflitto 
europeo. E questa figurazione rimarrà nella fantasia, oltre che nella 
memoria, come la rosea illuminazione di un'aurora sulla disperazione di 
un incubo. Noi non vediamo l'avvenire che sotto l'illuminazione di 
quell'aurora." 



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La gigantesca invasione 

Cento anni di immigrazione: dal 1820 al 1Q19 



LA COMETA DI HALLEY E L'IMMIGRAZIONE. 

Nel 1910, allorché l'attenzione dei popoli fu attratta sulla riappa- 
rizione della famosa cometa di Halley, un giornale di New York, il Sun, 
rievocò alcuni fra i più grandi eventi storici che, nel progresso dei seco- 
li, coincisero con l'apparizione della celeste abitatrice. Fra questi eventi 
l'autorevole giornale ricordava l'invasione dell'Italia effettuata dagli 
Unni, nel 373 dell'era volgare; quella della stessa Italia e della Gallia 
compiuta da Attila, flagellum Dei, nel 451, e quella dell'Inghilterra ad 
opera dei Sassoni, e dello stabilimento ivi del lo''o regno, nel 530. Inoltre 
il fatto che la riapparizione della cometa provocò lo scompiglio dei Sas- 
soni e la riscossa dei Normanni, nel 1066, molto probabilmente facilitò 
pure il successo dell'invasione dell'Inghilterra da parte di Guglielmo il 
Conquistatore. E. non ultimò fra gli eventi d'importanza mondiale, 
l'inizio della colonizzazione dell'America del Nord, da parte degli Ingle- 
si, coincise appunto con la riapparizione della famosa cometa nel 1607. 

Allorché questa si ripresentò agli abitanti della Terra, nel 1910, si 
effettuava una delle più notevoli e, sotto molti aspetti, una delle più 
gigantesche invasioni di un paese, da parte di popoli di paesi stranieri, 
che la storia abbia mai registrato. Fu appunto nel maggio di quell'anno, 
allorché la riapparizione della cometa sulla volta celeste veniva annun- 
ziata dagli astronomi, che ben 155.000 individui appartenenti a razze 
diverse e di differenti paesi del mondo entravano negli Stati Uniti, e in 
tutto l'anno fiscale 1909-10 ne giungevano ben 1.041.570. Vero é che in 
tre anni precedenti, nel 1905, nel 1906 e nel 1907, ne erano giunti, ri- 
spettivamente, 1.026.499; 1.100.735 ed 1.285.349; ma, dopo la grave 
crisi finanziaria scoppiata verso la fine del 1907 e protrattasi per pa- 
recchi mesi, non si riteneva che il totale degli immigranti potesse di 
nuovo, a sì breve distanza, superare il milione, com'ebbe a verificarsi 
appunto nel 1910. Non per nulla riappariva in quell'anno la famosa 
cometa di Halley, apportatrice di grandi eventi ! . . . 

CENTO ANNI DI IMMIGRAZIONE: DAL 1820 AL 1919. 

Dal 1820 — l'anno in cui si iniziò la raccolta ufficiale di dati stati- 
stici sull'immigrazione negli Stati Uniti — sino all'anno fiscale termina- 



34 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

to col 30 giugno 1919, furono ammesse nel territorio della Repubblica 
Stellata ben 33.200.103 persone provenienti da tutte le parti del mondo. 
Seguiamo, avendo a base le cifre forniteci dai rapporti ufficiali, lo svi- 
lupparsi ed il progredire, nel periodo di cento anni, della maravigliosa, 
gigantesca invasione. 

Nei primi 25 anni. cioè, dal 1820 al 1845. le correnti immigratorie, 
pur aumentando gradualmente quasi ogni anno, non raggiunsero pro- 
porzioni di notevole importanza. Il primo influsso di immigranti, di im- 
portanza veramente eccezionale, si verificò nella decade dal 1845 al 
1854, allorché da un totale di 114.000 nel primo anno, si giunse ad un 
totale di circa 428.000 nell'ultimo, dovuto in massima parte alla carestia 
in Irlanda ed alla rivoluzione in Germania; quindi occorse un periodo 
di depressione causata dalla Guerra Civile fra gli Stati del Nord e queili 
del Sud per l'abolizione della schiavitù. Ristabilita la pace nel 1865, 
nell'anno successivo si ebbe subito un nuovo, grande aumento; quindi 
una nuova diminuzione, dal 1875 al 1879, a causa delle condizioni eco- 
nomiche non soddisfacenti in gran parte dell'Unione^ e dal 1880 un re- 
pentino, enorme aumento, che raggiunse la cifra di circa 789.000 immi- 
granti nel 1882. Molteplici cause contribuirono a questo influsso che non 
aveva avuto precedenti negli annali dell'immigrazione, e, fra queste, il 
ritorno della prosperità negli Stati Uniti; una terribile crisi economica 
in Germania, che aveva costretto ben 250.000 individui a prendere la 
via dell'esilio nel solo anno 1882; un movimento più intenso nell'immi- 
grazione dai paesi della Scandinavia, e, finalmente, l'inizio di forti cor- 
renti immigratorie dall'Italia. dall'Austrià-Ungheria e dalla Russia. Se- 
guirono circa due decadi di alti e bassi a causa di repentini mutamenti 
nelle condizioni economiche degli Stati Uniti e specialmente per la gra- 
vissim.a crisi scoppiata improvvisamente nel 1893. sotto l'amministra- 
zione del Presidente Cleveland, ed i cui effetti sul fenomeno immigra- 
torio si fecero sentire per parecchi anni. Questo lungo periodo è partico- 
larmente interessante dal punto di vista dell'immigrazione per il fatto 
che, durante esso, diminuirono rapidamente le correnti immigratorie 
dal noid e dall'ovest d'Europa, che avevano fornito il 71 per cento di im- 
migranti nel 1882 ed erano scese al 21 per cento nel 1902; ed aumenta- 
rono enormemente le correnti dal sud e dall'est del continente europeo, 
che avevano fornito soltanto l'il per cento nel 1882 ed erano salite 
al 75 per cento nel 1902. Da quest'anno l'aumento continuò vertiginoso 
sino a raggiungere il totale di 1.285.349 immigranti nel 1907; si ebbe 
una nuova diminuzione nei due anni successivi, a causa della crisi fi- 
nanziaria, ed un nuovo aumento, sino a raggiungere la cifra di 1.218.480 
nel 1914. Nell'agosto di quell'anno scoppiò la tremenda conflagrazione 
mondiale e l'immigrazione precipitò improvvisamente sino a scendere, 
nel 1918. al più basso totale che si sia mai avuto dal 1862 ad oggi. 

La Tavola a pagina 35 dà le cifre esatts, desunte dalle statistiche 
raccolte dal Governo di Washington, sul totale degli immigranti ammes- 
si negli Stati Uniti nel periodo di 100 anni, dal 1820 al 1919. 



LA GIGANTESCA INVASIONE 



35 



L'Immipzione negli Stati Uniti in 100 Anni 

dal 1820 al 1919 



Periodo 


Popola- 
zione 


Immi- 
grazione 


Periodo 


Popola- 
zione 


Immi- 
grazione 


Anno finito 

il 30 sett. : 

1820 


9.638.453 


8.385 

9.127 

6.911 

6.354 

7.912 

10.199 

10.837 

18.875 

27.382 

22.520 

23.322 

22.633 

60.482 

58.640 
65.365 
45.374 
76.242 
79.340 
38.914 
68.069 
84.069 
80.289 
104.565 

52.496 

78.615 
114.371 
154.416 
234.968 
226.527 
297.024 
Sin nod 


Anno finito 

il 30 giugno 

1864 




191.114 


1821 


1865 




180.339 


1822 




1866 




332.577 


1823 




1867 




303.104 


1824 




1868 




282.189 


1825 




1869 




352.768 


1826 




1870 


38.558.371 


387.203 


1827 




1871 


321.350 


1828 




1872 




404.806 


1829 




1873 




459.803 


1830 


12.866.020 


1874 




313.339 


1831 


1875 




227.498 


IO ott. 1831 fino 


1876 


169.986 


al 31 die. 1832 




1877 


* 


141.857 


Anno finito 




1878 




138.469 


il 31 die. 


1879 




177.826 


1833 


1880 


50.155.783 


457.257 


1834 




1881 


669.431 


1835 




1882 




788.992 


1836 




1883 




603.322 


1837 




1884 




518.592 


1838 




1885 




395.346 


1839 




1886 




334.203 


1840 


17.069.453 


1887 




490.109 


1841 


1888 




546.889 


1842 




1889 





444.427 




1890 


62.947.714 


455.302 


al 30 sett 1843 




1891 


560.319 






1892 




579.663 


il 30 sett.: 


1893 




439.730 


1844 


1894 




285.631 


1845 




1895 




258.536 


1846 




1896 




343.267 


1847 




1897 




230.832 


1848 




1898 /. . . 




229.299 


1849 




1899 




311.715 


1850 


23.191.876 


1900 


75.994.575 

77.770.408 

80.385.851 

82.923.481 

83.725.011 

85.362.718 

87.000.419 

88.638.133 

90.275.841 

91.913.549 

93.551.257 

95.188.962 

96.826.667 

98.464.374 

100.102.081 

101.739.788 

103.377.495 

105.015.203 

106.652.911 

108.405.738 

Totale. .. 


448.572 


lo ott. fino al 




1901 


487.918 


31 die. 1850 




59.976 1 


1902 


648.743 






379.466 
371.603 
368.645 
427.833 
200.877 
195.857 

112.123 


1903 


857.046 


il 31 die. 


1904 


812.870 


1851 


1905 


1.026.499 


1852 




1906 


1.100.735 


18=13 




. . . . . '. . . . 


1907 


1.285.349 


1854 


1908 


782.870 


1855 


1909 


751.786 


1856 




1910 


1.041.570 






1911 


878.587 


al 30 giugno 1857 


1912 


838.172 








1913 


1.197.892 


il 30 giugno 
1858 


i 


1914 


1.218.480 




191.942 
129.571 
133.143 
142.877 
72.183 
132.925 


1915 


326.700 


1859 




1916 


298.826 


1860 




31.443.321 


1917 


295.403 


1861 


1918 


110.618 


1862 




1919 


141.132 


1863 














33.200.103 



Nota. — Secondo gli ultimi dati statistici, dal l.o Luglio 1919 al 30 Giugno 1920 
furono ammessi negli Stati Uniti 430.001 immigranti. 



36 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Se esaminiamo i diversi paesi che ne fornirono il più gran numero 
durante tale periodo, troviamo che, sul principio, il merito spetta al 
Regno Unito. La Germaria mandò, nel 1820, meno di 1.000 immigranti; 
ma, poco dopo, il movimento immigratorio da quel paese aumentò co- 
stantemente. Durante il cinquantennio 1840-1890 v'è quasi una ininter- 
rotta uniformità nei dati statistici delle correnti immigratorie dalle due 
nazioni, quantunque l'influsso dal Regno Unito, specialmente dall'Irlan- 
da, raggiungesse il suo più alto vertice nel 1851 e quello dalla Germa- 
nia non prima del 1882. Durante i 25 anni che precedettero la guerra 
mondiale, l'immigrazione dalla Germania fu scarsa ed uniforme, mentre 
quella proveniente dal Regno Unito continuò ad essere considerevole e 
varia. L'immigrazione dai paesi della Scandinavia si sviluppò più len- 
tf.mente, ma dal 1880 al 1900, ed anche più tardi, essa raggiunse pro- 
porzioni notevoli. Le correnti immigratorie provenienti dall'Italia, dal- 
l'Austria-Ungheria e dalla Russia si svilupparono quasi contemporanea- 
mente e dal 1900 in poi esse offuscarono completamente quelle di tutti 
gli altri paesi. 

1 seguenti dati statistici offrono un mezzo opportuno di compara- 
Eione delle correnti immigratorie delle sei principali fonti di provenien 
za, nel periodo di ICO anni, dal 1820 al 1919: 

Provenienza Immigranti Percentuale 

Regno Unito 8.205.675 24.7 

Germania 5.494.539 16.6 

Italia 4.100.740 12.4 

Austria-Ungheria 4.068.448 12.3 

Russia ' 3.3 11 .400 10.0 

Scandinavia 2.134.414 6.4 

Altri Paesi 5.884.887 1 7.7 

RAZZE E NAZIONALITÀ'. 

Secondo il censimento nazionale del 1910 (1) v'erano negli S. U. 
13.500.000 persone nate in paesi stranieri II più largo contributo era 
dato dalla Germania; veniva poi la Russia, quindi l'Irlanda e l'Italia, ri- 
spettivamente al terzo e quarto posto, il numero totale della prima su- 
perando quello della seconda per meno di 10.000 individui; al quinto 
posto era l'Austria, al sesto il Canada: al settim.o l'Inghilterra; all'ottavo 
la Svezia ;-rUngheria al nono ed al decimo la Norvegia; e venivano in- 
fine tutte le altre nazionalità rappresentate da un minor numero di im- 
migranti: la Scozia, il paese di Galles, la Danimarca, l'Olanda, il Belgio, 
il Lussemburgo, la Svizzera, il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Fin- 
landia, la Romenia, la Bulgaria, la Serbia, il Montenegro, la Turchia, la 
Grecia, Cuba, le Indie Occidentali, il Messico, le repubbliche dell'Ame- 
rica Centrale e quelle dell'America Meridionale, il Giappone, la Cina, 

(1) Alla vigilia di licenziare alle stampe questo volume, i dati statistici del censi- 
mento del 1920 non erano ancora completamente resi noti. N. delI'A. 



LA GIGANTESCA INVASIONE 



37 




38 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

l'India, l'Asia, l'Africa, l'Australia, le isole dell'Oceano Atlantico, quelle 
del Pacifico e gli altri paesi non singolarmente specificati nei dati del 
censimento. 

Una idea dell'aumento enorme, gigantesco dell'elemento straniero 
nella popolazione degli Stati Uniti si può avere comparando i dati stati- 
stici del censimento del 1910 con quelli del 1850. Nel 1850 il totale della 
popolazione straniera era di 2.245.000; nel 1910 era di 13.516.000. Qua- 
le differenza in soli 60 anni e come essa sarà più accentuata col censi- 
mento del 1920, il quale dovrà tener conto di un rilevante numero di 
stranieri arrivati nell'ultima decade!... Ecco i dati: 

Paese di nascita 1910 1850 

Germania 2.501.000 584.000 

Russia 1.732.000 1.414 

Irlanda 1.352.000 962.000 

Italia 1.343.000 3.645 

Canada 1.205.000 148.000 

Austria 1.175.000 946 

Inghilterra 878.000 279.000 

Svezia 665.000 3.559 

Ungheria 496.000 

Norvegia 404.000 13.000 

Scozia 261.000 * 71.000 

Messico 222.000 13.000 

Danimarca 182.000 1.838 

Svizzera 125.000 13.000 

Olanda 120.000 10.000 

Francia 117.000 54.000 

Grecia 101.000 86 

Paese di Galles 82.000 30.000 

Belgio 49.000 1.313 

Spagna 22.000 3.113 

Altri paesi 485.000 52.000 

Totale 13.516.000 2.245.000 

FORME POLITICHE, RELIGIONI, LINGUE. 

Politicamente, questo ingente numero di stranieri — cioè non na- 
turalizzati — viventi negli Stati Uniti, secondo le statistiche del 1910, 
provenivano da paesi governati da re, da imperatori, da czar, da sultani, 
da mikado, da scià e da presidenti; da paesi, cioè, politicamente orga- 
nizzati in tutte le molteplici forme che vanno dalla monarchia assoluta 
alla repubblica. 

Dal lato religioso, essi erano seguaci di credi diversi : del Prote- 
stantesimo in tutte le sue varie denominazioni, della Chiesa Cattolica 
Romana e della Greca Ortodossa, del Giudaismo, del Maomettismo, del 



LA GIGANTESCA INVASIONE 39 

Buddismo. dell'Islamismo, della setta di Confucio e di tante altre sette 
dai nomi più strani e piìi bizzarri. 

Linguisticamente, essi erano Tedeschi, Olandesi, Scandinavi (Da- 
nesi, Svedesi e Norvegesi), Fiamminghi^ Inglesi, Gaelic (Irlandesi), 
Slavi (Russi, Serbo-Croati, Polacchi e Boemi), Latini (Italiani, France- 
si, Spagnuoli, Portoghesi, Romeni), Greci, Albanesi, Lituani, Lettoni, 
Finlandesi, Armeni, Persiani, Yiddish (Semiti) Turchi, Magiari, Cinesi, 
Giapponesi, Coreani, Messicani, Spagnuoli-Americani, Portoghesi-Ame- 
ricani, ed altri ancora, facienti parte di altri gruppi di popoli distinti se- 
condo la lingua ed i dialetti da essi parlati. 

E a tutti — a tutti i moralmente degni, i fisicamenie capaci — 
l'America apre con generosità le sue porte, ammettendo tutti a far parte 
della sua grande famiglia, dando a tutti l'opportunità, col diritto di citta- 
dinanza, di partecipare alla vita pubblica, di conseguire il benessere 
individuale e collettivo, di cooperare al raggiungimento di ogni più alto 
ideale umano. 

L'IMMIGRAZIONE IN RAPPORTO ALL'AUMENTO 
DELLA POPOLAZIONE. 

Secondo i dati del censimento del 1920, non ancora definitivi, la 
popolazione degli Stati Uniti si è accresciuta, dal 1820, di circa 97 
milioni. 

Sino allo scoppiare della guerra mondiale gli effetti dell'immigra- 
zione sull'aumento della popolazione furono abbastanza notevoli, giun- 
gendosi perfino al 50 per cento nella decade I900-I910. Nell'ultima deca- 
de, 1910-1920, la percentuale si può ritenere superiore al 40 per cento, 
ma le autorità di Immigrazione sono d'avviso che, se non fosse interve- 
nuta la guerra, la percentuale per quest'ultima decade sarebbe stata 
molto superiore a quella della decade precedente. 

Dal 1820 al 1830 il numero degli immigranti giunti negli Stati 
Uniti contribuì con meno dell'I per cento all'aumento della popolazions: 
gli immigranti furono 143.439 e la popolazione aumentò di 3.227.567. 

Nella decade seguente, 1830-1840, la percentuale raggiunse il 12 
per cento, il censimento del 1840 mostrando una popolazione di 17.069.- 
453, con un aumento di 4.203.433 abitanti sulla decade anteriore, men- 
tre, durante lo stesso periodo, vennero ammessi negli Stati Uniti 599.125 
immigranti. 

Nella decade finita col 1850, la popolazione aumentò di 6.122.423, 
mentre l'immigrazione raggiunse un totale di 1.713.251, con una contri- 
buzione di poco più del 16 per cento. 

Nei dieci anni terminati col 1860, l'aumento della popolazione fu 
di 8.251.445, mentre il numero degli immigranti fu di 2.598.214, cioè, 
poco più del 25 per cento nell'aumento stesso. 

Nella decade successiva, 1860-1870, la popolazione aumentò di 
7.155.050 e il totale dell'immigrazione fu di 2.314.824, contribuendo, 
essa, col 28 per cento all'aumento della popolazione. 



40 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

La percentuale diminuì durante i dieci anni terminati col 1880, 
raggiungendosi in quel periodo un aumento straordinario nella popola- 
zione. Difatti tale aumento fu di 11.597.412 abitanti, mentre il totale 
dell'immigrazione fu di 2.812.191, con una percentuale di meno del 19 
per cento. 

Nella decade terminata col 1890 la percentuale dell'immigrazione 
nell'aumento della popolazione si accrebbe di nuovo: il totale degli im- 
migranti fu di 5.246.613, cioè, circa il 42 per cento, e l'aumento della 
popolazione fu di 12.791.931. 

Una nuova, sensibile diminuzione nell'influsso immigratorio si 
ebbe nella decade successiva, 1890-1900, rappresentando esso soltanto 
il 23 per cento nell'aumento della popolazione. Questa si accrebbe di 
13.046.861, mentre il numero degli immigranti ascese a 3.844.420. 

Nei dieci anni seguenti, 1900-1910, mentre l'aumento della popola- 
zione fu quasi uguale che nella decade precedente, si verificò uno stra- 
ordinario aumento nel totale degli immigranti, che ascesero a 
ben 8.795.386. 

Infine, secondo dati non ancora precisi e definitivi al momento in 
cui questo libro sta per esser licenziato alle stampe, si prevede che nella 
decade 1910-1920 si avrà un aumento approssimativo di 14.000.000 di 
abitanti e che il numero complessivo degli immigranti sarà, pure in 
linea approssimativa, di 6.100.0CO. La percentuale dell'immigrazione 
nell'aumento della popolazione sarà dunque di circa il 43 per cento? 
tutt'altro che occess'va, se si consideri che dal 1914 al 1919, se gli 
orrori della guerra non si fossero fatti sentire sul mondo intero, parecchi 
altri milioni di individui avrebbero, probabilmente, varcato l'oceano per 
fare di questo Paese la loro seconda patria. 



L'Immigrazione Italiana 

dal 1870 al 1920 



LA GIOVINEZZA E LA IMPETUOSITÀ' 
DELLA NOSTRA IMMIGRAZIONE. 

I primi dati statistici ufficiali dell'emigrazione italiana risalgono 
appena al 1876; ma già molti anni prima che se ne iniziasse la compi- 
lazione, verso la metà del secolo scorso, i Liguri e, in piccola parte, gli 
abitanti del versante alpino dalle Rezie alle Marittime, come i Comaschi 
e i Bergamaschi, fornivano un discreto contingente all'emigrazione trans- 
oceanica, la quale incomincia ad accentuarsi dopo il ISGO, assumendo 
qua e là forma e importanza di fenomeno di massa. La tendenza per 
l'emigrazione negli Stati Uniti si delinea intomo al 1870 — anno in 
cui sbarcarono nei porti dell'Atlantico 2.893 immigranti italiani, secondo 
i "reports" del Bureau of Immigration — e si afferma ben presto la 
maggiore potenzialità di sviluppo che essa presenta, come è mostrato 
dal maggiore suo accrescimento alla distanza di un solo decennio, rag- 
giungendo nel 1880 la cifra di 12.354 immigranti e, appena due anni 
dopo, nel 1882, arrivando a quella di 32.160, sino a prendere, negli anni 
successivi, sempre più vaste, gigantesche proporzioni. 

La Tavola a pag. 43 permette di abbracciare in un colpo d'occhio 
l'intero movimento immigratorio ital'ano nel periodo di un secolo. 

Vediamo emergere limpidamente la giovinezza e la impetuosità della 
nostra corrente immigratoria in questo Paese. Essa, che dal 1820 al 
1870, si era contenuta in proporzioni relativamente limitate, d'un trat- 
to, nel 1900, si eleva ad oltre 100.000 (100.135 individui) ; nell'anno suc- 
cessivo a 135.996; nel 1902 a 178.375, e nel 1903 sbalza a ben 230.632. 
Nel 1904 diminuisce, ma lievemente (193.296), per salire di nuovo, nel 
1905, a 221.479; e più ancora, nel 1906, a 273.120 e, nel 1907, all'enor- 
me totale di 285.731. Verso la fine del 1907 sopraggiunge improvvisa la 
crisi finanziaria e l'immigrazione dall'Italia, come da ogni altro paese, 
subisce un lieve rallentamento; ma riprende la sua impetuosità nel 1910 
con 223.453 immigranti; ascende, nel 1913, a 284.147 e nel 1914 rag- 
giunge il suo vertice massimo con 296.414. Nel 1914 scoppia il tremen- 
do conflitto mondiale ed i porti degli Stati Uniti sono d'un subito quasi 
disertati dalle masse immigratorie: cessano di botto le correnti dagli 
Imperi Centrali e dalla Russia e si assottigliano, sino a divenire quan- 
tità trascurabili, quelle provenienti da altri paesi. L'Italia manda in 



42 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

America, nel 1915. soltanto 57.210 immigranti; 38.814 nel 1916 e 38.950 
nel 1917. Nel 1918 gli immigranti italiani sono appena 6.308 e nel 1919, 
l'anno che seguì immediatamente la cessazione delle ostilità, essi sono 
3.3731. . . Ma l'ascensione riprende improvvisamente nel 1920, nel qua- 
le anno l'Italia manda agli Stati Uniti ben 97.800 immigranti, di cui 
12.918 provenienti dalle regioni del Nord e 84.882 provenienti dal Sud. 
Un fatto notevole nella storia dell'immigrazione italiana agli Stati 
Uniti si verifica nel dicembre 1920: mentre il Congresso di Washington 
discute se convenga o non ricorrere ad altre leggi restrittive dell'immi- 
grazione, a causa di una minacciata crisi economica e per evitare l'en- 
trata nei porti americani di immigranti politicamente non desiderabili, 
il Governo Italiano sospende, dal 15 dicembre 1920, il rilascio dei pas- 
saporti a coloro che intendono emigrare agli Stati Uniti. La disposizione 
draconiana permane mentre questo libro sta per essere licenziato alle 
stampe. 

LE PRIME CORRENTI DALL'ITALIA SETTENTRIONALE. 

L'Italia nuova, sorta per la pressione diretta e indiretta dei bisogni 
economici (che erano anche politici) delle sue grandi zone, trovò — 
nota giustamente il Coletti (1) — maggiore la sofferenza popolare nel 
Mezzogiorno che non nel Settentrione, ma più adatto l'ambiente (via- 
bilità, scambi, relazioni, tradizioni di certe emigrazioni alpine) in que- 
sto che non nell'altro, il quale poteva dirsi, in gran parte, nuovo ai viag- 
gi, ai rischi in terre lontane, alle iniziative faticose e ardite. Naturale 
che le prime emigrazioni partissero dalle regioni del Nord, die ne ave- 
vano maggiori attitudini, che trovavano nel porto di Genova maggiore 
facilità per recarsi oltre l'Oceano. Le prime statistiche ci hanno infatti 
attestato le maggiori quote settentrionali. Ma la vigorosa potenzialità 
dello sviluppo economico, massimamente industriale, con l'andare degli 
anni, non tardò a produrre i suoi benefici effetti sulle classi lavoratrici. 
Esso riassorbì localmente un gran numero di lavoratori, a cui apprestò 
occasioni di riadattamento in paese, più convenienti, cioè meno dolorose, 
frenando così lo sviluppo dell'emigrazione stessa. 

Nel Mezzogiorno, invece, la popolazione in sulle prime non si indi- 
rizzò per la via dell'emigrazione, nonostante l'esuberanza e la miseria 
delle masse rurali. Mancava, oltre che ogni preparazione morale, l'am- 
biente adatto, come vie. comunicazioni, tradizioni. Ma un po' per volta 
si cominciò a formare l'ambiente colle vie e le comunicazioni aperte e 
col diffondersi molteplice e capillare della nuova civiltà. Sorte le prime 
emigrazioni, il fenomeno trovò assecondamento speciale in certe condi- 
zioni della popolazione, massime nell'accentramento in grosse borgate, 
ed ebbe in sé stesso, come è sua natura, uno stimolo quanto mai potente 
di diffusione e di accrescimento. Lo svolgersi delle vie di navigazione 



(1) FRANCESCO COLETTI — Dell'Emigrazione Italiana. — Ulrico Hoepli, Editore; 
Milano, 1012. — • L'Autore ha fatto tesoro di questo importantissimo libro del Coletti, uno 
dei maestri insigni in materia di emigrazione, per considerazioni e dati contenuti nel pre- 
sente Capitolo. 



L'IMMIGRAZIONE ITALIANA DAL 1870 AL 1920 



43 



L'mmìpìone taìana negì Stati Unìt da 1820 a 1920 


secondo i Reports of the Bureau 


of Immigration in Washington, D. C. 


Anni 


Numero 


Anni 


Numero ! Anni 


Numero 


Fiscali 


di Immigrati 


Fiscali 


di Immigrati | Fiscali 


di Immigrati 


1820 


30 


1854 


1.263 


1888 


51.558 


1821 


62 


1855 


1.052 


1889 


25.307 


1822 


35 


1856 


1.365 


1890 


52.003 


1823 


33 


1857 


329 


1891 


76.055 


1824 


45 


1858 


1.414 


1892 


61.631 


1825 


75 


1859 


1.051 


1893 


72.145 


1826 


57 


1860 


920 


1894 


42.977 


1827 


35 


1861 


954 


1895 


35.427 


1828 


34 


1862 


621 


1896 


68.060 


1829 


23 


1863 


514 


1897 


59.431 


1830 


9 


1864 


694 


1898 


58.613 


1831 


28 


1865 


594 


1899 


77.419 


1832 


3 


1866 


1.318 


1900 


100.135 


1833 


1699 


1867 


1585 


1901 


135.996 


1834 


104 


1868 


1.549 


1902 


178.375 


1835 


61 


1869 


1.489 


1903 


230.632 


1836 


115 


1870 


2.893 


1904 


193.296 


1837 


36 


1871 


2.816 


1905 


221.479 


1838 


86 


1872 


4.190 


1906 


273.120 


1839 


84 


1873 


8.757 


1907 


285.731 


1840 


37 


1874 


7.667 


1908 


135.247 


1841 


179 


1875 


3.631 


1909 


190.398 


1842 


100 


1876 


3.017 


1910 


223.453 


1843 


117 


1877 


3.195 


1911 


189.940 


1844 


141 


1878 


4.344 


1912 


162.273 


1845 


137 


1879 


5.791 


1913 


284.147 


1846 


151 


1880 


12.354 


1914 


296.414 


1847 


163 


1881 


15.401 


1915 


57.210 


1848 


241 


1882 


32.160 


1916 


38.814 


1849 


209 


1883 


31.792 


1917 


38.950 


1850 


431 


1884 


16.510 


1918 


6.308 


1851 


447 


1885 


13.642 


1919 


3.373 


1852 


351 


1886 


21.315 


1920 


97.800 


1853 


555 


1887 


47.622 







44 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



ed il loro buon mercato fecero il resto. La sofferenza antica, resa anche 
più irrequieta e cosciente man mano che si facilitava il mezzo, potè con- 
cretarsi nel bisogno e nel fatto dell'emigrazione con quote sempre più 
alte, certo fra le più elevate d'Europa. Ciò che per il Settentrione è stata 
la grande industria, per il Mezzogiorno è stata l'emigrazione. In questo 
modo, con questi diversi mezzi, il nuovo regime soddisfaceva gli antichi 
bisogni delle popolazioni. 

Dal Mezzogiorno, per forza di contagio e per il cadere della rilut- 
tanza allo staccarsi dal suolo nativo e affrontare i pericoli dell'espatrio, 
l'emigrazione si allargò alle regioni centrali della penisola, coinvolgendo 
gruppi di popolazione, come i mezzadri, che, meno sofferenti, avevano 
resistito quando il mezzo si rappresentava come troppo doloroso per il 
grado della loro sofferenza. E' appunto il mezzo che reagisce sulla pri- 
ma condizione del bisogno e dà origine, per questa via meno solita, alla 
necessità d'emigrare. 

LE TRE GRANDI ZONE D'EMIGRAZIONE. 

A) LA SETTENTRIONALE. 

Osserviamo brevemente le tre grandi zone d'emigrazione: la Set- 
tentrionale, la Centrale e la Meridionale, e ciascuna delle regioni che la 
compongono. 

Nel Piemonte le provincie più emigranti sono quelle più alpestri: 
Cuneo, Novara e Alessandria. Le cause sono oggettive e soggettive. Og- 
gettive: scarsa fertilità del suolo, frazionamento eccessivo della proprie- 
tà, mancanza di lavoro nella lunga stagione invernale; soggettive: abi- 
tudine alle fatiche e alle durezze della vita, desiderio di guadagnare per 
acquistare e arrotondare la proprietà. Nei primi tempi l'emigrazione 
transoceanica mise in pensiero autorità e proprietari ; poi venne il ri- 
sveglio industriale, che ebbe per effetto quasi immediato di limitare 
l'emigrazione, la quale però seguita a dare quote discrete, per quanto 
oscillanti. 

La Liguria è paese marinaro e di antiche correnti migratorie, ma 
non di emigrazione a larghe masse. I Liguri emigrano per lo più indi- 
vidualmente per i loro traffici, per le loro intraprese. Lo sviluppo gran- 
dioso del porto di Genova ha offerto impiego a molte persone. Molte 
altre trovano lavoro e bene retribuito, anche perchè le organizzazioni 
operaie sono tenaci e fiorenti, negli stabilimenti e nei cantieri sorti nu- 
merosi in parecchie zone, come nella valle della Polcevera. Gli emi- 
granti provengono generalmente dalle parti montuose della regione. 

La Lombardia è la regione del grande urbanismo, ed è quella che 
ha dato vita alla ricchezza industriale che tutti ammiriamo. Essa dà 
scarso contingente all'emigrazione: dalla ampia e ricca valle del Po^ 
che è una fortunata via del commercio e vanta un'agricoltura intensa, si 
emigra molto meno che non dalla parte alta e montuosa. 

Nel Veneto si ha il culmine della emigrazione temporanea diretta 
ai paesi continentali dell'Europa: Austria, Ungheria, Germania, Sviz- 



L'IMMIGRAZIONE ITALIANA DAL 1870 AL 1920 



45 




46 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

zera, ecc. L'emigrazione transoceanica è data specialmente dalle provin- 
cia di Udine, Belluno e Rovigo. La provincia di Venezia non offre cam- 
po all'emigrazione, anzi attira un discreto numero d^ lavoratori dai pae- 
si vicini. La consuetudine del mare non sembra spingere più i Venezia- 
ni neppure nelle terre che colonizzarono e dominarono. 

B) LA CENTRALE. 

Passiamo all'Italia Centrale: è zona vasta e molto varia. In essa si 
vuol comprendere anche l'Emilia, una parte della quale, la superiore, 
ha molto più i caratteri dell'Italia settentrionale che non della media. 
Nell'Italia Centrale domina sovrana, da tempo immemorabile, la mezza- 
dria. E' questa un contratto, che, di solito, non spinge a contrasti acuti 
fra proprietari e contadini e che, sotto tale aspetto, è un freno all'emi- 
grazione, massime transoceanica. Ma nelle Marche e nell'Umbria sono 
numerosi i fondi poco redditizi : i mezzadri allora si indebitano col pa- 
drone; è questa l'occasione per abbandonare padrone e "spelonca" (co- 
me si designa per disprezzo un fondo cattivo) e per emigrare. 

Nell'Emilia le provincia più migratrici sono Modena, Parma, Pia- 
cenza; pochi emigranti provengono dalla Romagna. La Toscana dà note- 
vole emigrazione dalla alpestre provincia di Massa-Carrara, dove esisto- 
no numerosi cavatori di marmo che non guadagnano abbastanza e che 
vivono accentrati, comunicandosi il contagio migratorio, e dalla provin- 
cia di Lucca, famosa per la sua emigrazione antica, composta, come è 
noto, di gente intraprendente, fra cui famosi i figurinai; che, anche gio- 
vanetti, girano il mondo a portare una modesta nota d'arte a un invero- 
simile buon mercato. Le Marche sono la regione media a più intensa 
emigrazione transoceanica. L'emigrazione di importanza sociale vi co- 
minciò tardi, ma, iniziatasi, crebbe rapidamente, anche perchè trovò le 
vie già aperte e ben tracciate. La provincia di Macerata, che conta zone 
poco fertili, ha l'emigrazione transoceanica più elevata. L'Umbria, con 
scarsa emigrazione transoceanica, cominciò molto tardi a mandare fuori 
i propri figli. Anche dal Lazio l'emigrazione transoceanica è recente, 
ma abbastanza intensa. 

C) LA MERIDIONALE. 

L'Italia Meridionale è il grande laboratorio dell'emigrazione trans- 
oceanica e ciò si comprende subito se si riflette alla profondità delle 
sofferenze delle popolazioni del Mezzogiorno, richiedenti adeguato, cioè 
più radicale mezzo di lenimento che non sia l'emigrazione temporanea 
per l'Europa. Le cause prime, e in parte tuttora durevoli, sono: la mise- 
ria dell'agricoltura e dei contadini molto più diffusa e acuta che nelle 
altre regioni d'Italia; l'accrescimento della popolazione generalmente 
elevato ; il fiscalismo di classe esercitato dagli enti locali sopra la povera 
gente e in particolare sopra i contadini e i piccoli proprietari. Miserie 
,e ingiustizie nuove si sovrapposero alle vecchie e crearono uno stato 



L'IMMIGRAZIONE ITALIANA DAL 1870 AL 1920 47 

d'animo popolare da assomigliare, nei primi tempi, al vapore che bolle 
in un recipiente chiuso finché non esplode. Sviluppatasi l'emigrazione, 
alcune delle cause prime sono scomparse o si sono alquanto attenuate. 

Il Molise, in confronto delle tre Provincie degli Abruzzi, rivela subi^ 
to cause più profonde di malessere per la maggiore prontezza con cui 
l'emigrazione, dopo che ebbe a svanire il brigantaggio, insorse e si 
intensificò, verso il 1880. Vengono appresso, per l'intensità dell'esodo, 
le zone montuose degli Abruzzi; si mossero da ultimo, perchè meno di- 
sagiate, le parti pianeggianti dell'una e dell'altra regione. Partirono 
prima gli artigiani ; seguirono i braccianti e poi le altre classi rurali. 
L'emigrazione è, ora, in gran parte, rurale e diretta in America. Si viene 
in America con la stessa indifferenza con cui si va all'Agro Romano per 
accompagnarvi il gregge transumante. 

La Campania presenta grandi differenze d'intensità nell'emigra- 
zione fra provincia e provincia. Causa prima è, ma presentemente solo 
in parte, la miseria dei contadini. La massima emigrazione viene dalla 
montagna; furono i piccoli proprietari coltivatori ad iniziare la corrente. 
In America sono migliaia e migliaia gli immigrati che provengono spe- 
cialmente dalle provincia di Avellino, di Salerno, di Benevento e di 
Caserta; molto minori dalla provincia di Napoli. 

Le Puglie sono finora, del Mezzogiorno, la regione a minore inten- 
sità migratoria, poiché esse hanno centri discretamente industriali. Le 
prime e grosse emigrazioni si ebbero dalla parte montuosa della provin- 
cia di Foggia, dove i contadini sono relativamente troppo densi e le 
terre isterilite. Non manca emigrazione dalla marina di Bari, che pari- 
mente ha una popolazione piuttosto folta. Primi emigrarono gli artigia- 
ni, poi i contadini affittuari e i piccoli proprietari. Rara, specialmente 
in America, é l'emigrazione dalle provincie di Lecce e di Taranto. 

La Basilicata è fra le contrade che rivelano maggiore profondità e 
potenza nelle determinanti dell'emigrazione. Questa, come si sa, è inten- 
sissima e fu una delle prime a manifestarsi e salire ai maggiori vertici 
d'Italia e di ogni paese. La Basilicata é paese in gran parte montuoso e 
di scarsa fertilità naturale, privato sin dai tempi borbonici, e dopo, del- 
la ricchezza naturale che possedeva: i boschi. Interessante è il notare 
che i primi a partire furono i giornalieri e i piccoli fittaiuoli, e che solo 
più tardi si mossero i piccoli proprietari. E' una nota quasi gaia, in mez- 
zo a tanta tristezza, l'emigrazione dei suonatori ambulanti provenienti 
dai comuni della zona montuosa, ad es., da Viggiano, di cui dice la nota 
canzone: L'arpa al collo, son viggianese; tutto il mondo è mio paese. 
Furono appunto questi suonatori d'arpa e di violino ^"avang■.!a^di^^" 
delle grandi schiere che seguirono. Le correnti migratorie sono, ora. 
come un flusso e riflusso fra le native contrade e l'America; l'emigra- 
zione è ormai considerata, per la grande maggioranza, un fatto più che 
semplice e naturale. Darebbe più pensiero recarsi a Firenze o a Mila- 
no ! Ragazze che non sono state mai in America si fiaanzano da lontano 
con giovanotti che sono emigrati. In Basilicata, più che altrove, le coie 



48 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

d'America sono seguite con attenzione e passione: la vittoria del presi- 
dente Taft, ad es., ritenuto sincero amico degli Italiani, fu salutata con 
bande, luminarie, fuochi d'artificio. 

L'emigrazione dalle Calabrie rivaleggia per intensità con quella 
basilisca. Anch'essa cominciò ben presto, specialmente dalla provincia 
di Cosenza e fu, come altrove, fatto nuovissimo. "Da principio — ebbe 
a dicniarare il sindaco di San Fili (circondario di Cosenza) — si partiva 
per miseria ; ora partono anche i piccoli proprietarii per far fortuna". 
Un giovane di Gerace Marina (Reggio Calabria), reduce dall'America, 
esclamava: "Perchè devo restar qui? sarebbe disonesto; qui ho 2 lire, 
in America, ne ho 14". L'emigrazione periodica per l'America è divenu- 
ta in Calabria, come ovunque nell'Italia Meridionale, sempre più fre- 
quente. Dopo Cosenza, la provincia che dà un forte contingente all'e- 
migrazione negli Stati Uniti è quella di Reggio; minore di tutte ne dà 
la provincia di Catanzaro. 

L'emigrazione della Sicilia presenta, anzitutto, questo carattere, che 
accusa subito condizioni particolari: essa è, relativamente, molto recen- 
te, salvo rare eccezioni (i dati statistici mostrano che si è sviluppata 
vigorosamente solo dopo il 1900) ; ma è divenuta ben presto molto in- 
tensa, superando in breve le fasi di sviluppo che altrove hanno richiesto 
parecchi anni di più. Ed essa, approfittando con sagace istinto d'^'ll'espe- 
rienza altrui, ha ben presto dato assoluta preferenza agli Stati Uniti, più 
largamente rimuneratori. I primi ad emigrare furono i braccianti, seguii! 
dai coloni, piccoli affittuari, ecc., e da ultimo, al solito, dai piccoli pro- 
prietari. Le zone più disagiate dell'isola, dove esiste il latifondo e dove 
lo sfruttamento del lavoro è aspro e secolare, sono quelle che ne danno 
i maggiori contingenti. 

Non ci resta che la Sardegna. E' noto che l'emigrazione vi ha as- 
sunto discreta importanza solo di recente, per quanto sia paese povero, 
stremato di risorse e, in molti punti, malarico. Ormai però l'idea di emi- 
grare in America accenna a penetrare negli strati popolari: è la provin 
eia di Cagliari che si mostra più propensa all'emigrazione transoceani- 
ca, specialmente per le condizioni di vita fra le più grame e stentate, 
come nel Campidano. 

DOVE SI DIRIGONO I NOSTRI IMMIGRANTI. 

Non è facile dire, neppure con una relativa approssimazione, quanti 
Italiani vivono negli Stati Uniti. Le statistiche americane, come i!i 
genere per gli immigrati di altre razze e nazionalità, non considerano 
per Italiani i figli di questi nati i'n America o coloro che sono divenuti 
cittadini americani; noi, desiderosi di raggrupparci tutti in una unica 
e compatta collettività che tenga a mantenere, pur attraverso l'inevita- 
bile processo di assimilazione, una fisonomia propria, tentiamo contarci, 
ed i nostri calcoli ci portano a ritenere che gli Italiani, di nascita o di 
discendenza, viventi negli Stati Uniti, non sJano inferiori ai cinque 



L'IMMIGRAZIONE ITALIANA DAL 1870 AL 1920 



49 



milioni. Lo affermò qualche anno fa anche l'On. Nitt', allora Presidente 
del Consiglio dei Ministri. 

Infatti, se consideriamo che, nell'ultimo ventennio, i connazionali 
immigrati, eccettuati i non rilevanti rimpatri, sono stati circa 3 milioni 
e mezzo, e se a ciò aggiungiamo il fatto, tutt'altro che trascurabile, della 
meravigliosa, perenne prolificità della nostra razza, dobbiamo ammet- 
tere che i calcoli non sono punto lontani dal vero e che circa la ven- 




XJn esempio della meravigliosa prolificità della nostra razza è offerto dalla 
fotografia qui riprodotta. La famiglia di un nor.tro connazionale, Michele 
Salso, di New Haven, Conn., fu allietata, nel Maggio 1921, dalla nascita 
di ben guattito bambini, tre maschi ed una femwAna. L'evento, rarissimo, 
giovò a far esaltare dalla stampa americana la sana vigoria della gente 
italica, tutt'altro che proclivs al "suicidio di razza," e procurò ai genitori 
del "quartetto" le più, cordiali congratulazioni ael Presidente Harding. 



50 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

tesima parte della popolazione totale degli Stati Uniti è costituita da 
Italiani immigrati o nelle cui vene scorre sangue italiano. 
^ Secondo recenti dati statistici, più del 70 per cento della popola- 
zione italiana degli Stati Uniti vive nelle regioni bagnate dall'Atlantico, 
cioè, negli Stati di New York, del New Jersey, della Pennsylvania, del 
Massachusetts, del Connecticut, del Rhode Island e del Maine, ma ve 
ne sono anche fortissimi nuclei nell'IUinois, nell'Ohio e in altri Stati 
centrali, nella California e nella Louisiana. 

La città che ha il più gran numero di nostri connazionali — se- 
condo alcuni, più di 800.000, ma la cifra ci sembra alquanto esagerata 
— è New York, la grande Metropoli del Nuovo Mondo, la cui popola- 
zione, secondo l'ultimo censimento del 1920, eguaglia quasi la popola- 
zione di Londra. Non errano perciò coloro che chiamano la Colonia 
italiana di New York la più grande città d'Italia. 

Dopo New York, le città che contengono le più numerose colletti- 
vità italiane sono Chicago e Filadelfia, con una popolazi-.me nostra che 
supera i 120.000 abitanti. Vengono dopo — ripetiamo che le cifre sono 
semplicemente approssimat'Ve, non potendoci' basare su dati statistici 
positivi — Newark, nel New Jersey, con circa 90,000 Italiani ; Cleve- 
land, nell'Ohio, con circa 70,000; Pittsburgh, nella Pennsylvania con 
circa 65,000; Boston, con più di 60,000; San Francisco di California, 
Detroit, nel Michigan, e New Haven, nel Connecticut, con circa 50,000; 
Baltimore, nel Maryland, e New Orleans, nella Louisiana, con circa 
40,000, ed altri centri importanti nei quali la popolazione italiana su- 
pera i 20,000 di molto ad essi si avvicina, come: Buffalo, Syracuse 
e Rochester, nello Stato di New York; Paterson, Jersey City e Hoboken, 
nel New Jersey; Scranton, in Pennsylvania; Bridgeport, nel Connecti- 
cut; Providence, nel Rhode Island; Columbus, e Cincinnati^ nell'Ohio; 
St. Louis, nel Missouri; Kansas City, nel Kansas; Los Angeles, nella 
California; Richmond, nella Virginia; Milwaukee^ nel Wisconsin. 

V'è infine un'altra meravigliosa collana di città in cui vivono e 
prosperano forti nuclei di nostri connazionali. Eccone alcune alla rin 
fusa: Indianapolis, Birmingham, Galveston, Norfolk, Youngstown, Ak- 
ron, Wilmington, Charleston, St. Paul, Minneapolis, T:impa, Pensacola, 
Memphis, Denver, Pueblo, Washington (la Capitale federale), Des 
Moines, Omaha, Lincoln, Savannah, Altoona, Harrisburgh, Erie, Hart- 
ford, Waterbury, Stamford, New Britain, Danbury, New London, Port- 
land (Me.), Barre (Vt.), Springfield, Lynn, Lawrence, Utica, Troy, 
Jamestown, Binghamton. Schenectady, Amsterdam, Albany, Portchester, 
Newburgh, Yonkers, Mount Vernon, New Rochelle, Trenton, Passaic, 
Hackensack, Elizabeth, West Hoboken e tante e tante altre — in tutti 
gli Stati della grande Repubblica — nelle quali la intraprendente ed 
alacre operosità delle nostre masse immigrate costituisce non l'ultimo 
coefficiente al loro meraviglioso e costante sviluppo ed alla loro pro- 
sperità. 



L'IMMIGRAZIONE ITALIANA DAL 1870 AL 1920 51 

LE LORO OCCUPAZIONL 

Ed in mezzo a questo esercito immenso di connazionali tutti i meH 
stieri, le industrie, le arti, le professioni liberali sono più o meno lar- | 
gamente rappresentate. Sebbene la nostra immigrazione sia composta 
in massima parte di agricoltori, i quali, una volta sbarcati nella terra 
promessa, danno l'addio a quella che era la loro abituale occupazione 
in patria e divengono "ipso facto" unskilled laborers, operai senza me- 
stiere, purtuttavia la grande maggioranza di essi trova facilmente ad 
occuparsi in ogni genere di lavoro, sia nelle grandi città industriali, che 
nelle regioni minerarie; negli Stati agricoli dell'Ovest e del Sud, ovvero 
lontano dai centri di abitazione, in mezzo ai boschi o nei monti, dove 
vi sia una strada da aprire, una linea ferroviarie in costruzione, una 
miniera od una cava. 

Ma gli agricoltori, specialmente quelli del Mezzogiorno d'Italia, 
per quanto rifuggano dalla loro vecchia occupazione abituale, non ri- 
nunciano alla vanga; i più infatti lavorano, com'essi dicono, con la 
sciabola (corruzione curiosa della parola shovel, pala) negli sterri, nellf' 
aperture di strade, di tunnells, nella costruzione di ferrovie, di ponti, 
ecc.; altri diventano minatori nelle miniere di ferro e di carbone, nelle 
cave di marmo, di granito, di calcare e di lavagna. 

Tale è, nella quasi generalità, l'inizio di ogni contadino in questo 
nuovo mondo: inizio facile, sicuro, spesso lucroso, pel quale non oc- 
corre né un giorno di attesa a trovar lavoro — tanta è, nei tempi nor- 
mali, la ricerca di manovali e di braccianti — né un giorno di tirocinio, 
né la conoscenza di una parola d'inglese. Questo però non è lo stato 
in cui tutti rimarranno. Tra le più vive aspirazioni dei nostri lavoratori 
vi è quella di diventare piccoli imprenditori o di cambiarsi in nego- 
zianti al minuto; molti vi riescono, se sono intelligenti, economi e se 
giungono a parlare alla meglio l'inglese, e questi sono, spesse volte, i 
primi passi verso più alta mèta. Se i contratti si allargano, se il mi- 
nuto negozio prospera, negozio che comincia quasi sempre con un ben 
modesto banco (stand) all'aperto, specialmente per frutta, non si sa 
dove il fortunato potrà arrivare. 

Ma non tutti i nostri immigrati sono agricoltori; anche i principali 
mestieri sono tra essi rappresentati. I più rimunerati e ricercati sono 
i sarti, i muratori, gli scalpellini, i barbieri. Coloro che sono abili in 
tali mestieri non li abbandonr.no facilmente, poiché in essi é possibile 
salire da semplice operaio a foreman, ad intraprenditore, a padrone. 
Anche qui v'é, per così dire, tutta una carriera da percorrere e nella 
quale riuscire vittoriosi. Esempi di tal genere ve ne sono a migliaia 
fra i nostri bravi lavoratori. 

Anche nelle industrie e nel commercio sia all'ingrosso che al 
minuto le comunità italiane, specialmente nei grossi centri, hanno fatto 
in questi ultimi anni, progressi veramente sorprendenti ed il rapporto 
di affari fra le nostre e ]d più importanti ditte americane è vivamente 



52 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

apprezzato e ricercato. Ma di ciò ci occuperemo più ampiamente in 
capitoli speciali. 

Le. grandiose Metropoli come New York, Chicago, Filadelfia — la 
prima più che tutte le altre — dove vivono, lavorano e prosperano in- 
genti masse di nostri connazionali, sono quelle che posson dare una 
idea più esatta e più completa di organismi nostri veri e propri, nei quali 
tutte le classi, tutte le condizioni sociali sono più o meno largamente 
rappresentate. Ma l'Italano — nota\a opportunamente il Giudice John 
J. Freschi in una brillante monografia sulla nostra Colonia di New York 
— non ha stampato le sue impronte nella vita di questa grande Me- 
tropoli unicamente col peso del numero; le sue opere altresì gli hanno 
conquistato la posizione importante che ora occupa nella vita di New 
York. L'Italiano ha avuto successo. Provenendo da una razza superiore^ 
con la più gloriosa «toria del mondo, il suo genio è destinato a matu- 
rarsi per il bene di questo paese. Il compianto sindaco Gaynor. di New 
York, parlando di noi, ebbe a dire: "Prendete gli Italiani, che molti 
sono troppo facili a condannare ingiustamente come cittadini non desi- 
derabili. Se gli Italiani fossero respinti dai porti degli Stati Uniti, il 
progresso di questa nazione sarebbe in un attimo interrotto." 

Agli Italiani, specialmente a quelli che vivono nei grandi centri, 
si fa l'accusa di tenersi appartati dal rimanente della popolazione. La 
stessa accusa fu mossa agli immigrati di altri paesi venuti precedente- 
mente in America, e la spiegazione è stata sempre la stessa. Vi fu un 
tempo in cui i Tedeschi e gli Irlandesi avevano le loro colonie isolate, 
ed anch'essi erano derisi e tenuti in poca considerazione poiché rima- 
nevano ai-taccati alle loro abitudini, alle loro tradizioni nazionali. Ir- 
landesi e Tedeschi non tardarono ad assimilarsi; nello stesso modo 
e con l'identico procedimento, anche le Colonie italiane, or?, isolate 
ed appartate, spariranno. Ma, finché durano, esse non fanno che ag- 
giungere alle città cosmopolite alcune delle loro interessanti caratte 
ristiche, giovando alla razza e al progresso in generale della nazione. 

Gli Italiani dei grandi centri si sono meravigliosamente affermati 
in molteplici ed importanti rami di attività. Solamente in New York si 
fanno ascendere a circa 80,000 i lavoratori impiegati nella industria 
dell'ago: sarti propriamente dett', disegnatori, tagliatori, ecc.; i barbieri 
sono circa 40,000 ed un esercito di cuochi e di camerieri affolla i più 
noti ed aristocratici hotels e restaurants della Metropoli. A migliaia e 
migliaia si contano i muratori, gli scalpellini, i calzolai, i pittori, i mo- 
saicisti, i falegnami, i fabbricanti di mobili e di fiori artificiali, i fornai, 
i cappellai, ecc. 

Anche nelle arti, nelle industrie, nelle scienze e nelle professionr 
liberali i nostri connazionali hanno ovunque numerose e cospicue rap* 
prcsentanze. Riservandoci di trattare in capitoli speciali di alcune bran- 
che di questa meravigliosa nostra attività, ci piace notare, qui. il pro- 
gresso compiuto dalla nostra classe intellettuale nella Colonia di New 



L'IMMIGRAZIONE ITALIANA DAL 1870 AL 1920 



53 










co 



54 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

York: lo stesso può ripetersi di altre importanti comunità italiane degli 
Stati Uniti. 

Nel 1890 v'erano in New York soltanto due avvocati italiani e setta 
medici. Ora i mt;dici, molti dei quali valenti ed apprezzati nello stesso 
ambiente nmericano, sono circa 600, e gli avvocati^ alcuni ricoprenti 
cariche nel forr-, nella politica e nelle amministrazioni statale e citta- 
dina, superano il cent'tiaio. Anche nelle Università e nelle scuole se- 
condarie e primarie il numero degli insegnanti italiani è abbastanza 
rilevante ed alcuni di essi, scrittori, conferenzieri, membri di impor- 
tanti commissioni scolastiche, godono eccellente reputazione e sono u- 
niversalmente stimati. Gli studenti italiani o di origine italiana che si 
laureano annualmente nelle Università degli Stati Uniti si contano, 
ora, a centinaia; ciò lascia presagire che, fra pochi anni, il numero 
dei nostri professionisti — avvocati, medici, professori, ingegneri, ecc. 
— verrà ad aumentare in modo considerevole la schiera tutt'altro che 
esigua degli uomini d'ingegno e di cultura, che gioveranno a far con- 
vergere nuove e più calde simpatie sul nostro nome, a sfatare la vec- 
chia leggenda che gli Italiani d'America non siano capaci di elevarsi 
di una spanna dalle condizioni di vita e sociali le più modeste e là 
più umili. 



«o*.vW^7:^?^^5ìf^^-- 



Una leggenda sfatata 



L'EMIGRAZIONE E L'ECONOMIA NAZIONALE. 

Sin dai primi anni in cui le nostre correnti emigratorie incomin- 
ciarono, su vaste proporzion'. ad invadere alcuni paesi d'Europa e le 
Americhe, nella seconda metà del secolo scorso, scrittori ed economisti 
che si diedero a studiare il nuovo e singolare fenomeno — il Gioia, il 
Minghetti, il Ferrara, il Carpi, il Florenzano, lo Scavia, il Robustelli, 
per ricordarne alcuni — partivano dal preconcetto che l'emigrazione 
fosse di grave danno all'economia nazionale. Ed i loro libri, e gli ar- 
ticoli ch'essi mandavano a riviste e a giornali, ed i discorsi che taluni 
di loro avevan campo di pronunciare nelle aule del Parlamento eran 
pieni, quasi sempre, di lamentevoli deBcrizioni, in cui le sorti dei nostri 
emigranti di allora eran presentate coi colori più foschi. Essi comincia- 
vano per lo più col rilevare le angherie, i soprusi, le truffe che gli emi- 
granti subivano da parte delle agenzie di emigrazione, e li seguivano 
nel triste esodo, attraverso contrade lontane, nelle deserte lande del 
Brasile o nelle già immense città dell'Argentina, dell'Uruguay o degli 
Stati Uniti, dove la lotta per l'esistenza era più dura ed il loro lavoro 
assai pesante e mal retribuito. E i patriottici scrittori non mancavano 
mai di finire con un'apostrofe, in nome della patria, ai figli lontani, che 
la speranza dell'oro aveva sedotti, e di mostrare, con colori il più delle 
volte esagerati, i terreni di alcune parti d'Italia, già resi incolti per il 
gran numero di emigrati. 

Fu appunto informato a questi concetti il progetto di legge sull'e- 
migrazione presentato alla Camera dei deputati da Francesco Crispi, 
il 15 dicembre 1886, nel quale, sebbene il ministro proponente non mo- 
strasse, assai accortamente, di volere in alcun modo impedire l'emigra- 
zione, e dicesse anzi, nella relazione che accompagnava il disegno di 
legge: "la emigrazione è un fatto che non si ha il diritto di soppri- 
mere e non si hanno i mezzi di impedire", pure l'indole del progetto 
era tale, che, ove esso fosse Stato integralmente approvato, lo sviluppo, 
che, specialmente in quegli anni, l'emigrazione aveva preso, sarebbe 
stato grandemente ostacolato. 

E così, mentre la Germania e l'Inghilterra e, fino ad un certo punto, 
anche la Danimarca, cercavano, con ogni mezzo ed in ogni modo, di 
incoraggiare la loro emigrazione, con grandi società protette e sussi- 
diate dai rispettivi Governi, in Italia i nostri economisti ed i nostri uo- 
mini di Stato, pur chiaroveggenti e lungimiranti, come Francesco Crispi, 



t 



56 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



guardavano e consideravano il fenomeno nuovo con singolare paura, 
quasi con rincrescimento e con dolore. 

D'altra parte, come ben nota il Nitti in un suo importante studio 
giovanile sull'emigrazione, questo interessante fenomeno sociale ed e- 
conomico dei popoli m.oderni non va giudicato leggermente. E quelli 
che l'han creduto dannoso, non l'hanno compreso o non l'hanno studiato. 

L'ESPANSIONE, UNA NECESSITA' SOCIALE. 

Il desiderio di espansione, questa grande forza centrifuga, è stato, 
in tutti i tempi, una grande necessità sociale e si è ora soltanto rivelato 
nella forma moderna e civile dell'emigrazione. 

Sino dagli antichissimi tempi, i Fenici, gli Assiri, i Cartaginesi 
erano, da uno strano desiderio dell'ignoto, trascinati in regioni inesplo- 
rate e barbariche. Tutta la storia della Grecia antica non è che una per- 
petua lotta di colonizzazione. I Romani colonizzarono il mondo non 
perchè spinti dalla fame, ma per espandersi, per conquistare nuove terre. 

E più tardi, nel Medio Evo, l'istesso ardente bisogno si rivelò nelle 
continue colonizzazioni e, sopratutto, nel desiderio intenso di nuovi 
mondi, che spinse i Veneziani, i Portoghesi, gli Spagnuoli nella via 
delle scoperte. 

I rozzi marinai che seguivano Cristoforo Colombo, Vasco de Gama, 
Fedro Alvarez Cabrai, Ferdinando di Magellano e cento altri arditi na- 
vigatori non erano, certo, animati da nessuno spirito di ricerche scien- 
tifiche, ma uno strano desiderio di. cose nuove, di nuove terre e di ric- 
chezza li spingeva in regioni lontane ed ignote. 

Ora, questo desiderio di miglior fortuna, innato nell'uomo, è quello 
che, insieme con la miseria, nella più gran parte dei casi, spinge, oggi, 
gli emigranti ad abbandonare le proprie contrade. 

Cosicché, si riveli esso nella forma antica di conquista e di colo- 
nizzazione, nella forma medioevale e barbarica delle invasioni; si riveli 
nel desiderio di scoperte o nella forma moderna e civile dell'emigra- 
zione, lo spirito di espansione e di avventura che spinge gli individui 
a lasciare le loro terre è radicato nell'anima dell'uomo. E se la miseria 
contribuisce grandemente ad accrescere tale bisogno, non è essa certa- 
mente che lo crea; è il desiderio di fortuna nuova e di cose nuove, che 
non v'è legge che possa reprimere e non v'è forza che riesca ad im- 
pedire. 

E queste grandi forze umane, che, in numero considerevole, ri- 
tornano, dopo qualche anno in patria, riportando una discreta agia- 
tezza, ad essa fanno affluire a rivi generosi i loro sudati risparmi, 
contribuiscono alla diminuzione del pauperismo assai più di ogni legge 
sociale. 

DA QUANTE VERGOGNE CI HA SALA^ATO L'EMIGRAZIONE! 

"E vediamo pure — come nota il Nitti nello studio ricordato — 
da quante vergogne ci ha salvato l'emigrazione. I nomi di Calvello, 



UNA LEGGENDA SFATATA 57 



Laurenzana, Corleto, Viggiano, Marsicovetere, in Basilicata; di Sora, 
Picinisco e Villa Latina, in Terra di Lavoro; di Né e Mezzanego, in Li- 
guria; di Boccolo di Tarsi, Bardi e Roccabruna, nel Piacentino, erano 
in faccia al mondo sinonimi d'infamia. Ogni anno da quei paeselli par- 
tivano torme di bambini per lontane regioni, e questi disgraziati erano 
adibiti da miserabili speculatori in duri mestieri girovaghi. Ogni anno 
i padri, con regolari contratti, cedevano a persone ignote i bambini 
che non potevano mantenere e che andavano a Parigi, a Vienna o in 
America a disonorare il nome italiano. A New York erano venduti gior- 
nalmente i bambini d'Italia e il prezzo dei maschi variava da 100 a 200 
dollari e quello delle femmine, specialmente quando erano graziose, 
da 100 a 500. Due giovinette che suonavano abilmente in Wall Street 
furono vendute per 1600 dollari!. . . I trattamenti che i disgraziati bam- 
bini ricevevano dai loro padroni erano orribili ; i rapporti consolari sono 
pieni di racconti di sevizie inaudite e di ferocie inconcepibili. 

"Ma da quando, il 18 dicembre 1873, la Camera dei deputati volle, 
colla legge di Proibizione d'impiego di fanciulli in professioni girovaghe, 
far finire il triste mercato, dai paesi dove esso avveniva si mosse una 
larga corrente d'emigrazione. E coloro che non riuscivano a vivere 
nel proprio paese, non potendo più sbarazzarsi dei propri figli, emigra- 
rono insieme ad eròi, nella speranza di paesi migliori, dove il salario 
non suonasse una triste irrisione della miseria." 

Ed ora — è bene aggiungere — fra coloro che in America son 
riusciti a conquistare posizioni sociali invidiabili, circondati dalla stima 
e dal rispetto non solo dei connazionali, ma anche degli stranieri, sono 
in gran numero coloro eh- immigrarono appunto da quei paesi, i quali, 
come dice il Nitti, furono un tempo "sinonimo d'infam'a.'' 

I BENEFICI DELL'EMIGRAZIONE. 

Uno studio sugli effetti dell'emigrazione, specialmente nell'Italia 
meridionale, ha rivelato, fra gli altri, i seguenti benefici che sono in 
aperto contrasto con tutto ciò che, per tanto tempo, hanno deplorato 
coloro i quali sostenevano che l'emigrazione fosse dannosa all'econo- 
mia nazionale: 

a) il lavoratore emigrante giova a sé e ai suoi fratelli di lavoro 
che restano in patria. Questi, per effetto della diminuzione della mano 
d'opera, ora ottengono salarii più alti di quelli che percepivano in 
passato ; 

b) in molte zone del Mezzogiorno le cosidette rimesse degli e- 
migrati (il denaro degli Americani) hanno notevolmente attenuata la 
povertà monetaria che era un coefficiente della generale crisi agraria; 
hanno un pò mozzato gli artigli all'usura ed hanno creato e diffuso le 
piccole intraprese produttive che integrano gli scarsi redditi della terra; 

e) gli investimenti dei risparmi degli emigranti nell'acquisto di 
poderi ha dato un maggior valore ai terreni. Dove questo fatto è av- 



y 



58 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



venuto si è pure verificato un contemporaneo miglioramento della col- 
tivazione e quindi dei redditi agrarii ; 

d) gli Americani, quando tornano in patria portano non soltanto 
dei risparmi, ma, quasi tutti, i germi diffusivi di una civiltà, se non più 
rita, piti moderna, di un miglior tenore di vita, che influisce benefica- 
mente sui costumi e sulle tendenze generali dell'ambiente; 

e) gli Americani reduci, che diventano proprietari, danno il colpo 
di grazia ad una buona parte di quella nostra piccola borghesia fannul- 
lona, parassita, assenteista, incapace e indegna di amministrare i nostri 
paesi, alla quale è sperabile si sostituisca, anche nella vita civile, il ceto 
degli emigranti migliori tornati in patria con un pò di denaro e molte 
idee moderne. 

"L'Americano — così scriveva il pubblicista Mario de Biasi in una 
corrispondenza dall'Italia al Progresso Italo-Americano, una diecina di 
anni or sono — è piombato qui, nel Mezzogiorno, specialmente dove 
meglio e maggiormente il fenomeno dell'esodo fluttuante si è mante- 
nuto vivo e pulsante, ed ha trasformato uomini, sistemi, amministra- 
zioni, scuole, usi, costumi, linguaggio. Ha imposto un alto là a tutte 
le tracotanze, ha mandato a scuola i figli, ha inondato le casse postali 
di danaro, ha ricomprato le sue terre, dalle quali fu scacciato un tempo 
come un cane, ha prestato danaro ai padroni che son venuti ai suoi 
piedi con le cambialette in bianco, è salito nelle aule della giustizia a 
sostenere i suoi diritti, ha sloggiato, comprando per vere miserie, dai 
vecchi signorili palazzi i galantuomini preoccupati solo d'un palco al 
San Carlo o d'un tramonto biondo-perlaceo di via Caracciolo, ha viag- 
giato con bagaglio di cuoio e con etichetta forestiera, si è messo ad- 
dosso un abito pulito, il colletto teso, e i guanti comprati a Broadway. 

Bisogna venire in Italia e visitare i diversi piccoli centri per assi- 
curarsi de visu di quanto è successo. Sono avvenuti cambiamenti mira- 
colosi, si è instaurato nel paeselli un nuovo regime, con nuove idee, 
con nuovo indirizzo. Il salario del contadino, dell'artigiano si è elevato, 
e, in generale, lo standard di vita è migliorato. I signori piangono forte. 
Andate nei caffè, o nei circoletti dove si restringe la serotina adunanza 
pel tresette, e ve ne convincerete dal modo amaro come discorrono. 
Come arginare questa violenta conquista di acerbe forze rideste dal- 
l'asservimento secolare? 

I tempi nuovi hanno demolito e soverchiato i vecchi. I piccoli pro- 
prietari, i galantuomini sono falliti. Le loro terre, le case migliori son 
passate in mano ai contadini ritornati in patria e poscia ripartiti. An- 
date negli uffici postali. Le anticamere risuonano per i colpi di scarpe 
ferrate, e si pavesano di svolazzi turchini dei fazzoletti, di tovaglie can- 
dide, di vesti a fiorami ardenti delle contadine, delle mogli, delle madri 
dell'emigrato che manda denaro; e tesoreggiano le buone donne!" 

LA RISURREZIONE DEL MEZZOGIORNO D'ITALIA. 

Da circa mezzo secolo l'Italia e, più, il Mezzogiorno di essa hanno 
dato vita al fenomeno nuovo. Fu migrazione di forti e di coscienti uo- 



UNA LEGGENDA SFATATA 59 



mini, generosi al segno di far getto della vita, dei sogni, delle spe- 
ranze. La patria non bastava a contenerli, a poterli nutrire. E si dettero, 
nel bivio in cui erano stati messi dalla disperazione: — o la guerra ci- 
vile, rossa di rivoluzione, o la schiavitù perenne al padrone ingordo e 
prepotente — all'alta opera positiva di rigenerazione, di redenzione. 
Uomini servi, gli iloti della gleba, gli afflitti, o ammiseriti, o sperduti, 
accerchiati da vasta figliuolanza, corsero ai mari come alla misteriosa 
attrazione di un'altra patria, e al di qua delle burrasche oceaniche va- 
licate, la trovarono la nuova patria, poiché non invano la voce presaga 
aveva indicato loro la via. 

Ed il Mezzogiorno d'Italia, povero ed isterilito dal disboscamento 
e dalla malaria, sta ora risorgendo pur nelle sue regioni più desolate, 
come la Basilicata e la Calabria. Tutti gli economisti nostri annunziano 
da alcuni anni la lieta novella. 

11 marchese Cappelli, viaggiando, qualche tempo fa, con una spe- 
ciale Commissione parlamentare, attraverso gli Abruzzi e il Molise, ad 
un punto espresse il sentimento che egli ed i suoi colleghi provavano, 
ripetendo, in un impeto di gioia, la biblica frase: "Videro gli occhi miei 
il principio della redenzione del popolo mio". 11 popolo del Mezzogiorno 
si redime infatti dalla servitù della miseria e dell'ignoranza; si redime 
e s'innalza per virtù propria; sono gli oscuri contadini, che, emigrando, 
conquistano alla patria i mezzi di rifarsi. Leggendo la relazione del- 
l'inchiesta fatta nelle diverse regioni dell'Italia Meridionale dalla Com- 
missione parlamentare di cui era a capo l'on. Cappelli, nessun giudi- 
zio sull'emigrazione si nota nei contadini interrogati che non fosse di 
entusiasmo. A Taverna un contadino diceva: "Da qui partono per l'A- 
merica giornalmente. Dovrebbero portare il ritratto di Cristoforo Co- 
lombo come l'immagine della Madonna. Prima dell'emigrazione la mer- 
cede era di una lira; adesso è di parecchie lire e speisso non si trovano 
contadini disponibili." 

Un contadino di Monteleone, dono aver descritto come si viveva 
male prima dell'emigrazione, esclamava: "Gli Americani hanno portato 
il paradiso". 

Ormai si direbbe che nelle classi umili si nasce con l'idea di an- 
dare in America. Interrogando qualche fanciullo su quel che si propo- 
nesse di fare, la Commissione si sentiva rispondere: "Quando sarò 
grande me ne andrò in America". 

E' una fiumana, a cui nulla resiste. Ma è una fiumana generosa, 
che lascia dietro di sé un limo fecondo. I contadini rimasti, trovandosi 
in pochi, hanno rialzato la testa. 

Il segretario della lega dei contadini di Paola diceva: "Per effetto 
della emigrazione si va creando la piccola proprietà coltivatrice: i con- 
tadini che tornano dell'America e portano 5000, 10,000, fino a 20,000 
lire, comprano, in generale, la terra e la coltivano direttamente. Ora le 
loro terre sono meglio coltivate di quelle dei proprietari e danno pro- 
porzionalmente un reddito più che doppio". 



60 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Un proprietario di Paola, ex depr.t?to ed esperto e sereno conosci- 
tore dei rapporti locali dichiarava: "L'emigrazione ha giovato al paesa, 
senza di essa noi saremmo rovinati. Se le terre si possono vendere e 
bene, si deve solo all'emigrazione." 

Un contadino di Amantea: "Se non fossi vecchio andrei anch'io 
in America; i giovani che vanno tornano galantuomini (borghesi, si- 
gnori) e si comprano le terre dei proprietari." 

Talvolta l'emigrazione, mentre eleva i contadini, salva pure dalla 
rovina le classi alte, che erano indebitate e possono rifarsi, vendendo 
una parte dei loro terreni e coltivando più intensamente il resto. 

UN ALLARME INGIUSTIFICATO. 

Si è detto che l'emigrazione rovina fisicamente quelli che vi pren- 
dono parte. "Sono stati i medici specialmente — nota in proposito il 
Coletti — a levare l'allarme. Si è esagerato all'estremo. L'esagerazione 
è dipesa da un effetto ottico, cioè da mancanza di metodo nella rive- 
lazione e nell'apprezzamento del fatto: i singoli casi hanno prodotto 
impressione, e si è generalizzato. L'emigrante porta con sé determinate 
malattie: per questo, nessun dubbio. La tubercolosi e la sifilide, p. es., 
non risparmiano gli emigranti, ma sono ben lontane da quei limiti nei 
quali sarebbero da assumersi come indici di uno stato patologico." Chi 
ha studiato le cose sul posto con animo spassionato e con metodo idoneo 
non altera le proporzioni dei fatti. Il segretario della lega dei contadini 
di Paola dice: "Coloro che emigrano per l'America ritornano in patria 
molto migliori, non si riconoscono; vanno via bruti e tornano uomini 
civili, anche nella salute". Un consigliere comunale di Amantea sog- 
giunge: "L'emigrazione produce una vera trasformazione nei contadini, 
anche nelle condizioni fisiche. Ben è vero che tra gli emigrati si verifi- 
cano casi di tubercolosi e di sifilide, che quindi importano." Veramente 
notevole è l'osservazione del medico provinciale di Girgenti e Calta- 
nissettfi, il quale dice: "Noi eravamo impensieriti dal fatto che tornavan 
dall'America alcuni malati di tubercolosi e si temeva che i nostri emi- 
granti ne venissero fortemente colpiti. Invece, ora si è avuto un rim- 
patrio in massa (si allude a quello del 1908, determinato dalla crisi negli 
Stati Uniti) ; si è visto che la percentuale degli ammalati è minima, ed 
anzi si danno dei casi di ammalati che si ristabiliscono in Americn." 
Il dott. Jarach, relatore di un'inchiesta negli Abruzzi e nel Molise, ha 
voluto anche lui vedere a fondo nella realtà delle voci pessimiste. Così 
riassume la sua analisi statistica: "L'esame di alcune più importanti ma- 
lattie, comprese anche la tubercolosi e la sifilide, delle quali per solito 
s'i dice aver funestamente influito sull'emigrazione, ci ha anche meglio 
persuasi della portata dell'affermato miglioramento della sanità. Le ci- 
fre ci hanno persuaso come non sia lecito, in base a dati di fatto, asse- 
rire un qualsiasi aumento della tubercolosi e della sifilide in qualunque 
modo in relazione coll'emigrazione, e ci hanno autorizzato ad affermare 
che l'andamento delle curve rappresentanti le morti per queste ma- 



UNA LEGGENDA SFATATA gì 



lattie negli Abruzzi e nel Molise è, nel complesso, più soddisfacente di 
quello del Regno, il quale tuttavia indica essere queste malattie in di- 
minuzione." Così, in sostanza, gli altri relatori anche per le regioni 
di più intensa emigrazione. 

I MILIARDI DEGLI EMIGRANTL 

La gente d'Italia fu sorretta da una sola fede: quella dell'avven- 
tura; l'avventura che si inizia da Cristoforo Colombo. Un'avventura col- 
lettiva dalla quale, dopo la fatica nobilissima durata, dopo la nuova vita 
vissuta e l'influenza del nuovo ambiente subito, gli emigranti si solle- 
varono a dignità umana, e dalla quale essi, che erano in ginocchio, si 
sono alzati redent', giovando anche, e in misura ragguardevole, a redi- 
mere economicamente la loro patria. 

Si è calcolato infatti che, nei dieci anni che precedettero la grande 
guerra, gli emigrati abbiano mandato in patria, in media, più di mezzo 
miliardo di lire all'anno. L'on. Luigi Rossi, già Commissario Generale 
dell'Emigrazione, nella relazione per l'anno fiscale 1909-1910, scriveva 
che "le rimesse dovute ai nostri emigranti in paesi stranieri non si 
possono fare ascendere, in condizioni normali, ad un ammontare infe- 
riore ai 500 milioni all'anno," a cui s.arebbe da aggiungere "l'ingente 
ammontare del denaro portato seco dai rimpatrianti o inviato per terze 
persone." Il senatore Eugenio Faina calcolava, soltanto per il Mezzo- 
giorno continentale e la Sicilia, a 350 milioni il minimo della somma 
complessiva entrata annualmente in Italia pel fatto degli emigranti! 
In complesso, è vero che l'emigrante italiano è quegli che esporta meno 
denaro dal suo paese e più ne importa: è il fatto che non sanno per- 
donargli certi Americani, i quali sembrano dimenticare le enormi ric- 
<;hezze che l'italiano crea all'estero e che non può, certo, riportare seco 
in patria. 

E chi potrà mai dire quanti e quanti milioni siano giunti in Italia, 
inviativi da tutti i suoi figli sparsi pel mondo, durante il lungo e tre- 
mendo periodo bellico, in titoli dei vari Prestiti lanciati dal Patrio 
Governo, in offerte per i nostri eroici combattenti, per le vedove e gli 
orfani dei caduti, per i gloriosi mutilaci, per la Croce Rossa, per gli in- 
numerevoli Comitati nazionali, provinciali, comunali, ecc., per le fa- 
miglie bisognose dei combattenti e per le mille e mille altre necessità 
provocale dalla insufficienza dei mezzi, dalle dolorose, forzate priva- 
zioni, dalla miseria, di cui mai si era vista l'eguale? "Resistere!" — 
era la. parola d'ordine che ci giungeva, eco pietosa, dalle spiaggie e dai 
monti della patria; e gli esuli eran neri di aiutare, con tutti i mezzi 
possibili, la resistenza eroica. 

Certo, nessun migliore dato statistico di quello che indicasse, ma- 
gari approssimativamente, quanti miliardi abbiano inviato in patria gli 
esuli, negli ultimi cinquant'anni, porrebbe vittoriosamente sfatare la 
leggenda che l'emigrazione sia di danno all'economia nazionale. 



62 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA iN AMERICA 

CHE COSA SAREBBE AVVENUTO SE L'EMIGRAZIONE 
NON CI FOSSE STATA? 

E' questo un quesito che dobbiamo tenere sempre presente, quando 
— osserva giustamente il Coletti — si tratta di valutare l'emigrazione; 
sia nei casi particolari, sia nel bilancio finale. Si è molto discorso, ad es , 
della tubercolosi, di cui l'emigrazioni sarebbe la causa o l'occasione. 
Ma perchè si trascura di domandarsi anche questo : senza il nuovo benes- 
sere di cui godono ora tante popolazioni, prima miserissime, senza il 
maggiore senso dell'igiene che in esse si è diffuso, le morti per tu- 
bercolosi, come per altre malattie infettive, non sarebbero state più 
numerose? Altrettanto a proposito di delitti che ora vengon messi nel 
passivo dell'emigrazione: se la popolazione fosse ancora sotto lo sti- 
molo della classica cattiva consigliera, la miseria, e si fosse conser- 
vata nello stato di rozzo e antisociale isolamento, la delinquenza non 
sarebbe stata, specialmente per qualità, ben maggiore di oggi? L'opi- 
nione pubblica dei luoghi di grande e vecchia emigrazione è molto più 
logica e diritta di certi scrittori pessimisti. Molti degli interrogati dalla 
Commissione d'inchiesta sul Mezzogiorno confessavano con frasi rudi 
e incisive; se l'emigrazione non ci fosse stata, saremmo morti di fame, 
avremmo fatto a coltellate, ci saremmo mangiati l'un l'altro, si sarebbe 
fatta la rivoluzione, ecc. Sono frasi, queste, ripetute con insistenza sor- 
prendente e senza nessuna intesa fra gli interrogati. Esse ritraggono 
la verità molto più dei giudizi di coloro che troppo si lasciano impres- 
sionare dall'uno o dall'altro effetto e perdono la visione generale e 
completa di un fenomeno, come l'emigrazione, eminentemente com- 
plesso e multiforme. 

Le prime schiere dei nostri emigranti, ignare e quasi istintive, cor- 
sero verso terre sconosciute, ottenendo troppo spesso compensi inade- 
guati di fronte al sacrificio e all'attesa. Per cento che riuscivano forse 
più centinaia cadevano. La storia dell'emigrazione, se potessimo farla 
da cronisti, sarebbe delle più drammatiche e dolorose: gronderebbe 
davvero di lacrime e di sangue. Ma il triste periodo è ormai definitiva- 
mente sorpassato; l'opinione pubblica, tutto osservando, ha reagito, è 
ritornata su sé stessa. Si è compreso che quella che aveva le apparenze 
di una umiliazione e di una questua internazionale era, invece, nell'in- 
timo suo, una manifestazione della potenza fisica e morale della nostra 
gente che non era stata domata dalle sventure infinite e che al dolore 
accumulato nei lunghi secoli dava analmente uno sfogo tipicamente 
virile e fisiologico, adoperando nel modo più conveniente l'unica sua 
ricchezza, la forza di lavoro. Si è compreso che i rappresentanti di 
questa forza non avevano alcuna ragione di umiliarsi : essi correvano 
per il mondo a portare ciò che ad altri paesi difettava e che è il mezzo 
primo ed indispensabile per creare la ricchezza e con essa la civiltà, 
con beneficio dei popoli che li ospitavano ben maggiore di quanto essi 
medesimi non ne ricavassero. 



L'Immigrazione eroica 



IL MIGLIOR SANGUE DEL NOSTRO POPOLO. 

Come la Repubblica Elvetica, antica terra di libertà, come l'Inghil- 
terra ospitale, anche l'America apriva le sue porte agli esuli politici 
della nostra patria, che, sin dalle prime epiche giornate del nazionale 
riscatto — per isfuggire al capestro austriaco, alla mannaia del Borbone, 
negazione di Dio, al carcere duro dei tanti tiranni grossi e piccoli che 
infestavano l'Italia — cercavano rifugio e pace in paese straniero, dopo 
le ardue, titaniche lotte che avevano una sola nobile mèta, l'unità e 
l'indipendenza della patria. 

Da Pietro Maroncelli a Felice Foresti, a Federico Gonfalonieri, 
a Pietro Borsieri, all'Argenti, all'Albinola, al Castelli, al Benzoni, al 
Tinelli, al Beltrami. che giunsero in America dopo i primi moti rivo- 
luzionari spenti nel sangue e nell'inasprito servaggio; dal Generale Giu- 
seppe Avezzana, uno dei gloriosi superstiti della gloriosissima Repub- 
blica Romana, a Quirico Filopanti, al Colonnello Bovi Campeggi, al 
Righini, al Minelli, all'Oregoni, al Pastacaldi e a tanti e tanti altri, vis- 
suti poveri, soli, ignorati — furon questi gli immigranti eroici, che, col 
cuore spezzato da mille torture, da mille patimenti, attesero nell'esilio, 
in quest'America ospitale, molti di essi già innanzi negli anni, acca- 
sciati nel corpo, ma non nello spirito, la fine dei loro giorni; o si ritem- 
prarono, i più giovani, i più audaci, alle nuove epiche lotte per la 
liberazione della patria dalle più odiose tirannidi, dalla più umiliante 
schiavitù. E su tutti una grande figura si estolle: GARIBALDI! 

Erano i proscritti del 1820 e '21, i congiurati del '30 e del '37, i 
martiri del '48 e '49, del '51 e del '56: i proscritti, i congiurati, i mar- 
tiri d'ogni anno, dal 1820 al 1870; gli indiziati del delitto d'amor di 
patria; i processati, i banditi, i condannati a morte per il delitto d'amor 
di patria; erano il miglior sangue del nostro popolo, i cuori più puri, le 
energie più indomabili, gli eroi di più salda tempra; erano i sogna- 
tori e gli attori, i poeti e i guerrieri, i sacerdoti e i condottieri di quella 
maravigliosa epopea del secondo e più vero Rinascimento d'Italia, il ri- 
cordo del quale ci fu sempre ragione di sperare nell'avvenire della 
patria: una legione sacra d'uomini di genio, di rettitudine e di patriot- 
tismo, che mostrarono agli Americani le virtù di nostra stirpe, che dagli 
spiriti retti ed imparziali fecero sempre più amare e rispettare il nome 
d'Italia, per la laboriosa e dignitosa vita ch'essi condussero nell'esilio, 



64 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



per le disavventure e per la fierezza del carattere con cui seppero sop- 
portarle. 

Fra il 1836 e il 1838 sbarcarono in New York, tra gli altri, i pa- 
trioti più insigni, che, con Silvio Pellico, vissero e soffrirono, per lunghi 
anni, fra le mura turrite del carcere dello Spielberg: Felice Foresti, che 
ravvisava in Garibaldi quel gigante che Michelangelo voleva scolpire 
sul monte Altissimo; Pietro Maroncelli, bella e grande anima, piena 
di armonie poetiche e musicali; il Conte Federico Gonfalonieri, che il 
Berchet qualificava "uomo di carattere alto, nobile, fermo come un 
forte del Medio Evo"; Pietro Borsieri, cittadino e scrittore d'animo 
retto, pieno d'amore per tutto ciò che è virtù, ed un'altra schiera no- 
bilissima di esuli, che furono cospiratori ardenti ed impavidi dei primi 
moti rivoluzionari per l'unità d'Italia. 

PIETRO MARONCELLI. 

Pietro Maroncelli, l'amico diletto di Silvio Pellico, l'autore delle 
Addizioni allo storico libricino — Le mie prigioni — del suo illustre ed 
infelice compagno di carcere, giunse in New York mutilato e infer- 
miccio e vi morì cieco e pazzo. Di questa insigne figura di patriota 
e di martire, la cui memoria fra noi, se non obliata, certo ingiusta- 
mente negletta, fu fatta rivivere, dopo lunghi anni dacché le sue ceneri 
vennero trasportate in Italia, dallo zelo patriottico di un egregio pub- 
blicista. Paolo Pallavicini Pirovano, è doveroso rievocare la vita av- 
venturosa, che ha dell'eroico e del tragico insieme, quale omaggio alla 
memoria dell'uomo che tutto se stesso consacrò alla patria, come ri- 
cordo ed insegnamento ai nostri figli, nella cui anima è compito nostro 
di instillare il rispetto, l'amore, il culto per i forti caratteri, per gli 
eroi della loro terra d'origine. 

Aurelio Saffi, il triunviro della breve ma gloriosa Repubblica 
Romana, così scrisse del Maroncelli: "Uomo che fortemente oprò e 
fortemente patì per la patria sotto il flagello dei suoi oppressori, pre- 
correndo col sacrificio di sé la sua redenzione nelle torture del carcere 
ed onorandola con la virtù della mente e del cuore nel lungo esilio in 
libera terra straniera." 

Pietro Maroncelli nacque a Forlì, nella forte e nobile Romagna, 
il 21 Settembre 1798. Amantissimo di ogni arte bella e specialmente 
della musica, andò a studiarla nel Gonservatorio di Napoli, ove ebbe 
a maestri, fra gli altri, il già celebre Paisiello e lo Zingarelli, e a con- 
discepoli Vincenzo Bellini, il musicista catanese autore di mille melodie 
divine, e il Mercadante. Ma, non spirando a Napoli aure troppo tran- 
quille con Ferdinando di Borbone, si recò poco dopo a Bologna per 
continuarvi i suoi studi ed ivi strinse cordiali relazioni con i più intre- 
pidi patrioti, i quali avevan giurato di liberare l'Italia da ogni tirannia. 
Fu anch'egli della gloriosa falange e, da allora, il suo ideale, il suo 
sogno costante fu la redenzione della patria. Tenuto di mira dalla 
sbirraglia pontificia e austriaca, che si aiutavano a vicenda, fu rin- 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



65 



chiuso la prima volta, appena ventenne, nella fortezza di Forlì, come 
autore di un inno sacro, di cui egli aveva scritto versi e musica; inno 
ritenuto, dalle autorità di polizia, quale mezzo per eccitare alla rivolta, 
e nel 1819, in Castel Sant'Angelo, a Roma, dove invano fu sottoposto 
a tutte le torture perchè denunziasse i suoi complici politici. Da Roma 
riuscì a fuggire a Milano e quivi venne arrestato come carbonaro, con 
Silvio Pellico, Federico Gonfalonieri ed altri illustri patrioti, il 7 
Ottobre 1820, e poi condannato a morte a Venezia; e, commutatagli 
la pena nel carcere duro, fu rinchiuso fra le tetre mura dello Spielberg. 
Chi non ha pianto alla lettura degli episodi di quella vita spaventosa 




Silvio Pellico 



Il Conte Confalonieri 



: ) 

Pietio Maioncelli 



1 primi gloriosi martiri della tirannide austriaca 



dello Spielberg, dove Maroncelli campeggia per la sublime bellezza del 
suo cuore, per lo stoicismo del suo carattere, per l'acutezza del suo 
ingegno? "Il carattere di Maroncelli e il mio — scrisse Silvio Pellico — 
erano in perfetta armonia. Il carattere dell'uno sorreggeva quello del- 
l'altro. Se uno di noi due si sentiva preso da malinconia o trasportato 
dall'ira per la durezza della sua condizione, l'altro rallegrava l'amico 
con piacevolezze e ragionamenti appropriati. Un dolce sorriso tempe- 
rava presso che sempre i nostri dolori." 

In carcere gli si amputò una gamba per un tumore manifestatosi 
al ginocchio sinistro. L'operazione dovette essere atroce, fatta in una 
cella, dal chirurgo delle prigioni, chirurgo di quei tempi, assistito da un 
giovine medico che il generoso imperiale real governo di Vienna 
aveva mandato e alla presenza di Silvio Pellico che descrive quella 
scena dolorosa in una delle più belle pagine delle Mie Prigioni. 

Maroncelli, che durante l'operazione non aveva aperto bocca, che 



66 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

s'era lasciato rovesciar la pelle tagliata sopra al ginocchio, che aveva 
sentito il coltello affondare nella carne e reciderla tutta intorno l'osso, 
che non aveva fatto alcun movimento quando gli segavano l'osso, che 
non aveva mandato il più piccolo lamento, che non aveva dato il più 
lieve segno di debolezza, allorché vide la sua povera gamba staccata, 
perduta per sempre, la guardò con un pallido sorriso, poi fattasi dare 
dal Pellico una rosa che appassiva in un bicchiere sulla finestra della 
cella, la porse al chirurgo dicendogli : 

— Lei mi ha liberato da un grande nemico. Non ho altro per rimu- 
nerarla. . . . 

Il chirurgo prese la rosa e pianse. 

Ebbene, due giorni dopo, Maroncelli scriveva ad un altro prigio- 
niero dello Spielberg, l'Andryane: "Piacesse a Dio che invece d'una 
gamba, me le avessero recise ambedue; piacesse a Dio ch'io avessi 
perduto la vita e che la mia cara Italia fosse liberata dal giogo degli 
stranieri." 

Il 1.0 Agosto 1830 Pellico e Maroncelli furon liberati dal carcere. 
A Mantova dovettero separarsi : Silvio Pellico se ne tornò in famiglia, 
in mezzo alla quale potè trascorrere tranquillamente il resto della sua 
vita tra l'affetto dei suoi cari e l'alta considerazione dei concittadini; 
Maroncelli pure fece ritorno alla sua Forlì, ma per breve tempo, poiché 
la polizia che non cessava di temere l'antico cospiratore, gli ingiunse 
di lasciare la città nativa. Dopo nuovi patimenti e traversìe d'ogni 
genere, si ridusse a Parigi, ov'ebbe modo, in un breve periodo di vita 
meno agitata, di scrivere le Addizioni alle Mie prigioni di Silvio Pellico, 
storicamente ed anche letterariamente degne dell'aureo libriccino del 
grande saluzzese. e potè così realizzare un tenue guadagno; ma, nella 
vana attesa che gli fosse concesso di tornare in patria, risolvette di 
emigrare in America con la giovane e coraggiosa donna che erasi unita 
alla sua precaria esistenza. 

L'ESILIO TORMENTOSO DEL MARTIRE DELLO SPIELBERG. 

E un "triste dì il povero mutilato sbarcò a New York. Nella libera 
America — scrisse il Pallavicini, rievocando nelle colonne del Gior- 
nale Italiano la memoria del martire dimenticato — il Maroncelli cer- 
cava ospitalità e lavoro, non la pace della sua povera anima in pena. 
Il suo fisico, per quanto le sue fibre fossero state di acciaio, doveva 
essere terribilmente scosso. Il suo cuore doveva sanguinare sulle sven- 
ture della patria ancora in ischiavitù. La rassegnazione di Silvio Pellico 
non era entrata in lui. Carattere indomito, spirito inflessibile, uomo 
d'azione egli, malgrado l'apparente sua serenità, malgrado l'incredibile 
stoicismo di cui aveva sempre dato prova, dovette soffrire inaudita- 
mente in questa terra. Ed io l'immagino lo sventurato esule, come ne 
fecero fede vecchi che lo videro, trascinare la sua misera gamba per 
le strade, allorché le dure necessità della vita l'obbligavano a guada- 
gnarsi il pane quotidiano dando lezioni di lingue straniere nelle case 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



67 



americane. E immagino la tempesta di quell'anima, i fremiti di ribel- 
lione di quel corpo che le sofferenze atroci della prigionia avevano 
logorato sì, ma non fiaccato. Tanto lontano dalla sua terra, cacciato, 
profugo, ramingo, povero, mutilato, coll'amarezza indicibile di aver 
lasciato l'Italia nelle mani dei predoni, col dubbio tormentoso su ciò 
che laggiù si sarebbe fatto. 

Pure, in questo stato d'animo e di corpo, egli studiò e scrisse fra 
una lezione e l'altra che si recava a dare, anche se in quei famosi, cru- 
deli inverni dell'epoca, imperversavano bufere di neve, o scrosciava la 
pioggia, o soffiava a raffiche impetuose il vento. Narrano coloro che 
qui lo conobbero che qualche lustrascarpe italiano quando lo vedeva 
attraversare a stento una strada, traballante sulla sua unica gamba 
malferma, lo prendeva a braccio e lo guidava per un tratto sino all'altro 
marciapiede. Episodi comunissimi, insignificanti, che si ripetono le 
mille volte al giorno per tanti altri infelici, ma non per noi, non per 
noi, perchè quell'uomo che aveva bisogno del braccio d'un lustrascarpe 
per recarsi a guadagnare da vivere, quell'uomo aveva dato gli anni 
suoi più belli alla patria sua, quell'uomo aveva cooperato eroicamente 
alla sua libertà. 

E qui visse a prezzo di quali fatiche, di quali privazioni Dio solo 
lo sa, riuscendo a guadagnare alla causa d'Italia molti americani, fra i 
quali Charles A. Dana, uno dei più illustri giornalisti degli Stati Uniti, 
allora Direttore del New York Sun, che scrisse e parlò di lui con 
grande ammirazione. E prima della fine un'altra atroce sciagura doveva 
colpirlo. I patimenti, le torture di tanti anni, i mali fisici e morali, 
l'avvilimento per la schiavitù della patria, il rincrescimento di non esser 
riuscito a far di più per essa, le terribili lotte del suo cervello e del suo 
cuore, i ricordi del passato, le umiliazioni del presente, una vita spesa 
tutta nel vincere, nel domare la sofferenza, nell'essere più forte del 
dolore, perchè quella vita non doveva servire a sé, ma alla causa 
d'Italia, tutto questo cumulo di cose, di avvenimenti, di anni spaventosi, 
uno solo dei quali sarebbe bastato a spezzare un uomo, finirono per 
sconvolgergli la mente e l'eroe infelicissimo impazzì. 

Fu sepolto in un angolo poetico, su d'una collinetta dell'immenso 
cimitero di Greenwood. La moglie e la figlia gli eressero un ricordo 
marmoreo, una lapide, nel centro della quale campeggia un magnifico 
medaglione in bronzo. L'epigrafe dice: 

IN MEMORY OF PIETRO MARONCELLI 

A CHAMPION FOR THE FREEDOM OF ITALY 

SEPTEMBER 22nd 1798 

DIED IN NEW YORX AUGUST Ist 1846 

ERECTED BY HIS WIDOW AND DAUGHTER 

P. S. 1—26—56 

IL TRASPORTO DELLE CENERI DI MARONCELLI IN ITALIA. 

La sua salma riposò al Greenwood Cemetery per quarant'anni. Nel 
1886, un Comitato di cui si resero interpreti i due quotidiani d'allora 



68 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

— il Progresso Italo- Americano e VEco d'Italia — e ne era anima il 
prof. Alessandro Oldrini, bella figura di patriota e di garibaldino, morto 
nel giugno 1920, chiamò a raccolta le Associazioni italiane per la esu- 
mazione delle ossa del martire e per il loro trasporto in Italia. 

11 dottor Luigi Roversi, pubblicista valoroso, allora redattore-capo 
del Progresso, era presente allorché nel cimitero di Greenwood si levò 
la pietra sepolcrale che copriva lo scheletro (mancante delle ossa di 
una gamba, la povera gamba amputata nelle carceri dello Spielberg), 
come fu il dottor Roversi che alla Tammany Hall parlò in italiano, dopo 
che il venerando Dana ebbe parlato in inglese, alla presenza di mi- 
gliaia di persone commosse al ricordo del martire glorioso. "Quei due 
momenti — ricorda il Roversi — furono solenni, indimenticabili ed in 
essi sentii palpitare l'anima del popolo con un solo battito, per un solo 
amore, verso un solo ideale." Il trasporto dell'urna contenente le ceneri 
e le ossa di Pietro Maroncelli avvenne dopo i discorsi, a sera calata. 
Centinaia di bandiere sventolarono nel corteo, composto di migliaia e 
migliaia di persone che portavano fiaccole accese e che sfilarono al 
suono di una quarantina di musiche e tra due fittissime ale di popolo. 
In New York non si era mai assistito a uno spettacolo così maestoso e 
imponente, sicché non è a meravigliarsi se, il dì appresso, i giornali 
americani consacravano alla sua narrazione e descrizione lunghe co- 
lonne di prosa fra l'attonita e l'ammirata. Il dottor Tullio Suzzara Verdi, 
di Washington, nobile figura anch'egli di cospiratore e di patriota, tra- 
sportò a proprie spese, il 24 Luglio 1886, su di un piroscafo della 
Navigazione Generale Italiana, r"Archimede," le ossa del martire, che 
furono accolte in Italia con • fervore patriottico. A Napoli, e dopo 
Napoli durante tutto il viaggio, sino a Forlì, fu un succedersi continuo 
di dimostrazioni. E Aurelio Saffi e Adriano Lemmi e Alessandro Fortis 
e tutta una lunga schiera di patrioti pagarono il loro tributo di rispet- 
to e di devozione al cofano prezioso che recava alla città natia i resti 
mortali del suo grande figlio. 

■ Dal giorno in cui le ossa del martire furono trasportate in Italia, 
del pezzo sacro di terra ove il Maroncelli aveva dormito per quaran- 
t'anni il sonno eterno non si parlò più. La colonia italiana si era rin- 
novata quasi completamente. Sino al 1910, l'anno in cui si rievocò la 
memoria dell'amico diletto di Silvio Pellico, molti ignoravano non solo 
l'esistenza del ricordo marmoreo al Greenwood Cemetery, ma pure 
che il grande patriota fosse morto qui, in New York, nella terra d'esilio. 

FELICE FORESTI FONDA IN NEW YORK UNA SEZIONE 
DELLA "GIOVANE ITALIA". 

Felice Foresti, anch'egli uno dei martiri dell'orrido Spielberg, libe- 
rato dopo quattordici anni di carcere duro, nel marzo del 1836, con la 
condizione, posta dall'Austria a lui ed agli altri condannati nei famosi 
processi del 1821 contro i Carbonari, di essere deportato in America, 
aveva preso imbarco a Trieste sul piroscafo "Ussero", avendo a com- 



L'IMMIGRAZIONE EROICA gg 



pagni Pietro Borsieri e Gaetano Castiglia; ma con essi il governo au- 
striaco aveva unito altri patrioti che nel carcere avevano scontato il fio 
di aver cospirato con Giuseppe Mazzini e per la "Giovane Italia": Fe- 
lice Argenti, Giovanni Albinola, Cesare Benzoni. L' "Ussero" giunse a 
New York il 20 ottobre 1836, dopo tre mesi di navigazione. 

Il Foresti, sbarcato su terra libera, confortato dall'esempio di altri 
patrioti, tornò a cospirare. Se non che, egli, unico forse tra gli antichi 
Carbonari, intravide nella "Giovane Italia" e nel suo illustre capo. Giu- 
seppe Mazzini, la forma e la figura più adatta per tener desto il lievito 
della rivoluzione italiana: e ad essa si rivolse per aiuto e consiglio, di- 
chiarandosi disposto ad organizzare negli Stati Uniti, come poi effet- 
tivamente organizzò, una sezione della patriottica Società, della quale 
fecero parte non soltanto gli esuli italiani, ma numerosi patrioti ame- 
ricani e di altre nazionalità. Le corrispondenze improntate a grande af- 
fetto, scambiatesi tra il Foresti, da New York e il Mazzini, allora esule 
a Londra, ed altri cospiratori, costituiscono documenti preziosissimi per 
la storia del nostro Risorgimento. 

E non meno affettuosi furono i rapporti d'amicizia tra il Foresti e 
Garibaldi. Nelle memorie dell'Eroe il Foresti occupa un posto onore- 
vole. Da Londra, nel febbraio 1854. qualche anno dopo del suo ritorno 
in Europa dall'America, Garibaldi inviava al Foresti la seguente let- 
tera, breve ma riboccante di affetto: 

"Carissimo, Ghezza mi rimise la tua del 2, te ne ringrazio. M'incresce 
saperti indisposto, ma spero non sarà nulla. Gli avvenimenti Europei 
sempre piìi minacciano, come saprai; ma non tanto quanto io vorrei: — 
gli oppositori della Russia armano e mandano genti, ma un pò lentamente. 
Quel volpone dell'Austria vuol dare a credere in neutralità, e questa 
gente non ne diffida abbastanza. Ti avviserò se vi sia alcuna cosa relativa 
all'Italia. 

Io bacerò i miei bambini per te, quando raggiungerò la casa paterna. 

Tuo G. Garibaldi " 

A proposito delle lunghe e dolorose polemiche sorte tra Mazzini e 
Garibaldi durante il breve periodo della Repubblica Romana, e trasci- 
natesi qualche anno dopo neW'Italia e Popolo — polemiche che provano 
quanta nobiltà d'animo e pur quante opposte passioni albergassero in 
quelle grandi figure del nostro Risorgimento — scrive il Foresti, da New 
York, a Giuseppe Mazzini, in data 21 Ottobre 1850, qualche mese dopo, 
cioè, dell'arrivo di Garibaldi in America: 

"Carissimo Giuseppe, fratello mio, 

Garibaldi è incomparabile per risolutezza e coraggio e per 

colpo d'occhio pronto e sicuro nel prendere posizioni dinanzi ad un esercito 
nemico. Accostumato alle guerre selvaggie e disordinate dei paesi americo- 
ispani, non è ben versato nella strategia delle guerre europee, ma in poco 
tempo egli può divenire un gran generale. Ad una nuova lotta preveggo 
che Garibaldi figurerà molto in Italia, dove so che egli ha un gran partito. 
Per la qual cosa desidero ardentemente che voi due possiate riconciliarvi 



rjQ CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

sinceramente, e procedere di accordo quind'innanzi. Quand'egli arrivò da 
noi, io gli chiesi tosto contezza di te, ed ei mi rispose secco secco: "non ne 
so niente: io non l'ho veduto in Liverpool." M'accorsi che v'era dissapore 
fra voi due, e non andai più oltre. Ma poi, stretti da maggiore intimità 
personale, e da fiducia reciproca, ci veniva raccontando a parecchie riprese : 
"che tu non l'avevi trattato come lo richiedevano le vostre precedenti 
relazioni: che anteponesti al suo consiglio ed ai suoi servigi quelli d'altri, 
dappoco, creature novelle, striscianti e devote alla tua volontà dispotica: 
che ne ebbe prove indubbie in Milano, in Valtellina e in Roma. "Mazzini 
(diceva egli) non paté il contatto di uomini franchi e generosi: vuole 
dei sommessi ciechi, vuol fare di tutto, sapere di tutto: la sua ambizione 
s'adombra e s'ingelosisce del merito altrui" E qui egli pretendeva d'illu- 
strare le sue asserzioni con parecchi fatti. Talvolta eravi presente anche 
Avezzana, e questi confermava le parole ed i giudizi di Garibaldi. Ma poi 
entrambi protestavano di non aver mai parlato e di non voler mai par- 
lare a tuo danno con chicchessia : desiderare anzi che tu proceda col tuo 
maneggio a prò della causa nazionale, nel che ti avrebbero secondato a 
tutto potere." 

Felice Foresti, circondato dall'affetto e dall'ammirazione non sol- 
tanto degli Italiani esuli, ma dei più illustri e nobili cittadini che van- 
tavano allora gli Stati Uniti, per la integrità del carattere, per la sua 
bella mente e per l'intemerato patriottismo, divenne cittadino di questa 
grande Repubblica, fu chiamato alla cattedra di lingua italiana dell'Uni- 
versità di Columbia e, più tardi, venne inviato Console degli Stati Uniti 
a Genova. 

A proposito della nomina di Felice Foresti a Console degli Stati 
Uniti a Genova, una notevole discussione diplomatica, che si protrasse 
per due anni, nel 1853 e nel 1854, sorse fra il Governo di Piemonte e 
quello di Washington. Il primo rifiutò Vexequatur, dicendo che il Foresti 
non era persona grata perchè partigiano noto e violento; egli — si ag- 
giungeva — sotto la protezione della bandiera americana, sarebbe stato 
in realtà un incaricato d'affari di Mazzini e avrebbe creato al Piemonte 
imbarazzi con tutti gli Stati dell'Italia centrale e meridionale. Gli Stati 
Uniti ritirarono la nomina; ma più tardi, quando Cavour fu succeduto 
al Dabormida quale ministro degli Affari Esteri, e l'adesione del Foresti 
al programma del partito nazionale italiano ebbe resa chiara la sua 
posizione politica, il grande Ministro chiese ripetutamente e insistente- 
mente che il Foresti fosse di nuovo nominato, e gli Stati Uniti con 
piacere accettarono la proposta. Disgraziatamente, l'illustre martire dello 
Spielberg morì a Genova poche settimane dopo la sua nomina, nel 1858. 

IL CONTE FEDERICO CONFALONIERI. 

Un'altra grande figura di patriota, anch'egli compagno di Silvio 
Pellico, di Pietro Maroncelli e di Felice Foresti nella fortezza dello 
Spielberg, il conte Federico Gonfalonieri, di illustre famiglia patrizia 
di Milano, visse per qualche anno in America, ove giunse nel febbraio 
del 1837, fatto segno a cordiali accoglienze. Ma la dura vita del carcere 
e la sua salute distrutta per sempre avevano interamente cambiato il 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 71 



SUO carattere. Uscito dalla dura e tetra prigione nel 1836, il Gonfalonieri 
non era più lo stesso uomo che v'era entrato quindici anni avanti. Il 
mondo si era come oscurato ai suoi occhi. "Tutto è in me morto ed io 
tutto son morto", dichiarava a Costanza Arconati. Parlando del tempo 
anteriore alla prigionia, egli soleva dire: "quand'io ero in vita!" Ciò 
ch'egli desiderava ormai sopratutto era l'oblio. Perciò le rumorose acco- 
glienze fattegli a New York al suo arrivo, gli interminabili ricevimenti, 
le acclamazioni, le indiscrezioni di quei "terribili" giornalisti (male 
vecchio, come si vede!) lo stancavano e lo irritavano. Di questo mondo, 
più che la società degli uomini, egli apprezzava altri beni di cui era 
stato privo per tanti anni nelle dure e ghiacciate segrete dello Spielberg, 
cioè l'aria libera e i tepidi raggi del sole. E con che ampio respiro di 
sollievo egli prende la penna durante la traversata da Trieste a New 
York, per scrivere una lettera "dalla solitudine e dalla vastità dell'Ocea- 
no", e com'è lieto, più tardi, di sottrarsi alla folla curiosa della- Metro- 
poli americana per abbandonarsi alla contemplazione di "quella riso- 
nante e meravigliosa voce d'Iddio, che parla di mezzo alle cateratte 
del Niagara!" 

Ma poi, col passar del tempo, il mondo "tornò a poco a poco a rico- 
lorarsi ai suoi occhi" e un po' dell'uomo antico risorse ancora in lui. 
Già durante la sua breve permanenza in America, per quanto egli affer- 
mi di aggirarsi fra gli uomini e le cose come un'ombra, estraneo a tutto 
e a tutti, tuttavia si interessa di costruzioni ferroviarie, di novità indu- 
striali e di problemi etnografici. Ma le questioni politiche sopratutto lo 
attraggono, e cerca di rendersi ragione di quell'alternarsi e confondersi 
di luci e d'ombre, di slanci sublimi e di vizi abbietti che gli apparivano 
nell'ancor giovane democrazia americana. Ad un certo punto, davanti 
allo spettacolo di corruzione che offriva quella politica, un senso di 
scoraggiamento lo vince, e si chiede: la felicità dei popoli dipende diret- 
tamente dalla forma di governo? E: "non lo credo", risponde; "la 
sorgente è altrove, più in alto". 

Durante il breve soggiorno in America, il Gonfalonieri conobbe una 
distinta novelliera e autrice di scritti educativi, Miss Mary Sedgwick, e 
pare che se ne innamorasse. All'amico che gli confidava i suoi dubbi 
intorno all'opportunità di sposare Miss Mary, il Pellico rispondeva esor- 
tandolo a pregar Dio perchè lo illuminasse. E il Gonfalonieri finì per 
rinunciare air"angioletta" americana. Egli lasciò l'America nel settem- 
bre del 1837 e la sua partenza fu di gran dolore per i tanti esuli infelici 
che avevan da lui. ricco e generoso, incoraggiamenti e soccorsi. 

PIETRO BORSIERI. 

Un altro esule illustre, il cui nome molti forse ignorano, Pietro 
Borsieri, collaboratore fra i primi ed i più entusiastici del Conciliatore 
■ — • il "foglio azzurro" che, cento anni or sono, in Milano, dal 3 settembre 
1818 al 17 ottobre 1819, fu l'espressione bisettimanale dell'etica e della 
letteratura, esplicitamente, della politica implicitamente, di quelli che 



72 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

poi furono i Carbonari lombardi del 1821, e di cui lo stesso Borsieri 
scrisse il programma, abile, blando, tutto una perorazione per il buono, 
il bello, il vero — visse per alcun tempo in America, dopo di aver 
passato, anch'egli vittima della odiosa tirannide austriaca, i più begli 
anni della vita nello Spielberg, e vi giunse pur egli a bordo del "brick" 
austriaco l'Ussero. 

Dopo una dimora di pochi mesi a New York, siccome il clima gli 
pareva micidiale e "terribile come in Siberia", e la vita troppo cara, il 
Borsieri si recò a Princeton, circa i primi del '37, e si mise a dar lezioni 
d'italiano a dieci ragazzi. 

Però questo insegnamento finì per venirgli a noia; perchè, essendo 
impartito a scolari scarsi d'ingegno, poco studiosi e per giunta indisci- 
plinati, lo esauriva di corpo e di mente. 

E, per colmo di sfortuna, un giorno mentre si recava, più in fretta 
del solito, a dar lezioni ai suoi scolari, inciampò in mezzo alla strada e 
fu costretto a starsene per un mese confinato in letto "con la gamba 
inacetata e fasciata che pareva uno zampetto di Modena". 

Persuaso dai consigli degli amici andò quindi a stabilirsi a Filadelfia 
per cercare di guadagnare colle ripetizioni qualche coserella e nello 
stesso tempo terminare i suoi lavori interrotti. 

"In questa città" — scriveva a lui il Gonfalonieri — " è un grande 
amore per la lingua italiana massime presso il bel sesso, e gran man- 
canza di maestri di essa. . . Io v'ho una famiglia che posso dire vera- 
mente di amici, che t'accoglierebbero... 

• "La società degli uomini dotti e del colto sesso vi abbonda sovra tutti 
gli Stati Uniti, e altrettanto v'abbondano pure i mezzi di cultura, e di 
ogni necessario progresso colla progrediente nostra età. Io non credo 
che anche per tutti i rapporti estranei a quelli del magistero, tu potresti 
scegliere stazione più atta a passarvi quel tempo che restati innanzi di 
lasciare gli Stati Uniti, onde almeno farne e portarne in Europa qualche 
idea meno ristretta e più adeguata di quelle che potevi avere finora 
attorno a Princeton". 

Per le commendatizie del Gonfalonieri, trovava a Filadelfia una 
buona pensione presso una vecchia signora ed entrava in relazioni ami- 
chevoli col signor Latimer Borrie e con altri personaggi autorevoli che 
lo colmarono di cortesie e gli procurarono delle scolare. 

Intanto le sorelle, le quali vivevano, in grazia dei cinquant'anni di 
servizio fatti dal padre, d'una meschinissima pensione che loro passava 
il Governo, per l'ardente desiderio di abbracciare il fratello e il bisogno 
estremo di essere aiutate, avrebbero voluto chiedere all'imperatore l'au- 
torizzazione per il ritorno di lui in Europa, ma il Borsieri, che nella 
sua infelicità era dignitoso e fiero, venuto alla conoscenza di ciò, incaricò 
Camillo Ugoni e l'Arconati di far sapere loro che tale domanda, oltre 
ad essere disonorevole, non avrebbe avuto, se fosse fatta, nessun risul- 
tato, "essendo certo che il Governo volendo tenerlo in America, non 
darebbe mai una risposta". 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 73 



Alla fine, perduta la pazienza di aspettare la grazia, insieme col 
Castiglia salpò alla volta della Francia, destando apprensioni nell'animo 
del Pellico, suo antico compagno di sventura, il quale all'amico Gonfa- 
lonieri così scriveva con un senso di meraviglia: "possibile che Borsieri 
e Castiglia abbiano preso la risoluzione d'attraversare l'Oceano e venire 
in Francia, senza essere assicurati di poter rimpatriare?" 

Sbarcato nella classica terra della Rivoluzione Francese, il Borsieri 
dimorò alcun tempo a Parigi, poi a Bruxelles presso gli Arconati, che 
gli furono larghi di aiuto e di amorevole assistenza, sino a che il governo 
austriaco gli permise nel 1840 di tornare a Milano. Quivi egli visse 
tranquillo e stimato, fino a che i rivolgimenti gloriosi del '48 lo scossero, 
rinnovandogli i giovanili entusiasmi e facendo rinascere nel suo animo 
le più fervide speranze nella redenzione della patria. 

11 Lombardo-Veneto, pur troppo, rimpiombò sotto il duro giogo 
austriaco e l'inno alla libertà, all'indipendenza e all'Italia del vecchio 
martire dello Spielberg ebbe una eco dolorosa. 

Aveva consigliato, per il buon esito della guerra santa contro lo 
straniero, la concordia delle opinioni e il rinvio a tempo opportuno della 
discussione sulla forma di governo, ma la sua voce non fu ascoltata. 

Sfiduciato nelle sorti della patria, morì il 6 agosto 1852. 

IL BELTRAMI, ESPLORATORE DELLE SORGENTI DEL MISSISSIPPI. 

Un'altra figura insigne di patriota è doveroso ricordare: Giacomo 
Gostantino Beltrami, immigrato in America poco dopo il 1820, e che, 
durante l'esilio cui la tirannide austriaca l'aveva condannato, seppe 
legare il suo nome e la sua opera ad una delle più importanti esplora- 
zioni su territorio americano: quella delle sorgenti del Mississippi. II 
Beltrami era nato a Bergamo nel 1799. Ancora giovanissimo — ricorda 
un suo conterraneo, il Dottor Bonaschi — nominato giudice di Tribunale 
da Napoleone, caduto l'Impero e sottomessa la Lombardia all'Austria, 
cospirò coi Garbonari per la libertà d'Italia. Tradito, venne fatto prigio- 
niero ed esiliato senza nemmeno la formalità di un processo. Fortuna- 
tamente era riuscito a salvare, mandandoli all'estero, una buona parte 
dei suoi denari. Il Beltrami passò allora in Francia, in Inghilterra, in 
Germania, anima senza posa, ma facendosi amici ed ammiratori ovun- 
que per la vasta coltura — conosceva dieci lingue fra antiche e moderne / 
— e per la gentilezza dell'animo. Nel 1822 venne negli Stati Uniti e ^ 
nel maggio del 1823 organizzò una spedizione per la scoperta delle 
sorgenti del Mississippi; problema che allora interessava fortemente i 
geografi americani. La relazione della sua impresa è un capolavoro ed 
è degna di stare a fianco di quelle dei più grandi esploratori moderni. 
In mezzo a continue difficoltà ed a pericoli che avrebbero fatto retro- 
cedere ogni altro per quanto ardito, egli risalì il maestoso fiume, impie- 
gando nella sua esplorazione oltre quindici mesi, e nel settembre del 
1824 trovò finalmente la sorgente occidentale del Mississippi, cioè quella 
che egli chiamò la ]ulian Source, vicino al Turtle Lake. L'invidia degli 



7 



■74 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

esploratori seguenti cercò di oscurare la sua gloria e ciò gli amareggiò 
l'anima per tutta la vita. Ritornato in patria in seguito ad un'amnistia, 
lavorò a difendere la sua gloria contro i suoi detrattori. Ed è gloria d'I- 
talia, questa, non indegna di stare al pari di quella che all'Italia fu 
data da Giovanni da Verrazzano; gloria che merita, nella storia geo- 
grafica del Mississippi, la stessa strenua difesa che fu fatta pel navigato- 

^ re fiorentino nella storia geografica del fiume che oggi ancora si 

Chiama Hudson, ingiustamente. 

GARIBALDI. 

La Tribune di New York del 30 luglio 1850 recava quest'annunzio: 
"La nave Waterloo è giunta da Liverpool questa mattina, portando Gari- 
baldi, l'uomo di fama mondiale, l'eroe di Montevideo, il difensore di 
Roma. Egli sarà accolto da quanti lo conoscono come si conviene al suo 
carattere cavalleresco e ai suoi servigi in favore della libertà". 

Il progetto di Garibaldi di venire in America era qui conosciuto da 
parecchio tempo. Dopo la strenua, eroica difesa della Repubblica Roma- 
na, nel 1849, e la sua fuga attraverso l'Italia, a Tunisi, a Gibilterra, 
a Tangeri, Garibaldi andò a Liverpool e di lì partì alla volta di New 
York. Un'entusiastica dimostrazione di simpatia per lui e per la causa 
italiana — ricorda l'illustre storico americano H. Nelson Gay nel Cen- 
tury Magazine — era stata progettata per il suo arrivo. Americani, fran- 
cesi, tedeschi, polacchi, ungheresi ed altri amanti della libertà volevano 
unirsi agli italiani per onorare l'Eroe con un grandioso corteo, andandolo 
a ricevere alla banchina. Avrebbe preso parte al corteo anche il Sindaco 
di New York, Mr. Woodhull; il Consiglio Comunale gli avrebbe dato 
solenne il benvenuto e offerto l'uso della stanza del Governatore alla 
City Hall. I proprietari dell'Astor House, il più grande hotel di quei 
tempi, offrirono a Garibaldi un appartamento. Si prese anche l'iniziativa 
di un grandiose banchetto popolare che avrebbe dovuto aver luogo il IO 
agosto successivo. Ma l'Eroe volle sfuggire ad ogni possibile manifesta- 
zione e si scusò con la seguente nobilissima lettera da lui inviata al 
presidente del Comitato : 

"Spero che mi permetterete di ripetervi più vivamente che mai, se 
è possibile, il voto che ho sovente espresso, di vedere abbandonata la 
progettata dimostrazione. 

"Quantunque una manifestazione pubblica dei vostri sentimenti pos- 
sa essere motivo di viva soddisfazione per me, esiliato dalla mia terra 
natale, separato dai miei figli, piangente il rovescio della libertà del 
mio paese per l'intervento straniero, tuttavia credete che amerei meglio 
poterla evitare e divenire tranquillamente ed umilmente cittadino di 
questa grande repubblica d'uomini liberi, per navigare sotto la sua 
bandiera, seguitare una carriera che mi permetta di guadagnare il mio 
pane ed aspettare una occasione più favorevole per liberare il mio paese 
dai suoi oppressori stranieri e domestici. 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



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GARIBALDI 



76 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

"Dopo la causa alla quale mi son dedicato, non vi è cosa che mi stia 
più a cuore quanto l'approvazione di questo gran popolo; e sono certo 
che l'otterrò, allorché sarà convinto che ho onestamente e fedelmente 
servito la causa della libertà, nella quale ha esso stesso dato un così 
nobile esempio al mondo." 

Quale contrasto fra la modestia di Garibaldi, che sfuggiva a qual- 
siasi festeggiamento e visse esule modestamente, quasi poveramente, e 
la pompa con la quale Kossuth, l'eroe ungherese, lasciò che lo si acco- 
gliesse dalla popolazione di New York e dal Governo degli Stati Uniti. 
Vero è però che il Congresso di Washington dovette approvare lo stan- 
ziamento in bilancio di parecchie migliaia di dollari per le onoranze al 
grande magiaro! 

ANTONIO MEUCCI L'INVENTORE DEL TELEFONO. 

A quel tempo viveva nel modesto villaggio di Clifton, in Staten 
Island — l'isola che ora costituisce uno dei cinque "boroughs" della 
Creator New York, il "borough" di Richmond — ov'erasi venuto a sta- 
bilire da qualche anno, un esule fiorentino, Antonio Meucci, il cui 
nome è legato ad una delle più prodigiose invenzioni della seconda metà 
del secolo scorso : il telefono. Fu appunto col Meucci che Garibaldi andò 
a stare appena sbarcato in America. Lo stesso Eroe così ne scrive nelle 
sue Memorie: "Sbarcato di peso come un barile a Staten Isiand, incontro 
un brav'uomo, un fiorentino. Si decide di stabilire una fabbrica di can- 
dele e mi offre di aiutarlo nel suo stabilimento. Detto fatto. Interessarmi 
nella speculazione non potevo per mancanza di fondi ed allora mi adat- 
tai a fare qualche lavoro. Lavorai col Meucci, il quale non mi trattò 
come un lavorante qualunque, ma come uno della sua famiglia, con molta 
amorevolezza." 

Tutta la stampa americana un bel giorno propalò all'universo che 
l'invenzione del telefono era uscita fresca fresca dal cervello di Ales- 
sandro Graham Bell. La meravigliosa scoperta è invece scaturita dal 
genio italiano in persona del fiorentino Antonio Meucci e del valdostano 
Innocenzo Manzetti, che, ignoti l'uno all'altro, quasi nella stessa ora ne 
ebbero, con metodi diversi, la chiara visione e ne fecero pratici e felici 
gli esperimenti. Per cui Alessandro Graham Bell, giunto con la vettura 
del Negri nel regno della genialità, impossessandosi del telefono, non 
inventò nulla e non risolvette alcun problema scientifico, ma ne elaborò 
soltanto, con molto profitto, l'applicazione industriale. 

Chi era Antonio Meucci? I registri della parrocchia di San Frediano, 
in Firenze, lo danno nato nella gloriosa città di Dante il 13 Aprile 1808, 
da Amatis Meucci e da Domenica Pepi. Entrò in giovinezza al servizio 
di Leopoldo II Granduca di Toscana, in qualità di custode alle porte 
della città, col modesto incarico di visitare i passaporti, i quali dovevano 
essere vidimati dall'Uffizio dei forestieri o Presidenza di Buon governo. 
Ma, ben presto, rinunziava a tali incombenze, per darsi all'imprese tea- 
trali, in qualità d'attrezzista. Lavorò sotto l'Impresa Linari alla Pergola 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



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78 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

e alla Quarconia, e accettando poi una buona offerta dalla "Tacon Opera 
House"' partì per l'Avana, insieme alla moglie Ester Mochi; egli in qua- 
lità di attrezzista, essa in quella di sarta teatrale. 

Ma il povero Meucci fu disgraziato: un incendio dfstrusse il teatro 
Tacon; e Antonio ed Ester dovettero recarsi a New-York in cerca di 
lavoro. Ivi tentò varii commerci: fabbricò birra, candele e pianoforti. 

Ed ecco ora qualche notizia sulla telefonia ideata dal Meucci. Già 
fin dal 1860 egli aveva fatto varii esperimenti di trflsm.issione delle 
parole a notevoli distanze. Ma fu soltanto qualche anno dopo ch'egli 
presentò al Grant, presidente della New York Districi Telegraph Com- 
pany, un apparecchio perchè venisse preso in esame. 

Il progetto consisteva in questo. Si trattava di due tronchi conici 
di carta aventi per base un diaframma membranaceo e uniti da un filo, 
pel quale si poteva comunicare la voce attraverso una notevole distanza. 
Il Meucci utilizzò pure l'elettro-magnetismo. Una sbarra d'acciaio ma- 
gnetizzata, un rocchetto di filo di rame isolato, coi capi in comunicazione 
con due serrafili, avvolto intorno alla estremità della sbarra; una mem- 
brana di ferro davanti ad un imbuto. Due di questi, identici, in un cir- 
cuito chiuso di filo metallico, isolato, dovevano servire l'uno da trasmet- 
titore, l'altro da ricevitore. 

I suoni prodotti davanti all'imbuto dell'uno, facevano vibrare la 
lastra; e questa, vibrando, modificava la magnetizzazione della calamita 
nel secondo apparecchio, sicché la calamita attirava più o meno la 
propria lamina di ferro che le faceva da àncora e che riproduceva, co- 
municandole all'aria, le vibrazioni dell'altra membrana. 

II progetto venne dunque sottoposto all'esame del Grant; ma questi 
indugiò così a rispondere, che il Meucci si rivolse al Patent Office di 
Washington (23 dicembre 1871) e rilasciò i documenti nelle mani del 
signor Thomas B. Stetson. Passarono cinque anni. Antonio Meucci in- 
vecchiava nella miseria; ed il suo brevetto, né allora né mai, fu più 
possibile rintracciare!. . . 

Nel 1876 fu annunciata al mondo la strepitosa novella, la mera- 
viglia delle meraviglie: l'ing. Graham Bell di New York aveva inventato 
il telefono. 

Ed a Filadelfia, alla grande Esposizione internazionale, la "mera- 
viglia delle meraviglie" venne esposta al pubblic.o. Fu un fanatismo. 
Bell trionfava. 

Nel piccolo villaggio fiorito di Clifton, Antonio Meucci viveva la- 
crimando, più che maledicendo, sulla malvagità umana. Gli era quasi 
unico compagno un pappagallo decrepito a cui Garibaldi aveva insegna- 
to a gridare: Viva l'Italia!. . . 

Cercò il Meucci di far valere le proprie ragioni; ricorse ai tribunali, 
alla Corte Suprema; cercò mecenati per .mettere in valore il frutto del 
proprio intelletto; ma il dio dollaro — tremendo dio, quando dice davve- 
ro — fece sentire dovunque la propria influenza. 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



79 



Anche dall'Italia si mossero parenti e legali; si agitarono consoli e 
ambasciatori; ma nulla valse. 

Diciamo male; valse questo: nel 1888 la Corte Suprema degli Stati 
Uniti decretò "che il telefono Bell dovesse chiamarsi Meucci, avendo 
la Bell Telephone Company acquistato non legalmente il brevetto." 
Lo stesso Meucci, poco prima di morire, scrivendo ad un vecchio amico 
di Firenze, confermava la notizia con le seguenti frasi: "Io ho la voce; 
altri ha la noce. Comunque sia, si aspetta la definitiva decisione della 
Corte di Appello." Si vede che la Compagnia Bell aveva appellato. La 
sentenza della Corte d'Appello non si ebbe mai per la morte dell'esule, 




L'umile casa di Antonio Meucci, a Staten Island, in cui 
visse esule l'Eroe dei Due Mondi 

che avvenne il 18 ottobre 1889. Lo uccise l'idropisia, mentre la Bell 
Telephone Company, ricca di milioni, continuava e continua a sfruttare 
la invenzione del nostro grande e sfortunato Meucci. 

IL GLORIOSO CIMELIO DI STATEN ISLAND. 

La casetta abitata dal Meucci, e nella quale fu ospite l'Eroe dei 
Due Mondi, era appartenuta prima ad un tal tenore Salvi, poi l'ebbe 
in proprietà l'esule fiorentino. Più tardi venne acquistata dall'impresario 
Maretzeck, che poi la cedette al birraio Federico Bachmann, un buon 
tedesco, di Baden, il quale vi lasciò vivere il Meucci. 

L'il giugno 1882 — nove giorni dopo la morte dell'Eroe — mi* 
gliaia di emigrati si recarono in pellegrinaggio a Staten Island. Fu allora 



80 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



a 



che il Bachmann dichiarò di donare la casa di Garibaldi agli Italiani, 
mettendo per sola condizione che la potesse abitare vita naturai duran- 
te Antonio Meucci, e che ne restassero curatori il cav. Carlo Barsotti, 
direttore del Progresso Italo-Americano, Antonio Lazzari e Vincenzo 
Polidori. 

Fatta questa dichiarazione in mezzo agli applausi entusiastici del 
popolo convenuto, il cav. Barsotti, presentato da Dario Papa, allora 
redattore in capo del Progresso, ringraziò il generoso donatore e gli 
offrì una ricchissima bandiera tricolore con lo scudo di Savoia. 

Narrano i giornali di quel tempo che la cerimonia fu delle più 
impressionanti. 

Da quel momento Federico Bachmann ebbe diritto alla gratitudine 
degli Italiani, e come l'eco della munificenza sua era giunta, lodata, 
in Italia, così il Municipio di Civitavecchia con votazione solenne lo 
acclamò cittadino onorario. 

Antonio Meucci abitò la casa fino all'ultimo suo giorno di vita. 

Sulla casa — mèta di frequenti pellegrinaggi — fu posta la se- 
guente iscrizione: 

— Qui visse esule dal 1850 al 1853 — Giuseppe Garibaldi — l'eroe 
dei Due Mondi — 8 marzo 1883 — Alcuni amici posero. 

Federico Bachmann morì nei primi del gennaio 1905, lasciando ai 
suoi eredi la proprietà con -la storica reliquia garibaldina. 

Sorse poi la necessità di liberare della casetta la proprietà degli 
eredi di Bachmann, non potendosi ottenere da essi il terreno adiacente, 
che occorreva assolutamente alla compagnia esercente la fabbrica di birra 
Bachmann, e di trovare un suolo libero su cui la reliquia potesse rima- 
nere, segno alla venerazione generale. 

La benemerita Società Garibaldi di Staten Island offrì la somma 
per l'acquisto del terreno e subito un Comitato si costituì per raccogliere 
i fondi occorrenti alle spese per il trasporto della casa sul nuovo posto 
e per la protezione e la conservazione di essa. 

Il Comitato, ottenuto il consenso dei due curatori cav. Barsotti e 
A. Lazzari — dopo aver raccolto tra i connazionali le somme occorrenti 
— provvide al trasporto della casetta sul terreno acquistato dalla Società 
Garibaldi di Staten Island ed alla costruzione della rotonda — il Pan- 
theon — che l'accolse. 

Fa d'uopo qui ricordare che, prima che il preziose cimelio passas- 
se definitivamente in possesso della Colonia, sorsero nuove difficoltà 
di carattere finanziario, ad eliminare le quali provvide opportunamente, 
con una patriottica, rapida campagna, il Giornale Italiano, che si ebbe 
così il plauso e la gratitudine degli Italiani. Dal 1915 il Pantheon Gari- 
aldino è affidato alla custodia dell'Ordine Figli d'Italia, ed il 4 Luglio 
di ogni anno, duplice anniversario della Dichiarazione dell'Indipendenza 
Americana e della nascita dell'Eroe dei Due Mondi, è mèta di patriottici 
pellegrinaggi. 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



81 



COME VIVEVA L'ESULE GLORIOSO. 

Garibaldi, volendo sfuggire ad inviti, ad onoranze, a manifesta- 
zioni rumorose che d'ogni parte gli si preparavano, accettò senz'altro 
l'ospitalità del buon Meucci; e nella modesta, angusta casetta di Staten 
Island, la vita libera, lungi dai rumori della grande città, la cordialità 
della famiglia Meucci e le visite di tutti i giorni degli esuli patrioti 
versarono un po' di balsamo sul cuore dell'Eroe lacerato dalla morte 
recente, nella Pineta di Ravenna, della sua adorata Anita, e dal fallito 
tentativo della breve ma gloriosa Repubblica Romana. 

"Casa, invero, più che modesta — scrive il dr. Roversi, che la 
visitò qualche anno dopo la morte di Garibaldi — : camere appena for- 



/ resti della fabbrica di candele, in Staten Islanda 
ove Garibaldi aiutò il suo "principale" Meucci 



nite del necessario; mobili dell'antico stampo e di dubbio "comfort;" 
ma chi potrà ridire la commozione che provai vedendo e toccando le 
reliquie dell'Eroe, le reliquie, che, non per incuria degli esecutori testa- 
mentari, i quali ubbidirono alle ultime volontà del defunto Meucci e al 
comando della legge, ma per indifferenza della Colonia, andarono poi 
miseramente perdute? 

"Una bacheca a vetri contenente le candele di stearina tricolore 
fabbricate da Garibaldi ; un corno di cervo che il Generale aveva portato 
dal Sud-America; il lettuccio dov'egli aveva dormito, le sedie rustiche 
fatte dalle sue mani con tralci di Clifton; la fotografia che lo rappre- 
senta, in camicia rossa, sullo scoglio di Caprera, e che ha, autografa, 
la dedica: — Al mio caro principale Antonio Meucci, Giuseppe Gari- 
baldi — ; poi, una dozzina di lettere, pure autografe, tutte datate da 



82 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Caprera; poi un quadro a olio, in cui Garibaldi è ritratto in redingote, 
e che credo non abbia un duplicato; infine, il pappagallo, cui Garibaldi 
aveva insegnato a gridare: Viva l'Italia!" 

Con Garibaldi era il colonnello Paolo Bovi Campeggi, uno zio ma- 
terno del Roversi, che — perduta sulle mura di Roma la mano destra, 
portatagli via d'un colpo, nel 1849. dalla mitraglia francese — aveva 
accompagnato il Generale nell'esilio volontario di quest'America del 
Nord. Al Roversi, giovinetto, il colonnello, che era poi tornato in patria 
con l'Eroe, soleva raccontare, negli ultimi anni della sua vita, del tempo 
passato nell'eremo di Staten Island; delle gite settimanali a New York 
insieme al Generale per ritirare la posta e incontrarsi con Giuseppe 
Avezzana, Quirico Filopanti. Felice Foresti, Pastacaldi e altri illustri 
proscritti ; dei convegni periodici in una certa casa di Irving Place, 
ora demolita, per leggere in comune, palpitando e fremendo, le ultime 
notizie d'Italia e la corrispondenza del Comitato Rivoluzionario di Lon- 
dra e di Giuseppe Mazzini. 

"Della dimora del Generale presso il Meucci poco è stato scritto — 
aggiunge il dr. Roversi — e non sempre esattamente, e con maggior 
fantasia che precisione storica; qui giova dir subito che né Garibaldi 
né Bovi Campeggi ebbero mai bisogno a Staten Island di lavorare per 
vivere; che se il primo attese qualche volta a fabbricar candele e il se- 
condo — nella sua qualità di bolognese — ■ a insaccar salami e morta- 
delle, fu per ammazzar il tempo e aiutare la famiglia fraternamente 
ospitale, che Meucci pensava a tutto e che se Garibaldi distribuì a italiani 
poveri i Cinquecento Dollari, che un ricco americano — ammiratore suo 
e dell'Italia — gli aveva regalato — fu non solo per innata liberalità 
d'animo, ma anche perchè non ne aveva bisogno." 

ALCUNI EPISODI DEL SOGGIORNO DI GARIBALDI IN AMERICA. 

In Staten Island Garibaldi era serio, malinconico, di poche parole. 
Incapace di adattarsi all'oziosa vita che conducevano tanti esuli, lo tor-* 
mentava la febbre del moto e del lavoro. Certe mattine partiva col 
fucile in ispalla, con un po' di pane e formaggio nel carniere, s'inter- 
nava nei boschi circostanti e non rincasava che alla sera tardi, quand'era 
ftanco e carico di selvaggina. 

"Un giorno — ricorda Adolfo Rossi — il Generale tornò senza 
avere sparato lo Schioppo. 

— ■ Ma non venni colle mani vuote, cara signora Ester — disse alla 
moglie del signor Meucci, deponendole in grembo una candida bestio- 
lina. — Ho trovato questa giovane lepre quasi morente dal freddo . — 
La giovane lepre era una gattina, l'Eva della razza felina in casa Meucci. 

Andato un dì a caccia fuori di stagione, senza saperlo, fu arrestato 
e rilasciato poi libero per l'intromissione degli amici. Ritornato a casa, 
qualcheduno si lagnò in sua presenza delle leggi americane, ma egli 
osservò che gli Americani fanno le leggi che tornano comodo a loro 
senza pensare ai forestieri; che l'Italia, divenuta nazione, farebbe lo 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



83 




84 OINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Stesso, e che ognuno è tenuto a rispettare le leggi del paese in cui 
si trova. 

Certi altri giorni s'imbarcava su di un grazioso battello a vela lati- 
na, che aveva fatto dipingere bianco, rosso e verde e battezzato Ugo 
Bassi, in memoria del sacerdote martire. Garibaldi, marinaio nato, lo 
faceva volare sulle onde come un gabbiano, e passava delle giornate 
intiere e delle notti serene pescando. 

Quando non andava né alla caccia né alla pesca Garibaldi per non 
istare in ozio voleva assolutamente aiutare il sig. Meucci, e lavorò prima 
nella fabbricazione dei salami e piìi tardi in quella delle candele 
steariche. 

Un giorno, scarnando alcune ossa, il coltello, scivolatogli, gli tagliò 
un pezzo di falange di un dito che cadde e si confuse insieme con 
l'altra carne. 

— Non cercatelo — disse sorridendo agli astanti — renderà il 
salame italiano! 

E' falso che egli abbia mai lavorato in New York come operaio 
salariato. 

La casa di Meucci — già lo dicemmo — era visitata come un 
santuario da tutti gli esuli italiani che sbarcavano in New York. Gari- 
baldi però non posava da eroe né da oracolo dinanzi a nessuno: era 
buono, dolce, un eccellente compagnone. 

Qualche volta ridevano e dimenticavano le disillusioni del passato 
e le incertezze dell'avvenire, passavano delle serate liete, discorrendo 
talora di scienze fisiche, matematiche, e di lingua inglese, studi a cui 
Garibaldi dedicava parecchie ore ogni giorno. 

Ecco un episodio allegro. Anche in New York i mercanti di quadri 
avevano fra i loro ritratti più belli quello di Garibaldi, conosciuto fin 
d'allora per l'eroe dei due mondi, difensore dei deboli, cavaliere della 
libertà. 

Fu raccontato un giorno a Garibaldi che in una casa di malaffare 
di New York erano esposti il suo ritratto e quello di Avezzana. — Cosa 
volete — gli si disse — anche quelle ragazze amano di aver sempre 
sotto gli occhi la vostra bionda testa, la vostra romantica figura! 

— Bisogna bastonare subito il proprietario di quella casa! — escla- 
mò Garibaldi sorridendo: ma poi d'accordo con Avezzana parlò al suo 
amico il Mayor Westervelt, il quale spedì nella casa in discorso una 
dozzina di policemen in abito borghese. Costoro, dopo aver bevuto, 
finsero di attaccar baruffa e spezzarono quanto capitò loro sotto le mani, 
incominciando dai ritratti. 

Ma, più di tutto, Meucci e coloro che lo attorniavano ricordavano 
commossi il buon cuore e la generosità dell'Eroe. La signora Meucci 
aveva un bel rifornirgli l'armadio di biancheria! Il primo povero italiano 
che si presentava chiedendo soccorso, gliela portava via. Di denari non 
se ne parla. Sparivano come per incanto appena gli erano entrati in 
tasca. 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 85 



Una volta un armatore americano che doveva affidargli il comando 
di una nave, gli spedì cinquecento dollari. Cosa fa Garibaldi? Manda 
subito a chiamare, senza perdere un minuto, gli esuli più bisognosi, 
depone sulla tavola la somma, ne fa tanti mucchi quanti erano i presen- 
ti, eccettuato se stesso, e fi aternamente li distribuisce. Ed egli possede- 
va, allora, due camicie soltanto. — Vedete — diceva — l'uomo nasce 
senza camicia; io ne possiedo due: posso ben regalarne una! — Ecco 
Garibaldi ! 

Fra i giornali di lingua inglese che in quei tempi pubblicavansi in 
New York, due specialmente si occupavano dell'Italia e degli Italiani: r> 
VEvening Post, diretto da W.QBryant, il celebre e notissimo poeta, prò- ». 
lettore e difensore, con amoreMi padre, di quanti sapeva nati nella terra 
sventurata e dei quali parlava la lingua a perfezione, e il Freeman, la 
cui dottrina cristiana era di trattar da banditi feroci, indegni del consor- 
zio civile, quanti eran nati dalle Alpi al mare. E, manco a dirlo, i piìi 
sventurati erano particolarmente fatti segno all'odio atroce e lo stesso 
Garibaldi non era risparmiato. 

Rappresentava allora il Regno Borbonico quale Console in New 
York un tipo di effeminato che non si degnava restituire il saluto se 
non si era in guanti gialli, come i suoi, eternamente a mano; il Regno 
Sardo, un uomo lungo e magro, ma forse non tristo come lo facevano. 
Ambedue eran cordialmente odiati; specialmente il primo, schivato 
quasi da tutti, specie dai profughi. Si imputavano loro, forse più a torto 
che a ragione, gli attacchi continui del Freeman, con i cui redattori erano 
spesso insieme. 

Meucci, come spesso soleva, aveva un giorno pregato Garibaldi 
che, andando a New York, gli esigesse un certo denaro dovutogli. Gari- 
baldi che attendeva impaziente un'opportunità per andarsene, prima 
di pensare all'incarico affidatogli dal suo buon "principale", era passato 
a Jersey City, per la centesima volta, in traccia d'un veliero da coman- 
dare e così dar l'addio all'America. Al ritorno, sul battello, s'imbattè 
a caso col lindissimo borbonico e col lunghissimo piemontese, i quali, 
quasi felici come di un'azione commendevole, si affrettarono a far leg- 
gere a Garibaldi, che capiva bene l'inglese, gli insulti diretti dal Freeman 
di quel giorno ai profughi infelici. Il magnanimo, umiliato Eroe, a tan- 
t'oltraggio, perdette, forse per la prima volta, la maravigliosa sua calma. 
Chi mai, al caso suo, avrebbe potuto resistere? I due impudenti furono 
da lui spietatamente schiaffeggiati, e buon per loro che la folla s'intro- 
mise, andavano a gustar le sudicie acque dell'Hudson. A tanto era 
salita l'ira del prode per la offesa ai patrioti sventurati ! 

Verso la fine del 1852 Garibaldi assunse il comando di un basti- 
mento mercantile, il "Commonwealth", e fece un viaggio nella Cina. Il 
viaggio fu felicissimo sino a Canton; al ritorno il navigatore incon- 
trò una terribile tempesta, durante la quale potè a stento contenere i 
marinai che volevano ammutinarsi per la mancanza dei viveri. Giunto 
a New York, visitò gli amici e i luoghi che gli erano tanto cari e, dopo 



86 CINQUANT-ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

breve costa, salpò per Londra, poi per l'Italia. Con lo stesso bastimento 
tornò più tardi a New York, ma gli sconvolgimenti europei, verso la fine 
del 1853, lo indussero a cedere il comando e a tenersi pronto per accor- 
rere in patria. L'ultimo giorno che il Generale passò nell'America del 
Nord se ne stette coi coniugi Meucci, nella loro casetta di Clifton, a 
Staten Island, in compagnia di Avezzana, di Felice Foresti e del colon- 
nello inglese Forbes. Al momento della partenza l'Eroe buono e grato 
si separò cogli occhi umidi dalla famiglia Meucci e da questa terra 
ospitale. 

A Staten Island Garibaldi era ricordato ancora, sino a pochi anni 
or sono, dai vecchi del luogo, con venerazione. Durante iì suo soggiorno 
a Clifton era stato eletto membro onorario della Loggia Massonica Tomp- 
kins e il corpo dei pompieri si gloria di averlo nei suoi registri, dove è 
ascritto alla Compagnia zappatori. 

LINCOLN OFFRE A GARIBALDI IL COMANDO DI UN ESERCITO. 

Il Senato degli Stati Uniti deliberava all'unanimità, il 23 agosto 
1888, che nel Campidoglio di Washington fosse collocato un busto dì 
Garibaldi, in omaggio al suo carattere di universale liberatore degli 
oppressi. Vi è, però, un'altra pagina non scritta della storia americana, 
che prova quale fosse negli Stati Uniti l'ammirazione per l'eroe italiano 
come soldato e come campione della libertà, con evidenza maggiore che 
non qualunque busto commemorativo o discorso laudativo. 

Nell'estate del 1861 — ricorda il Gay nel già citato articolo sul 
Century Magazine di New York — il presidente Lincoln fece appello 
a Garibaldi perchè prestasse la potenza del suo nome, il suo genio e la 
sua spada alla causa del Nord, assumendo il comando di un esercito. 
Il carteggio riferentesi a queste trattative non fu pubblicato nella Corri- 
spondenza diplomatica degli Stati Uniti, e i giornali del tempo non era- 
no riusciti ad avere la conferma ufficiale delle voci che correvano con 
insistenza. A molti quella richiesta di aiuto fatta a un generale straniero 
pareva umiliante per l'orgoglio nazionale; ma oggi non vi è più ragione 
di tener nascosti i fatti riguardanti quell'offerta, tanto più che essa fu 
franca e leale e rappresenta il più bell'omaggio di una nazione stranie- 
ra al carattere adamantino e al genio militare del grande Italiano. 

Poco dopo la gloriosa, leggendaria Spedizione dei Mille, nel genna- 
io 1861 comparve nella North American Review un articolo di H. T. 
Tuckerman, pieno di entusiasmo per il grande generale italiano. Augusto 
Vecchi, incaricato da Garibaldi di ringraziare Tuckerman, scrisse poche 
righe in nome del suo capo, ma aggiunse segretamente una lettera sua 
propria, in cui parlava della dolorosa crisi americana e suggeriva, come 
mezzo per giungere ad una pronta soluzione, che si invitasse Garibaldi 
a prestare il valido aiuto del suo braccio. La lettera di Tuckerman in ri- 
sposta a quella di Vecchi non è venuta in luce, ma negli Stati Uniti 
corse la voce che Garibaldi avesse offerto i suoi servigi al Nord nella 
guerra con gli Stati del Sud per la soppressione della schiavitù, e molti 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



87 




ABRAMO LINCOLN 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



si adoperarono perchè tale offerta fosse accettata. L'8 giugno 1861, J. 
W. Quiggle, console americano ad Anversa, che si era poco prima incon- 
trato con Garibaldi, gli scrisse così : 

"Generale Garibaldi: — I giornali riferiscono che Ella è sul punto 
eli recarsi negli Stati Uniti per unirsi all'esercito del Nord nel conflitto 
del mio paese. Se ciò è vero, il nome di Lafayette non sorpasserà il Suo. 
Vi sono migliaia di Italiani e di Ungheresi pronti ad accorrere nelle sue 
file e migliaia e diecine di migliaia di Americani che si glorieranno dì 
essere sotto il comando del "WaL-hington d'Italia". Le sarei grato se 
volesse farmi sapere se tale è la sua intenzione. In quel caso io rinun- 
zierei alla mia posizione di console e mi unirei a Lei per sostenere un 
governo formato da uomini come Washington, Franklin, Jefferson e altri 
loro compatrioti dei quali non è necessario io Le faccia i nomi. Con l'as- 
sicurazione del mio profondo riguardo, 

* Suo J. W. Quiggle." 

Garibaldi rispose da Caprera, il 27 giugno: 

"Mio caro amico: — La notizia data dai giornali, ch'io mi rechi negli 
Stati Uniti, non è esatta. Io ho avuto ed ho tuttora un gran desiderio di 
andarvi, ma molte cause me lo impediscono. Se, però, scrivendone al suo 
governo, questo ritenesse il mio servizio di qualche utilità, mi recherei 
in America, a meno che non fossi impegnato nella difesa della mia patria. 
Mi dica anche se questa agitazione riguarda o non l'emancipazione dei 
negri. Sarei felicissimo di esserle compagno in una guerra cui parteciperei 
e per dovere e per simpatia. Bacio con affetto la mano della Sua Signora 
e sono con gratitudine. 

Suo, G. Garibaldi." 

Copia di tutta la corrispondenza con Garibaldi fu da Quiggle spedita 
al Dipartimento di Stato, a Washington, e poiché il Nord passava, allo- 
ra, un momento disastroso, il Governo decise di chiedere l'aiuto di Gari- 
baldi e incaricò Sanford, ministro americano a Brusselle, di una missio- 
ne speciale a Caprera. Le disposizioni date a Sanford dicevano testual- 
mente: 

"Entri in comunicazione col distinto soldato della libertà; gli dica che 
questo Governo crede che i servigi di lui nell'attuale conflitto per l'unità 
e la libertà del popolo americano sarebbero immensamente utili e che 
perciò essi sono caldamente desiderati. Gli dica che questo Governo ha 
fiducia che egli, purché gli sia possibile, accetterà tale invito, poiché è 
troppo certo che la caduta dell'Unione americana, se pur fosse possibile, 
sarebbe un colpo disastroso per la causa della libertà umana, qui, in 
Europa e in tutto il mondo. Gli dica che riceverà il grado di Maggior 
Generale nell'Esercito degli Stati Uniti, con lo stipendio relativo e con 
la cordiale accoglienza del popolo americano" 

Sanford si recò da Quiggle a Brusselle poi a Torino da Marsh, mi- 
nistro americano in Italia, che lo informò minutamente sulle vere condi- 
zioni politiche nel Regno e specialmente sull'ultima fase della questio- 
ne romana. Il partito d'azione sperava in una soluzione imminente con 



L'IMMIGRAZIONE EROICA gg 



l'apertura di ostilità nelle quali Garibaldi sarebbe stato a capo delle for- 
ze di volontari, e in tal caso non vi era possibilità che accettasse l'of- 
ferta americana. 

Per aver un'idea delle intenzioni di Garibaldi Sanford gli spedì 
una lettera per mezzo di un impiegato della Legazione americana a 
Torino, e il generale rispose che avrebbe interpellato Vittorio Emanuele 
e che, se il re non avesse reputato necessari i suoi servigi, e se le 
condizioni offerte dal Governo americano fossero state tali quali risul- 
tavano dalle parole del messo, egli sarebbe stato disposto a partire. 

Vecchi si recò dal re, il quale in termini lusinghieri rispose a Gari- 
baldi che lo lasciava libero di partire; in altri termini, che il Governo 
non intendeva di adottare il programma di lui nella questione romana 
e non vedeva la probabilità di operazioni militari per l'occupazione del 
territorio papale, che richiedessero il suo aiuto in un prossimo avvenire. 

Sanford noleggiò subito un vapore privato e partì da Genova per la 
Maddalena l'S settembre, portando anche la risposta del re, affidatagli 
da Vecchi. Così Sanford narra la sua intervista con Garibaldi : 

"Ho trovato il generale ancora invalido, ma nella possibilità di uscire 
dalla stanza in cui era stato per parecchi mesi confinato, ed ebbi in quel 
giorno una lunga conversazione con lui, a proposito della sua partenza 
per gli Stati Uniti. Egli disse che il solo modo in cui avrebbe potuto 
prestar servizio alla causa degli Stati Uniti, il che ardentemente deside- 
rava fare, era come comandante in capo delle forze; che soltanto in tale 
qualità sarebbe andato, e colla facoltà, dipendente dagli eventi, di dichia- 
lare rabolizione della schiavitìi, poiché, senza di questo, si sarebbe trat- 
tato semplicemente di una guerra civile per cui il mondo non poteva sentire 
speciale interesse o simpatia." 

Garibaldi domandava cosa che non si poteva concedere, poiché 
per la costituzione degli Stati Uniti, il comando in capo dell'esercito 
spetta al Presidente. D'altra parte, Sanford stesso riconobbe che Gari- 
baldi aveva ragione di rifiutare una posizione in sott'ordine; abituato a 
mettere in esecuzione i suoi propri piani, forse non gli avrebbe arriso 
il successo in un'azione comune. Oltre a ciò, l'emancipazione degli 
schiavi, per la dichiarazione della quale egli voleva poteri discrezionali, 
non formava ancora parte del programma di Lincoln. Così le trattative 
non approdarono al risultato desiderato da Sanford. 

Il ministro americano era riuscito a mantenere un grande segreto 
relativamente a quell'abboccamento, ma gli amici di Garibaldi, nel timo- 
re della sua progettata partenza, parlarono. L'Italia di Torino annunciò 
che Garibaldi aveva accettato il comando dell'esercito federale ameri- 
cano, e tutta la stampa liberale proruppe subito in un coro di proteste, 
e centinaia di petizioni al generale circolarono rapidamente nel paese. 

La questione della partenza di Garibaldi per l'America pareva 
ormai del tutto risoluta negativamente; ma un anno più tardi si ebbe 
una breve ripresa delle trattative, rimaste ugualmente senza esito. Il 29 
agosto 1862 Garibaldi fu arrestato ad Aspromonte, e il l.o settembre 



90 CINQUANTANNI PI VITA ITALIANA IN AMERICA 

il console americano a Vienna. Teodoro Canisius. senza autorizzazione 
da parte del suo Governo, gli scriveva una lettera dicendogli che, messo 
ormai nell'impossibilità di condurre a termine la sua "grande opera 
patriottica", egli avrebbe ora forse potuto offrire il braccio valoroso 
nella lotta che la Grande Repubblica sosteneva per la libertà e l'unità. 
Garibaldi rispose dal Varignano il 14 di settembre: 

"Signore: Sono prigioniero e gravemente ferito: per conseguenza mi 
è impossibile disporre di me stesso. Credo però che sarò messo in libertà, 
e se le mie ferite si risaneranno, sarà arrivata la favorevole occasione 
in cui potrò soddisfare il mio desiderio di servire la grande Repubblica 
Americana, che oggi combatte per la libertà universale. 

"Garibaldi" 

Ad onta della gravità della ferita riportata, Garibaldi il 5 ottobre 
mandò Vecchi da Marsh, ministro americano a Torino, per riaprire le 
trattative a proposito del comando di un esercito. Ma il dispaccio che 
Marsh spedì l'S ottobre al Dipartimento di Stato per comunicare l'of- 
ferta di Garibaldi, s'incrociò con un telegramma del Ministro Seward 
che annunziava la rimozione dal posto di Canisius, console a Vienna, 
per essersi permesso di riaprire le trattative con Garibaldi senza l'auto- 
rizzazione del suo governo non solo, ma per aver anche dato alla 
stampa la lettera spedita e la risposta ricevuta dal generale. E nella sua 
lettera aveva definito "grande opera patriottica" la spedizione di Aspro- 
monte, offendendo in tal modo il Governo italiano. 

Intanto sui campi di battaglia andavano formandosi negli Stati 
Uniti abili generali; la convalescenza di Garibaldi procedeva troppo 
lentamente; l'ora in cui l'America doveva valersi dei servigi del grande 
italiano era passata. 

IL GENERALE LUIGI PALMA DI CESXOLA. 

Sul finire del 1860 un giovine ufficiale italiano giungeva in New 
York, gittate, o dispetto o capriccio o voce imperiosa del destino, le 
spalline conquistate, volontario sedicenne, sul campo di Novara e por- 
tate con onore su quelli di Crimea combattendo nella legione straniera. 
Si chiamava — ricorda Giuseppe Giacosa — con un nome patrizio 
chiaro nei fasti del Risorgimento italiano: Luigi Palma di Cesnola. In- 
grossava allora il dissidio fra gli Stati del Sud e quelli del Nord intorno 
all'abolizione della schiavitù, ed il Governo dell'Unione apparecchiava 
la guerra ormai inevitabile. Il Cesnola. che già ascritto all'Accademia 
militare di Torino, possedeva in larga misura le cognizioni richieste, 
si fece di colpo maestro di tattica guerresca. Un avviso a caratteri cubi- 
tali, affisso sulla facciata di un palazzo di Broadway, annunziava al 
pubblico: 

SCUOLA DI GUERRA 

DEL CONTE LUIGI PALMA DI CESNOLA 

CAPITANO NELL'ESERCITO ITALIANO 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 91 



In poco spazio di tempo il numero degli allievi giunse a settecento 
e tutti superarono con molto onore l'esperimento dell'esame. Nell'ottobre 
del 1861 il Cesnola fu chiamato nelle file dell'esercito del Nord e no- 
minato maggiore e, dopo due mesi venne promosso al grado di tenente 
colonnello nell'XI reggimento di Cavalleria, cui era affidata l'onorifica 
mansione di proteggere la persona del Presidente Lincoln. A Washing- 




II Generale Luigi Palma di Cesnola 

ton il giovine patrizio piemontese diede le prime prove di un coraggio, 
di una fermezza e di un accorgimento guerresco tali che gli valsero, nel 
settembre 1862, il grado di colonnello ed il comando del 4.o reggimento 
di cavalleria di New York, già sulle mosse per il campo di battaglia e, 
due mesi dopo, il comando dei sette reggimenti di cavalleria addetti al- 
l'I! corpo d'esercito. Segnalatosi per prodigi di valore (sono parole del 
New York Times di quell'anno), gli fu affidata la difesa di Belle Plains, 
e, poco dopo, quella di Averill, dove sgominò, nel maggio 1863, il corpo 
d'esercito del generale Washburne, facendogli 2.732 prigionieri e meri- 
tandosi d'essere portato all'ordine del giorno dell'esercito unionista. 



92 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Ed eccoci alla famosa battaglia di Aldie, del giugno 1863, una 
delle tante che insanguinarono, durante la guerra civile, lo Stato 
della Virginia. Dopo le precedenti, mirabili prove date dal Cesnola, 
questi credeva per fermo di aver conseguita la promozione a generale 
di brigata; il generale Gregg nominò invece, immeritatamente, un suo 
fratello. Questa volta il Cesnola se ne dolse con una fiera lettera di 
protesta che il Gregg tenne per atto di insubordinazione e lo punì con 
gli arresti sotto la tenda. Seguiva così, disarmato, la colonna che 
aveva guidato tante volte alle vittoria, ma gli era inibito di combattere 
con essa. In tali condizioni si giunse alla battaglia di Aldie. Il nemico 
ingrossava da presso, quando il generale Fitzpatrick, che comandava i 
diversi corpi unionisti ivi raccolti ordinò una carica al 4.c reggimento 
di cavalleria New York. Il reggimento protestò unanime, soldati ed uffi- 
ciali, che non avrebbe mosso un passo se non lo guidava il suo colon- 
nello. Il Cesnola, misurando il pericolo ed il disonore di un ammutina- 
mento, supplica allora dal Fitzpatrick il permesso di porsi, disarmato 
com'era, alla testa dei suoi soldati. Questi, che era stato estraneo alla 
punizione, e forse la disapprovava in cuor suo, acconsente. Il Cesnola 
salta in sella; in difetto di sciabola, alza il frustino e slancia il cavallo 
pancia a terra seguito dal reggimento fremente ed urlante di entusia- 
smo. Respinto per disparità di forze, torna quattro volte all'assalto. Alla 
terza, una palla lo colpisce al braccio sinistro, ma non ne intiepi- 
disce l'ardore. Mentre raccoglie i soldati per lanciarsi alla quarta, il ge- 
nerale Fitzpatrick, ammirato di tanto eroismo, lo avvicina, si leva la 
sciabola dal fianco e gliela porge dicendogli : "Riportamela rossa di san- 
gue!" Ma nella mischia il valoroso colonnello, ferito gravemente da 
sciabolate al capo ed alla mano destra, cade ed è preso prigioniero. 
Tradotto a Richmond, la capitale dei Sudisti, venne rinchiuso nella pri- 
gione di Libby, dove già erano circa 900 altri ufficiali prigionieri e dove 
soffrì, con loro, privazioni e tormenti indicibili: non libri o ■'giornali per 
riuscire ad ingannare l'abbietto ozio forzato, non letto o giaciglio su cui 
riposare la notte, scarso e nauseabondo il cibo, costretto a dormire sulla 
nuda terra, senza uno straccio di coperta ed usando gli stivali per ca- 
pezzale. 

Nel novembre 1863 il Cesnola, pur rimanendo prigioniero, ebbe 
l'ordine dal generale Dowe di sopraintendere alla distribuzione del vitto 
ai compagni di sventura, e quale custode dei magazzini del Commissa- 
riato di Belle Isle, (l'isola non lungi dalla Libby Pr'son, dov'erano tenuti 
pure prigionieri 18 mila tra ufficiali e soldati dell'esercito del Nord) 
con severo divieto di comunicare con chicchessia, e persino di rivolgere 
la parola alle sentinelle di guardia. 

Godendo tuttavia di una certa qual libertà, potè apprendere molte 
cose, e specialmente la topografia dei luoghi, scoprire un magazzino di 
uniformi e di oggetti di abbigliamento militare dei sudisti, conoscere 
l'abitudine dei soldati carcerieri di abbandonare il loro posto per recarsi 
a gozzovigliare quasi ogni notte, la possibilità quindi di uscire sotto men- 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



93 



tite spoglie e comunicare col di fuori. Troppo lungo sarebbe narrare le 
fasi del complotto, ideato col genio di un grande capitano e maturato, 
in ogni menomo particolare, colla preveggenza d'un grande organizza- 
tore; basti dire che il Cesnola, a mezzo di una lettera scritta al dottor 
Tullio Suzzara Verdi (l'illustre patriota italiano, che aveva allora l'alto 
onore di essere medico del presidente Lincoln e del ministro della guer- 
ra Stanton) partecipava il suo piano al governo di Washington affinchè 
il generale Fitzpatrick, che si trovava con 10 mila soldati di cavalleria 
poco lontano da Richmond, avesse — aiutato dai prigionieri di Belle 
Isle — potuto operare contro la piazza forte, impadronirsene, catturare 
il presidente e i ministri e i deputati che vi sedevano in permanenza, 
imporre le condizioni di pace e quindi terminare la disastrosa guerra 
fratricida. 

Già tutto era pronto: i compagni di carcere del Cesnola — fra i 
quali il capitano Morley, uno dei seicento della carica di Balaclava im- 
mortalata da Alfredo Tennyson, il capitano Francis Hirsch, uno degli 
eroi della battaglia di Gettysburg, e gli altri — aspettavano, con impa- 
zienza, l'ora di gettarsi sulle guardie ed eseguire sino all'ultimo il piano: 
un gesuita italiano, padre Bixio, fratello dell'eroico garibaldino Nino 
Bixio, che il Cesnola aveva messo nella sua confidenza, cooperava effi- 
cacemente per la provvista delle armi e delle munizioni necessarie nel- 
l'interno del carcere. Ma l'indugio frappostosi a Washington nel rispon- 
dere alla lettera del Cesnola (che il dottor Verdi si era affrettato di 
comunicare allo Stanton, ahimè! senza risultato) e, sopratutto, il tradi- 
mento d'un commilitone frustrarono il complotto, sicché, una brutta 
mattina, quando i congiurati avevano deciso di agire a qualunque costo 
nel temerario tentativo, a rischio di perdere la vita, videro centuplicate 
le sentinelle, i cannoni colle miccie accese puntati contro le porte e le 
uscite della Libby Prison. 

Un particolare, che mette in luce il cuore nobilissimo del Cesnola, 
è il seguente : se i congiurati non fecero giustizia sommaria del sospet- 
tato traditore, gettandolo giù dal 3.o piano della prigione, si dovette alle 
preghiere e all'autorità del valoroso piemontese, che gli fece scudo del 
proprio corpo e confermò, anche una volta, la fama di bontà, che in 
lui era pari al coraggio ed alla fermezza. 

Appena conclusa la pace, il Cesnola fu promosso — con decreto 
del presidente Lincoln, — generale dell'esercito americano, e il Con- 
gresso degli Stati Uniti gli decretò — rara e, pressoché, unica onorifi- 
cenza — la medaglia congressionale al valore. 

Il Generale Luigi Palma di Cesnola morì in New Yoik. vivamente 
e cordialmente rimpianto da Italiani e da Americani, nel 1904. Qui ab- 
biamo parlato del soldato valoroso che diede alla patria adottiva, con 
tutto il fervore di un'anima generosa, il suo senno e il suo braccio; 
diremo altrove delle sue ricerche archeologiche nell'isola di Cipro, che 
gli valsero nuova gloria e nuovi allori, le simpatie unanimi e l'ammira- 
zione del popolo americano. 



94 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



IL GENERALE GIUSEPPE DASSI. 

Un'altra nobile figura di soldato e di patriota che non possiamo 
dimenticare è quella del prode garibaldino, il conte, generale Giuseppe 
Bassi, che visse lunghi anni in America e morì a Filadelfia nel 1902. 
Era nato a Pavia nel 1823 e, ancor giovinetto, si era dato anima e 
corpo alla causa della libertà e dell'indipendenza italiana. Contratta ami- 
cizia con Giuseppe Mazzini e, fattosi stimare per la nobiltà dei senti- 




II Generale Giuseppe Dassi 



menti e per la cultura non comune, divenne segretario particolare del 
grande cospiratore. Con lui il Generale Dassi fu costretto ad esulare 
a Londra, ove contrasse amicizia intima con il grande patriota ungherese 
Luigi Kossuth e con l'immortale poeta francese Victor Hugo, esuli 
anch'essi nella capitale inglese con numerosi altri patrioti. 

Victor Hugo e Giuseppe Dassi divennero amici inseparabili e que- 
st'ultimo vantava ad onore altissimo di possedere alcune pagine mano- 
scritte dell'immortale romanzo / Miserabili del grande francese. 

Nel 1849 partecipava con Garibaldi alla difesa di Roma, mentre 
Mazzini era uno dei triunviri della breve, ma gloriosa repubblica. 

Venne negli Stati Uniti, per la prima volta, nel 1876, in occasione 
dell'Esposizione Mondiale di Filadelfia, alla quale, col suo consiglio e 



L'IMMIGRAZIONE EROICA * 95 



con la sua opera, convinse il Governo italiano a partecipare;, e la nostra 
Mostra, sotto la sua abile ed accorta direzione, fu infatti una delle me- 
glio riuscite e delle più ammirate. A Filadelfia il Generale Dassi strinse 
amicizia coll'ex presidente degli Stati Uniti, Ulisse Grant, e col Gene- 
rale George W. Childs. 

Da alcuni anni se ne viveva ritirato in Italia, dove aveva fatto ri- 
torno, allorché, il 19 febbraio 1891, all'età di 65 anni, gli morì a Milano 
la compagna dilettissima della sua vita: Nina Dassi, sposa, madre e cit- 
tadina egregia ed esemplare. 

Tornato in America, si stabilì definitivamente a Filadelfia, circon- 
dato dall'affetto e dalla venerazione dei numerosi immigrati italiani, e 
vi morì il 26 settembre 1902. 

Il gen. Dassi era in America allorché il telegrafo annunciò la in- 
fausta nuova della morte dell'Eroe dei Due Monci, a Caprera. Ad una 
lettera che il cav. Luigi V. Fugazy, un altro patriota venuto negli Stati 
Uniti, dalla sua Liguria, più di mezzo secolo fa, gli dirigeva da New 
York in quei giorni, per accompagnargli una cospicua somma da lui rac- 
colta per il monumento a Mazzini, in Genova, il prode soldato rispondeva 
facendo appello agli Italiani d'America, nel nome dell'Eroe scomparso, 
di "far pubblico e solenne giuramento di unirsi e rimanere stretti in un 
patto per tenere alta, onorare e difendere la bandiera dell'Italia nostra". 
E soggiungeva: 

"Suvvia, finiamola una buona volta con coteste meschine garru- 
lità; la Colonia Italiana, specialmente in cotesta Metropoli, ha assunto 
proporzioni assai vaste; non può vegetare tra gli organetti e i raccatta- 
tori di stracci, o, peggio ancora, abbrutirsi fra la superstizione, l'ignoran- 
za e l'accidia. Sorgiamo tutti; mettiamoci al lavoro; uniamo la buona 
reputazione, l'influenza, la pace nostra e dei nostri connazionali. Siamo 
uomini, una volta; ma uomini buoni, attivi, indulgenti fra noi stessi, 
leali, sì, leali, e smettiamo le maldicenze le calunnie, le ipocrite reti- 
cenze, l'egoismo. 

"Scuotiamoci se vogliamo essere stimati ed utili a noi ed agli 
altri. Ai forti, ed i forti sono coloro che stanno uniti, tutto sorride; v'è 
posto per tutti e per tutto: scuole, banche, ospedali, a favore degli 
italiani." 

Magnifica tempra di cittadino e di patriota! 

ORESTE FERRARA PER LA LIBERTA' DI CUBA. 

Verso il 1896, fra le studentesche universitarie d'Italia eran vivis- 
sime le simpatie per la Grecia, allora in lotta col vecchio, esoso tiranno, 
il Turco, e per Cuba, "la perla delle Antille", anelante a liberarsi dal 
giogo secolare della Spagna, che, con gli atroci sistemi inquisitoriali, 
obbrobrio del mondo, e con le uccisioni in massa, tentava invano soffo- 
care nella fiera popolazione dell'isola bella ed infelice ogni anelito di 
libertà. In soccorso dell'antica madre, l'Eliade, volarono dall'Italia gio- 
vani schiere di garibaldini, che, sui campi di Domokos — ove s'immolò, 



96 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

fra i tanti, Antonio Fratti, anima generosa, che seppe emulare, col sacri- 
ficio della nobile esistenza, le gesta eroiche di Lord Byorn e di Santorre 
Santarosa — rinnovarono le epiche lotte del Vascello e di Villa Glori; 
ed un manipolo di audaci, giovani anch'essi ed ardenti, varcò l'Oceano 
per offrire il valido braccio alla difesa di Cuba, che tentava allora l'ulti- 
mo, vigoroso assalto contro il tirannico Governo di Madrid. Fra questi 
era Oreste Ferrara, un giovine studente, non ancor ventenne, dell'Uni- 
versità di Napoli, spirito ribelle, cuor generoso ed aperto ai più alti 
ideali di libertà. "Partii dall'Italia — egli narra — a prestare il mio 
concorso alla causa dell'indipendenza di Cuba, e vi andai precisamente 
dopo che fallì il tentativo che feci con vari amici, fra cui Arturo Labrio- 
la, Pasquale Guarino e Giovanni Miceli, di andare a Candia, allora 
in piena insurrezione sotto gli ordini del colonnello Vassos. Un armisti- 
zio dei rivoluzionari con i Turchi sembrò alla mia mente giovanile un 
trattato di vergogna e considerai la lotta di Candia come un prodotto 
di sentimentalismo letterario, e quella di Cuba come un bisogno sociale. 
Qualificai Candia come un'espressione del passato. Cuba come espres- 
sione dell'avvenire, e nel 1896 partii per la lontana isola... Arrivai a 
Cuba: la nostra fu una vera spedizione di filibustieri, per lo spirito 
d'avventura e per il disprezzo dei pericoli e dell'ignoto. Era con me 
Guglielmo Petriccione. Cominciarono i due anni di guerra. Io avevo 
allora venti anni ed un po' di ardimento. La lotta fu oltremodo aspra, 
ed io mi trovai, molte volte, affamato e nudo." Molti dei suoi compagni 
perirono nei terribili combattimenti ; altri di privazioni e di fame. Fra 
i pochi superstiti, oltre il Ferrara, furono il Petiiccione, Michelangelo 
Campanozzi, L. F. Falco, Ugo Ricci e Francesco Paglinchi. Terminata 
la guerra con la liberazione di Cuba dalla tirannide della Spagna, il 
Ferrara rimase nell'isola, ove subito, per l'ingegno alacre e per la 
fierezza e nobiltà del carattere, fu innalzato ai più alti onori della 
Repubblica, come già sui campi di battaglia, dove rifulsero il suo ardi- 
mento e il suo valore, aveva avuto i galloni di Colonnello ed era stato 
acclamato eroe della rivoluzione. Nel 1899, durante il periodo dell'inter- 
vento americano, venne nominato segretario del governo civile della 
provincia di Santa Clara. Poco dopo apriva studio di avvocato all'Ava- 
na, immediatamente distinguendosi per dottrina giuridica e per facondia 
oratoria, e nel 1905, superando un più che disputato concorso, ebbe la 
cattedra di diritto pubblico all'Università Habanera. Nel 1908 Oreste 
Ferrara veniva eletto dal suffragio popolare deputato al parlamento e 
nello stesso anno era innalzato, con splendida votazione, alla presidenza 
della Camera; carica cui fu chiamato per ben tre volte di seguito. Nel 
1912, quando vi fu l'insurrezione dei negri e gli Stati Uniti minacciavano 
un nuovo intervento nell'isola, il Ferrara fu inviato a Washington come 
ambasciatore in missione straordinaria; e, dopo di aver conferito più 
volte col Presidente Taft e col Dipartimento di Stato, per desiderio del 
Congresso, espose in seno alla Camera dei Rappresentanti la causa della 
giovane Repubblica e dopo la sua nobile, dignitosa e fiera perorazione, 



L'IMMIGRAZIONE EROICA 



97 



di intervento americano nell'isola non si parlò più. Ricordiamolo, com- 
piacendocene: l'italiano Oreste Ferrara, ambasciatore di Cuba, è stato 
il primo europeo che abbia avuto l'onore di parlare in seno al Congresso 
degli Stati Uniti. Il suo magnifico discorso, per deliberazione della 
Camera, venne inserito negli Atti parlamentari. 




Oreste Ferrara 



Oreste Ferrara vive da alcuni anni in New York, a causa delle 
vicende politiche nell'isola e delle lotte vivacissime fra i partiti e le 
fazioni. Ma il popolo cubano, ed in ispecie i cittadini del grande partito 
liberale, di cui egli è uno dei leaders più apprezzati e più amati, attende 
con ansia il suo ritorno. Durante gli anni della guerra, egli è stato 
instancabile, ed alla causa della vittoria degli Alleati, della vittoria del- 
l'Italia, egli ha dato largo contributo della sua mente, della sua attività, 
delle sue sostanze. Perciò anche gli Italiani degli Stati Uniti, come i cit- 
tadini di Cuba, apprezzano ed amano Oreste Ferrara ed onorano in lui 
il cittadino, il patriota, lo statista insigne, che, lungi dalla patria, ne 
tiene il nome alto e rispettato in queste terre ospitali. 



Qli ''Undcsirable Immigrants" 



La Legislazione Hmericana sull' Immigrazione 



IL "PASSENGER ACT" DEL 1819. 

Prima del 1835 il più cordiale benvenuto era esteso ad ogni stra- 
niero che ponesse piede sul territorio americano: la nuova terra della 
libertà, che con la sua immortale Dichiarazione di Indipendenza aveva 
dato al mondo il più fulgido esempio di quanto possa un nobile popolo 
animato dai sacri principii di giustizia e di fratellanza, apriva le sue 
porte ospitali ai diseredati dalla fortuna, agli esuli erranti in cerca 
di una patria più benigna di quella che li aveva dannati al bando per- 
petuo, rei soltanto di aver amato la libertà; a tutti coloro che lo spirito 
di avventura o il desiderio àrdente di un maggiore benessere avevano 
spinto oltre l'oceano per chiedere alla patria nuova, in compenso dì 
assiduo, onorato lavoro, la calma alle anime doloranti, il soddisfaci- 
mento di legittime, nobili aspirazioni. 

La sola legge sin'allora in vigore — il Passenger Act del 2 marzo 
1819 — fu creata per porre un rimedio alle sofferenze inaudite dei 
passeggeri, che, a causa del numero esiguo di legni mercantili e della 
ognor crescente richiesta di posti per la traversata, costituivano, du- 
rante l'interminabile .viaggio transoceanico, un vero tormento del corpo 
e dello spirito. La opportuna e provvida disposizione, suggerita da sin- 
cero spirito umanitario, limitava, a seconda del tonnellaggio della nave, 
il numero dei passeggeri che essa doveva trasportare, e stabiliva una 
determinata quantità di viveri e d'acqua sufficiente per l'intera traver- 
sata. La legge imponeva inoltre ai comandanti delle navi di comunicare 
alle autorità del porto di sbarco il numero dei passeggeri, il paese di 
provenienza, il sesso, l'età e l'occupazione di ognuno di essi. Fu appunto 
tale disposizone che segnò l'inizio della raccolta ufficiale di dati sta- 
tistici sull'immigrazione agli Stati Uniti. 

Ma l'enorme affluenza di stranieri, moltissimi dei quali cattolici, 
in un paese prettamente puritano, provocò, verso il 1835, l'opposizione 
da parte dei protestanti ; opposizione che culminò nella intensa agita- 
zione dei cosidetti Native American o Know-Nothing, e, per un certo 
periodo di tempo, sembrò che si volesse ricorrere ad una vera e propria 
restrizione delle correnti immigratorie. Tra il 1840 e il 1850 tale op- 



GEI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" 99 



posizione apparve ancora più formidabile ed il lavorio palese e violento 
dei Know-Nothing giunse al punto che essi tentarono perfino, alcuni 
anni più tardi, nel 1856, di avere un candidato proprio nella lotta per 
la suprema carica della Repubblica; ma fortunatamente il folle ten- 
tativo venne frustrato dal buonsenso e dallo spirito democratico della 
maggioranza dei cittadini. Nonostante tale movimento di lotta intran- 
sigente agli stranieri, nuove disposizioni di legge furono approvate, 
nel 1847 e nel 1848. con le quali si garentiva una maggiore e più u- 
mana protezione agli immigranti delle più umili classi sociali. 

IL CONTROLLO FEDERALE DELL'IMMIGRAZIONE. 

Fu soltanto nel 1882 che il Governo Federale si decise ad assu- 
mere il controllo diretto dell'immigrazione. Prima di allora esso era 
esercitato dai singoli Stati, con norme il più delle volte abusive e non 
rispondenti allo spirito democratico della Costituzione americana. Nel 
1863 il Presidente Lincoln, desiderando supplire alla mancanza di mano 
d'opera che si faceva enormemente sentire a causa della guerra civile, 
si appellò al Congresso affinchè venisse incoraggiata l'immigrazione 
operaia con speciale contratto di lavoro. Nel suo messaggio alle due 
Camere legislative, del dicembre di quell'anno, il grande Presidente 
diceva fra l'altro: "Quantunque la fonte della ricchezza nazionale sia, 
ora, anche più che negli anni che precedettero l'insurrezione, florida 
ed incoraggiante, pur v'è a lamentare una grande deficienza di lavo- 
ratori in ogni campo dell'economia pubblica, e specialmente nell'agri- 
coltura e nei lavori minerari in genere. Mentre la domanda di mano 
d'opera qui aumenta, diecine di migliaia di persone, prive di lavoro 
remunerativo, affollano all'estero i nostri Consolati e si offrono di 
immigrare negli Stati Uniti, se una reale, per quanto modesta assisten- 
za, potesse esser loro garentita." La raccomandazione del Presidente 
Lincoln fu prontamente accolta dal Congresso, e la legge, approvata, 
andò in vigore per quattro anni, dopo dei quali si sentì l'opportunità 
di abrogarla. 

Il Presidente Grant fu il primo a proporre al Congresso, in un 
messaggio speciale, che l'immigrazione fosse sottratta al controllo dei 
singoli Stati e venisse assunta dal Governo Federale. Ma gli Stati con- 
tinuarono a tener duro sino al 1876, allorché la Suprema Corte fede- 
rale sentenziò che essi non avevano alcun potere, a norma della Costi- 
tuzione, di imporre tasse speciali o, in qualsiasi modo, di regolare l'am- 
missione degli stranieri nel territorio dell'Unione, e nella stessa deci- 
sione espressamente suggerì che il Governo Federale assumesse ed 
esercitasse il pieno controllo dell'immigrazione. Il Congresso infatti, 
sei anni dopo, nel 1882, approvò la prima legge generale sull'immi- 
grazione, la quale, fra le altre disposizioni, imponeva una tassa di 50 
cents su ogni immigrante, e si limitava all'esclusione dei condannati 
per reati comuni — eccettuati i reati politici — dei pazzi, degli idioti 



100 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

e di tutti coloro che potessero divenire un carico per il pubblico erario 
(persons likely to become a public charge). 

Il 26 febbraio del 1885 fu approvata dal Congresso una legge che 
proibiva il contratto di locazione d'opera; ma poiché essa si manifestò 
difettosa nella esecuzione di certe funzioni, il 23 febbraio del 1887 vi 
fu introdotto un emendamento, in virtù del quale il Segretario del Te- 
soro aveva autorità di far rimpatriare dentro un anno qualunque im- 
migrante non si trovasse in condizioni conformi alla legge. 

Dal 1882 al 1888 non s'introdusse altra modificazione alla legge 
immigratoria. Di emendamenti alla legge del 1882 ne furono presentati 
diversi, ma il Congresso non ne prese atto. 

Ciò, però, non significava che la questione dell'immigrazione fosse 
dimenticata; essa continuò, invece, ad essere oggetto d'interessamento, 
e nel 1889 fu creato nel Senato un Committee on Immigration, e nella 
Camera dei Rappresentanti un Committee on Immigration and Natu- 
ralization. 

Nel 1890 queste due commissioni furono incaricate di eseguire 
un'inchiesta sulla immigrazione, prendendo come oggetto principale 
dei loro studi le varie leggi federali e quelle di parecchi Stati sulla 
immigrazione. Il risultato di questo studio fu che le due commissioni 
riferirono al governo non esser consigliabile un radicale cambiamento 
nella legislazione immigratoria, sebbene il paese reclamasse disposi- 
zioni più restrittive. 

Fu infatti per questa ultima ragione che. durante lo stesso anno, 
23 Stati domandarono nuove leggi sulla immigrazione: ed il 3 marzo 
1891 fu approvata una disposizione esclusionista la quale proibiva l'ac- 
cesso agli Stati Uniti delle persone affette da malattie contagiose e dei 
poligami. Questa medesima legge proibiva l'incoraggiamento dell'immi- 
grazione mediante promesse d'impiego fatte con avvisi pubblicati nei 
giornali delle nazioni straniere, e tale proibizione fu estesa anche alle 
compagnie di navigazione. 

Colla legge del 1891 il controllo federale della immigrazione fu 
stabilito completamente e definitivamente. 

Ad onta della nuova legge il problema della immigrazione conti- 
nuò a tener desta l'attenzione del Congresso, ed in tutto il paese s'in- 
tensificò l'agitazione per avere maggiori restrizioni, e ciò in seguito 
alla depressione industriale 1890-1896 ed alla generale riduzione de- 
gl'impieghi. 

Quest'agitazione non approdò, però, a nulla, e se eccettuiamo una 
disposizione del 1894, la quale alzava la tassa sugl'immigranti da 50 
soldi ad un dollaro, la legislazione immigratoria rimase invariata, salvo 
nuove disposizioni del 1903 e del 1907. sino a che si giunse all'ultima 
legge generale sull'immigrazione del 5 febbraio 1917, di cui dovremo 
occuparci più a lungo nelle pagine che seguono. 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" 101 

I NON DESIDERABILI (UNDESIRABLE IMMIGRANTS). 

La lotta sull'immigrazione è stata quasi sempre caratterizzata da 
ragioni politiche più che da ragioni sociali, economiche o d'altra indole: 
queste sono servite, generalmente, di pretesto a sostegno delle prime. 

Dai fautori delle leggi restrittive l'immigrazione è comunemente 
classificata in vecchia e nuova. Secondo costoro, la vecchia comprende 
gli immigranti venuti prima del 1880 ed è costituita da elementi inglesi 
(compresi i provenienti dall'Irlanda), tedeschi, francesi, belga, danesi, 
olandesi, svedesi, norvegesi e svizzeri; la nuova comincia verso il 1880, 
ed è costituita da italiani, spagnuoli, portoghesi, austro-ungheresi, greci, 
bulgari, rumeni, serbi, montenegrini, russi, polacchi, siriaci e turchi. I 
moderni restrizionisti qualificano generalmente la vecchia immigrazio- 
ne di desiderabile e la nuova di non desiderabile {linde sir able) . Ecco 
una parola che è divenuta di moda nella questione dell'immigrazione 
in America. Chi chiedesse una determinazione uniforme di questi due 
aggettivi : desirable e undesirable, provocherebbe una valanga di opi- 
nioni contraddittorie. Esiste una profonda confusione di idee che rivela 
una deplorevole malsicurezza in molti di coloro che del problema del- 
l'immigrazione in generale, ed in ispecie della cosidetta nuova immi- 
grazione, fanno tema quotidiano delle loro trattazioni. 

Coloro che qualificano di non desiderabili i nuovi elementi che ven- 
gono ad offrire alla patria nuova più di quanto, generalmente, essi chie- 
dono ed ottengono, non ricordano o mostrano di non ricordare che 
di correnti recisamente avverse all'immigrazione ve ne sono state in 
ogni tempo negli Stati Uniti, sin da quando i primi esuli d'Irlanda in- 
cominciavano ad affluire in gran numero nella terra della libertà, per 
isfuggire alla tirannia del Governo britannico. Abbiamo accennato al 
formidabile movimento dei Know-Nothing; giovi ricordare, per la storia 
e per la verità, altri eventi i quali dimostrano che il motto undesirable 
applicato ai nuovi immigranti ha origine assai remota e colpiva con inu- 
sitata virulenza gli elementi della cosidetta vecchia immigrazione tanto 
cara agli smemorati moderni restrizionisti. 

IRLANDESI E TEDESCHI: "CRIMINALI E PEZZENTI". 

Nel 1804, una proposta di estendere il diritto del voto nel Connec- 
ticut, mise in iscompiglio il gran partito dei Federalisti, i quali vi si op- 
posero con i mezzi più violenti e più triviali. "L'estendere il diritto del 
voto — essi dicevano — ha sempre portato con sé questo triplice orrore : 
i Cattolici, gli Irlandesi e il regime democratico." Ed i loro giornali an- 
davan ripetendo: "Concedete il voto ad ogni straniero, ed i porti del 
Connecticut si riempiranno di navi cariche di patrioti e di ladroni che 
qui affluiranno dai pantani della verde Erinni; le elezioni saranno de- 
cise dal rifiuto delle prigioni e delle forche, e tutti i faziosi irlandesi 
sapranno infliggere al Connecticut quella razza di governo che essi han- 



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102 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

no di già regalato al Delaware, alla Pennsylvania e allo Stato di New 
York." (1) Qui giovi notare che si era appena ai primi anni dell'emigra- 
zione!. . . . 

Nel 1807 gli immigranti erano caratterizzati come "i vagabondi ed 
i malfattori erranti dell'universo" e quali "orde di volgari Irlandesi a 
stento arrivati sulla soglia della civiltà, che giungono nei nostri porti e, 
con la naturalizzazione, si trasformano da stranieri in nativi, da schiavi 
in cittadini." 

Questo per gli Irlandesi; vediamo ora come eran qualificati i Tede- 
schi, quelli, s'intende, della "vecchia" immigrazione, la "desirable" dei 
moderni restrizionisti. "La più gran parte degli immigranti tedeschi — 
ricorda il già citato Me Master — erano individui che, pagato il biglietto 
d'imbarco, rimanevano con ben poco o niente denaro, sbarcando perciò 
nell'assoluta indigenza." Anche l'accusa di criminali pericolosi era ac- 
coppiata a quella di pezzenti contro gli immigranti tedeschi di parecchie 
decadi fa. Si riteneva allora, generalmente, che i criminali condannati 
in Germania alla prigione a vita o a lunghi anni avessero il privilegio 
di optare o per la prigione o per l'emigrazione in America; in quest'ul- 
timo esso, era il Governo stesso che pensava a conceder loro il biglietto 
d'imbarco ! 

E non basta: "Molti degli immigranti provenienti dalla Gran Bre- 
tagna e dalla Germania — si legge nel The Kentish Chronicle dell'a- 
gosto 1830 — avevano avuto assistenza dalle loro parrocchie, e non 
pochi eran fra essi gli storpi, i ciechi, i nullatenenti." Un altro giornale, 
il New York Daily Advertiser, dello stesso anno, pubblicava che "di 
17.000 passeggieri giunti nel Canada la metà erano dei miserabili diretti 
agli Stati Uniti." Ed ancora: "Di 2.200 poveri ricoverati negli ospizii di 
New York — è il Niles Register del 1832, che fa la macabra statisti- 
ca — ben 1.050 erano giunti poco prima dal vecchio mondo." 

Chi non ricorda la fiera filippica pronunciata da Parson Brownlow 
dinanzi al Congresso degli Stati Uniti, allorché l'eminente oratore qua- 
lificò l'immigrazione anteriore al 1850 per "un'accozzaglia di pezzenti 
e di condannati piovuti in America dalle prigioni europee?" Ed il 
Brownlow soggiungeva: "Sparsi per gli Stati Uniti erano stranieri di 
diverso carattere e, fra essi, dei furfanti rotti ad ogni vizio e condannati 
per i più neri delitti"; e diceva ancora che "estirpare cotesta gente sa- 
rebbe stata la più savia politica." 

Bisogna però riconoscere che questi ed altri simili e più violenti 
attacchi erano in certa guisa giustificati dal contegno tutt'altro che cor- 
retto ed irreprensibile della cosidetta immigrazione desiderabile. Rian- 
diamo alla storia ormai lontana e teniam conto di ciò che narra lo stes- 
so Me Master nell'opera citata: "In New York, nelle elezioni del 1834, 
turbe di Irlandesi armati di- bastoni e di pietre irruppero nei seggi elet- 
torali, ne cacciarono quelli del partito avverso ed assalirono i loro capi; 



\- 



1) Me Master: "History of the People of the United States"; Voi. 3, p. 192. 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" 103 



e, come se ciò non bastasse, misero in fuga il Sindaco, lo sceriffo e la 
forza pubblica e terrorizzarono la città." 

A Boston, nel 1837, una enorme massa di popolo assalì e saccheggi-') 
le case degli Irlandesi che spadroneggiavano come fossero in casa 
loro, e per sedare i disordini, che avevano assunto il piìi basso grado 
della ferocia, fu necessario chiamare la milizia statale. Verso quegli 
anni si verificarono sollevazioni contro gli stranieri anche a Cincinnati, 
a Filadelfia ed in altre città. I disordini di Cincinnati furono provocati 
dalle prepotenze dei Tedeschi che già si erano stabiliti in numero ab- 
bastanza rilevante in quella città. 

Il continuo ripetersi di disordini, che spesse volte assumevano 
l'aspetto di vere battaglie sanguinose; le accuse, tutt'altro che ingiusti- 
ficate, che gli immigranti erano poveri e criminali, poltroni ed indegni; 
l'antagonismo vivissimo fra gli operai indigeni ed i nuovi venuti; gli 
attacchi degli stranieri contro il Governo e l'aumentata invadenza delle 
loro organizzazioni politiche nelle amministrazioni municipali (male 
vecchio, come si vede ! . . . ) , tutte queste ed altre cose ancora provo- 
carono, fra il 1830 e il 1840, un sentimento pubblico vivamente avverso 
agli immigranti, che non tardò a manifestarsi negli stessi partiti politici 
di quel tempo. Fu allora infatti che si delinearono i due grandi partiti 
nazionali : il democratico, cui si aggregarono di preferenza gli Irlandesi, 
ed il repubblicano, al quale in massima parte si affiliarono i Tedeschi. 

La continua, enorme affluenza degli immigranti teneva intanto 
sempre più desta l'attenzione del Congresso, cui affluivano sempre m 
maggior numero proteste e petizioni invocanti leggi restrittive dell'im- 
migrazione. Ma, nonostante le lotte più accanite, nonostante che, con 
tutti i mezzi si tentasse d'impedire agli undesirable immigrants di al- 
lora lo sbarco nei porti degli Stati Uniti, gli Irlandesi e i Tedeschi, che 
avevano ormai nelle loro mani, con la potenza del voto e con la com- 
pattezza, le sorti dei due grandi partiti' nazionali, riuscirono a frustrare 
qualsiasi tentativo fatto in danno della immigrazione delle loro razze. 
Le leggi restrittive, da lungo tempo invocate, vennero, sì, ma dopo l'af- 
fluenza della nuova immigrazione, che, per ironia della sorte, gli stessi 
Irlandesi e Tedeschi od i loro discendenti qu-ilificavano di undesirable! 
E, da allora, si ingaggiarono le nuove lotte che, dopo lunghi anni e 
attraverso provvedimenti, alcuni dei quali, invero, suggeriti da oppor- 
tuna politica di carattere sociale, culminarono nella ormai famosa clau- 
sola diW educational test, approvata nel febbraio del 1917. 

L'ESCLUSIONE DEI "NON DESIDERABILI". 

Determinate leggi, approvate dal Congresso per la protezione del 
popolo americano, provvedono all'esclusione dai porti degli degli Stati 
Uniti degli stranieri ritenuti non desiderabili per difetti fisici, mentali, 
morali ed economici. La competenza in materia d'immigrazione spetta 
per legge al Governo federale, il cui organo è il Commissariato Gè- 



\ 



104 CINQUANT'ANNI t)I VITA ITALIANA IN AMERICA 

nerale dell'Immigrazione, che trovasi alla diretta dipendenza del Di- 
partimento del Lavoro. Nessun immigrante può sbarcare agli Stati Uniti 
senza essere prima esaminato dall'autorità federale d'immigrazione alla 
stazione di sbarco. 

In linea generale, le classi di persone cui è vietata l'ammissione 
nel territorio americano sono: i pazzi, gli idioti, gl'imbecilli, i deboli di 
mente, i sordomuti, gli storpi, i ciechi; coloro che sono affetti da ma- 
lattie contagiose, come il tracoma, ecc., o ripugnanti (loathsome), o da 
altri difetti fisici (ernia, piede piatto, ecc.) ; i paupers, ossia gli indi- 
genti e coloro che possono cadere a carico della pubblica beneficenza; 
gli ex-convicts, ossia coloro che riportarono condanne per crimini che 
implichino infamia o turpitudine morale; le prostitute ed altri individui 
immorali; coloro che giungono sotto contratto di lavoro (contract 
labor) ; gli anarchici, i poligami ed infine coloro che, in forza della 
clausola del literacy test, sono ritenuti analfabeti. 

Gli immigranti esclusi, ossia quelli che risultano appartenere ad 
una delle categorie summenzionate, vengono dai Commissari d'Immi- 
grazione, con la indicazione della decisione presa per ciascun caso, 
consegnati all'Agente della Compagnia di navigazione sui cui piroscafi 
essi hanno effettuata la traversata oceanica. Agli immigranti esclusi 
è tuttavia concesso di conferire con i parenti e gli amici nei modi ri- 
tenuti convenienti dal Commissario. Ogni immigrante che si ritenga 
leso nei suoi diritti dalla decisione di esclusione del Board of Special 
Inquiry (Commissione per l'esame dei casi speciali) può interporre 
appello al Dipartimento del Lavoro, a Washington, e non potrà essere 
obbligato al rimpatrio sino a che non sia stato deliberato sul suo appello. 

Abbiamo sott'occhio il rapporto del Commissario Generale dell'Im- 
migrazione, on. Caminetti, per il 1914, l'anno che precedette il gran 
ristagno nel flusso immigratorio agli Stati Uniti, a causa della guerra 
mondiale. In quell'anno, su un «totale complessivo di 1,218,480 immi- 
granti, il numero degli esclusi superò di poco i 33,000. Coloro che erano 
suscettibili di cadere a carico della pubblica beneficenza, i poveri ed i 
mendicanti abituali, furono 15,714, cioè, circa la metà dell'intero totale; 
i difettosi mentalmente e fisicamente, cioè, ritenuti incapaci di procac- 
ciarsi da vivere, ammontarono a 6.537. Fra gli esclusi per indigenza 
gli Italiani furono 2,215; cioè il 14 per cento; venivano poi gli Inglesi 
(in massima parte dell'Irlanda), gli Ebrei, i Russi, i Greci, ecc. 

Coloro che vennero esclusi per malattie ripugnanti e contagiose 
furono 3,253: i quattro quinti di essi lo furono per tracoma. Gli Ita- 
liani vi figuravano in numero maggiore, cioè col 18 per cento; venivano 
poi i Polacchi, col 10; gli Ebrei, col 9, ecc. Quelli che vennero esclusi 
per deficenza mentale, cioè, i pazzi, gli idioti, i deboli di mente, gli 
imbecilli e gli epilettici, ammontarono a 1,274, ed anche per questi, 
dolorosamente, il privilegio del numero spettò agli Italiani, col 55 per 
cento; percentuale data quasi interamente dai deboli di mente {feeble 
minded). Giovi notare però che il numero rilevante di Italiani esclusi 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" 



105 




è in relazione col numero stragrande 
degli immigranti che qui giunsero 
dai nostri porti. D'altra parte, dob- 
biamo a malincuore ammettere che 
la contribuzione dei nostri connazio- 
nali al numero totale degli esclusi, 
specialmente a quelli delle catego- 
rie degli indigenti e dei deficenti 
mentali è, purtroppo, superiore, 
proporzionalmente, a quella di qual- 
siasi altra razza d'immigranti. 

Il numero delle prostitute ed in 
generale di tutti coloro che, in qual- 
siasi modo, traggono profitto dalla 
professione immorale, esclusi nel 
1914, fu di 639, cioè, il 2 per cento 
di tutti gli immigranti non ammessi 
allo sbarco. Fortunatamente, nono- 
stante il numero enorme dei nostri 
connazionali immigrati in quell'anno 
— ben 296,414! — • gli Italiani ve- 
nivano fra gli ultimissimi nella ver- 
gognosa categoria. Primi furono i 
Messicani, e, successivamente, gli 
Inglesi, i Francesi, i Tedeschi e gli Ebrei. 

Gli indigenti, i mentalmente deficenti e quelli con difetti fisici tali 
da essere impossibilitati a procacciarsi da vivere e gli immorali costi- 
tuirono complessivamente, nel 1914, r84 per cento degli esclusi; il ri- 
manente 16 per cento fu formato dagli esclusi per contratto di lavoro, 
dai criminali, dai fanciulli non accompagnati, dagli immigranti cosidetti 
assistiti (assisted aliens), dai Cinesi, da coloro che avevano fatto uso 
di passaporti falsi, dai poligami e dagli anarchici. 

Fortunatamente — nota il Warne nel suo libro: The Tide of Im- 
migration — la enorme maggioranza degli immigranti che giungono 
annualmente nei nostri porti non è costituita dà poveri, da criminali e 
da pazzi; e continua: "E' semplicemente naturale che fra sì gran nu- 
mero di individui trasportati al nostro Paese dalle antiche e dalle re- 
centi onde immigratorie vi siano i poveri, i deficenti, i delinquenti, che 
potrebbero essere non soltanto di peso, ma anche di pericolo alla nostra 
società, ed il solo mezzo per impedir ciò sarebbe quello di vietare as- 
solutamente l'immigrazione; ma, d'altra parte, è proprio questo im.- 
menso influsso di stranieri che contribuisce potentemente alla nostra 
ricchezza sociale, per opera di quegli stessi immigranti che divengono 
parte essenziale e preziosa della nostra vita civica." 



On. ANTONIO CAMINETTI 

Commissario Generale dell'Immigrazione 

dal 1912 al 1921 



106 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

LA "ALIEN CONTRACT LABOR LAW". 

Affine di rendere meno aspra la concorrenza alla mano d'opera na- 
zionale, per evitare, cioè, i "dannosi effetti" dell'immigrazione sui sa- 
lari e sul tenore di vita (standard of living) ed in generale sulle con- 
dizioni sociali dell'operaio americano, fu approvata dai due rami del 
Congresso, nel 1885, una legge con la quale si proibisce l'immigra- 
zione agli stranieri vincolati da un contratto di lavoro: la Alien Labor 
Contract Law. Il merito, se pur merito può dirsi, di aver ottenuto l'ap- 
provazione di questa legge, si dovette all'organizzazione operaia dei 
Knights of Labor (Cavalieri del Lavoro), la prima potente unione di 
lavoratori sorta negli Stati Uniti nel 1869, la quale fece base precipua 
del suo vasto programma l'esclusione degli immigranti cui, in qualsiasi 
modo, fosse stato pagato il viaggio o che fossero stati indotti oppure 
spinti ad immigrare da offerte o promesse di lavoro. 

Ma una cosa è il proibire per legge — nota in proposito il Warne 
— l'immigrazione degli stranieri venuti sotto contratto ed altra cosa è 
il poter dar forza di attuazione alla legge stessa. Che questa sia di con- 
tinuo elusa e che coloro che si vorrebbero esclusi dallo sbarco entrino 
invece con la maggior facilità di questo mondo, è fin troppo evidente 
a chi osservi, anche superficialmente, i fatti. E non è esagerazione l'af- 
fermare che centinaia di migliaia di lavoratori stranieri che sono stati 
"indotti, sollecitati, stimolati, o, in altra maniera, persuasi ad immi- 
grare con promessa di lavoro o d'impiego", entrano liberamente negli 
Stati Uniti nonostante le disposizioni contrarie e severissime della Alien 
Contract Labor Law. E' sintomatico anzi ed abbastanza evidente il fatto 
che la tendenza ad espandere e dar forza all'unionismo industriale, con 
tutte le leggi restrittive da esso propugnate e fatte approvare dal Con- 
gresso, va di pari passo con l'aumento vertiginoso dell'immigrazione 
verificatosi negli ultimi trent'anni. 

Esaminiamo le statistiche: gli stranieri venuti sotto contratto di 
lavoro nel 1914 ed esclusi dalle autorità di immigrazione furono appena 
2.793, cioè, r8 per cento del totale degli esclusi. Di essi, più di un 
quarto, 724, erano Italiani; venivano poi gl'Inglesi, i Russi e, in minor 
numero, immigranti di altre nazionalità. Soltanto gli Italiani, Inglesi e 
Russi costituirono il 44 per cento dei respinti in forza della legge sul 
contratto di lavoro. Queste cifre sono pressoché insignificanti se si pensi 
agli eserciti immensi di stranieri, che, specialmente negli ultimi anni, 
sino al 1914, prima, cioè, dello scoppiare della conflagrazione mondiale, 
sono entrati liberamente negli Stati Uniti. Ed è stato appunto per esser 
protette contro l'importazione del cosidetto cheap labor dai paesi stra- 
nieri che le organizzazioni operaie in alcuni Stati dell'Unione hanno 
ottenuto l'approvazione di leggi speciali. Per es. : nello Stato di New 
York, nel Massachusetts, nel New Jersey, nella Pennsylania, nell'Idaho, 
nell'Arizona, nel Wyoming ed in California l'impiego di operai stra- 
nieri nei lavori pubblici è espressamente vietato. Nello Stato di New 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" JQ? 



York però, nel 1915, la severità della legge fu dovuta metter da parte 
se si volle completare la costruzione delle grandiose linee sotterranee 
(subways) della Metropoli. La legge contro l'impiego degli operai stra- 
nieri nell'Arizona fu, nello stesso anno 1915, dichiarata inconstituzio- 
nale dalla Suprema Corte degli Stati Uniti, perchè, in effetto, essa 
avrebbe mirato a trasferire il controllo sull'immigrazione dal Governo 
Federale, il solo investito di tale autorità, al Governo dei singoli Stati. 
Si deve quindi ritenere che la quasi nessuna efficacia reale rag- 
giunta dalla legge sul contratto di lavoro abbia indotto precipuamente 
le Unioni operaie degli Stati Uniti, per proteggersi contro la molto 
problematica concorrenza dei lavoratori stranieri, a fare tutti gli sforzi 
possibili per restringere l'immigrazione, ricorrendo alla ormai famosa 
clausola del literacy test. 

IL "LITERACY TEST". 

Il problema più grave e più discusso che, in fatto di immigrazione, 
abbia preoccupato le menti dei legislatori americani è stato, senza 
dubbio, quello del literacy test, o educational test, o, come qualcuno 
volle pure chiamarlo, ùeW ili iter acy test, che, se ha avuto i suoi fautori 
più meno in buona fede, ha avuto pure i suoi sinceri ed accaniti av- 
versari negli uomini più illuminati della Nazione. Facciamo un po' di 
storia di questa tanto dibattuta clausola, che per più di 20 anni è stata 
oggetto di violente diatribe in seno al Congresso e che, approvata dalle 
due Camere e respinta da ben quattro veto presidenziali, divenne legge, 
alla fine, il 5 febbraio 1917 ed andò in vigore il l.o maggio di quello 
stesso anno. 

Fu per impedire l'approvazione da parte del Congresso della 
clausola del literacy test che i fautori dell'immigrazione liberale {the 
liberal immigrationists) riuscirono, nel 1907, a far nominare una spe- 
ciale commissione cui venne affidato l'incarico di investigare sino a 
qual punto l'immigrazione influisse sulle condizioni sociali, industriali 
ed economiche della Nazione. La commissione, che risultò composta di 
tre Senatori, tre membri della Camera dei Rappresentanti e tre pub- 
blicisti, fu nominata in quello stesso anno e, dopo lungo e copioso la- 
voro, presentò il suo rapporto al Congresso (rapporto documentato in 

ogni suo più minuzioso particolare e raccolto in ben 40 volumi! ) 

il 5 dicembre 1910. In esso, la commissione suggeriva alcune proposte 
che sarebbero valse a porre un freno all'immigrazione e, fra quelle, le 
più importanti erano le seguenti: a) l'esclusione degli immigranti in- 
capaci di leggere e scrivere; b) la limitazione annuale del numero de- 
gli immigranti di ciascuna razza secondo una data percentuale della 
media della stessa razza in arrivo nel corso di un periodo di anni; 
e) l'esclusione di immigranti che non avessero mestiere determinato, ^^ 
non accompagnati da moglie e famiglia; d) la limitazione annuale degliv/^ 
immigranti in arrivo in ciascun porto; e) l'aumento della somma in 



108 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

contante che doveva possedere ciascun immigrante al momento dello 
sbarco; /) l'aumento della tassa d'entrata di ciascun immigrante; g) 
nello stabilire tale tassa, favorire gli immigranti che giungessero con 
la famiglia. 

Tutti questi provvedimenti avrebbero dovuto essere adottati in 
una maniera o in un'altra per assicurare le restrizioni in un grado più 

meno alto. La maggioranza della commissione, all'infuori di uno sol- 
tanto dei suoi membri, si dichiarò favorevole alla prova di lettura e di 
scrittura come mezzo più atto e più semplice per la restrizione dell'im- 
migrazione non desiderabile. Così, il tentativo dei fautori della immi- 
grazione liberale se riuscì ad allontanare per qualche tempo dalle di- 
scussioni del Congresso la clausola del literacy test, non ottenne l'ef- 
fetto di allontanarla per sempre, come essi avrebbero desiderato. Anzi, 
dopo il rapporto della commissione, i restrizionisti si fecero sempre più 
audaci ed insistenti sino a che, dopo alcuni anni di nuove discussioni 
e di nuove vivacissime lotte, si finì coll'approvare, alla vigilia della en- 
trata degli Stati Uniti nella guerra mondiale, quando le correnti immi- 
gratorie si erano enormemente assottigliate e l'audace provvedimento 
appariva un'ironia e un controsenso, l'ultima legge sull'immigrazione 
recante fra le sue più importanti disposizioni la clausola ingiusta ed 
antidemocratica del literacy test. 

1 QUATTRO "VETO" PRESIDENZIALI. 

Il literacy test fu, per la prima volta, discusso dal Congresso nel 
1896: tanto la Camera quanto il Senato lo approvarono; ma l'intero 
progetto di legge che lo conteneva e che era stato presentato e caloro- 
samente difeso dal Senatore Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, 
ebbe, per tale clausola, il veto del Presidente Cleveland. 

Nel restituire, il 2 marzo 1897, alle due Camere del Congresso 
il progetto di legge senza la sua firma, il Presidente Cleveland così 
dichiarava: 

"Un radicale cambiamento della nostra politica d'immigrazione mi 
è presentato. Finora abbiamo accolto tutti coloro che vennero a noi da 
lerre straniere, eccettuati quelli le cui condizioni morali o fisiche rap- 
presentavano un pericolo per il benessere e la salute nazionale. Fidan- 
doci della zelante vigilanza del nostro popolo a prevenire qualsiasi 
colpo alla nostra costruzione sociale, noi abbiamo incoraggiato i venien- 
ti dai lontani paesi ad accomunare la loro vita con noi, unendosi ai nostri 
sforzi per lo sviluppo di un vasto dominio, assicurandoli, in contracam- 
bio, di una parte dei benefìci e dei vantaggi della cittadinanza americana. 

"Un secolo di crescita siupenda, in gran parte dovuta alla assimi- 
lazione di milioni di forti e patriottici cittadini di adozione, attesta il 
successo di questa generosa politica liberale, la quale, pur salvaguar- 
dando gli interessi del popolo, esige dagli emigranti soltanto salute fisica 
buona morale e volontà ed abilità al lavoro. 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTE' 



109 



"L'osservazione dei grandi risultati di questa politica nostra non 
può che suscitare sentimenti in sua difesa", 

E poiché il progetto di legge approvato parlava già di undesirable 
immigration, il Presidente Cleveland ribatteva: "Non è lontano il tempo 
in cui la stessa cosa fu detta di immigranti che, coi loro discendenti, 
annoveriamo ora fra i nostri migliori cittadini"! E contenendo il pro- 
getto istesso il provvedimento di istituire un esame consistente nella 
lettura di 25 parole nella lingua parlata dall'immigrante superiore al 
sedicesimo anno di età, e tutto questo per la conservazione e la pace 
nazionale contro le turbolenze e i disordini "importati", il Presidente 
recisamente rispondeva: 

"Io non posso credere che noi saremmo protetti contro cotesti ma- 
lanni limitando la immigrazione di coloro che non possono leggere né 
scrivere in nessuna lingua venticinque parole della nostra Costituzione. 
Nella mia opinione, è infinitamente più sicuro ammettere centomila 
analfabeti che cercano tra noi un asilo ed opportunità di lavoro, che 
accogliere soltanto uno di quegli sregolati agitatori e nemici di controlli 
governativi, i quali sanno leggere e scrivere, ma si dilettano a sollevare, 
con violenti discorsi, gli ignoranti inclinati ad una esistenza pacifica, 
inducendoli a disordini ed a tumulti". E aggiungeva più oltre: "Se qual- 
che particolare elemento della nostra immigrazione analfabeta è da 
temersi per altre cause che l'analfabetismo, queste cause dovrebberi? 
essere considerate direttamente, anziché fare dell'ignoranza un pretesto 
per l'esclusione, a detrimento di quegli immigranti analfabeti contro 
i quali la reale causa di lagnanze non può essere sostenuta". 

Dopo aver considerato, caso per caso, le moltissime risultanze 
ingiuste e dannose' che il "bill" del senatore Lodge avrebbe creato, 
specialmente per i parenti diretti degli immigranti già residenti negli 
Stati Imiti, e avere validamente combattute tutte queste odiose e in- 
complete disposizioni, il Presidente così decisamente concludeva: 

"Un attento esame di questo progetto mi ha convinto che, per ìe 
ragioni esposte e per altre non specificatamente qui espresse, le sue 
disposizioni sono senza necessità crude e oppressive, e che, per il loro 
difetto di costruzione, causerebbero vessazioni ed in pratica risultereb- 
bero dannose ai nostri interessi." 

L'anno appresso, il 1898, il Senato approvò nuovamente un pro- 
getto di legge recante la clausola del literacy test, ma esso non fu di- 
scusso dalla Camera a causa della guerra ispano-americana. Nel 1902 la 
Camera e nel 1906 il Senato si dichiararono di nuovo favorevoli alla 
dibattuta clausola; ma, per ragioni diverse, il progetto di legge non 
potè giungere in porto. Dopo alcuni anni di tregua si venne alla discus- 
sione di un nuovo progetto formulato in gran parte in base alle 
raccomandazioni della famosa commissione d'immigrazione e, nel 1913, 
ambedue i rami del Congresso lo approvarono, ma il Presidente Taft, 
seguendo l'esempio di Cleveland, vi appose il veto con una laconica 
dichiarazione, nella quale diceva: 



110 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

"Restituisco senza la mia approvazione il progetto di legge n. 3175 
al Senato. Faccio questo con grande riluttanza. Il progetto contiene 
molti validi emendamenti alla presente legge sull'emigrazione che assi- 
curerebbero maggiori garanzie per l'esclusione degli immigranti indesi- 
derabili. Il progetto ebbe forte appoggio in tutte e due le Camere e fu 
raccomandato da un'abile commissione che da una larga inchiesta trasse 
accurate conclusioni. 

"Ma io non penso di firmare una legge che nella sua principale 
clausola viola un principio che, è mia opinione, debba essere protetto 
relativamente agli immigranti. Mi riferisco al "literacy test". Per le ra- 
gioni esposte nella lettera del segretario Nagel io non posso approvare 
questa clausola. La lettera del Segretario accompagna questo 
messaggio." 

Il messaggio del Presidente Taft era infatti accompagnato da una 
lunga lettera del Segretario del Commercio e Lavoro, on. Nagel, nella 
quale si esaminava punto per punto la nuova legge. Sulla clausola del 
literacy test l'on. Nagel così si esprimeva: 

"Questa clausola è nuova ed è radicale. Entra nel cuore delle nuove 
misure. Non permette compromessi, e quello che più deploro è che, pur 
essendo questa legge in molti rispetti eccellente e incontrastabile, io 
sono costretto a consigliarvi di non approvarla. La legge, se approvata, 
darà ingiusti risultati perchè stabilirà dei conflitti financo fra il padre 
illetterato e l'intera sua famiglia immigrante. Gli Stati Uniti sarebbero 
privati di un grande numero di validi lavoratori. L'andata in vigore poi 
della legge imporrebbe una spesa maggiore di circa un milione di dol- 
lari". 

Due punti si riferivano specialmente agli Italiani. II Nagel diceva: 
"Senza dubbio la legge escluderà una considerevole percentuale deì- 
l'immigrazione proveniente dall'Italia meridionale, come pure i polac- 
chi, i messicani ed i greci. L'esclusione comprenderà gl'indesiderabili, 
ma anche una larga parte di desiderabili cittadini". 

Parlando poi della distribuzione degl'immigranti nei vari Stati, il 
Nagel aggiungeva: "Il censimento ci dirà come i nati qui da questi im- 
migrati vanno man mano acquistando le "farms" di questo paese. 

"Negli Stati centrali e in quelli dell'ovest noi vediamo che la mag- 
gior parte delle "farms" è di proprietà di emigrati e dei loro figli. E 
non sono solamente tedeschi e scandinavi, ma anche boemi e polacchi; 
ed in sorprendente numero vi sono gli itahani, del nord e del sud". 

Nel 1914-15 tanto la Camera quanto il Senato approvarono un 
nuovo progetto di legge contenente la famosa clausola, ma il Presidente 
Wilson vi appose anch'egli il veto. Dopo una nuova approvazione ed 
un secondo veto dello stesso Wilson, la legge sull'immigrazione fu ap- 
provata definitivamente ed è in vigore, come abbiamo già detto, dal 

1.0 maggio 1917. 

Per quanto si riferisce alla clausola del literary test, nei primi due 
mesi maggio e giugno 1917 — in cui essa andò in vigore, gli esclusi 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" 



111 



per non aver saputo leggere dalle 30 alle 40 parole nella propria lingua 
dialetto furono complessivamente 391. Nel 1918 il loro numero giunse 
a 1.598 su un totale di 110.618 immigranti. Secondo il rapporto del 
Commissariato dell'Immigrazione, gli Italiani esclusi, in forza del litera- 
cy test, furono 157, dei quali 16 dell'Italia del Nord e 141 dell'Italia me- 
ridionale. Nel 1919, gli esclusi per aver fallito alla prova di lettura 
furono 1.455 su un totale di 141.132 immigranti; nel 1920 essi furono 
1.639, su un totale di 430.001, cioè una percentuale di poco superiore 
all'anno precedente, considerato il totale molto maggiore di immigranti. 
Gli Italiani esclusi nel 1920 a causa del "literacy test" furono 300; cioè 
30 provenienti dall'Italia del Nord e 270 dall'Italia meridionale. 



GLI ITALIANI E IL "LITERACY TEST". 

E' opportuno qui ricordare come gli immigrati di origine italiana, 
unitamente a quelli di altre nazionalità, presentassero più volte la loro 
dignitosa protesta e al Primo Magistrato della Repubblica e dinanzi alla 
Commissione Congressionale di Immigrazione e di Cittadinanza, per 
evitare che la clausola del literacy test fosse inclusa nella nuova legge 
d'immigrazione. 

Il 6 febbraio 1913 il Presidente Taft riceveva alla Casa Bianca, 
per un "hearing" i delegati delle diverse nazionalità: italiani, tedeschi, 
irlandesi, ebrei, polacchi, russi, francesi, armeni, scandinavi, ecc. Della 
delegazione italiana di New York, la più numerosa, facevano parte, fra 
gli altri, il direttore dell'/lraZdo Italiano, avv. Giovanni Vicario, ed il 
pubblicista Agostino de Biasi, che ne era allora redattore in capo, il 
Comm. Antonio Zucca, il Cav. Dr. Antonio Stella, il Giudice John J. 
Freschi, il Cav. Cesare Conti. Delegati nostri eran giunti pure da altn 
Stati dell'Unione: il Cav. C. C. A. Baldi, il Cav. Frank Travascio e il 
sig. Alfonso Cubiciotti, da Filadelfia; gli onorevoli Vincent Brogna e 
James J. Bacigalupo, membri della Camera dei Rappresentanti del 
Massachusetts, l'avv. Frank beveroni e il Cav. Tomasello da Boston, 
il signor Carlo Curzio da Providence; i banchieri Pitocchelli e Campo - 
piano da Lawrence. Mass; il dottor Longo, da Grange, N. J.; il sig. 
Francesco Volpe, da Milford, Mass., ed altri. Fra i discorsi più impor- 
tanti pronunciati in quell'occasione dinanzi al Presidente Taft, ci piace 
ricordare quello del dottore Stella, che l'illustre Capo della Nazione 
desiderò poi gli venisse presentato in forma di "memorandum". Il va- 
lente professionista, che lo stesso Presidente Taft aveva nominato, 
qualche anno prima, commissario degli Stati Uniti all'Esposizione di 
Torino e. poco dopo, delegato del Governo Americano al Settimo Con- 
gresso Internazionale della Tubercolosi, e che è uno studioso acutissimo 
dei problemi dell'emigrazione, presentò tali e sì copiosi argomenti contro 
la famosa clausola, che essi devono aver contribuito, senza dubbio, nella 
decisione presa dal Primo Magistrato della Repubblica, di porre il veto 
all'intera legge, a causa appunto del literacy test. 



112 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

In un'altra occasione la parola di rispettosa protesta dell'elemento 
italiano d'America fu portata contro la famosa clausola; quando, cioè, 
il nuovo progetto di immigrazione — il cosidetto Burnett Bill: House 
of Represantives Bill No. 558 — stava per esser presentato alla Camera 
dei Rappresentanti dal suo proponente, Fon. Burnett. il cui nome rimase 
legato sino a qualche anno fa, allorché la morte lo incolse, ad ogni ma- 
nifestazione che suonasse odio contro l'Italiano in America. Il 20 gen- 
naio 1916, la Commissione Congressionale d'Immigrazione e di Cittadi- 
nanza concesse un'udienza pubblica sul nuovo progetto di legge e la 
Camera di Commercio Italiana di New York, sebbene avvisatane sol- 
tanto due giorni prima, inviò a Washington il suo Segretario. Dott. Al- 
berto C. Bonaschi, al quale, nell'udienza, fu accordato l'onore del terzo 
posto fra gli oratori e che fu l'unico italiano a prender la parola in tale 
circostanza. Il Bonaschi, anch'egli conoscitóre profondo del problema 
immigratorio, confutò ampiamente ed abilmente tutti gli argomenti de- 
gli avversari della libera immigrazione e, dopo un magnifico discorso, 
sostenne con grande capacità e. in qualche punto, con violenza, un 
duello oratorio con lo stesso on. Burnett e con altri membri della Com- 
missione. Ma, nonostante tutte le buone ragioni del mondo, la clausola 
del literacy test ebbe.... gli onori dell'approvazione dei due rami del 
Congresso un anno dopo: nel Febbraio 1917. 

LA LEGGE DEL 5 FEBBRAIO 1917. 

In forza della nuova legge sull'immigrazione, approvata dal Con- 
gresso il 5 Febbraio 1917, non è consentito lo sbarco agli Stati Uniti alle 
seguenti categorie di stranieri: 

1. Idioti; 

2. Imbecilli; 

3. Deboli di mente; 

4. Epilettici; 

5. Pazzi e persone che sono state affette da pazzia nei cinque annf 
precedenti all'arrivo; 

• 6. Persone che hanno avuto due o più attacchi di follia in qualsiasi 
periodo della loro vita; 

7. Indigenti; 

8. Persone che, presumibilmente, possono cadere a carico della 
pubblica beneficenza; vale a dire individui le cui condizioni fisiche, 
mentali, professionali od economiche sono tali da farli apparire presu- 
mibilmente incapaci a procurarsi i mezzi necessari al proprio sosten- 
tamento; 

9. Mendicanti di professione; 

10. Tubercolotici; 

11. Persone affette da malattie ripugnanti oppure contagiose; 

12. Persone le quali, pur non essendo comprese in alcuna delle ca- 
tegorie precedenti, presentano, giusta dichiarazione dell'Ufficio medico 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" 113 

che le visita allo sbarco, un difetto fisico o mentale tale da diminuire 
la loro capacità al lavoro produttivo; 

13. Persone che hanno commesso un atto implicante turpitudine 
morale, anche se, pur non essendo state condannate, ammettono d'aver 
commesso tale atto; 

14. Poligami o persone che credono nella poligamia; 

15. Anarchici, ovvero persone che credono o propugnano di rove- 
sciare, con la forza o la violenza, il governo degli Stati Uniti, o qual- 
siasi altro governo, o anche qualsiasi forma di legge, ovvero incitano 
all'assassinio di pubblici funzionari; 

16. Prostitute, ovvero donne o ragazze che arrivano negli Stati Uni- 
ti per prostituirsi o per altri scopi immorali; 

17. Persone d'ambo i sessi, le quali traggono dalla prostituzione 
tutti ovvero una parte dei loro mezzi di sostentamento; 

18. Persone che procurano oppure cercano di condurre negli Stati 
Uniti prostitute, ovvero donne o ragazze allo scopo di prostituirle o 
per altri scopi immorali ; 

19. Persone che dalla legge vengono indicate come "lavoratori ar- 
ruolati", vale a dire operai che sono stati indotti oppure spinti ad emi- 
grare negli Stati Uniti da offerte o promesse di lavoro, ovvero in conse- 
guenza a qualsiasi genere di accordo (verbale, scritto o stampato, im- 
plicito od esplicito) fatto per compiere qualunque genere di lavoro in 
America, esclusi gli attori, gli artisti i cantanti, i ministri di qualsiasi 
religione, i professori di collegi o seminari, le persone che esercitano 
una professione liberale e quelle che sono impiegate esclusivamente 
quali domestici personali; 

20. Persone che sono già state respinte dall'America un anno prima 
della data del loro secondo arrivo, appunto perchè considerate come 
"lavoratori arruolati"; 

21. Persone che arrivano con biglietto di passaggio pagato con 
denaro di altri, oppure che siano state aiutate da altri ad emigrare negli 
Stati Uniti, a meno che non si provi soddisfacentemente: l.o che esse 
non appartengono a nessuna delle categorie di esclusi dallo sbarco; 2.o 
che il loro biglietto di passaggio non venne pagato né direttamente né 
indirettamente, da Governi stranieri, da Associazioni, da Imprese, da 
Società, da Compagnie o da Municipi; 

22. Persone che non abbiano compiuti i 16 anni e che non sieno 
accompagnate o vengano a raggiungere uno dei loro genitori a meno 
che il Ministro del lavoro con speciale atto e previa garanzia non per- 
metta il loro sbarco; 

23. Le donne non maritate in istato di gravidanza e quelle che con- 
ducono seco figli illegittimi. 

Il maggior numero di reiezioni avviene generalmente fra le cate- 
gorie 8, 12 e 19. 



114 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Fanno parte dell'ottava categoria: 

a) Tutte le persone le quali non possono dimostrare di possedere 
al momento dell'arrivo il denaro sufficiente a mantenersi per un certo 
tempo dopo lo sbarco senza lavorare. 

b) Le persone dirette all'interno degli Stati Uniti e che non hanno 
denaro sufficiente (oltre quello per vivere) per proseguire il viaggio 
sino a destinazione finale. 

e) Le persone avanzate in età o che hanno meno di 21 anni e che 
non sono dirette a stretti congiunti (coniuge, genitori o figli), i quali 
debbono essere in condizione tale da poter provvedere eventualmente 
al loro sostentamento; nonché le donne in particolar modo se accom- 
pagnate da figli — quando arrivano senza marito o perchè questi è 
rimasto al paese di origine o perchè vedove, a meno che siano indiriz- 
zate a persone seriamente responsabili e che garantiscano di mantenerle 
nel caso che non possano procacciarsi i mezzi di sostentamento. 

d) Le persone che non hanno un mestiere definito e sono di co- 
stituzione fisica non robusta, a meno che non dimostrino di esser ben 
fornite di mezzi. 

e) Gli operai specializzati senza mezzi ed appartenenti a cate- 
gorie professionali per le quali al momento dell'arrivo non vi è lavoro. 

* * m 

Nella categoria 12 sono compresi gli individui i quali, pur non es- 
sendo affetti da malattia contagiosa o repugnante secondo la dichiara- 
zione del medico americano che li visita al porto di sbarco, ìianno una 
dificienza fisica o mentale di natura tale da diminuire la loro capacità 
a guadagnarsi la vita. Ne fanno parte specialmente gli individui affetti 
da: anchilosi delle giunture, arteriosclerosi, atrofia delle estremità, ma- 
lattie croniche progressive del sistema nervoso centrale, infiammazione 
cronica delle ghiandole linfatiche del collo, dislocazione dell'anca con 
r accorciamento e claudicazione, ernia, gozzo, atassia locomotrice, pso- 
riasi e lupus, affezione valvolare' al cuore, vene varicose sviluppate, o 

da qualsiasi altra deficienza. 

* * * 

Nella categoria diciannovesima sono comprese quelle persone che 
la legge chiama ''operai arruolati", cioè coloro che arrivano con un 
contratto di lavoro scritto; e non soltanto questi ma anche quelli che 
all'arrivo dichiarano di avere il lavoro sicuro o di essere partiti perchè 
un parente od un amico aveva loro promesso del lavoro. Anche questi 
vengono respinti inesorabilmente. 

1 ragazzi sotto i 16 anni che non siano accompagnati dai genitorr 
che non vadano a raggiungerli, ma siano indirizzati ad altri parenti 
stretti (fratelli o zii) in generale vengono respinti. Sono ammessi sol- 
tanto se sanissimi di corpo e di mente; se i parenti che vanno a rag- 
giungere sono realmente in grado di mantenerli, se danno garanzia di 
far frequentare loro la scuola sino ai 16 anni compiuti e di non occu- 
parli in lavori non confacenti alla loro età. 



GLI "UNDESIRABLE IMMIGRANTS" US 



Succede qualche volta persino che ragazzi sotto i 16 anni vengano 
respinti se accompagnati dal padre soltanto; e ciò quando sono gracili 
e dimostrano d'aver ancora bisogno delle cure della madre; e non 
è raro il caso che insieme al minorenne, specialmente se di poca età, 
vengano respinti anche i genitori'. 

Secondo l'art. 13 sono respinte le persone che si sono rese colpevoli 
di atti implicanti turpitudine morale; cioè, di offese contro: la castità e 
il buon costume (adulterio, ratto, ecc.) ; la pubblica fede e l'equità 
(lo spergiuro, la falsificazione, l'abuso di fiducia, l'estorsione, il ricatto, 
ecc.) ; l'istinto di umanità (atti di crudeltà) ; i diritti altrui (diffama- 
zione) ; la giustizia (corruzione) ; gli interessi e la salute pubblica (fro- 
di elettorali, esercizio di case di tolleranza, ecc.) ; la violenza con armi 
atte a uccidere. 

E' infine vietato lo sbarco nella Confederazione agli individui 
superiori ai 16 anni di età, in qualsiasi classe essi abbiano viaggiato, 
che non sappiano leggere correttamente almeno 30-40 parole stampate. 

E' fatta eccezione pel padre e nonno di oltre 55 anni di età, per 
la moglie, la madre, la nonna e le figlie nubili o vedove senza distinzio- 
ne di età, che vengono a raggiungere il proprio congiunto o che viag- 
giano con esso. 

Le donne che vengono a raggiungere fratelli, cognati, cugini, de- 
vono pure sapere leggere le 40 parole di cui sopra. 

Sono altresì esenti dalla prova di sapere leggere tutti i cittadini 
americani e tutti coloro che ritornano negli Stati Uniti entro 6 mesi 

dalla data in cui sono rimpatriati. 

* m * 

Le ultime disposizioni legislative approvate dai due rami del Con- 
gresso nel Maggio 1921, e firmate dal Presidente Harding, sono fra 
le più restrittive di quante ne siano state emanate negli Stati Uniti. 
Esse stabiliscono che dal 3 Giugno 1921 al l.o Luglio 1922 non possono 
sbarcare nei porti americani più del 3 per cento di immigranti di cia- 
scuna nazione in base al numero dei naturalizzati appartenenti alla 
nazione stessa e residenti negli Stati Uniti secondo il censimento del 
1910. 

Con le nuove disposizioni, il numero degli immigranti italiani, 
nel periodo contemplato, è ridotto a 42.000; ciò che recherà indubbia- 
mente un grave colpo all'economia italiana, poiché la nuova legge la 
percuote proprio nel momento in cui, per la gravità della crisi indu- 
striale, essa avrebbe maggior bisogno di poter contare sui mercati di 
lavoro all'estero per alleggerire il mercato di lavoro all'interno. 

I drastici provvedimenti, con tutto il rispetto alla volontà del 
legislatore americano, non sono di quelli destinati, dopo il tremendo 
periodo bellico, a facilitare la ricostruzione economica del mondo, an- 
cora vanamente desiderata ed invocata. 



L'/ìnalfabctismo 
la gran piaga d'Italia 



GLI INSEGNAMENTI DELLA GUERRA, 

Nel corso della discussione della legge sulla riforma elettorale in 
Italia, nell'estate 1919, fu spesso accennato, sia in seno alla Camera 
dei Deputati che al Senato, alla vecchia piaga dell'analfabetismo. Ed 
era naturale che il grave problema si affacciasse alla considerazione 
degli uomini illuminati che sanno valutare in tutta la sua pienezza il 
pregio della istruzione elementare diffusa e veggono in essa anche un 
fattore sociale ed economico di primaria importanza. Pur recentemente, 
in riunioni di enti e di associazioni intese alla ricerca delle forme di 
attività governativa e sociale meglio alte ad accelerare e a rinvigorire, 
con mezzi rapidi e pratici, l'educazione e la cultura del popolo, uomini 
appartenenti a tutte le classi sociali d'Italia e delle più svariate attitu- 
dini e abitudini professionali hanno manifestato voti e formulato pro- 
poste per combattere l'analfabetismo sopratutto degli adulti. 

Ma, all'infuori e al disopra di ogni più nobile fatica intellettuale 
diretta a risolvere praticamente l'annosa e penosa quistione, vennero 
gli insegnamenti della guerra. Nelle retrovie e nelle stesse zone di 
operazione si manifestò febbrile nei soldati analfabeti o semianalfabeti 
il desiderio di apprendere l'arte di poter leggere, di poter scrivere le 
lettere che ricevevano, che spedivano, per conservare il dolce segreto, 
potendo usare lo strumento di questa ineffabile comunicazione spiri- 
tuale con la famiglia, cogli amici lontani. E c'era l'emulazione, pos- 
sente lievito di attività, in quella mescolanza eguagliatrice di uomini 
d'ogni stato sociale, d'ogni levatura mentale, accomunati in uno stesso 
lavoro di fede, in una stessa speranza radiosa, accesi di uno stesso en- 
tusiasmo. E sorsero, sparse per ogni dove, nei baraccamenti e nelle 
trincee, sotto le tende, all'aperto, piccole scuole, che con rapidità im- 
pressionante e nuova andavano operando il miracolo della grande 
trasformazione, per la semplice e affettuosa mutualità, tecnica e morale, 
di due volontà, ferme e consapevoli, di scolari e di maestri improvvisati. 
Ma l'esempio di tali scuole caratterizzate dalla snellezza e dalla varietà 
dei metodi e dei programmi lo hanno fornito le molte "Scuole del sol- 
dato" sorte per privata iniziativa accanto agli Ospedali militari, quasi 



L'ANALFABETISMO: LA GRAN PIAGA D'ITALIA 117 

a completamento e integrazione della cura, che, mentre ridonava la 
salute ai malati e ai feriti, colmava una loro dolorosa lacuna spirituale. 

L'ISTRUZIONE POPOLARE E L'AZIONE DELLO STATO. 

Uno dei primi e più importanti provvedimenti sociali del dopo- 
guerra, in Italia, fu, dopo matura discussione, la» creazione per de- 
creto reale di un Ente autonomo per l'istruzione degli adulti analfabeti. 
Il decreto, firmato da Re Vittorio Emanuele, nel luglio 1919, su pro- 
posta del Ministro della Pubblica Istruzione, on. Alfredo Baccelli, cui 
furono tributate le più ampie, ben meritate lodi, affrontava finalmente 
la grave questione dell'analfabetismo, e tutti avevan ragione di atten- 
dersi che esso sarebbe riuscito se non a sopprimere radicalmente la 
piaga cancrenosa, a mitigarne le tristi e dolorose conseguenze in tempo 
relativamente breve e con sicuri e durevoli effetti. 

Che cosa si era fatto sinora in Italia per combattere la mala 
pianta dell'analfabetismo? Da oltre mezzo secolo non si fa che discu- 
tere, eppur si continua tuttora ad ammettere che l'analfabetismo è la 
causa prima del poco rispetto che godiamo presso genti diverse di cui 
veniamo a contatto, e che costituisce il più grande ostacolo ad ogni 
avanzamento della nostra popolazione raminga. 

Quali le cause del fenomeno che finalmente si vuole estirpare? 
Esse devono attribuirsi principalmente — e ciò potrebbe giustificare in 
qualche guisa la mancata applicazione della legge 15 luglio 1877 sulla 
istruzione obbligatoria — alle gravi difficoltà di comunicazioni che ten- 
gono ancora lontani i fanciulli delle piccole borgate dai centri ove esì- 
stono scuole, e, più di tutto, alla ancor lamentata esiguità del bilancio 
della pubblica istruzione, mentre occorrerebbe — e da alcuni anni vi 
si sta riparando in parte — che ad esso si concedessero fondi di gran 
lunga più abbondanti, atti a provvedere alla istituzione di scuole in 
tutti i più piccoli villaggi e nelle più modeste frazioni; all'erezione di 
edifici scolastici decenti ed igienici; a far sì, in poche parole, che i 
primi rudimenti dell'istruzione e del viver civile non costituiscano un 
lusso per una parte soltanto della oopolazione, ma siano accessibili 
specialmente alle classi più umili, alle quali, purtroppo, tutto si chiede 
e ben poco si dà. 

Soltanto quando, padroni dell'alfabeto e consci del mondo moderno, 
potranno i nostri emigranti giungere ai paesi di destinazione come uo- 
mini, non come merci, solamente allora ci sarà dato riconoscere che 
l'azione dello Stato, mercè l'istruzione popolare, avrà portato i benefici 
frutti di cui è capace la vegeta pianta dell'intelligenza italiana. 

Si lamenta, e non ingiustamente, che i figli di Italiani nati all'estero 
condottivi da bambini mostrano indifferenza e, spesse volte, disprezzo 
per la loro terra d'origine, sino al punto da aver ritegno di dirsi italiani. 
di discendenza italiana. Ciò può sinceramente addolorare ogni animo 
aperto a sentimenti di patriottismo, ma dobbiamo sino ad un certo segno 



118 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

inveire contro costoro, che pur chiamiamo rinnegati, poiché, lasciati 
completamente in balìa di sé stessi, in paesi nuovi, essi nuli'altro cono- 
scono della loro patria d'origine se non ciò che hanno appreso dai ge- 
nitori, troppo spesso, ahimè, rozzi ed ignoranti, della miseria e dell'ab- 
brutimento in cui erano condannati a vivere nel "natio borgo sel- 
vaggio", abbandonati da Dio e dagli uomini. Se alle masse emigranti 
fosse stata impartita in Italia un'istruzione sufficiente, non deplore- 
remmo, come ora deploriamo, che le nuove generazioni, nate o cre- 
sciute lungi dalla patria, e specialmente in questi paesi, in cui l'assor- 
bimento delle giovani forze umane ha più salde radici che altrove, siano 
quasi completamente perdute alla terra d'origine, né deploreremmo 
tutti gli ostacoli che ritardano ovunque l'avanzamento della parte pre- 
ponderante della nostra popolazione immigrata. 

Se noi ci facciamo ad osservare le statistiche degli Italiani anal- 
fabeti ammessi negli Stati Uniti sino al giorno in cui fu applicata la 
nuova legge sull'immigrazione contenente il non mai abbastanza de- 
plorato educational test, il l.o maggio 1917, v'è davvero da inorridire 
e da lamentare vivissimamente come alla semplice minaccia di un male 
estremo in questa parte dell'Atlantico, non si sia ricorso, in Italia, al- 
l'applicazione di estremi rimedi, quale, ad esempio, quello consigliato 
da taluni, per un alto principio di dignità nazionale, di impedire all'anal- 
fabeta di emigrare. Tale rimedio sarebbe apparso una patente viola- 
zione della libertà personale, ma, in breve volger di tempo, avrebbe, 
se non risoluta, attenuata di molto la cancrenosa piaga dell'analfabe- 
tismo, con tutte le perniciose conseguenze di carattere morale e sociale 
che essa trae seco, con quanto disdoro e con quanto nocumento al buon 
nome della nostra nazionalità non v'ha alcuno che non comprenda e 
non deplori. 

A tale proposito é opportuno ricordare quanto l'on. Napoleone Co- 
lajanni scriveva, qualche anno fa, sul problema della criminalità degli 
Italiani negli Stati Uniti in rapporto all'analfabetismo: "L'Italia do- 
vrebbe con vigoria di mezzi e di intenti, nell'interesse morale ed eco- 
nomico del paese, combattere efficacemente l'analfabetismo e cancellare 
la macchia che l'offusca. Questo bisogno, questo dovere altamente pro- 
clamai nel XV Congresso della Dante Alighieri (settembre 1904) di- 
cendo forte ed alto che la benemerita Società doveva volger lo sguardo 
non ai soli irredenti di oltre Isonzo, ma anche ai milioni che vivono 
oltre Atlantico. Il mio consiglio parve una deviazione poco patriottica 
a taluni; ma oggi con singolare compiacimento ho visto che il XIX Con- 
gresso della stessa Dante Alighieri tenutosi in Brescia, alle falde delle 
Alpi, me assente, ha proclamato lo stesso bisogno e lo stesso dovere: 
quello di combattere l'analfabetfsmo, che nuoce all'Italia in casa propria 
e la disonora nel mondo." 



L'ANALFABETISMO: LA GRAN PIAGA D'ITALIA HQ 

UNA STATISTICA IMPRESSIONANTE. 

Abbiamo sott'occhio uno specchietto compilato dal Governo degli 
Stati Uniti sui reports del Commissariato Generale dell'Immigrazione. 
Esso abbraccia il numero e la percentuale degli analfabeti dai 14 anni 
in su, di ciascuna razza di immigranti europei ammessi allo sbarco 
negli anni fiscali che vanno dal 1899 al 1909 incluso; un lungo periodo, 
cioè, di intensa immigrazione. E' una statistica ben dolorosa per noi, 
ma non possiamo né dobbiamo tacerla. 

Immigranti ^jj^j sbarco Analfabeti Percentuale 

Portoghesi 49,799 33.960 68.2 

Turchi 11.408 8.722 58.9 

Italiani del Sud 1.517.768 822.1 13 54.2 

Siriaci 42.463 22.978 54.1 

Ruteni 113.931 58.070 51.0 

Lituani 140.540 68.555 48.8 

Bulgari, Serbi e Montenegrini .. 80.854 33.759 41.8 

Queste, le più alte percentuali di analfabeti; le più basse le davano 
gli Scandinavi, con 0.4; gli Scozzesi, con 0.7; gU Inglesi, con 1.1; i 
Finlandesi, con 1.4; i Boemi o Moravi, con 1.7; gli immigranti del paese 
di Galles, col 2 per cento; gli Irlandesi, col 2.7; gli Olandesi e i Fiam- 
minghi, col 4.7; i Tedeschi, col 5.1; i Francesi, col 5.4; gli Ungheresi, 
con ri 1.4; gli Italiani del Nord, con l'I 1.8; gli Spagnuoli, col 14.6; gli 
Ebrei, col 25.7; i Greci, col 27.0. 

Vero è che, in questi ultimi anni, la percentuale degli analfabeti 
italiani ammessi allo sbarco negli Stati Uniti, prima, cioè, che la nuova 
legge sull'immigrazione del 1917 avesse chiuse loro le porte, era sen- 
sibilmente diminuita, ma essa occupava ancora un posto cospicuo fra 
la massa delle genti di diverse nazionalità che l'America bollava col 
marchio di una degradante inferiorità mtellettuale e morale. 

RESIPISCENZA TARDIVA MA INCORAGGIANTE. 

Secondo le statistiche del 1915, infatti, la media degli analfabeti 
in Italia era calcolata al 38 per cento contro il 62 per cento nel 1882. 
Un progresso incoraggiante, se non rapido. Inoltre, mentre nel 1882 le 
spese stanziate in bilancio dal Ministero della Pubblica Istruzione giun- 
gevano appena alla somma di 27 milioni di Lire, nel 1915 esse erano 
di circa 100 milioni, oltre ad 80 milioni pagati dai Comuni per l'inse- 
gnamento elementare. 

Secondo l'Annuario Statistico Italiano del 1920, l'Italia aveva più 
di 120.000 scuole elementari frequentate da più di quattro milioni di 
alunni e con 176.000 insegnanti d'ambo i sessi. 

La percentuale degli analfabeti va continuamente scemando in tutte 
le regioni. 

I Ginnasi sono frequentati da 62.500 scolari; i Licei da 15.000; 
le Scuole Normali da 17.000; le Scuole Tecniche da 130.000 alunni; gli 



120 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Istituti Tecnici da 29.000; gli Istituti Nautici da circa 3.000 alunni; le 
Scuole Industriali e Commerciali da 12.000; le Scuole e Conservatori 
di Musica da 4.000 alunni. 

Le Università italiane sono frequentate da ben 40.000 studenti ed 
hanno un numero complessivo di circa 2.500 professori, fra ordinari e 
liberi docenti. 

Si sperava, come dicemmo innanzi, che l'Ente Nazionale per l'i- 
struzione degli adulti analfabeti avrebbe iniziata subito l'opera sua, 
ma, purtroppo, dopo varie vicende di carattere amministrativo-politico, 
che trassero in lungo la fase della sua definitiva e regolare costitu- 
zione, esso fallì allo scopo, anzi non potè nemmeno iniziare la sua 
organizzazione tecnica, e con R. Decreto del novembre 1920 venne 
senz'altro soppresso. 

A ciò pensò di supplire in parte il Commissariato dell'Emigra- 
zione, nonostante i mezzi finanziari di cui disponeva, proponendosi di 
istruire dai 100 ai 150 mila emigranti all'anno, con lo stabilire un certo 
numero di scuole serali — all'inizio, 750 — nelle quali venissero ac- 
colti gli emigranti analfabeti e semi-analfabeti e si distribuisse gratui- 
tamente agli alunni il materiale scolastico. Il piano venne proposto 
alla Commissione di vigilanza, la quale lo approvò, stabilendo che le 
Provincie in cui doveva svolgersi l'azione dovessero essere quelle del- 
l'Italia centrale e meridionale e delle isole, cominciando dalle Marche. 

Le scuole sinora istituite sono: 26 nelle Marche; 4 nell'Umbria; 
24 nel Lazio; 136 negli Abruzzi e Molise; 110 nella Campania; 72 
nelle Puglie; 44 nella Basilicata; 194 in Calabria; 145 in Sicilia e 4 
in Sardegna. 

V'è da augurarsi che altri organi statali secondino e proseguano 
l'azione del Commissariato, togliendo dalla iniziata esperienza lume 
ed avvertimento al fine di battere finalmente una via sicura, finora 
invano tentata nella lotta contro l'analfabetismo degli adulti. 

IL COMPITO DELLA DONNA ITALIANA. 

Ma un'altra forza potente agisce attualmente nella nostra Italia 
per abbattere dalle radici la mala pianta dell'analfabetismo: la donna. 
Infatti, il Consiglio Nazionale della Donna Italiana, conscio dei doveri 
che incombono al gentil sesso e volendo compiere opera solerte e degna 
dei tempi nuovi per l'educazione morale e sociale della donna italiana, 
presentava recentemente al Ministro della Pubblica Istruzione il se- 
guente importante Ordine del Giorno a prò delle adulte analfabete: 

"Conscio delle responsabilità che i recenti conseguiti diritti impor- 
tano alla donna; 

Consapevole di quanta retta preparazione di spirito e di pensiero 
esiga l'esercizio di nuove prerogative sociali; 

Nell'intento che la cooperazione della donna segni veramente quel 
progresso di civile educazione che il legislatore si promette e venga ad 
integrare con sane energie la vita della Nazione; 



L'ANALFABETISMO: LA GRAN PIAGA D'ITALIA 121 

Invoca per tutte le donne d'Italia provvedimenti legislativi atti a 
garantire ed obbligare per ognuna di esse quel grado ìninimo di cultura 
che si richiede per una doverosa elevazione delle masse femminili. In con- 
seguenza di ciò : 

Propone: 

1. Il richiamo alla rigorosa osservanza della legge sull'istruzione 
elementare obbligatoria. 

2. Un articolo aggiuntivo alla legge sull'istruzione obbligatoria che 
estenda l'obbligo dell'istruzione elementare di grado inferiore alla donna 
f.no al suo quarantesimo anno di età. E la facoltà ai Comuni di emanare 
apposite norme per l'osservanza della legge. 

3. L'obbligo diretto della denuncia alle analfabete adulte entro i li- 
miti del quarantesimo anno di età. E l'obbligo ancora alla denuncia per 
chi — sotto qualsiasi aspetto — tiene alla propria dipendenza adulte 
analfabete, 

4. L'applicazione di ammende e pene, per chi — trascorso il limite 
di tempo consentito — non avrà provveduto alla denuncia prescritta. 

5. Un censimento femminile per ogni Comune e la nomina di una 
Commissione femminile per compilare una statistica delle adulte analfabete 
istituita presso ogni Comune e dal Comune sovvenuta di tutti i mezzi neces- 
sari ad assolvere il proprio mandato entro un convenuto limite di tempo. 

6. L'istituzione di Scuole nazionali per adulte analfabete, rette dal 
Comune o dal Comune devolute ad associazioni private, che abbiano dato 
prova di competenza scolastica — sovvenzionate dal Governo — obbliga- 
torie per tutte le analfabete quale che sia la loro professione libera o sa^ 
lariata." 

Il Consiglio nazionale delle donne italiane a raggiungere efficacemente 
lo scopo, ha inoltre diramato alle proprie Sedi, pratiche istruzioni per il 
pronto costituirsi e funzionare d'organi competenti. 

Quelli che abbiamo rapidamente toccati non sono che alcuni aspetti 
della complessa questione educativa in Italia. Se è vero che nella scuola 
si riassume il problema dell'essere o non essere di un popolo, augu- 
riamoci che, per virtù e per gli effetti dei nuovi saggi provvedimenti 
e per il desiderio vivissimo da cui appaiono animate tutte le classi sociali 
della Nazione, si possa dire coraggiosamente, con la sicurezza della 
non lontana vittoria: l'Italia è sulla via della sua completa riabilitazione 
dinanzi a se stessa e dinanzi al mondo intero. 



Il Linciaggio 
la gran piaga d^nmerica 



ODIO DI RAZZA. 

Se l'analfabetismo è una macchia che deturpa il buon nome d'Ita- 
lia, il linciaggio è una piaga che affligge il bel corpo della giovine 
America, ansiosa di mantenere il posto d'avanguardia nel ciclo evolutivo 
della civiltà. L'Italia sta, con un incoraggiante successo, guarendo del- 
la sua malattia atavica; l'America — e v'è di che dolersene sinc'era- 
mente e profondamente — vede acuirsi la sua piaga: i tragici avveni- 
menti svoltisi durante il 1919 in alcune delle principali e più progre- 
dite città dell'Unione — la stessa Capitale federale, Washington, e 
Chicago, fra le altre, ne furono dolorosissima testimonianza — dimo- 
strano che l'odio di razza, anziché diminuire, ha preso l'aspetto morboso 
di una vera, brutale caccia all'uomo, triste retaggio di un antagonismo 
inveterato, inestinguibile fra i bianchi ed i negri, che il nobile e cruento 
apostolato di Abramo Lincoln volle emancipati e redenti. 

Le notizie dei frequenti casi di linciaggio che la cronaca degli 
Stati Uniti è costretta a raccogliere contengono sempre un accenno cjie, 
in una certa misura, vorrebbe spiegare le irrefrenabili violenze della 
folla contro le vittime, nella più gran parte dei casi, gente di colore. 
I delitti imputati ai negri, che la folla accecata di furore strappa talvolta 
alle carceri sfidando perfino le cariche dei corpi di guardia e che essa 
danna a lenti, atroci supplizi neroniani, sono atti brutali commessi con- 
tro donne bianche. E' quasi sempre un grido femminile di orrore e di 
strazio che risveglia negli uomini bianchi l'odio feroce per la razza in- 
feriore. La folla, non già composta della sola feccia sociale, ma anche 
di elementi d'ordine, insorge a quel grido, accesa da una sùbita febbre 
di vendetta sommaria, capitale. La giustizia — così vuoisi giustificare 
l'atto criminoso collettivo — è troppo mite e lenta per quegli uomini. 
Allora si svolgono gli spettacoli orribili che le autorità non potrebbero, 
in molti casi, impedire, se non seminando la strage tra la folla infero- 
cita. La vittima è inseguita come una belva fra gli antri del quartiere 
negro o strappata al carcere; è impiccata e il suo corpo crivellato da 
palle, trascinata sopra un rogo improvvisato, legata ad un palo unto 
di petrolio e immolata a lento fuoco. Il corpo miserando arde nella notte 



IL LINCIAGGIO: LA GRAN PIAGA D'AMERICA 123 

sotto gli occhi di spettatori esaltati, accorsi talvolta a migliaia dalle 
città vicine per gustare impunemente la morbosa voluttà di una ven- 
detta atroce. E le donne si precipitano a raccogliere le ceneri del rogo 
infame per conservarle come un talismano protettore. 

IN 30 ANNI, 3.224 LINCIAGGI! 

Negli ultimi 30 anni, sino, cioè, al 1918, ben 3.224 persone sono 
state uccise da folle inferocite, secondo il rapporto emanato dalla A^a- 
tional Association for the A avance meni of Color ed People. "Negli ul- 
timi trent'anni — dice il rapporto — dal 1889 sino a tutto il 1918, il 
Nord ha avuto 219 vittime; il Sud 2.834; l'Ovest 156 e l'Alaska e le 
altre località dell'Unione 15. La Georgia tiene il primo posto, con 386 
vittime; ad essa seguono il Mississippi, con 373; il Texas, con 335; la 
Louisiana, con 313; l'Alabama, con 276; l'Arkansas, con 214; il Ten- 
nessee, con 178; ed il Kentuky, con 169. Cinquanta donne appartenenti 
a razze di colore e 11 bianche sono state linciate in 14 Stati". Riferen- 
dosi all'appello recente lanciato dal presidente Wilson ai Governatori 
ed alle autorità statali, di prevenire il "vergognoso malanno" del lin- 
ciaggio, il rapporto continuava: "Nonostante il caldo appello del pre- 
sidente Wilson, fatto in circostanze tanto gravi, i linciaggi sono con- 
tinuati, durante il periodo della guerra, con una furia indemoniata. 
Sessantatre negri, di cui 5 donne, e 4 donne bianche, sono caduti vit- 
time delle folle inferocite durante il 1918, ed in nessun caso i respon- 
sabili sono stati puniti. In due soli casi furono imbastiti dei processi, 
ma i ritenuti colpevoli vennero assolti". 

CHI FU LYNCH? 

Il Lynch, dal cui nome deriva la parola linciaggio, non fu giudice, 
come taluno suppone, né legislatore; che parlare di un giudice Lynch 
è inventare il personaggio, e di una legge di Lynch {Lynch Law), è 
storpiare il significato del vocabolo "legge". Molti, in America, credono 
il Lynch essere stato un farmer della Carolina del Nord, che metteva 
a morte i suoi schiavi fuggiti o ribaldi; ma questa pare leggenda. Il 
vero Lynch, che, a sua insaputa, diede nome al lynching, o linciaggio, 
sarebbe stato un dabbene Americano, un onesto patriota, un valoroso 
ufficiale nella guerra dell'Indipendenza, il quale, in una data circo- 
stanza, fece male a fin di bene. E' eccessiva penalità quella che collega 
il suo nome all'idea di un reato, come è strano fato storico quello che 
lega il nome di un mite filantropo umanitario, quale sembra essere 
stato il dottor Guillotin, all'idea di un istrumento di morte. Il Lynch 
era della Virginia, ed un suo fratello fu il fondatore di Lynchburg, ora 
città di qualche importanza. Al tempo della guerra di ribellione viveva 
in un piccolo centro di pionieri nell'ora West Virginia, ed era uomo 
di mezzi e di carattere. Nel partirsene, con altri volontari, per raggiun- 
gere l'esercito di Washington, fattosi accorto che lasciava alle spalle 



124 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

alcuni partigiani degli Inglesi, volle assicurarsi contro qualsiasi even- 
tuale loro mossa e diede ordine che fossero imprigionati e custoditi 
sino al suo ritorno. Finita la guerra, coloro che erano stati vittime di 
quel sopruso accusarono il Lynch dinanzi alle Corti dello Stato; ma 
la causa fu, per accampate ragioni d'incompetenza, portata dinanzi al 
Parlamento statale. I dibattimenti appassionarono e divisero il pub- 
blico americano, e più ancora lo appassionò e divise la sentenza che 
assolse il colonnello Lynch. A non pochi parve che quell'assoluzione 
introducesse nella giurisprudenza un principio pericoloso, tanto più in 
paese nuovo, ove poteva dare origine a più numerosi e più gravi abusi. 
E difatti dall'assoluzione del Lynch derivarono, come conseguenze, che 
può esser lecito all'individuo, od al gruppo d'individui, od alla collet- 
tività, sostituire alla legge mancante il proprio criterio, al tribunale as- 
sente la propria autorità; nonché altri principii. quali, che il fine giu- 
stifica i mezzi, che è lecito commettere azioni delittuose quando ne 
debba risultare il bene o supposto bene del Paese, che vi è una legge 
non scritta (unìvritten law) colla legge scritta concorrente, od altret- 
tali illazioni sommamente favorevoli allo sfogo dell'arbitrio ed ai fini 
della prepotenza. Né fallirono le previsioni, poiché il ricordo del Lynch, 
il precedente del Lynch, la giurisprudenza condotta nel caso del Lynch, 
in una parola, l'abusivamente detta legge di Lynch fu invocata di poi, 
le troppe volte, siccome quella in virtù della quale l'individuo, il gruppo, 
il mob, anonima collettività, credono potersi fare giustizia da sé. 

GLI UNDICI ITALIANI LINCIATI A NEW ORLEANS. 

La storia delle Colonie italiane nell'America del Nord legistrr., 
dolorosamente, non pochi casi del più barbaro linciaggio di cui furono 
vittime parecchi nostri connazionali. Non possiamo non ricordarne 
alcuni. 

Nell'ottobre del 1890 il capo della polizia di New Orleans, La., era 
stato ucciso, ed uno o più italiani furono incolpati dell'omicidio, ma 
vennero legalmente assolti dalla giuria per non provata reità. Nondi- 
meno le autorità, sapendo in quale agitazione si trovasse la cittadinanza, 
ritennero opportuno trattenerli in carcere. Ma il 14 marzo 1891 una 
folla di forsennati, convinti che quelli fossero colpevoli e che la giuria 
li aveva prosciolti perché intimorita n comperata, li vollero morti. Eraho 
undici, ma i giornali americani ne numeravano quattro, perché gli 
altri erano cittadini naturalizzati. Essi vennero linciati non da un mob 
cieco ed irruento. ma da un gruppo di note e cospicue persone: avvocati, 
commercianti, soci del primo Club cittadino, ufficiali e graduati della 
polizia e della milizia. La folla, da costoro aizzata, seguiva, ma non 
irruppe nel carcere se non ad eccidio compiuto. La cittadinanza ebbe, 
poi, rimorso del crimine collettivo commesso; crimine tanto più orren- 
do, in quanto che, se forse vi erano dei colpevoli fra i linciati, vi erano 
certamente degli innocenti. La prigione. la Parish Prison, venne rasa 
al suolo. 



IL LINCIAGGIO: LA GRAN PIAGA D'AMERICA 



125 



INTERRUZIONE DELLE RELAZIONI DIPLOMATICHE 
FRA ITALIA E STATI UNITL 

Com'era da prevedersi, da quel linciaggio sorse un grave conflitto 
diplomatico fra l'Italia e gli Stati Uniti; conflitto che per poco non as- 
sunse proporzioni bellicose, e il barone Saverio Fava, che allora era 
Ministro Plenipotenziario a Washington, fu richiamato in patria. Le 
relazioni diplomatiche fra i due paesi rimasero così interrotte. L'allora 




Barone SAVERIO FAVA 



segretario di Stato, Blaine, rispondeva alla domanda di soddisfazione 
immediata, fatta dal Ministro Fava, che il Governo federale non poteva 
essere ritenuto responsabile di un linciaggio commesso in uno Stato. 

Fu denunciato al mondo civile — e l'America dovette arrossirne — 
anche il Grand Jury chiamato a inquisire, poiché accoglieva nel suo 
seno gli assassini, i linciatori degli Italiani; e il New York Herald, nel 
suo numero del 12 maggio 1892, narrava l'orrenda circostanza con que- 
ste precise parole: "il Grand Jury serba un sepolcrale silenzio sull'in- 
cidente di un teste che, interrogato se potesse identificare alcuno dei 
linciatori, rispose subito indicando col dito un membro della giuria." 
Era stato oltraggiato lo stesso Console italiano, col sospetto, lanciato 



126 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

dal Sindaco di New Orleans, di essere reticente, di aver incitato alla 
ribellione, persino di essere complice della mafia, che in quei giorni 
serviva tanto di bersaglio ai selvaggi ! Sorsero però da parte degli stessi 
Americani, giudici sereni ed imparziali, le più acri recriminazioni, e il 
Senatore Lodge, del Massachusetts, scriveva: "Gli Americani sono un 
popolo abituato al rispetto della legge, ed una violazione di essa, come 
il linciaggio degli Italiani, incontra certamente la loro più viva disap- 
provazione. Non vi ha dubbio che ogni uomo intelligente deplora l'atto 
violento della plebe di New Orleans." 

Le relazioni diplomatiche fra l'Italia e gli Stati Uniti furono ri- 
prese nel 1892 ed il barone Fava tornò a Washington senza che nessuna 
seria soddisfazione fosse data all'Italia. 

ALTRI ITALIANI LINCIATI. 

Un altro orribile, inaudito linciaggio fu perpetrato contro altri cin- 
que italiani a Tallulah, nello stesso Stato di Louisiana. Il gravissimo 
fatto ebbe ben futili motivi. La sera del 19 luglio 1899 certo dottor H., 
americano, uccise a fucilate una capra introdottasi in un suo podere. 
Il giorno appresso un tal Francesco Difatta, da Cefalù, a cui la capra 
apparteneva, andò a lamentarsi da lui. L'americano rispose in malo 
modo. Il Difatta partì profferendo minacce. La sera stessa mentre il 
dottore passava innanzi alla bottega di altri Difatta, Carlo e Giovanni, 
parenti di Francesco, fu da costoro aggredito. Si difese con la rivoltella 
e colpì Carlo, rimanendo, a sua volta, ferito da una scarica di fucile. 
Accorsero due compagni dei Di fatta. Ma la forza pubblica intervenne 
e, impadronitasi dei cinque Italiani, li trasportò nel carcere locale. Nella 
notte che seguì, un'orda feroce ne li trasse fuori e, legati, spinti, tor- 
turati, li appiccò ad alberi vicini. 

A Ervin, nello Stato del Mississippi, avvenne la notte dal 10 all' 11 
lugHo 1901, un altro linciaggio di nostri connazionali. Tal Vincenzo 
Serio, dimorante nella vicina Glenallan, redarguito da un Americano, 
sul cui terreno un suo cavallo andava vagando a pascolo, rispose ma- 
lamente, forse con minacce: non si sa bene. Una sera il Serio rimase 
ferito da una schioppettata. Fuggì, ricoverò a Greenville e in quell'o- 
spedale fu curato. Uscitone, tornò a Glenallan, ove aveva il padro, 
ma gli abitanti gli intimarono lo sfratto entro trenta giorni. Non tenne 
conto dell'intimazione. Nella notte appunto dal 10 all' 11 luglio fu 
colto di sorpresa, nel sonno, col padre e con un amico. Salvatore Li- 
berto, sulla galleria esterna di una casetta di legno, e padre e figlio 
furono uccisi, l'amico ferito, a rivoltellate. 

Fortunatamente, sono di moho mutati i tempi. Il pericolo di nuovi 
linciaggi di Italiani va, di anno in anno, diminuendo. I nostri conna- 
zionali, anche in quegli Stati in cui la mala pianta ancora alligna, sono 
meglio conosciuti ed apprezzati. Gli Americani comprendono che la 
nostra immigrazione accresce il valore del paese e che da essa può di- 
pendere il risorgimento economico del Sud. 



PORTE SeCOMDFS 



Qli Italiani 
nella Vita Hmericana 



Mclle nrti 

I. PITTURH - SCULTURA - HRCIilTETTURn 



IL NOSTRO GENIO TRIONFANTE. 

Prima ancora che fra l'Italia e gli Stati Uniti si avviassero, nel- 
l'ultimo quarto del secolo scorso, rapporti commerciali ed economici di 
una certa importanza, l'Arte nostra aveva di già varcato l'Oceano e si 
era trionfalmente imposta, con le sue molteplici e multiformi manife- 
stazioni, all'ammirazione degli Americani. 

Si è detto, quasi per celia, che i modesti ma intraprendenti figuri- 
nai di Lucca ed i suonatori d'organetto sono siati i primi a portare in 
America l'Arte italiana. Ma la celia ha pure il suo lato di verità. I 
suonatori d'organo, con relativo scimmiotto, sono stati, è vero, ab ini- 
tio, e, disgraziatamente, continuano ad essere — ora. senza scimmiotto 
— una delle piaghe italiane m America, ma è hensl vero che, contempo- 
raneamente alla importazione di questo genere di sfaccendati, che pur 
costituiscono il più gradito sollazzo delle immense folle indemoniate 
di boys e di girls che si ammassano nelle vie dei quartieri popolari delle 
città americane, giungevano negli Stati Uniti cantanti italiani di fama 
europea, che diffondevano e popolarizzavano lo più belle creazioni del 
nostro genio musicale e rivelavamo ai profani l'eterno sorriso maravi- 
glioso della terra dei suoni e dei canti; e conteiTiporaneamente ai figu- 
rinai della Lucchesia varcavano l'Oceano per i lidi dell'America ospitale 
artisti di non comune valore anelanti a quella libertà che la patria 
nativa, ancora schiava di tiranni, loro negava, od esuli volontari, pere- 
grinanti in paese straniero in cerca di emozioni nuove o di nuove inspi- 
razioni al loro genio. Non vi è città d'America che non abbia traccie 
luminose di artisti, pittori o scultori, poco noti o addirittura sconosciuti 
• in patria e che, anche in terra d'esilio, vissero lontani dai rumori del 
mondo e morirono ignorati dai più o presto dimenticati: anime stanche 
dalle dure lotte per la conquista di ideali; sognatori e visionari, sper- 
duti, disorientati, nella vita travolgente di questa gigantesca Babele 
che è l'America del Nord. 

Ed insieme agli artisti incominciavano a prendere stabile dimora 
nei Musei, nelle Gallerie, nelle magioni doviziose, i capolavori della 



130 



:ìQ-j ANT ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



rostra Arte, che nessun Editto né la più assidua ed attenta vigilanza 
riuscivano ad impedire che varcassero le froiitiere o venissero imbar- 
cati, quali merce di nessun valore o clandeslinamentt, sui piroscafi 
battenti bandiera straniera, protettrice facile a sicura. 

Ci vorrebbero dei volumi per elencare, soltanto, tutti i tesori dell'Arte 
italiana spaisi per ogni dove negli S^ati Uniti. Dal Metropolitan Museum 
of Art di New Ycrk ai Musei di Brooklyn e di Boston, dalla Galleria 
Nazionale di Washington al Fogg Art Museum dell'Università di Har- 
vard; e file ricche Gilierie dei più ncti mecenati quali i Frich. i Van- 
c'.erbilt, i Morgan, gli Àlltman, alle grandiose Biblioteche, alle Univer- 
sità, a mol'ii fra i più notevoli edifici pubblici t privati, è il genio ita- 
liano che trionfa, che s impone all'ammirazione universale. E, ovun- 




Uii unijulu di Wn(.;.iu ia Ami' Ica 

Riproduzione... in miniatura di una caratteristica via veneziana 

nella ridente cittadina di Venice, in California. 



C'ue. riproduzicni e copie dei csDolavoii dei nostri sommi pittori, scul- 
tori, architetti, di orni tempo e di ogni ::uola; ovunque: nei templi. 
nelle fastose residenze, ne'le ville, nei giirdi.ii, nelle fontane, è l'arte 
nostra della tale epcca, del 'ale stile, che si è voluta imitare, spesso in 
modo perfetto e ncn di rado — ncn nascondiamolo — in maniera goffa 
e miserevole. Ma che ''mporta? In qualsiasi modo, si è voluto rendere 
cmaggio al genio multiforme della nostra razz.i, ed il nostro amor pro- 
prio ne è soddisfatto. E' l'arte italiana, in tutt3 le sue molteplici estrin- 
secazioni, che ha, in America, un culto di devota, fervida ammirazione. 

COSTANZO BRUMIDI, "IL MICHELANGELO DEL CAPITOL." 

Il Campidoglio, sede del Congresso degli Stati Uniti, abbonda di 
meravigliose opere d'arte dovute al genio italiano: il gruppo allegorico 
cella Rotonda — il Genio dell'America — fu scolpito dal Persico, autore 
pure del gruppo marmoreo della Scoperta del nuovo mondo; le statue 



PITTURA 



SCULTURA 



ARCHITETTURA 



131 




La ''Madonna col Bambino e i Santi," 

mio dei grandi capolavori dell'immortale Raffaello, facente parte dslla ricca 

Collezione Morgan, ora al Museo Metropolitano d'Arte di New York 



232 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

di Marte e di. Cerere sono del Cappellano; l'affresco allegorico della 
Storia d'America che fascia la Rotonda, non ancora completo, è del 
Brumidi con l'Apoteosi di Washington; le porte di bronzo furono ese- 
guite a Roma, nel 1858, dallo scultore Rogers (altre porte di bronzo 
pel Campidoglio, attualmente nella Corcoran Gallery, sono state lavo- 
rate dall'Amateis, morto qualche anno fa); l'orologio di bronzo, con la 
statua della Storia, fu scolpito dal Franzoni; l'aquila dal Valperti; la 
Libertà che proclama la Pace dal Causici ; la statua di Pére Marquette è 
di G. Trentanove. Nell'aula della Camera dsi Rappresentanti e nella 
sala delle Commissioni senatoriali vi sono altri affreschi del Brumidi, 
fra cui quello raffigurante Washington a Yorktown; il busto in bronzo 
del capo-indiano Be-She-Ke del Vincenti; le statue del senatore Shoup, 
deiridaho, e del senatore Rice, del Minnesota, Jello scultore americano, 
vissuto lunghi anni a Roma e a Firenze, Federico Triebel, socio della 
famosa Accademia di San Luca, di Roma; ed un bellissimo busto di 
Garibaldi che il Congresso volle avere in una delle sue sale. 

Abbiamo accennato al Brumidi. Di questo artista, i cui meriti ec- 
cezionali gli valsero la qualifica di Michelangelo del Camp 'doglio, della 
sua vita e dei suoi lavori poco o nulla è stato scritto sia in America che 
in Italia. Vale quindi la pena di far tesoro di dati e di aneddoti, spigo- 
lati in riviste e in giornali di più che mezzo secolo fa, per rievocare 
la figura di questo atleta dell'arte italiana ingiustamente dimenticato e 
ben degno di essere annoverato fra i grandi Maestri del Bello. 

Costanzo Brumidi nacque a Roma il 20 giugno 1805. Aveva appe- 
na 13 anni quando fu ammesso come studente all'Accademia di San 
Luca, ove ebbe a maestri, nella plastica il Thorwaldsen, e nella scultura 
il celeberrimo Canova. A 30 anni la sua fama era già assicurata, talché 
il pontefice Gregorio XVI affidò a lui e ad altri insigni pittori, fra 
i quali il Podesti, l'incarico di restaurare gli affreschi di Raffaello in 
Vaticano. Asceso Pio IX al trono di San Pietro, il Brumidi eseguì il 
ritratto del nuovo pontefice, che ora adorna le gallerie vaticane, ed il 
papa ne fu talmente entusiasmato, che ordinò al giovine artista un 
ruovo ritratto e gli donò una medaglia d'oro. Fu in quegli anni che il 
Brumidi divenne capitano della Guardia Nazionale, ma ciononostante 
continuò a dare l'opera sua, fra la generale ammirazione, entro il re- 
cinto del Vaticano. 

Nel 1848 Pellegrino Rossi fu assassinato e Pio IX fuggì a Gaeta. 
Il capitano Brumidi ebbe l'ordine di far fuoco, con i suoi soldati, contro 
il popolo anelante a libertà. Egli si rifiutò e la sua casa fu, di notte- 
tempo, attorniata da un cordone di soldati: gettato giù dal letto, venne 
trascinato in prigione, sino a che. liberato, gli fu imposto di lasciare 
l'Italia immediatamente e per sempre. Ed il Brumidi diede l'ultimo addio 
ai suoi cari, agli amici, alla sua Roma diletta e s'imbarcò alla volta 
d'America. Giunto in New York nel 1849, preceduto da eccellente fama 
e con ottime commendatizie, non gli fu difficile farsi conoscere ed 
apprezzare, ed il suo primo lavoro, la Crocefissione, eseguito nella Ghie- 



PITTURA 



SCULTURA 



ARCHITETTURA 



133 



Si», di Santo Stefano, costituì il più gran dipinto ad olio che esistesse, 
ji^. quel tempo, in America, Dopo qualche anno fu preso dalla passione 
della vita errabonda e visitò parecchie città degli Stati Uniti e del 
Messico, lasciando ovunque magistrali dipinti, specialmente di soggetti 
religiosi. Diretto al Messico, si fermò in Washington, ove visitò il Cam- 
pidoglio, concependo il maraviglioso capolavoro che doveva tenerlo oc- 
cupato sino agli ultimi giorni della sua vita. Di ritorno dal Messico si 




COSTANZO BRUMIDI 

il "Michelangelo del Capitol" 



Stabilì nella Capitale federale, e, dopo non poche insistenze, ottenne 
di essere ammesso a sbizzarrire il suo talento in Campidoglio. "... Per- 
ristent application — così scrisse un biografo del Brumidi — finally 
v/on the artist bis desire and the Italian entered the Capitol — for 
lire." Il suo primo lavoro fu di abbellire la sala della Commissione del- 
l'Agricoltura, ed il suo dipinto: Cincinnato all'aratro, riscosse l'approva- 
zione unanime ed entusiastica dei "Patres Conscripti" e del pubblico. 
George Hazelton, nel suo libro: The National Capitol, dichiara essere 
l'affresco del Brumidi "il piti bell'esempio iel genere in tutta l'Ame- 



-j^34 CINQUANT ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

rica." Il grande artista dedicò poi tutto il suo genio nella decorazione 
della vasta sala d'aspetto dei Senato, e, alcuni anni or sono, il Principe 
Enrico di Prussia, fratello dell'ex Kaiser, nel visitare Washington e 
il Campidoglio, ebbe a dichiarare pubblicamente, forse con un po' di 
maliziosetta stizza, non trattandosi di un artista del suo paese: "Questa 
sala è la più artisticamente decorata di quante ne esistono al mondo: 
t- splendida, maravigliosa." Nel volger di pochi anni il pennello del 
Brumidi aveva quasi interamente trasformato in un capolavoro di bel- 
lezze artistiche il nudo e rozzo edificio del Campidoglio, e la fama 
dell'artista italiano correva da un punto all'altro degli Stati Uniti. 

Ma il grande ideale del Brumidi era quello di adornare, con conce- 
zioni artistiche che da tempo pullulavano nella sua mente creatrice, 
i-.'. Rotonda del Campidoglio; finalmente i suoi disegni furono accettati 
e nel 1862, il celebre pittore, che contava allora 57 anni, salì su di un 
ponte da lui stesso ideato all'altezza di ben 180 piedi, ed iniziò il suo 
nuovo, grandioso capolavoro che doveva coprire uno spazio di circa 
ò.COO piedi quadrati. Gli anni passarono ed i maravigliosi affreschi del 
Brumidi — fra gli altri, quello allegorico deik Storia d'America, che 
fascia la Rotonda e che rimase incompleto, e quello della volta, con 
l'Apoteosi di Washington — apparivano un prodigio di colori, di ese- 
cuzione, di perfezione, sino a che nel dicembre 1879 il vecchio artista 
corse serio pericolo di cadere da tanta altezzi. Aveva allora 75 anni; 
fu tale la scossa che ricevette il suo organismo, ormai indebolito dal 
lavoro continuo e dalla vecchiaia, che non potè più riaversi e, nel feb- 
braio 1880. due mesi dopo, cessava di vivere universalmente compianto. 
Presidenti della Repubblica, membri della Camera dei Rappresentanti 
t del Senato e le più note personalità della Nazione lo ebbero somma- 
mente caro e ne ammiravano il genio creativo e la finezza dell'esecu- 
zione del pari che il grande patriottismo e l'amore sincero per la sua 
terra adottiva, di cui si onorava d'esser divenuto cittadino. 

Lo splendido lavoro lasciato incompletor dui Brumidi fu continuato 
da un altro valente pittore italiano, Filippo Ccstaggini; ma. meno for- 
tunato del primo, il Costaggini fu contrariato da artisti invidiosi e ma- 
levoli, forse per la sua qualità di straniero e di. . . Italiano, e non potè 
condurre a termine la superba creazione del :,uo illustre conterraneo. 

IL CREATORE DEL METROPOLITAN MUSEUM OF ART. 

Un nome che rimarrà eternarfiente legato ad uno dei periodi aurei 
dell'Arte in America è quello di Luigi Palma di Cesnola. cui si deve 
in massima parte se il Metropolitan Museum of Art di New York è, 
ora, il primo degli Stati Uniti ed occupa uno dei primi posti fra i più 
importanti Musei d'Arte dei mondo. Nel capitolo precedente abbiamo 
ricordato il Cesnola patriota e soldato: diciamo qui, brevemente, del- 
l'uomo insigne che la gagliarda virilità e la operosa vecchiaia volle con- 
5:acrare — egli, italiano ed artista nell'anima - all'arte immortale. 



PITTURA 



SCULTURA — ARCHITETTURA 



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CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Terminata la guerra civile con la vittoria della giusta e santa causa, 
l'aboUziTne della schiavitù, il Conte di Cesnola, che alla guerra aveva 
cato tutto il fervore dei suoi ancor giovani a.ni, fu dal Governo di 
Lincoln il Presidente martire, promosso Generale e, poco dopo, nomi- 
rato Console degli Stati Uniti con libera scelta fra parecchie ottime 
residenze Egli elesse quella di Larnaca, nell'isola di Cipro, che lo 
avvicinava all'Italia ed offnva a lui ed alla famiglia un clima salutare, 
necessario ristoro alle fatiche, ai patimenti ed alle apprensioni della 
puerra e della lunga travagliata prigionia. Fu appunto a Cipro che U 
Cesnola effettuò quelle prodigiose scoperte archeologiche che ne resero 
celebre il nome non soltanto negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo 

Civile 

11 Cesnola sbarcò in Larnaca il giorno di Natale del 1865 con la 
moglie e due bambine. La città gli parve inabitabile; i luoghi intorno 
eridi e desolati. Già durante il viaggio egli aveva letti quanti libri gli 
era riuscito di raccogliere intorno all'isola di Cipro, alla sua stona, ai 
suoi commerci, alle sue antichità. In Larnaca f?U scavi erano, da tempo, 
diventati l'occupazione di tutte le persone colte: c'era in tutti l'aspetta- 
zione di qualche scoperta imminente o, per lo meno; la certezza che 
quella terra piena di storia celasse ancora immense ricchezze ed im- 
pareggiabili tesori d'arte e di scienza. Il disagio e la noia della piccola 
città turca infervorarono pure lui all'impresa, tanto più che le non molte 
occupazioni del suo ufficio gli lasciavano agio di attendervi; e, ultimo 
dopo tanti curiosi, cominciò a rifrugare entro le terre intorno a Lar- 
naca. Vi trovò subito importanti monumenti dell'epoca greco-romana, 
un sarcofago fenicio, vasi di marmo e d'alabastro con iscrizioni fenicie, 
terraglie a fregi fenici ed una cartella lapidaria a caratteri cuneiformi 
rozzamente imitati. Buon principio in una plaga già da tanti esplorata; 
se non che le autorità turche, ormai messe sull'avviso, non volevano più 
saperne di scavi. Ci volle tutta la costanza del Cesnola e, complicatesi 
le cose, la minaccia di gravi provvedimenti ±\ parte del Governo degli 
Stati Uniti, perchè egli potesse, indisturbato, continuare nelle sue ri- 
cerche. In capo a tre anni, trasferite le sue esolorazioni alle falde del 
monte Dali, egli aveva scoperto ben diecimila tombe; le greco-romane, 
giacenti a poca profondità dal suolo, ricoprivano le più remote fenicie, 
ricche di copiosissimi e preziosi cimelii. Per lo spazio di undici anni, 
con accorgimento di artista, con dottrina di archeologo, con accanimento 
di soldato, egli attese insieme a studi, ad interpretazione di testi, a 
raffronti, ad esplorazioni, a scavi, a classificazioni. Cercò ed accertò la 
topografia storica dell'isola; scoprì quindici templi sacri alle divinità 
fenicie, egizie e greche, rintracciò gli antichi acquedotti. Come Dali 
gli ebbe rivelato i suoi segreti, si volse a Goigos (la moderna Athie- 
nau) e vi raccolse tesori ciie fecero maravigliare il mondo intero. La 
voce delle sue fortune gli sollevava intorno gelosie, bramosie, cupidi- 
gie, rancori, dispetti, invano congiurati al suo ùanno. Più volte la Su- 
blime Porta fu per revocargli il firmano che io autorizzava agli scavi. 



PITTURA — SCULTURA — ARCHITETTURA 137 



Lo accusarono di minare le moschee, di profanare le sepolture dei veri 
credenti; ma il Ministro degli Stati Uniti, rsòidente a Costantinopoli, 
sorgeva in sua difesa^ faceva la voce grossa e scongiurava le tempeste. 
II lavoro era improbo e costoso, ma il frutto prometteva di ripagare le 
fatiche e la spesa. In Golgcs cento e dieci operai disseppellirono, nel 
corso di sei settimane, oltre ad un sarcofago, ben trecento statue di sin- 
golare bellezza ed una innumerevole quantità di terraglie, di ceramiche, 
di vetri, di figurine, di monili, di armi, di monete. E la residenza del 
Cesnola, con gli aggiunti magazzini, avevano già in tutta Europa fama 
d' museo senza pari, che faceva gola ai grandi musei reali ed imperiali; 
e i dotti, gli antiquari, gli artisti accorrevano d'ogni parte a visitare la 
meravigliosa raccolta. Trasportata poco dopo a Londra, la raccolta destò 
un indicibile stupore: mai per l'r.ddietro un privato aveva posseduto 
così nuovi e vistosi tesori d'arte. Nonostante ie generose profferte dei 
Musei di Pietroburgo, di Parigi e di Londra, il Cesnola vendè la colle- 
zione, composta di ben diecimila capi d'arte, ri Metropolitan Museum 
of Art di New York: egli aveva già, nel corso delle sue ricerche, con- 
chiuso vendite con alcuni Musei d'Europa, e fatto gratuito dono di pre- 
ziosi cimelii al Museo delle antichità di Torino, quale omaggio alla pa- 
tria d'origine. Le trecentosessanta casse che contenevano i maravigliosi 
tesori artistici furono imbarcate per New York, ed il Generale riprese 
la via di Cipro per intraprendere nuovi scavi su più larga scala, a spese, 
questa volta, e per conto del Metropolitan Museum. 

Nell'anno 1873 e nei primi mesi del 1874, egli attese a sapienti 
ricerche nelle terre di Salamina, di Soli, di Amatunta, della nuova e 
dell'antica Pafo, che gli diedero però frutti di secondaria importanza; 
ma egli perseverò con ardore degno del trionfo che lo aspettava. Già 
gì' invidiosi si godevano dello smacco onde vantavano offuscate le sue 
prime vittorie, quando corse nel mondo degli eruditi una notizia che 
sapeva di romanzesco. S'erano avverate al Cesnola le fortune del Con- 
te di Montecristo: non più statue o vasi, o lapidi o sarcoi^ghi, ma una 
profusione inestimabile di ori, di monili, di gemme: egli aveva scoper- 
to, intero e intatto, il tesoro di Curium, l'antica città che sorgeva al 
sommo di un monte roccioso sulla costa meridionale dell'isola di Cipro, 
alto un centinaio di metri sul livello del mare. Un giorno il Cesnola, 
tastando con un regolo l'intimo strato di terriccio in grotte profonde, 
venne ad urtare in un corpo duro. Era un braccialetto d'oro. Egli aveva 
posto mano su un tesoro sotterraneo indisturbato custode, per tanti se- 
coli, delle offerte votive e delle domestiche ricchezze che i privati 
confidavano al santuario ivi esistente, prima ai andare in guerra o di 
salpare per lunghe navigazioni. La storia non ricorda altra raccolta di 
gioielli e di oggetti preziosi pareggiabile al tesoro di Curium : braccia- 
letti d'oro massiccio, anelli, orecchini, amuleti, fiale, spilloni, collane 
d'ogni forma e di raro lavoro; e poi, cristalli di rocca, tormaline, onici, 
agate, tutte le varietà delle pietre preziose, e ancora, figurine di cotto, 



138 CINQUANT ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

vasi d'argilla, lampade, tripodi, candelabri, armi, vasellami d'argento, 
coprivano da oltre venti secoli il suolo di quei plutonici sacelli. 

Il Cesnola partì da Cipro, per non tornarvi mai più. nella prima- 
vera del 1876. Il suo nome apparteneva orma' alla storia, né gli era 
lecito sperare maggiori fortune. I musei d'EuiOpa si disputarono il te- 
soro di Curium, ma l'illustre italo-americano volle serbarlo, come già 
k^ sue prime scoperte, al Metropolitan Museum di New York e questo 
si impegnò di raccogliere tutti i preziosi cimelii in apposite sale che 
furono intitolate al Cesnola, al quale inoltre, -ome attestato di fervida 
ammirazione, venne affidata la direzione del Museo, fra il plauso del- 
1 intera cittadinanza. Da quel giorno il nostro insigne connazionale visse 
ininterrottamente in New York, dove ampliò, arricchì ed ordinò il Museo 
Metropolitano d'Arte così da farne uno dei primissimi del mondo. 

La meravigliosa opera del Cesnola fu Illustrata da una dotta e 
brillante monografia dei Dottor Luigi Roversi: — Luigi Palma di Ce- 
snola e il Metropolitan Museum of Art di New York — destinata ad 
jiccompagnare la Mostra Cesnoliana all'Esposi/ione Nazionale di Tori- 
no del 1898. La Mostra Cesnoliana, disposta "n apposite vetrine nelle 
Sezioni II e III della Divisione IX: Italiani ali Estero, comprendeva: 
1.0 II Cyprus. di Luigi Palma di Cesnola, pubblicato contemporanea- 
tr- a Londra ed a Berlino in edizione di gran lusso; 2.o gli Atlanti Ci- 
prioti, dello stesso; 3.o L'Album del Metropolitan Museum of Art di New 
York. A Esposizione chiusa la Mostra Cesnoliana, premiata con la mas- 
sima delle onorificenze: il Diploma d'Onore e la grande medaglia 
d'oro di Re Umberto, fu donata alla Biblioteca Civica di Torino. 

Un'altra monografìa del Dottor Roversi. dettata dalla viva ammira- 
zione e dal grande affetto ch'egli nutriva per colui "che passerà alla 
storia e ai fasti del pensiero umano come lo scopritore delle antichità 
cipriote e il creatore del Metropolitan Museum of Art di New York", 
è quella pubblicata nel 1901 e che ha per titolo: R 'cordi Canavesani — 
Luigi Palma di Cesnola a Rivarolo Canavese e a Cesnola — in cui sono 
ricordate le "accoglienze entusiastiche che erano state fatte, l'anno pre- 
cedente, all'uomo illustre e venerando tornato in patria dopo vent'anni 
di continua permanenza in America. 

"La vita ch'egli condusse in America — so:isse Giuseppe Giacosa, 
che al soldato ed all'artista dedicò uno dei dìù bei capitoli del suo 
libro: Impressioni d'America — l'esempio della sua rettitudine della 
sua attività inestimabile, del suo indomabile coraggio, la prova dell'e- 
lettissimo ingegno giovarono al prestigio del nome italiano negli Stati 
Uniti assai più che un trattato d'amicizia o non so quale altra diplomati- 
ca fatica. Tutta la sua vita e l'ingegno e la tempra dell'animo hanno 
un nobile e geniale carattere di italianità, esprimono, accoppiata ad 
un'energia insuperabile, quella grazia latina che sembra rendere agevoli 
le più ardue imprese. Egli fu caro alla fortuna perchè degno in tutto e 
sempre di conseguirne i favori." 



PITTURA — SCULTURA — ARCHITETTURA I39 



PER IL PRIMATO DELL'ARTE ITALIANA IN AMERICA. 

L'avvenire della Colonia italiana nel Nord-America — scriveva 
Agostino de Biasi, parecchi anni fa, nelle colonne del Progresso Italo- 
Americano — noi dobbiamo precipuamente attendercelo dall'Arte, dalle 
varie manifestazioni di bellezza, in cui noi Italiani possiamo assoluta- 
mente imporre quel primato assicuratoci dalla tradizione arcisecolare 
della stirpe. E' un campo, questo dell'Arte, in cui, presso il popolo ame- 
ricano, possiamo mietere ancora, sempre, larghe messi, senza trovare 
sul nostro cammino concorrenti pericolosi e senza urtare i sentimenti 
bottegai della gente indigena, la quale tiene alla superiorità sua nel 
commercio e nelle industrie, e guarda con occhio diffidente ogni inva- 
denza di estranei. L'arma di combattimento di cui dobbiamo giovarci 
sia quella che meglio sappiamo reggere nel pugno, quella che più pro- 
mette smaglianti vittorie — l'arma che nessuno osa di spezzarci nelle 
mani, innanzi alla quale tutti restano proni nell'osequio. Quest'arma sia 
l'Arte." 

E il valoroso pubblicista soggiungeva, fidente nella bontà della 
causa, sicuro della immancabile realizzazione degli alti ideali ch'egli 
carezzava : 

"Noi emigrati dobbiamo in noi stessi ritrovare quell'educazione 
nativa, che, giunti in America, nella fretta di acclimatarci, nell'orgasmo 
cell'adattamento, abbiamo troppo leggermente dismessa. Ritroviamo noi 
stessi in noi stessi. 

"Trionfino qui la nostra musica, il nostro canto, la nostra lettera- 
tura, la nostra poesia, la nostra pittura, la nostra scultura, la nostra ar- 
chitettura, la squisita miracolosa arte industriale — ma vengano e siano 
protetti dalla stima generale, dai sussidii del Governo, dagli atti della 
collettività, musicisti italiani provetti e cantane di merito; sia coltivato 
il nostro teatro; si trovi modo di far venire qui gli artisti drammatici 
che da noi vanno per la maggiore, e così pure si aprano le strade a 
j ittori e scultori rinomati; e dov'è da raccomandare un architetto ita- 
liano, lo si raccomandi; e dove si trovi l'occasio ìe di far figurare l'Arte 
ed i negozianti d'arte industriale, li si tenga presenti; e quando si può 
riuscire a coltivare un'amicizia fra letterati, giornalisti, artisti, mecenati 
americani, se ne tragga profitto per il decoro e la fortuna dell'Arte 
italiana. 

"Tutto questo lavorio deve essere simultaneo, coordinato, rispon- 
dente ad un filo logico di cose, tendente a scopi superiori. Qui, in Ame- 
rica, noi Italiani dobbiamo "rifarci"^ perchè lutto è da rifarsi, perchè 
ir: tutto possiamo tentar la fortuna, possedendo nella fibra nostra ga- 
gliarda il segreto di compiere ogni cosa bella." 

Dopo tanti anni — una ventina circa — il bell'ideale vagheggiato 
da Agostino de Biasi, e per la cui lealizzazione egli continua a combat- 
tere le più belle battaglie nelle pagine della sua autorevole rivista. 
Il Carroccio, rimane ancora nel campo delle nobili aspirazioni, per 
quanti sforzi siano stati compiuti da coloro cui sono a cuore il prestigio 



240 CINQUANT-AN NI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

e il decoro della classe più eletta delle nostre collettività immigrate, 
il nome stesso e i supremi mteressi dell'Arte nostra. Di chi la colpa? 
Si suol rispondere: un po' di tutti; i nostri y.x-dsti preferiscono vivere 
nell'isolamento, nell'operoso e fecondo isolamento, con un po' di gelosia 
l'uno per l'altro, senza nessun vincolo ideale che li associ, membri di 
una stessa grande famiglia, che potrebbe davvero imporre quel primato 
che è antico, luminoso retaggio della nostra razza. . . 

Si è pensato più volte di promuovere una Mostra d'Arte Italiana 
in New York; una Esposizione — com'ebbe a scrivere, alcun tempo 
fa, un pubblicista valoroso, Ernestc Valentini — intesa a far conoscere 
in quest'America l'arte italiana moaerna, che vi è pressoché sconosciuta 
e perfino, nei Musei di prim'ordine, così scarsamente rappresentata; 
qualche cosa come l'Esposizione Spagnuola, tenuta con così clamoroso 
successo nel Museum of the Hispanic Society of America, e l'Esposi- 
zione Tedesca, a cui il Metropolitan Museum ')f Art (nonostante certi 
"orrori" fra il grottesco e il pazzesco che vi si contenevano) diede ricetto 
nelle gallerie ospitali; ma la bella iniziativa, che avrebbe raccolto l'ap- 
provazione generale, e che avrebbe giovato immensamente all'Arte no- 
stra che non è inferiore alla spagnuola o alla tedesca e che anzi le 
supera di gran lunga, è stata costantemente condannata a naufragare, 
per colpa di coloro, specialmente, che avrebbero dovuto dare ad essa 
tutto il loro incoraggiamento, tutto il loro entusiasmo. 

Eppure, artisti valorosi, le cui opere va;ino per la maggiore nei 
principali centri degli Stati Uniti, sono di ornamento e di decoro delle 
nostre comunità; essi diffondono le più belle e ricercate creazioni del 
loro genio, conferendo onore a se stessi e alla loro patria. I nomi di 
Attilio Piccirilli, di Gaetano Capone, di Oncr'o Ruotolo, di Peppino 
Stella, di Francesco Paolo Finocchiaro, di Giuseppe Moretti, di Luciano 
Campisi, di Pasquale Farina, di Pietro Tozzi, di Ilario Panzironi, di 
Eduardo Tojetti, di Salvatore Guarino, di Vincenzo Miserendino, di E. 
Vittori, di Nicola Serracino, di Giovanni Caggiano, di Francesco Aiello, 
ci Aristotile Ambrosini, di Frank Valenti, di Giuseppe Gibelli, di Lo- 
renzo Orsini; dei Gariboldi, Comandini, Cammilli, Faggi, Pietro, Scar- 
pino, Abbate, e di tanti e tanti altri, pittori, scultori, architetti, sono ben 
noti fra noi ed in mezzo all'elemento eletto d'America che li apprezza e 
li ammira. Se singolarmente essi hanno saputo affermarsi, collettiva- 
mente, potrebbero rendere un ancor più. degno onore all'Arte nostra, 
fondando in New York una Società fra gli Aritisti Italiani — così come 
l'hanno i Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli — degna delle nostre più 
belle tradizioni, con la mira ai più alti e radiosi ideali. 

LO SCULTORE ATTILIO PICCIRILLL 

L'artista fu, alcuni anni fa, giudicato da .:n Maestro sommo: Er- 
nesto Biondi, uno dei giganti della nostra grande Arte, la cui scomparsa, 
nel 1917, fu vero lutto per la nostra patria, per gli innamorati, per i 
cultori del Bello. E come il Biondi, che lo circondò di affetto fraterno 



PITTURA — SCULTURA — ARCHITETTURA 



141 




Attilio Piccirilli al lavoro 



142 



e NQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 




Il Monumento ai Martiri del "Maine" 
di Attilio Piccirilli 



PITTURA — 



143 




'Fiore delle Alpi" di Attilio Piccirilli, al Metropolitan 
Museum of Art di ^ew York 



144 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



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PITTURA — SCULTURA — ARCHITETTURA 145 

nei due lunghi anni di dolorose peregrinazioni americane cui spinsero 
l'insigne scultore romano l'amore per l'arte sua e lo stolto anatema 
lanciato da un falso puritanismo ai suoi Saturaalia; come il Biondi, an- 
che il French, il Barnard, l'Adams per dire soltanto di alcuni fra i più 
illustri artisti americani, lo ebbe^-o sempre sommamente caro; ed il 
grande Saint-Gaudens, che ha lasciato dell'arte sua orma incancellabi- 
le, preconizzava per il Piccirilli il più luminoso avvenire. 

Quando, nel 1888, venne a stabilirsi in New York con l'intera fa- 
miglia, Attilio Piccirilli, allora poco più che V3ntenne, aveva già com- 
piuto il suo corso regolare all'Accademia di Belle Arti di Roma, città 
natale di suo padre, ove fu mandato a studiare scultura, in cui addimo- 
strava speciale inclinazione e grande amore. 

La passione per l'arte è innata nella famiglia Piccirilli : dal vecchio 
babbo, spentosi a 72 anni^ nel 1910, ai fratelli Ferruccio, che si battè 
eroicamente a Domokos, in Grec'a, nelle fili di Ricciotti Garibaldi, 
accorso volontario dall'America; Furio, degno allievo ed emulo di suo 
fratello; Getulio, Orazio, Masaniello, abilissimi tutti, esecutori pre- 
ziosi delle geniali creazioni del loro Attilio. Invidiabil famiglia, invero, 
nella quale gli affetti e le abitudini patriarcali sono tenuti in onore 
nella stessa guisa che il culto entusiastico per ogni alta e nobile mani- 
festazione di Bellezza. 

Giunto in New York, seguirono dieci anni di relativo benessere, 
durante i quali però non furon risparmiate al giovine artista né fatiche 
né umiliazioni : l'arte "vera", per la quale aveva tanto oprato e sofferto, 
pareva dovesse per sempre emigrare da lui. Molti lavori che il Piccirilli 
concepì ed eseguì per puro amore all'arte, alla quale si sentiva attratto 
sempre più irresistibilmente, non ebbero la fortuna che ad essi avrebbe 
do^■uto arridere: eran prodotti dello "stone cutter" — qualifica con 
la quale. . . lo onoravano i suoi colleghi d'oggi; ed oggi, gli stessi lavori 
sono, dagli stessi artisti, giudicati fra i migliori eseguiti in America, in 
questi ultimi anni !. . . 

Un bel giorno — e fu bel giorno davvero — i giornali di New 
York annunziavano che Attilio Piccirilli^ l'oscuro "stone cutter" sino al 
dì innanzi, e, per di più italiano, era stato il fortunato vincitore del 
concorso bandito dal New York Journal per onorare con un grandioso 
monumento la memoria dei martiri del Maine, la nave da guerra degli 
Stati Uniti misteriosamente fatta saltare in aria nelle acque di Cuba 
al tempo della guerra ispano-americana. Il 'tagliatore di pietra" era 
alfine riabilitato dinanzi al mondo: l'essere stato prescelto fra i cinquanta 
e più concorrenti, alcuni dei quali di fama internazionale, non era poco. 
Da quel giorno incominciò la luminosa carriera artistica di Attilio Pic- 
cirilli. 

Dopo la vittoria, gli onori : l'Accademia del Pantheon, di Roma, 
volle suo socio il Piccirilli, e la National Sculpture Society gli conferì, 
per parecchi anni, la lusinghiera carica di consigliere; è membro della 
Architectural League of New York e della National Academy, onore, 



146 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

quest'ultimo, per la prima volta concesso ad un artista italiano, e, uni- 
tamente all'illustre scultore French ed all'architetto Hastings, fu p'm 
volte chiamato a dar consigli per i restauri all'edificio del Campidoglio 
di Washington. 

Prima che il concorso per il monumento ai martiri del Maine rive- 
lasse in Attilio Piccirilli un artista geniale, vigoroso, completo, altri 
lavori, che furon giudicati poi con gran favore da artisti, da critici e 
dal pubblico, erano usciti, vivi e palpitanti, dall'agile mente e dal pollice 
sicuro ed addestrato del giovine scultore. Ricorniamo fra i tanti : il 
Fauno danzante (1895); il Satiro in festa (189S), di grandezza natura- 
le; il ritratto in marmo del fratello Getulio, dello stesso anno; Maria, 
una soavissima testa che sembra uscita dalle mini del Della Robbia, 
ed altri. Sono posteriori altri lavori di gran pregio: la statua della 
Pace, per un monumento sepolcrale nel cimitero di Kensico, N. Y. ; il 
Paria, meravigliosa opera d'arte che figurò con successo nella grande 
Mostra Internazionale di Roma, del 1911, e quattro statue colossali: la 
Legge, la Filosofia, la Letteratura e la Religione, destinate al Museo 
d'Arte di Brooklyn. Inoltre, nel 1899, il Piccirilli aveva vinto il concorso 
per un grandioso monumento a New Orleans, Louisiana. 

. Ed ora accenniamo al monumento per i martiri del Maine. E' un 
insieme poderoso ed armonico, che ricorda le grandi concezioni dell'ar- 
te antica, greca e romana; ogni gruppo, ogni statua costituisce una me- 
ravigliosa opera d'arte, dinanzi a cui non sai se più ammirare lo scultore 

il pensatore. Su un colossale capitello granitico è la statua di Columbia 
trionfante, che tre cavalli marini trascinano verso la via della gloria. 
Nel gruppo centrale, Fortitudo, è l'apoteosi dei coraggio e della pietà 
materna; sul lembo estremo, il genio della Pace. Nei Iato posteriore 
campeggia la statua' della Giustizia: il genio della Guerra, al suo fianco, 
le restituisce la spada che fu vindice degli oppressi ; a destra, la Storia. 

1 due Oceani. l'Atlantico e il Pacifico — colossi granitici quasi tre volte 
la grandezza naturale — adornano le due basi laterali del monumento: 
due creazioni originali e piene di vita, degne dello scalcello di Maestro 
insigne. 

II monumento ai martiri del Maine fu inaugurato con grande solen- 
nità nel Decoration Day del 1913. Coloro che, come noi, furon vicini ad 
Attilio Piccirilli nel momento dell'apoteosi, abbracciarono con grande 
affetto l'artista vittorioso, dopoché le calorose strette di mano dell'ex- 
Presidente della Repubblica, William H. Taft, del primo magistrato del- 
la Metropoli, Gaynor. del Governatore di New York, di William Randolph 
Hearst. direttore-proprietario del Neiv York Journal, ideatore della pa- 
triottica iniziativa, e di tutte le altre personalità presenti alla imponen- 
tissima cerimonia, ebbero chiaramente dimostrato ad Attilio Piccirilli 
la gratitudine e l'ammirazione del popolo americano per la insigne 
opera d'arte dal suo genio — genio italiano — concepitale plasmata. 

Un'altra opera d'arte di Attilio Piccirilli adorna la Metropoli new- 
yorkese; il monumento ai martiri di un altro sacro dovere di umana 



PITTURA 



^CULTURA - ARCHITETTURA 



147 




ERNEST^ MONDI 

V^si,ne scultore rodano, autore del .ranéioso ^'J^^arrT^rmi 
premiato col ^'Grand Pri.^^ -"J«^«'^^^^«"^,,";;J^rilHca, per 
il quale lottò invano, durante due anm dt ^^jorno m ^ ; -^ 

esporre al Museo Metropolitano la sua opera ^ f !*' ff' ; ^^^ 
ricordarlo, era stato dato l'ostracismo per ^ng^ust^ficab^l^ ragtom. 



148 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

solidarietà: i pompieri. Fu inaugurato nel settembre dello stesso anno, 
1913, e sorge, da tutti ammirato, sulla elegantissima Riverside Drive, 
alla lOO.a Strada di New York. La concezione e l'esecuzione furono 
affidate, senza concorso, al Piccirilli: un'altra segnalata vittoria per lui 
e per i suoi valorosi fratelli che lo coadiuvarono con amore entusiastico; 
un'altra vittoria per l'arte italiana. Un'altra superba creazione del no- 
stro scultore: Fiore delle Alpi, adorna le sale del Metropolitan Museum 
of Art. 

Lo studio Piccirilli, nel Bronx, alla 142. a Strada, è quotidiana- 
mente convegno di artisti, di critici, di mecenati. La cordiale affabilità 
dei sei fratelli, il loro fare democratico, bonario, senz'alcuna affettazio- 
ne, han valso loro l'affetto e le simpatie vivissime non soltanto dei col- 
leghi, americani e stranieri, ma anche dell'elemento intellettuale più 
eletto della Metropoli. Le due superbe Gallerie dello studio sono mèta 
costante di visitatori, di artisti, di studiosi dell'arte; nello studio stesso 
si eseguiscono lavori di scultori insigni che sanno affidate a mani sa- 
pienti le loro creazioni. 

Se è vero che l'arte affratella i popoli, auguriamoci che artisti insi- 
gni, come Attilio Piccirilli, contribuiscano effettivamente a rendere 
sempre più cordiali le simpatie fra l'Italia e l'America. 

LA PIÙ' GRANDE FONDERIA IN AMERICA E' ITALIANA. 

Come in parecchie altre nazioni, anche negli Stati Uniti la più 
grande ed importante fonderia è italiana, e di ciò abbiamo giusto motivo 
di essere orgogliosi. Le grandiose officine dei Roman Bronza Works, 
in Greenpoint, Brooklyn, furono impiantate, nel 1898, dal Comm. Riccar- 
do Bertelli. Umili ne furono le origini, in un piccolo edificio sulla 38.a 
Strada di New York: vi lavoravano soltanto quattro operai. Ma i pro- 
gressi furono rapidi, continui, meravigliosi: ora più di cento operai, tutti 
italiani, danno gli ultimi tocchi alle più belle creazioni artistiche, mol- 
tissime delle quali sono esposte all'ammirazione del pubblico in ogni 
parte degli Stati Uniti e all'estero. 

Riccardo Bertelli, figlio dell'illustre e compianto Ammiraglio Ber- 
telli, è nato a Genova nel 1870 e venne in America nel )897, dopo di 
aver conseguito il diploma all'Accademia di Belle Arti, in Venezia, ed 
essersi laureato ingegnere industriale nella Scuola di Applicazione' del 
Valentino, in Torino, ov'ebbe, fra gli altri, a maestro insigne, Galileo 
Ferraris. 

Dalla sua fonderia sono usciti quasi tutti i lavori d'arte scultoria in 
bronzo eseguiti in America durante questi ultimi venticinque anni. Ba- 
sti ricordare il grandioso monumento al Generale Grant, eretto in Wa- 
shington, dello scultore Henry Merwin Shrady, di cui sono splendido 
ornamento la gigantesca statua equestre del Generale e i due gruppi 



PITTURA — SCULTURA — ARCHITETTURA 149 

dell'artiglieria e della cavalleria; il monumento a Beniamino Franklin, 
del Boyle, che sorge a Parigi nell'Avenue Franklin; il monumento al 
Generale Porter, del Kelly, in Portsmouth, Maine; la statua equestre 
di Washington, del Kitson, eretta sul glorioso campo di Gettysburg; il 
monumento di Giovanni da Verrazzano del nostro Ximenes, al Battery 
Park di New York; le porte di bronzo della Chiesa di San Bartolomeo, 
in New York, disegnate dal French, dall'Adams e dal Martiny; la splen- 
dida e colossale Fontana che si ammira nel Giardino Botanico del Bronx 
Park, e lavori dei due Borglum, del nostro Piccirilli, di Remington, 
Ward, Scudder, Perry, Humphreis, Lopez, Stirling, Calder, Rumsey, 
Davidson, e di tanti e tanti altri artisti americani e stranieri. 

Il nome di Riccardo Bertelli è di quelli che altamente onorano l'arte 
italiana in America, e la prodigiosa e vittoriosa attività dell'uomo e del- 
l'artista, vanto della comunità italiana di New York, è, con orgoglio, se- 
guita ed ammirata anche in patria. 

4 * *' 

Non possiamo chiudere queste note senza accennare alle numerose 
Gallerie ed ai negozi d'arte italiani, che, specialmente in New York, 
godono eccellente reputazione e fanno bella mostra di sé nei quartieri 
più aristocratici della città; ed alle tante finissime e ricercate produzioni 
d'arte industriale, in cui i nostri connazionali hanno, si può dire, il 
primato. 

Fra le Gallerie ed i negozi d'arte vanno per la maggiore quelli di 
C. E. Canessa, Leonardi, fratelli Di Salvo, fratelli Cipriani, Leone 
Ricci. Alberto Galli, fratelli Lavezzo, Gino Corsani, fratelli Simeone, 
J. D'Abissi, L. Calvari, L. Caldarazzo, ed altri. 

Anche coi prodotti dell'arte industriale gli Italiani vanno conqui- 
stando a grandi passi il mercato americano. Il mobile italiano è di moda 
nelle case signorili d'America; le biblioteche Carnegie e molti edifici 
pubblici sono stati decorati da valenti artefici italiani e così dicasi dei 
più eleganti ed aristocratici hotels, clubs sociali, sportivi, chiese, sale 
di accademie, ecc. 

Numerosi fabbricanti di oggetti artistici ed i grandi gioiellieri im- 
piegano spesso la sapiente mano d'opera italiana, quando essa non è 
adoperata, con maggiore successo e con miglior tornaconto, ad accre- 
ditare i non pochi Art Jeiverly Stiidios di stessi artisti italiani. Fra que- 
sti annoveriamo Ottavio Negri, l'artista romano valorosissimo, le cui 
produzioni sono state premiate con medaglie d'oro in parecchie Mostre 
d'Europa e d'America; Giuseppe Fiaccarini, anch'egli romano, artista 
fine e fra i più apprezzati; i fratelli Di Sanza ed altri ancora che ten- 
gono in onore, in paese straniero, le tradizioni artistiche della nostra 
patria m tutte le loro multiformi e geniali manifestazioni. 



150 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



II. LIRICA 



LE PRIME TRACCIE DELL'OPERA ITALIANA. 

Sin quasi alla metà del secolo XVIII, l'America del Nord, già cen- 
tro di attrazione degli audaci sognanti favolose ricchezze, ignorava an- 
cora le bellezze musicali che il Settecento incipriato, tutto raccolto in 
una cieca adorazione dell'estetica, lanciava dai suoi salotti e dai famosi 
teatri attraverso l'Europa. Eravamo — nota il Motta — in quell'epoca 
fortunosa i cui esponenti erano: poca coltura e molta audacia, poco da- 
naro, ma molta volontà di farne. 

Le immense distanze, ora percorse da treni fulminei, erano deser- 
te, e le moderne gigantesche città eran gruppi di case, per lo più di 
legno, assise ai piedi di superbe montagne 3 sulle live di grandiosi 
fiumi e di laghi sconfinati. Il classico pelle-rossa era quasi padrone asso- 
luto di quelle regioni; i cacciatori di bisonti ed i cercatori d'oro percor- 
revano in perpetua avventura i campi sterminati ; attraverso le regioni 
non sempre ospitali, passavano le lunghe carovane formate da audaci, 
da sognatori, da avventurieri. 

Mentre l'Europa convulsamente si dibatteva fra le braccia della 
Rivoluzione; mentre Venezia nostra attraversava l'epoca d'oro di sua 
vita, e sgonnellavano per le sue calli le seducenti Rosaure e sbatacchia- 
vano la canna dal pomo d'oro cesellato gli incipriati Florindo; mentre 
per la sonnolenta laguna passava l'armonioso soffio delle chitarrate, nei 
piani del nord America, a sera, presso i fuochi del bivacco, nostalgiche 
canzoni si levavano al cielo, evocanti la patria lontana. Erano i primi 
esuli in cerca di nuova vita, di fortuna, di pace. Allora la gloria del 
teatro nostro era ignorata in America: i minuettisti e i classici incipriati 
non avevano ancor levata la loro voce melodiosa quaggiìi. Unica melodia 
eran le canzoni: qualcosa di ibrido, portato dalla ^ente varia per razza, 
per costumi, per sentimenti, nella nuova terra promessa. 

Le prime traccie dell'opera italiana nel nord America incomincia- 
no a notarsi dopo la Rivoluzione francese. Fu appunto nell'anno succes- 
sivo al grande rivolgimento, nel 1790, che venne data in un teatrino di 
Baltimore la Serva padrona del Pergolesi, e quattro anni dopo, nel 
1794, furono date a Charlestown, da una compagnia di artisti francesi, 
opere del Cimarosa e del Paisiello. Pochi anni prima — ricorda Pasquale 
de Biasi — aveva preso voga una specie di commedia con musica e 
ballo, la cosidetta "ballad opera", un ibrido genere musicale, una forma 
strana a cui davano vita parecchi autori. E troviamo già fin da allora 
anche tre italiani: il Giardini, il Geminiani e il Galluppi, fucinatori di 



LIRICA 151 

simili spettacoli. Questa forma di composizione teatrale, puramente e 
classicamente americana, ebbe una vita di successi incontrastati; ma 
non fu di lunga durata. Giungeva dal di là dell'Atlantico la fama di 
glorie operistiche prodigiose. L'onda melodica dell'opera italiana e fran- 
cese varcava irresistibile gli spazi sconfinati. 

Dopo il 1794 troviamo qua e là, specialmente a New York ed a 
New Orleans, dove fioriva un teatro francese, altre traccie dell'opera 
italiana; ma non fu che nel 1825 che, per merito del celebre cantante 
Manuel Garcia, padre della grande Malibran, si ebbe in New York, al 
Park Theatre, il più importante di allora, una prima, autentica stagione 
d'opera italiana col Barbiere di Siviglia, che da qualche anno stava fa- 
cendo trionfalmente il giro dei grandi teatri d'Europa; con la Semira- 
mide e la Cenerentola dell'immortale Rossini e col Don Giovanni di 
Mozart. Astro fulgidissimo della compagnia era Maria Malibran, già 
celebre nel mondo teatrale europeo, e che fu la prima grande artista 
che si rivelasse all'orecchio ancora inesperto del pubblico americano. 

Non è fuor di luogo ricordare, qui, che fu un Italiano a dare un'or- 
chestra agli Americani. Ecco come il grande tragico Edwin Booth ne 
raccontava la storia: 

"Un milanese, il Ciseri, fu colui che mise insieme la prima orche- 
stra negli Stati Uniti; Emigrato in Fiandra fin da giovanetto, egli vi 
fece il fornaio; poi si arruolò soldato nella cavalleria francese, ma, 
avendo dopo poco bastonato il suo capitano, fuggì a San Domingo dove 
divenne un pittore di gran fama. Tornando in Italia, perde in un nau- 
fragio tutto quello che aveva guadagnato. Giunto negli Stati Uniti co- 
minciò a dipingere scenari, ma poi abbandonò il pennello mettendosi a 
recitare anche lui. Divenne in breve tempo il più famoso attore, il mi- 
gliore artista di quell'epoca. Eravamo all'alba del 1800 quando il Ciseri 
mise insieme per il primo una orchestra, dirò così, americana. Il primo 
violino era un prete cattolico fuggito dalla Spagna; un marchese di 
Francia, profugo della Rivoluzione, era il flauto; un ex-frate siciliano 
suonava il tamburo, ma avendo ferito con un colpo di pistola un credi- 
tore che, durante la recita, lo molestava per essere pagato, scappò nel 
Messico; il trombettiere era un ardente repubblicano livornese, che poi 
mise su bottega di barbitonsore. C'è qualcosa che somiglia all'inferno, 
diceva il Ciseri, ed è la mia orchestra. . .". 

LORENZO DA PONTE E LA SUA VITA AVVENTUROSA. 

Viveva allora in New York Lorenzo da Ponte, il famoso poeta-libret- 
tista del grande Mozart, che fu il primo ad introdurre gli studi danteschi 
negli Stati Uniti ed a diffondervi il culto per l'immortale Poema, com- 
mentandolo in italiano nella Columbia University. Il da Ponte, ch'era 
nato in Ceneda (Treviso) nel 1749, giunse a New York nel giugno del 
1805. Il suo bagaglio — ricorda il chiaro critico e letterato Walter 
Littlefield nel Neiv York Times — consisteva unicamente di una scatola 



152 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



di corde da violino e di una copia della Divina Commedia. In New 
York non vi erano allora che tre famiglie italiane, i cui uomini facevano 
i figurinai. Messosi alla ricerca di libri italiani, il da Ponte non potè 
trovare altro che una pessima edizione delle opere del Boccaccio. L'il- 
lustre storico di Venezia, il Senatore Pompeo Molmenti, citato dal Little- 
field, dice che il da Ponte nacque da famiglia ebrea convertitasi in se- 
guito alla religione cattolica, e che fu ordinato sacerdote; ma il lette- 
rato americano ricorda che ciò è stato messo in dubbio, come dubbia 
è la sua discendenza da famiglia ebrea. Dal Seminario di Portogruaro, 




LORENZO DA PONTE 



ove insegnava retorica, passò a quello di Treviso, ove insegnò umanità. 
Qui il Molmenti asserisce che il governo, appreso che il da Ponte inse- 
gnava dottrine che esso non trovava confacenti con la sua politica, lo 
licenziò senza tanti complimenti. Da questo momento incomincia la vita 
avventurosa dell'uomo che doveva far tanto parlare di sé nel vecchio 
e nel nuovo mondo. Da Treviso il da Ponte passò a Venezia, ov'ebbe 
un'avventura amorosa che lo fece bandire dalla "regina della laguna." 
Si rifugiò a Gorizia, ove si diede ad imparare il tedesco. Glielo insegna- 
va una "virtuosa e generosa" signora, della quale s'innamorò e che deci- 
se di sposare. Ma, spaventatosi forse del matrimonio, ruppe ogni legame 
con la sua maestra e si recò a Vienna, ove, per l'influenza del compo- 
sitore Salieri, fu ammesso come poeta latino nella Corte di Giuseppe II. 



LIRICA 153 

Mentre era a Vienna conobbe Mozart, per il quale scrisse i due 
libretti del Don Giovanni e delle Nozze di Figaro. La carica di poeta 
di Corte cessò quando morì Giuseppe II, non avendolo il successore, 
istigato dai nemici e dagli invidiosi del letterato italiano, più voluto a 
Corte. Allora andò a stabilirsi a Trieste, ove prese moglie. Da Trieste 
si diresse, poco dopo, a Parigi, con una lettera di presentazione per la 
regina Maria Antonietta, ma, avendo appreso che ella era prigioniera, 
cambiò itinerario e partì per Londra. Quivi si trovò in un imbroglio 
finanziario non per colpa sua, e per isfuggire ai creditori, all'arresto, 
alla prigione, si ricoverò a bordo di una nave che stava per far vela 
alla volta dell'America. La moglie lo aveva già preceduto, avendo ella 
i genitori negli Stati Uniti. Dei primi anni passati dal da Ponte in New 
York poco nulla si sa. In seguito si diede ad insegnare l'italiano ed 
a commentare il Poema dantesco. "In ventotto anni — diceva egli con 
orgoglio — ho insegnato a 2.500 persone la mia lingua, che io, e nessun 
altro, ho introdotto in America." Raggranellate alcune centinaia di dol- 
lari, frutto delle sue lezioni, si diede agli affari. Essendo questi andati 
a male, perdette tutti i suoi magri capitali. Fu ad Elizabeth, N. J., ed 
a Sunburg, Pa., che tentò le speculazioni, le quali dovevano finire disa- 
strosamente. Il pagamento rateale dei suoi debiti durò per parecchi 
anni. Nel 1818 fece ritorno a New York, ed al N.o 54 Chapel St., aprì 
una libreria vendendo libri importati, e, poiché ne aveva tempo ed op- 
portunità, diffondendo la cultura dantesca. Poi passò ad insegnare lin- 
gua italiana nella Columbia University, che allora aveva la sua sède 
in Park Row, e la cui biblioteca egli fornì di parecchie centinaia di libri 
italiani, in gran parte di soggetti danteschi. Fra il 1820 e '23 scrisse 
le sue Memorie, di cui ora difficilmente si trova una copia. Il libro ven- 
ne tradotto in francese e in tedesco, ma non in itiglese. La prefazione 
all'edizione francese fu scritta dal celebre Lam-artine, che disse fra le 
altre cose : "Le stesse Memorie di Benvenuto Cellini non sono più argu- 
te e divertenti. . . Queste introvabili memorie furono seppellite in quel- 
la foresta americana che noi chiamiamo New York. Nessuno le avrebbe 
mai dissotterrate colà, dove il più prezioso manoscritto non avrà mai 
il peso di un dollaro." Lorenzo da Ponte morì, all'età di S9 anni, in New 
York, il 17 agosto 1838, nella casa al No. 91 Spring Street. I funerali 
ebbero luogo il 20 ed il servizio religioso fu tenuto con grande solennità 
nella Cattedrale che allora sorgeva in Mulberry Street. 

L'ITALIAN OPERA HOUSE. 

Fu appunto per merito del da Ponte, vivamente desideroso di veder 
trionfare nel Nuovo Mondo un teatro stabile d'opera italiana, che nel 
1833, pochi anni prima della morte dell'esule avventuroso, sorse in uno 
dei migliori centri della New York d'allora, all'angolo di Léonard e 
Church Streets, con denari dal da Ponte stesso raccolti fra amici ed 
amanti dell'arte, la Italian Opera House, solennemente inaugurata, la 



154 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



sera del 18 novembre di quell'anno, con la Gazza ladra di Gioacchino 
Rossini. La stagione costituì, dal lato artistico, se non da quello finan- 
ziario, il più grande successo che fosse stnto mai registrato in quei 
tempi, ed all'Italian Opera House affluiva, tutte le sere, il fiore della 
cittadinanza newyorkese. Ma, purtroppo, il sogno maraviglioso, gigan- 
tesco, realizzato dal povero da Ponte, che può esser chiampto il creatore 
del primo teatro d'opera italiana negli Stati Uniti, fu di breve durata: 
dopo qualche altra stagione disastrosa, il teatro fu venduto e nel 1835 
l'Italian Opera House veniva distrutta da un violento incendio. 

Per circa dieci anni l'opera italiana, salvo qualche saltuaria rappre- 
sentazione, fu messa nel dimenticatoio, sino a che un tal Ferdinando 




La Italian Opera House 



Palmo, arricchitosi facendo il cuoco e divenuto proprietario del Cafè 
des Milles Colonnes, all'angolo di Broadway e Duane Street, animato 
da santo ardore per la nostra arte musicale, trasformò in teatro uno 
stabilimento da bagni in Chambers Street, profondendovi quasi tutto 
il suo avere, e vi iniziò, nel 1844, una serie di ottime rappresentazioni 
di opere italiane, incominciando con i Puritani del grande Beilini, e riu- 
scendo anche a raggiungere un eccellente successo finanziario, che lo 
persuase, poco dopo, ad iniziare una nuova stagione. Ma, probabilmen- 
te, l'ex-cuoco arricchito aveva sbagliato il nuovo mestiere: la seconda 
stagione fu un disastro completo e quasi tutte le sostanze del Palmo, 
non escluso il Caffè delle Mille Colonne, furono ingoiate dalla fallita 
speculazione. Eppure l'ex-cuoco impresario era riuscito a rendere popo- 
lari presso il pubblico americano, oltre alle opere italiane già note, altre 
che facevano da anni, con successo, il giro dei grandi teatri europei: 
la Sonnambula, la Beatrice di Tenda e il Pirata di Bellini; la Lucrezia 
Borgia, la Lucia e VElixir d'amore di Donizetti; l'Italiana in Algeri, la 



LIRICA 155 

Cenerentola ed altre di Rossini. Quasi contemporaneamente, alcune com- 
pagnie d'opera francesi popolarizzavano nella loro lingua La figlia del 
reggimento di Donizetti e la Norma di Bellini; qualche anno dopo, nel 
1847, un'altra compagnia, diretta dal maestro Arditi, l'autore del famoso 
Bacio, rappresentava con notevole successo, al Park Theatre, il Afose 
di Rossini, VErnani, I due Foscari, VAttila e il Macbeth di Giuseppe 
Verdi, il cui nome e le cui opere non avevano tardato ad attraversare 
l'oceano, la Sonnambula e la Norma di Bellini, la Favorita di Donizet- 
ti e la Saffo di Pacini. 

L'OPERA ITALIANA DI TRIONFO IN TRIONFO. 

Distrutto dalle fiamme l'unico teatro lirico di una certa importanza 
che esisteva allora in New York — l'Italian Opera House — sorse un 
comitato di eminenti cittadini allo scopo di costruire un nuovo tempio 
d'arte; ed ecco, nel 1847, la Astor Place Opera House, che poteva con- 
tenere circa 2.0C0 persone, e messa su con discreto buon gusto, se non 
con eleganza, per accogliervi la "élite" newyorkese. Ne furono i primi 
impresari due italiani. Patti e Sanquirico, e furon date, fra le altre opere, 
VErnani e il Nabucco di Verdi, la Lucrezia Borgia di Donizetti, la Bea- 
trice di Tenda di Bellini, il Giuramento di Mercadar.te. Con imprese 
diverse succedutesi alla prima, si eseguirono negli anni posteriori altre 
opere nuove per il pubblico americano, quali l'Otello di Rossini, il Don 
Pasquale, la Maria di Rohan e la Linda di Chamoumy. di Donizetti, la 
Luisa Miller di Verdi, oltre ad altre già note: i Puritani, la Lucia, ì'Elixir 
d'amore, il Barbiere di Siviglia, ecc. 

Ma. se dal lato artistico l'Astor Place Opera House ebbe al suo 
attivo grandi successi, per merito specialmente di ottimi cantanti, non 
così avvenne da! lato finanziario e, dopo cinque anni di non ingloriosa 
esistenza, questo nuovo tentativo di teatro d'opera in New York andò 
miseramente fallito, nel 1852. Pochi anni prima, e precisamente nel 
1843, era nata a Madrid, dal tenore Salvatore Patti, che era stato più 
volte impresario e cantante in teatri newyorkesi, e dalla signora Caterina 
Barili, la stella più fulgida del firmamento artistico della seconda metà 
del secolo scorso: Adelina Patti. 

L'ACCADEMIA DI MUSICA. 

Ed eccoci al terzo grande tentativo, questa volta accompagnato da 
più lieti auspici: nel 1854 sorge, all'angolo della 14. a Strada e Irving 
Place, l'Accademia di Musica (Academy of Music) che, per lunghi an- 
ni, rappresenta quanto, in fatto d'opera, v'è di più notevole e di vera- 
mente artistico in New York. I più rinomati artisti italiani del tempo vi 
si succedono, in stagioni non sempre fortunate: dal celebre tenore Ma- 
rio alla grande Giulia Grisi, che inaugurarono, la sera del 2 ottobre 
1854, il nuovo tempio dell'arte; dalla Frezzolini al Nicolini, alla Scalchi, 
alla Piccolomini, alla Albani, al Badioli, al Cherubini, ad Adelina Patti, 



156 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Che, a 16 anni, vi debuttava, la sera del 24 novembre 1859, nella Lucia 
di Lammermoor, col grande Brignoli nel ruolo di Edgardo, rivelandosi 
quel prodigio canoro che. da allora, doveva essere la maraviglia e 1 am- 
mirazione dei grandi pubblici del mondo intero. 

LA DIVA ADELINA PATTI. 

Aveva sette anni, quando, ac- 
canto alla sui4 sorella maggiore, 
Carlotta, anch'essa cantante di 
buona fama, Adelina comparve per 
la prima volta al Niblo's Garden 
di New York. "Dopo che ebbi can- 
tato — ella narra — Una voce 
poco fa, e la gente batteva le ma- 
ni e agitava i fazzoletti, ricordo 
che il mio caro babbo mi accarez- 
zava come sf' avessi fatto qualche 
COSI di prodigioso." Alla vocetta 
esile, ma intonatissima, la bimba- 
prodigio univa una "cranerie", che, 
in certi momenti, pareva persino 
sfrontatezza: cantava come un'al- 
lodola. L'allodolelta tacque alcuni 
anni: la impubere doveva aspetta- 
re la sua pubertà. Quando questa 
venne, la voce di Adelina, non sforzata, riposata, aveva perduto il suono 
bianco dell'alba per assumere la tinta calda di un bel mattino d'estate. 
!1 maestro non ebbe molto da fare: le corde vocali dell'allieva costitui- 
vano il più perfetto degli strumenti musicali. Non v'era che da insegnar 
l'arte di usarne e la novizia seppe ben presto fare suo prò' di tutti i se- 
greti della sapienza musicale. 

Da quel giorno, ormai sepolto nel bel mezzo del sscolo passato, 
Adelina Patti fu crismata "diva", emula della divina Malibran, emulata 
vanamente da tutta la lunga schiera delle cantatrici, che, ad eccezione 
forse, di Luisa Tetrazzini e di Amelita Galli Curci, che l'hanno avvici- 
nata, ma non raggiunta, sfilano, lucenti meteore, ndla costellazione 
musicale. Eroina del vocalizzo, campione del fa acuto, la diva rimarrà 
immortale nel mondo lirico per le sue inimitabili creazioni : Lucia, Giu- 
lietta, Desdemona, Amina, Semiramide, Rosina Margherita. . . Con la 
voce limpida, agile, meravigliosa, essa modulava, come un usignuolo, il 
voluttuosissimo Bacio e la arcivoluttuosa Estasi del mago creatore di 
waltzer: l'Arditi. 

Moglie, nel 1868, del grande scudiero di Napoleone 1ÌI, il marche- 
se di Caux; poi, dal '70, divorziata e moglie del tenore Nicolas, detto 
Nicolini; infine, dal 1899 moglie del barone di Cederstrom: italiana 




LIRICA 157 

nata a Madrid; francese per il suo primo matrimonio, greca per il se- 
condo, svedese per il terzo, Adelina Patti ha goduto tutti gli agi e tutti 
gli onori, tutte le soddisfazioni che la fama dà e che ii denaro procura. 
"Ho conosciuto — ella dice nelle sue Ricordanze — • re, uomini di Stato, 
scrittori, ma conservo specialmente le memorie datemi da Rossini, Ver- 
di, Gounod, Meyerbeer e da altri. Gioacchino Rossini fu il mio primo e 
più caro amico. Egli mi chiamava sempre la Pattina". Mai una delusione 
mai una privazione. Ella è passata nel mondo come una divinità cir- 
confusa d'incenso e ricoperta di gemme. E così e ancor più per tutte 
le altre particolarità della esistenza: un castello che è una reggia, a 
Craig-y-nos, nel paese di Galles, ove visse lungi dai rumori del mondo, 
e nel quale la castellana, figlia della ribalta, volle innalzare un monu- 
mento commemorativo alla indimenticabile patria: un teatro per le sue 
solenni e storiche rievocazioni sceniche del passato. 

Adelina Patti, questa Titana dell'Arte, morì il 27 settembre 1919, 
alla tarda età di 76 anni, nel suo castello fra le montagne del Galles. 
E la stampa di tutto il mondo consacrò nuovi allori alla memoria della 
diva. 

SEMPRE NUOVI TRIONFI DEI CAPOLAVORI ITALIANI. 

Intanto l'opera italiana veniva sempre più affermandosi in New 
York, non soltanto per il merito intrinseco delle nostre superbe creazio- 
ni, ma anche per il valore e la genialità dei nostri grandi artisti. 

Nel decennio 1860-70 le compagnie d'opera si seguivano l'una al- 
l'altra con successi invidiabili ed avevano già preso piede le grandi 
tournèes attraverso le principali città degli Stati Uniti : da Filadelfia a 
Boston, a Chicago, a Cincinnati, a New Orleans, a San Francisco, le 
quali diffondevano ovunque la bellezza affascinante delle nostre melo- 
die, le creazioni superbe del genio musicale italiano. 

Nel 1878 assunse la direzione dell'Accademia di Musica il famoso 
colonnello inglese j. H. Mapleson, il quale, nel 1883, fece rappresenta- 
re il Rigoletto del sommo Verdi, di cui erano già stati dati con pari, 
grande successo il Trovatore, la Traviata, VAida; e nel 188B, nello stesso 
teatro furono rappresentati i Lombardi ed Un ballo in maschera del Ci- 
gno di Busseto. Nel 1888 il celebre tenore Italo Campanini, trasformato- 
si in impresario, venne in New York dall'Italia per rappresentarvi l'O- 
tello di Verdi, col famoso tenore romano Checco Marconi, con la Eva 
Tetrazzini-Campanini, e il Calassi; direttore d'orchestra, allora gio- 
vanissimo, Cleofonte Campanini. Ma l'impresa non ebbe fortuna: il 
ruolo di Otello non era fatto per la voce paradisiaca di Marconi, il quale, 
addolorato sin quasi a farne una malattia, dopo brevissimo soggiorno 
in America, riprendeva la via dell'oceano per deliziare, fino a pochi anni 
or sono, i più eletti pubblici d'Europa. 

Abbiamo ricordato il famoso colonnello inglese /vlapjeson, il ge- 
niale e impareggiabile impresario dell'opera italiana negli Stati Uniti 



158 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



e, per lunghi anni, affittuario dell'Accademia di Musica. Egli era infa- 
tuato (iella musica italiana e. orgoglioso di averla portata ai più entu- 
siastici trionfi presso il pubblico americano, soleva ripetere con un'aria 
di grande convinzione: "Se la riconoscenza non sarà una vana parola, 
gli Americani dovranno innalzarmi un monumento, radendo al suolo 
i fabbricati davanti all'.^ccademia di Musica, perchè ivi la mia statua 




GIUSEPPE VERDI 



domini Irving Place. Io educai il loro gusto con la musica italiana e 
feci udire loro i più famosi cantanti. E vicino a me, che sono così grande 
e grosso, (era difatti un gigante da museo di curiosità!) sarebbe giusto 
porre il piccolo figurinaio lucchese, che ai discendenti degli emigrati 
puritani dette la prima idea, con le statuine di gesso, dell'arte classica: 
Venere. Apollo, Giove, Mosè. . . Essi poterono comprarli per pochi cen- 
tesimi da quei giovanetti toscani, artisti girovaghi, che sparsero qui 
la sementa dell'arte." 

LA METROPOLITAN OPERA HOUSE. 

Mentre l'Accademia di Musica sfolgorava in tutta la sua magnifi- 
cenza, sola degna sede dell'arte musicale in America, ecco sorgere, nel 



LIRICA 159 

1883, per merito di alcuni finanzieri newyorkesi, la Metropolitan Opera 
House — sulla Broadway, fra la 39. a e la 40. a strada — la cui costru- 
zione costò circa 2 milioni di dollari, che doveva, dopo breve volger 
d'anni, offuscare completamente la fama dell'Accademia, sino a farne 
scomparire ogni vestigio della passata grandezza, e dec-tinata, special- 
mente in questi ultimi anni, con la gloriosa triade italiana: Caruso — 
Gatti Casazza — Toscanini, a divenire il più gran tempio d'arte d'Ame- 
rica, uno fra i primissimi teatri del mondo. 

La Metropolitan Opera House fu inaugurata solennemente la sera 
del 22 ottobre 1883, col Faust di Gounod, in italiano, interpreti prin- 
cipali Cristina Nilsson, la Scalchi, Italo Campanini, Del Puente, Nova- 
ra; direttore d'orchestra il maestro Vianesi. Nella stessa sera, nel tea- 
tro rivale, trionfava Adelina Patti. Le due imprese, simultanee, gareg- 
giavano nel presentare al gran pubblico spettacoli di primissimo ordine 
con artisti di fama mondiale, ed era il pubblico che, più di tutti, ne 
guadagnava. Alla Metropolitan furono date successivamente, fra le altre 
novità, il Mefistofele di Boito, la Gioconda di Ponchielli e, pure in 
italiano, il Lohengrin di Wagner e Roberto il Diavolo di Meyerbeer. 
Nella Gioconda fu, tra gli interpreti trionfatori, Roberto Stagno, il gran 
tenore, la cui fama si era già affermata sulle scene dei principali teatri 
d'Europa. 

Nel 1884 la direzione della Metropolitan Opera House venne affi- 
data al maestro tedesco Leopoldo Damrosh e, quell'anno, la stagione 
d'opera si iniziò col Tannhauser di Wagner. Era l'opera tedesca che 
incominciava a mettere salde radici e che, per alcuni anni, avendo essa 
cospicui patrocinatori fra i proprietari del massimo teatro, tenne il 
cartello a detrimento dell'opera italiana. Dopo il Lohengrin e il Tann- 
hauser, furon dati i Maestri Cantori, il Tristano e Isotta e l'intero Anello 
dei Nibelungi. Nella stagione 1890-91 fu data, con discreto successo, 
VAsrael di Franchetti; con l'immenso Tamagno, creatore del ruolo del 
protagonista, fu rappresentato VOtello del sommo Verdi, che, alcuni 
anni prima, aveva incontrato poco buon successo all'Accademia di Mu- 
rica, e il pubblico della Metropolitan Opera House fece al capolavoro 
verdiano le più entusiastiche accoglienze; e, nella medesima stagione 
trionfò Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, che aveva avuto la 
sua grande "première", al Costanzi di Roma, la sera del 17 maggio 
1890, interpreti sommi Gemma Bellincioni e Roberto Stagno, e che, in 
meno di due anni, aveva fatto delirare tutti i pubblici d'Europa e del 
sud America. 

Assunti, sin dal 1891, alla direzione del massimo teatro metropoli- 
tano Henry E. Abbey, che ne era stato il primo "general manager" e 
Maurice Grau, l'opera italiana aveva ripreso il sopravvento sull'opera 
tedesca. Difatti, oltre alle nuove opere ricordate, fu rimesso in onore 
tutto il repertorio dei nostri sommi con artisti valorosi, quali Victor 
Maurel, tanto caro a Giuseppe Verdi, e che ora è illustre veterano 



160 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 




PIETRO MASCAGNI 



LIRICA IQl 

dei maestri del "bel canto" in New York, Jean de Reszke, Antonio 
Scotti, Cremonini, De Marchi, la Mantelli, Magini-Coletti, ed altri di 
fama internazionale. 

Nel 1894 la direzione dell'orchestra per le opere italiane fu affi- 
data a Luigi Mancinelli, un mago della bacchetta. Egli rimase per pa- 
recchi anni, fra il plauso del pubblico, alla Metropolitan, e durante la 
sua direzione si ebbero altre novità italiane: il Falstaff, di Verdi, l'Ero 
e Leandro, dello stesso Mancinelli, e la Tosca di Puccini. Luigi Manci- 
nelli morì a Roma, dopo di aver conquistato nuovi allori in patria e 
all'estero, nel febbraio 1921. 

Nel 1896, essendo ricaduta in disgrazia l'opera italiana, non si ebbe 
alcuna novità nel gran tempio dell'arte. Ne approfittava il colonnello 
Mapleson, che ancor tentava di tener testa alla potente rivale, rappre- 
sentando per la prima volta, nel 1896, all'Accademia di Musica, l'Andrea 
Chenier di Umberto Giordano; l'anno successivo, una compagnia ita- 
liana di passaggio per New York vi rappresentava, pure per la prima 
volta, la Bohème di Giacomo Puccini, la quale iniziò, da allora, la sua 
carriera trionfale; nel 1898 anche la Manon Lescaut dell'illustre maestro 
lucchese ebbe il suo battesimo entusiastico al Vallack Theatre. 

Nel 1902 morì il Grau, che era rimasto solo dal 1896, dopo la morte 
dell'Abbey, alla direzione della Metropolitan Opera House, e gli succe- 
dette Heinrich Conried, il quale quantunque teutonico nel profondo 
dell'anima, comprese che soltanto l'opera italiana poteva costituire la 
grande risorsa, artistica e finanziaria, del massimo teatro newyorkese, e 
sotto la sua amministrazione rifiorì il nostro glorioso repertorio, quan- 
tunque anche all'opera tedesca fosse riserbato uno dei posti d'onore. 
Nel 1906 si rappresentavano alla Metropolitan Opera House, Manon 
Lescaut e Madama Butterfly, di Puccini, e Fedora di Giordano; nel 1907 
l'Adriana Lecouvreur, di Cilea, che incontrò un successo di stima. 

IL DIVO CARUSO 

Ma le sorti del gran teatro incominciarono a volgere verso il perio- 
do veramente ascensionale per virtù di un artista sommo che ha oscu- 
rato i successi trionfali dei più celebri artisti di tutti i tempi e di tutti 
i luoghi: ENRICO CARUSO. 

Dalla serata memorabile in cui apparve per la prima volta dinanzi 
al gran pubblico della Metropoli — il 23 novembre 1903 — il divo, 
che è, da allora, l'idolo ed il beniamino della cittadinanza newyorkese, 
ha trascinato e trascina al più alto diapason dell'entusiasmo milioni di 
persone, ha conquiso e reso delirante — qui le parole non sono affatto 
iperboliche — l'immenso esercito dei fortunati, che, ad ogni "serata 
carusiana" — le serate, cioè, in cui la Metropolitan Opera House non 
basterebbe a contenere centomila spettatori, se fosse venti volte più 
vasta di quella che è — va alla caccia dei biglietti e li paga volentieri 



162 CINQUANT-ANNI DI VITA ITA LIANA IN AMERICA 

cinque e dieci volte più di quanto essi costano pur di avere la più. 
grande -delle sensazioni, pur di godere il più ineffabile dei godimenti. 

Il divo debuttò nelle vesti del "Duca di Mantova" in Rigoletto. 
Chi, quella sera, ebbe la fortuna di esser presente alla Metropolitan 
Opera House non dimenticherà giammai la grandiosa solennità che 
valse d'un subito a consacrare nuovi, purissimi allori alla nostra Arte 
immortale. Da quella sera, e per diciotto stagioni consecutive, Caruso 
è apparso nelle vesti dei tanti personaggi del suo magnifico repertorio. 
Per lui, per la sua voce che è limpido ruscello di perenne freschezza, 
che ha accenti di dolcezza suprema e vibrazioni squillanti ed elettriz- 
zanti quali nessun'altra voce di tenore ha mai posseduto, ed il cui tono 
medio — la portentosa "mezza voce" di Caruso — è privilegio tutto 
proprio, esclusivo del divo; per il magistero dell'arte, in cui ha raggiun- 
to la perfezione, i personaggi ch'egli porta sulla scena sono creazioni 
superbe di verità, di bellezza, di vita. 

Il repertorio di Enrico Caruso è inesauribile e dagli stili più 
disparati; ciò che indica la meravigliosa versatilità dell'artista invidia- 
bile ed invidiato. Dal 1903 alla stagione 1920-21 egli è apparso nelle 
seguenti opere: Rigoletto, Aida, Bohème, Africana, Favorita, Sonnam- 
bula, Traviata, Ugonotti, Fedora, Adriana Lecouvreur, Cavalleria Rusti- 
cana, Pagliacci, Amore dei Tre Re, Ballo in maschera, Lodoleita, Marta, 
Elisir d'amore,' Manon Lescaut, Madama Butterfly, Fanciulla del West, 
Lucia, Gioconda, Trovatore, Don Giovanni, Germania, Iris, Lucrezia 
Borgia, Tosca, Forza del destino; ed in francese: Pescatori di perle, 
Armida, Faust, Julien, Profeta, Carmen, Sansone e Dalila, Manon di 
Massenet ed Ebrea di Halevy. 

Egli ha battuto tutti i "records" per il numero di rappresentazioni 
e per la diversità delle opere in ben diciotto stagioni consecutive nel 
medesimo teatro. 

UN QUARTO DI SECOLO DI CARRIERA LUMINOSA. 

La sera del 22 marzo 1919 fu celebrato, con inusitata solennità, 
alla Metropolitan Opera House, il 25.o anniversario della luminosa car- 
riera artistica del divo. L'autore di questo libro ne scrisse all'indomani, 
avendo avuto l'invidiato privilegio di assistervi, sulle colonne del Pro- 
gresso Italo-Americano. Ricordiamo l'evento memorabile.. 

Il magnifico teatro era un trionfo di luci e di bellezze. Assisteva- 
no alla celebrazione il primo magistrato della Metropoli, on. Hylan, 
con le altre autorità cittadine; il Console Generale d'Italia, comm. Ro- 
molo Tritonj, con l'intero personale del Consolato, e la superba "elite" 
della cittadinanza. Il programma musicale, comprendente il 3.o atto del- 
V Elisir d'Amore, il l.o atto dei Pagliacci e il 3.o atto del Profeta, si 
svolse in mezzo al più vivo entusiasmo. Il divo Caruso, salutato al suo 
primo apparire sulla scena da uno scroscio fragoroso di applausi, fu con- 
tinuamente fatto segno alle feste più cordiali, più affettuose, special- 



163 




y cT^^ZJl.cl^^^'ha^ ^ 



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ENRICO CARUSO 

"Eleazar" neW'Ebrea" di Halevy, una delle più superbe 
creazioni del "divo" 



164 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

mente dopo la patetica e passionale "Una Turtiva lacrima" delVElisir 
ed all'arioso dei Pagliacci, in cui Caruso non ha chi l'eguagli. Dopo un 
quarto di secolo di gloriosa carriera artistica, la voce del divo conserva 
tutta la freschezza, tutto il fascino, tutte le peregrine bellezze dei primi 
anni, e l'arte scenica di lui ha raggiunto altezze insuperate ed insupe- 
rabili. Con Caruso furono applauditi ed ammirati Claudia Muzio, la 
Barrientos, la Matzenauer; Scotti, De Luca, Didur, Mardones, Diaz e 
tutti gli altri artisti; i direttori d'orchestra, maestri Papi e Moranzoni, e 
il direttore dei cori, maestro Setti. 

Terminata l'esecuzione del programma musicale, ebbe luogo la ce- 
rimonia, solenne ed imponente, della celebrazione del 25.o anniversario 
della carriera artistica del grande cantante. La cerimonia si svolse sul 
palcoscenico, ove ammiravansi anche le centinaia di ricchi e pregevoli 
doni e lo splendido tributo floreale offerti al divo dal Consiglio Direttivo 
della Metropolitan Opera Company, dai compagni d'arte e dall'immenso 
numero di amici e di fervidi ammiratori. Attorno ad Enrico Caruso 
erano il Comm. Otto H. Kahn, chairman del Consiglio Direttivo della 
Metropolitan Opera Company, il Console Generale d'Italia, Comm. Tri- 
toni, il Comm. Giulio Gatti Casazza, Direttore Generale del massimo 
tempio d'arte degli Stati Uniti, ed i rappresentanti del Governatore 
dello Stato e del Sindaco della città, cui facevano corona tutti gli artisti 
e l'intero personale della Metropolitan Opera House. 

Primo a prender la parola fu il Comm. Kahn, il quale disse, in 
mezzo alla più viva attenzione, rivolto al divo: 

"Nell'offrirvi il tributo della nostra ammirazione, non penso sem- 
plicemente alla vostra voce meravigliosa, la voce più gloriosa e per- 
fetta che sia stata mai udita in parecchie generazioni; privilegio, questo, 
che ci sarà invidiato dai posteri, ma ammiro bensì, in voi, la voce, 
l'arte e l'uomo. 

"Io penso alla vostra infinita generosità, alla vostra modestia, alla 
vostra gentilezza e semplicità ed al vostro costante altruismo. Portando 
voi un nome che è noto in tutto il mondo, pur avete conservato tutte 
le semplici qualità dell'uomo e del gentiluomo, che vi hanno meritato 
l'affezione di tutti coloro che hanno il privilegio di conoscervi personal- 
mente. 

"Penso, inoltre, alla vostra sincera lealtà a questa Nazione ed a 
questa Metropoli; poiché, quantunque figlio di una nobile terra che ha 
partecipato così gloriosamente alla guerra, avete dato molteplici inces- 
santi prove della vostra sincera devozione all'America e a New York". 

Le nobili parole di Otto Kahn furono vivamente applaudite ed il 
divo, visibilmente commosso — sui suoi occhi spuntavano furtive lacri- 
me — strinse cordialmente e con effusione la mano dell'oratore, mentre 
il pubblico acclamava fragorosamente. 

Ma la parte più impressionante della cerimonia fu allorché il Com- 
missario di Polizia, Richard E. Enright — é d'uopo ricordare che il 
Comm. Caruso é Capitano onorario della Police Reserve — a nome 



LIRICA 165 

ed in rappresentanza del Sindaco Hylan, presentò al festeggiato una 
splendida bandiera serica della Città di New York, pronunciando an- 
ch'egli entusiastiche parole di omaggio per Enrico Caruso e ricordando 
la parte preziosissima data dal divo, durante il periodo bellico, a bene- 
ficio delle molteplici istituzioni e dei Comitati Pro Guerra. In preda alla 
più viva emozione, il grande artista stringendo fra le mani il sacro 
vessillo, lo baciò ripetutamente, mentre l'uditorio si lasciava trasportare 
al massimo diapason dell'entusiasmo. 

Quindi il divo, con la voce rotta quasi dal pianto, pronunciò in in- 
glese il seguente breve discorso: 

"Il mio cuore palpita così violentemente di emozione, che temo di 
non poter pronunciare neppur brevi parole. Sono sicuro che mi perdo- 
nerete se non faccio un lungo discorso. Posso solamente ringraziarvi e 
pregarvi di accogliere la mia più sincera e profonda riconoscenza per 
le dimostrazioni di questa sera e per le infinite cortesie che mi avete 
sempre dimostrato. Vi assicuro che non dimenticherò giammai questo 
evento e serberò nel più profondo del cuore la mia più sincera affezione 
per i miei cari amici d'America. Grazie, grazie, grazie!" 

Il brève, commosso discorso del divo fu coronato da una lunga 
ovazione, mentre Geraldine Farrar, la eletta artista, avanzatasi sul pro- 
scenio baciò ripetutamente sulle guance il suo glorioso compagno d'ar- 
te, invitando il pubblico a lanciare "three cheers for Enrico Caruso"; 
cui il divo rispose lanciando "three cheers for America". 

Così terminò la serata memorabile, che, nel nome di Enrico Caruso 
valse ad inghirlandare di nuovi allori l'arte musicale italiana. 

Oltre che universalmente ammirato per il fascino che emana dalla 
sua arte prodigiosa, Enrico Caruso è amato per la infinita bontà, per la 
generosità inesauribile: "cor cordium"! 

Mentre queste pagine son per essere consegnate al tipografo, il 
grande artista sta miracolosamente ricuperando la salute dopo una lun- 
ga, gravissima malattia che, per più e più giorni, ne aveva minacciato 
la preziosa esistenza. Giorni di trepidazione e di ansia in tutti gli animi; 
di abbattimento profondo e di fervide speranze, che, in certi momenti, 

apparivano vane Sembrava che il fato tremendo e inesorabile 

avesse segnato la decisione suprema. Ma Caruso ha trionfato anche 
della morte! Di nessun grande, di nessun potente della terra, come di 
Enrico Caruso, sono state seguite con ansia febbrile, affettuosa, le di- 
verse fasi della malattia. Tutti i magni giornali della Metropoli eran 
pieni di lunghe, dettagliate descrizioni, alle quali si aggiungevano spe- 
ciali "note editoriali" esaltanti i meriti insigni del cittadino e dell'arti- 
sta. Da ogni parte degli Stati Uniti, dell'Italia, del mondo giungevano 
a New York messaggi affettuosamente augurali; il Re d'Italia invitava 
telegraficamente il suo Ambasciatore a visitare l'illustre paziente ed a 
far voti per la sua guarigione — e la visita inattesa del Senatore Ro- 
landi Ricci, all'indomani di una delle più violente crisi del morbo, sem- 
brò in vero che apportasse gran sollievo all'eletto artista — ; e lo stesso 



266 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

fecero il Presidente della grande Repubblica ospitale, il Sindaco della 
Metropoli ed altre insigni personalità. 

Ed i voti fervidi di tutti: del compagno d'arte e del mecenate; del 
milionario e dell'erudito; del modesto operaio e dell'umile donna del 
popolo, che recava amuleti ed immagini sacre alla famiglia del caro de- 
gente; i voti di tutti sono stati esauditi: Enrico Caruso, completamente 
ristabilito, è stato ridonato ai suoi cari, all'arte, di cui egli è astro ful- 
gidissimo, all'esercito immenso degli entusiastici ammiratori dell'uomo, 
del cittadino, dell'artista insuperabile ed insuperato. 

LA COSTELLAZIONE ARTISTICA DEL METROPOLITAN. 

A fianco ad Enrico Caruso, durante questo periodo aureo della 
Metropolitan Opera House, sono stati, e molti lo sono tuttora, artisti 
degni del grande e la cui fama si era già bellamente affermata su altre 
scene d'Europa e dell'America latina. Ricordiamo, fra i molti, Antonio 
Scotti, che precedette di alcuni anni il divo e che è tuttora uno dei be- 
niamini del pubblico newyorkese. 

Due altri baritoni di fama internazionale sono Giuseppe De Luca, 
della scuola classica romana che vanta i nomi di Antonio Cotogni e di 
Mattia Battistini, di cui egli è degno continuatore, e Pasquale Amato, 
artista valoroso e simpatico. Il De Luca iniziò quasi contemporanea- 
mente ad Enrico Caruso la carriera brillantissima e col divo ebbe il 
lusinghiero privilegio di far rivivere, alla Scala di Milano, in tutta la 
sua deliziosa giocondità, quel gioiello di musica eternamente giovane 
e carezzevole, che è V Elisir d'amore; e fu il De Luca che creò recente- 
mente e superbamente il ruolo di "Gianni Schicchi" nella gioiosa opera 
in un atto del maestro Puccini, che ebbe la sua grande première alla 
Metropolitan Opera House. Di Pasquale Amato si ricordano con am- 
mirazione la creazione del ruolo di "Napoleone" nella Madame Sans- 
Gene di Giordano e quella dello "Sceriffo" nella Fanciulla del West di 
Puccini, che ebbero qui, anch'esse, la loro première mondiale, e la su- 
perba impersonazione di "Gianciotto" nella Francesca da Rimini del- 
lo Zandonai. 

Un altro artista caro al pubblico del Metropolitan, bellamente af- 
fermatosi per la freschezza ed il vigore della voce e per la squisitezza 
dell'arte scenica, è il tenore Giovanni Martinelli; di lui piacquero im- 
mensamente, fra le altre, le meravigliose creazioni di "Lefebvre" nella 
Madame Sans-Gene e di "Paolo" nella Francesca da Rimini, rimaste 
memorabili negli annali del gran teatro. Un altro giovine tenore, Giulio 
Grimi, ha interamente incontrato il favore entusiastico del pubblico new- 
yorkese, che da tre stagioni lo ammira e lo applaude. Nel Tabarro di 
Puccini, ch'ebbe qui la sua grande première, egli creò in modo meravi- 
glioso il ruolo del protagonista, meritando la calda approvazione del- 
l'uditorio e della critica. 



LIRICA 



167 




|gg CINQUANT'ANNI DI VITA ITAL IANA IN AMERICA 

Due nuovi artisti che hanno conquistato al loro primo apparire, 
nel principio della stagione 1920-21, le più vive simpatie e l'entusiastica 
ammirazione del gran pubblico newyorkese sono il tenore Beniamino 
Gigli e il baritono Giuseppe Danise. Il Gigli debuttò sotto le vesti 
di "Faust" nel Mefistofele di Boito, e il suo debutto fu veramente trion- 
fale. Il Danise apparve la prima volta sulla scena del Metropolitan nelle 
vesti di "Amonasro" in Aida, ed anch'egli suscitò la più viva ammira- 
zione. Ancor giovanissimo e preceduto da fama di grande artista, con- 
quistata nei principali teatri d'Europa e dell'America latina, Beniamino 
Gigli sarà — ne siamo certi — per lunghe stagioni, fra gli astri di prima 
grandezza della costellazione artistica metropolitana. 

Ed ora parliamo di una triade gloriosa di soprano che mietono 
allori ad ogni stagione del nostro massimo teatro. Frances Alda, se non 
per nascita, è italiana per i vincoli nuziali che la legano a Giulio Gatti 
Casazza e per la purezza della scuola prettamente italiana; un'artista 
in cui non si sa se più ammirare la bellezza della voce o la maestria 
dell'arte. Interprete intelligente e finissima specialmente del nostro 
repertorio moderno, ella è apparsa una "Francesca" meravigliosa nella 
bell'opera dello Zandonai ed una incantevole "Margherita" nel Mefi- 
stofele. 

Claudia Muzio è divenuta anch'ella, in breve tempo, la beniamina 
del pubblico newyorkese che la ammira e la applaude con entusiasmo 
nelle sue più squisite interpretazioni, quali quella di "Aida" e quella 
di "Flora", nell'Amore dei Tre Re, per ricordarne soltanto due. 

Un'altra giovine artista, cui è riserbata una brillantissima carriera, 
è Rosa Ponselle, figlia di genitori italiani residenti in Meriden (Connec- 
ticut) e superbamente italiana per temperamento artistico e per la squi- 
sitezza delle interpretazioni. Fu tenuta a battesimo nella Forza del de- 
stino dal divo Caruso, e il suo debutto, a 22 anni appena, fu un trionfo 
autentico. 

Accanto a questa meravigliosa triade sono artiste di eccellente 
fama, quali, fra le altre, Nina Morgana, Carolina Lazzari, Flora Perini 
ed Elvira beveroni. Né dobbiamo dimenticare artisti valorosi, molti dei 
quali, da molti anni, sono elemento preziosissimo della Metropolitan 
Opera Company: Millo Picco, Pompilio Malatesta. Mario Laurenti, Re- 
nato Zanelli. Pietro Audisio, Giordano Paltrinieri. Louis D'Angelo, Gio- 
vanni Martino ed altri. E chiudiamo la lunga rassegna con i nomi^ pure 
italiani, di due ormai celebri allievi di Tersicore: Rosina Galli e Giu- 
seppe Bonfiglio, sovrani del meraviglioso corpo di ballo della Metro- 
politan Opera House. 

Dopo Luigi Mancinelli, valorosi maestri si succedettero nella dire- 
zione della grande orchestra del Metropolitan : ricordiamo fra gli altri, 
Arturo Vigna e Rodolfo Ferrari. Ora essa è affidata a due maestri gio- 
vani e valorosissimi: Roberto Moranzoni e Gennaro Papi, che seguono 
con onore le tradizioni gloriose dei grandi maestri, apprezzati ed ammi- 
rati sia dal pubblico che dalla critica. Direttore dei cori, la valentia dei 



LIRICA 



169 



quali eguaglia quella della superba massa orchestrale, è, da lunghi anni, 
il maestro Giulio Setti, che con zelo instancabile e con perizia somma li 
guida alle esecuzioni più perfette. 

GIULIO GATTI CASAZZA E ARTURO TOSCANI?^ I. 

Abbiamo accennato agli artisti; 
dobbiamo ora dire di due altri co- 
lossi che, con Enrico Caruso e con 
gli altri grandi, hanno potentemen- 
te contribuito a fare della Metro- 
politan Opera House il primo tea- 
tro lirico d'America ed uno dei 
primissimi del mondo : Giulio 
Gatti Casazza e Arturo Toscanini. 

L'ingegner Gatti Casazza venne 
dalla Scala di Milano, nel 1908, a 
succedere al Conried nella direzio- 
ne generale del massimo teatro 
newyorkese. Preceduto da quella 
fama che non ammette più discus- 
sioni, il nuovo Direttore Generale 
della Metropolitan Opera House 
ebbe, sin dal principio, sia dal 
pubblico che dalla critica — anche 
da quella critica, il più delle volte 
astiosa e biliosa, usa a vedere il 
bello, il grande, il superumano e- 
sclusivamente nelle creazioni di 
marca teutonica, "made in Germa- 
ny" — le più liete e cordiali acco- 
glienze. Si attendeva l'innovatore, 
il riformatore, il creatore delle 
grandiosità sceniche, quale già era 
stato salutato dal pubblico ambro- 
siano, e, provvidenzialmente, questo uno e trino venne, volle e vinse. 
In dodici anni di direttorato il Comm. Gatti Casazza innovò, riformò, 
"ab imis fundamentis," diede grandiosità mai viste per il passato anche 
al più modesto degli spettacoli, appagò pienamente le legittime ed esi- 
genti aspettative della cittadinanza newyorkese. Italiano nell'anima, ma 
non feticista, egli non può non ammirare il bello dov'è, e, coadiuvato 
da un altro gigante dell'arte lirica. Arturo Toscanini, il principe dei di- 
rettori d'orchestra, Giulio Gatti Casazza seppe infondere nei grandiosi 
spettacoli wagneriani la genialità e il gusto estetico dell'anima latina. 
Sono ricordi incancellabili le esecuzioni, dirette dal Toscanini ed allesti- 
te dal Gatti Casazza, del Tristano e dei Maestri Cantori del colosso di 




GIULIO GATTI-CASAZZA 



270 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Beyreuth, e quella della Nona Sinfonia di Beethoven. Toscanini, che, 
poche sere prima aveva diretto, facendolo apparire una meraviglia 
nuova, il Don Pasquale, la gioia ineffabile dei nostri bisnonni, diede 
alle portentose creazioni dei due geni teutonici quella perfezione che, 
forse, non era stata mai raggiunta per il passato. Ciò vollero significare 
gli applausi entusiastici del gran pubblico; ciò manifestò unanimemente 
la critica dei magni giornali metropolitani. 

IL PERIODO AUREO DEL METROPOLITAN. 

Nei dodici anni del suo direttorato Giulio Gatti Casazza ha fatto 
rappresentare più di lOÌO opere diverse, preparando una stagione an- 
nuale di 24 settimane, con un repertorio di ben 40 opere in media. Può 
qualsiasi teatro lirico del mondo vantare un simile "record"? Parecchie 
opere nuove ebbero la loro grande "première" mondiale alla Metropoli- 
tan Opera House, per merito del suo direttore: così, fra le altre, la 
Fanciulla del West di Giacomo Puccini, alla quale assistette, nel 1910, 
il suo illustre autore, e, nella stagione 1918-19. il trittico dello stesso 
maestro: il Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi; Madame Sans- 
Gene, di Umberto Giordano; Koenigskinder, di Humperdinck, e il Blue 
Bird del Wolff. Altre novità per l'America presentate dal Comm. 
Gatti Casazza furono, fra le tante. l'Amore dei tre Re di Montemezzi, 
Francesca da Rimini di Zandonai. Lodoletta di Mascagni, Zazà di 
Leoncavallo. le Donne curiose e l'Amore medico di Wolf-Ferrari, Le 
Villi di Puccini e La Vally di Catalani; e poi: Boris Godunoff, Ma- 
rouf, Sant'Elisabetta, Le Coq d'or, il Carillon magico, ecc. Molte altre 
opere, da lunghi anni non rappresentate e quasi dimenticate, furon fat- 
te rivivere dal Gatti Casazza con tutti gli onori degni di gloriosi vete- 
rani ingiustamente lasciati nell'oblio: la Forza del Destino, il Profeta, 
l'Ebrea, Sansone e Dalila e. nella stagione 1920-21, il Mefistofele dì 
Boito. il Don Carlos di Verdi e l'Andrea Chenier di Giordano. Infine, 
nel 1913 fu solennemente commemorato il centenario della nascita 
del sommo Verdi col Ballo in maschera, interpreti principali Enrico 
Caruso. Emmy Destinn e Pasquale Amato; direttore d'orchestra Arturo 
Toscanini; e nel febbraio 1916 fu, con pari solennità, celebrato il primo 
centenario del Barbiere di Siviglia, del grande Rossini, col Carpi, la 
Barrientos e il baritono De Luca. 

ONORANZE A GIULIO GATTI CASAZZA. 

In un profilo dettato da schietta ammirazione per Giulio Gatti Ca- 
sazza. "Billy" J. Guard, il principe dei "Press Agents" ed uno dei più 
sinceri e fervidi amici dell'Italia e della sua arte più bella, cui la Maestà 
di Re Vittorio conferì recentemente il titolo di Cavaliere dell'Ordine 
della Corona d'Italia, scriveva, or non è molto, del Direttore Generale 
della Metropolitan Opera House: "E' unanime opinione degli Ameri- 
cani, ai quali il Sig. Gatti Casazza e i suoi meriti sono ben noti, che 



LIRICA 



171 



egli sia il più distinto italiano in questo Paese e che. per i suoi modi 
e il suo tatto finissimo, meriterebbe d'esser nominato, il giorno in cui 
volesse lasciare la Metropolitan House. Ambasciatore d'Italia presso il 
Governo degli Stati Uniti..." E perchè no. egregio amico Guard? 

Nel gennaio 1918, compiendosi il decennio del direttorato di Giulio 
Gatti Casazza, cui, recentemente. Re Vittorio ha conferito l'alta onori- 
ficenza di Grande Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Mr. Otto 




Giulio Gatti Casazza, David B elasco, Giacomo Puccini e Arturo Toscanini 

(in piedi) fotografati dopo la prova generale della "Fanciulla del 

West," che ebbe al Metropolitan la sua "première" mondiale. 

H. Kahn, autorevole Presidente del Consiglio Direttivo del massimo 
teatro newyorkese, Commendatore della Corona d'Italia, per i preziosi 
servigi resi alla nostra arte e al nostro Paese, specialmente durante il 
tormentoso periodo bellico, rivolgeva al Gatti Casazza la seguente let- 
tera: "Voi avete dato alla Metropolitan Opera Company la più alta di- 
gnità artistica, tale che mai ebbe per il passato; Voi avete stabilito uno 
"standard" che mai fu raggiunto negli anni trascorsi; Voi avete mante- 
nuto le migliori tradizioni della nostra istituzione di fama mondiale, 
aggiungendovi nuovo lustro; Voi avete attestato zelo e devozione, alto 



2-72 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

senso del dovere e di giustizia, ampio ecletismo di gusto, ammirevoli 
risorse, magistrale direzione. I miei colleghi ed io vogliamo con viva 
compiacenza ricordare il decimo anniversario della vostra direzione, con 
una lieve, tangibile prova della nostra gratitudine e della nostra esti- 
mazione, donando in Vostro nome un'Ambulanza all'Esercito Italiano". 
Non si sarebbe potuto in modo migliore onorare il connazionale insigne, 
che, in terra lontana, tiene tanto in alto il prestigio della sua Patria. 

LA MANHATTAN OPERA HOUSE. 

Mentre le sorti della Metropolitan Opera House, specialmente per 
merito di Enrico Caruso, ingigantivano sempre più, un intelligente, 
esperto e fortunato impresario ebreo. Oscar Hammerstein, costruì alla 
34. a Strada, presso la lO.a Avenue. un grandioso teatro, ch'egli battezzò 
Manhattan Opera House, ed inaugurò con inusitata solennità la sera 
del 3 dicembre 1906, presentando i Puritani con artisti di fama mon- 
diale: Alessandro Bonci, Regina Pinkert e il baritono Ancona; direttore 
d'orchestra l'illustre Cleofonte Campanini, già vecchio della "piazza" 
newyorkese e ben noto al pubblico. La cittadinanza fece le pivi liete 
accoglienze alla nuova impresa di Oscar Hammerstein e, per quattro 
stagioni consecutive, essa affollò, tutte le sere, la Manhattan Opera 
House, in cui si diede il migliore repertorio, antico e moderno, di mu- 
sica italiana, unitamente ad opere francesi, specialmente della nuovissi- 
ma scuola, con artisti di rinomanza, quali Luisa Tetrazzini, allora come 
adesso, alla distanza di parecchi anni, in tutto lo splendore della sua 
voce, tale da essere battezzata la "emula della Patti", la Labia, la Me- 
lis, la Russ; i tenori Alessandro Bonci, il "maestro del bel canto," dalla 
voce dolce, carezzevole, piena di fascino, e dall'arte squisita; Giovan- 
ni Zenatello e Amedeo Bassi ; i baritoni Riccardo Stracciari, cantante dai 
mezzi vocali invidiabili ed invidiati e signore assoluto della scena, e 
Mario Sammarco; il basso Arimondi ed altri, valentissimi tutti. 

Fra le altre novità, la impresa Hammerstein mise in scena, con 
grande sfarzo, l'Andrea Chenier e la Siberia di Giordano, portandole 
trionfalmente all'ammirazione del pubblico metropolitano, e fece rivi- 
vere, dopo lunghi anni, V Otello, la Dinorah, la Sonnambula, Crispino e 
la Comare ed altre opere del vecchio repertorio italiano. 

Ma per un accordo intervenuto fra le direzioni dei due grandi 
teatri, dopo quattro anni i battenti della Manhattan Opera House si 
chiusero alle rappresentazioni operatiche, rimanendo la Metropolitan 
Opera House il solo tempio dell'arte lirica in New York. 

LA CHICAGO OPERA ASSOCIATION. 

Intanto nel 1910, Cleofonte Campanini, al quale, come giustamente 
ebbe a scrivere un autorevole critico musicale. H. E. Krehbiel, si dovet- 
tero in massima parte i successi di Oscar Hammerstein e della Man- 
hattan Opera House, fu chiamato alla direzione della Chicago-Philadel- 



LIRICA 



173 



phia Grand Opera Company. Era una nuova Compagnia lirica che sorge- 
va e che, con i sussidi generosi di alcuni mecenati e per la valentia del 
nuovo direttore che aveva chiamato attorno a sé artisti di cartello, non 
tardò ad affermarsi ed a portare le sue tende nella stessa New York, 
alla Metropolitan Opera House, prima, e poi al Lexington Theatre e alla 
Manhattan Opera House. 

Fu per merito di Campanini che alcune delle grandi novità del 
teatro lirico italiano moderno furono presentate agli applausi del pub- 
blico americano. Ricordiamo, fra le altre, Vlsabeau di Mascagni; / gio- 
ielli della Madonna e il Segreto di Susanna di Wolf-Ferrari ; la Conchita 
di Zandonai e, ultimissima, la Nave di Italo Montemezzi, che ebbe il 
battesimo del successo alla presen- 
za del suo illustre autore, a Chica- 
go, nel dicembre 1919. 

Della Chicago Opera Company 
hanno fatto parte, e molti vi sono 
tuttora, artisti di primissimo ordine, 
fra i quali, Amelita Galli Curci, ri- 
velatasi, in questi ultimi anni, la 
vera emula di Adelina Patti, per la 
voce di una purezza di cristallo, che, 
come ben la qualificò un autorevole 
critico americano, "può gorgheggia- 
re come un usignuolo, mormorare 
come un ruscello, sospirare come 
l'aria fra gli alberi; può squillare 
con vivacità e può scendere alle 
basse sospiranti note dei corni del- 
le fate, ed è sempre egualmente 
bella; è una voce ed è un'eco..."; 
Alessandro Bonci, Riccardo Strac- 
ciari, Titta Ruffo, Rosa Raisa, forse 
il più vigoroso e completo soprano 
drammatico che calchi presentemen- 
te le scene di tutto il mondo; il tenore Tito Schipa, dalla voce di tim- 
bro purissimo che più si ode e più carezza l'orecchio; il baritono Carlo 
Galeffì," della schiera dei valentissimi, ed il baritono Giacomo Rimini, 
artista impeccabile e dèlia più grande versatilità. 

Direttore artistico della Chicago Opera Company dopo la morte di 
Campanini, e sino al marzo 1921, fu l'illustre Maestro Gino Marinuzzi, 
compositore fra i più apprezzati ed originali e direttore d'orchestra 
principe. La sua opera, "Jacquerie", già rappresentatasi con grande 
successo a Roma ed a Buenos Aires, riportò un vero trionfo all'Audito- 
rium di Chicago nella serata inaugurale della stagione 1920-21 e poi alla 
Manhattan Opera House di New York: pubblico e critici la giudicarono 
uno dei capolavori dell'arte musicale moderna. 




ITALO MONTEMEZZI 



174 



CINQUANT'ANXI DI VITA ITALIANA IX AMERICA 



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- "vas. ì^iKXSi.^ ««ucxc-x y^^vsarM»voaaaBS^ 



AMELITA GALLI CURCI 



A fianco di Gino Marinuzzi fu- 
rono altri due maestri valorosissi- 
mi: Francesco Cimino ed Attico 
Bernabini, quest'ultimo, giovine 
ancora, bellamente affermatosi in 
altri grandi teatri, quali il Costan- 
zi di Róma e la Metropolitan Ope- 
ra House di Nev York. 

Il 19 dicembre 1919 fu giorno 
di grave lutto per la Chicago Ope- 
ra Company e per l'arte italiana. 
Colpito da un morbo violento, cui 
si aggiunsero complicazioni car- 
diache, moriva in Chicago Cleo- 
fonte Campanini. La stampa una- 
nime tessè i più caldi elogi dell'uo- 
mo e del musicista elettissimo, e 
la cittadinanza di quella Metropo- 
li rese solenni onoranze alla salma 



del Maestro che fu esposta in quello stesso Auditorium già testimone 
dei suoi più grandi trionfi. 

LA SAN CARLO OPERA COMPANY. 

Da alcuni anni una nuova Com- 
pagnia lirica, la San Carlo Grand 
Opera Company, fondata e diretta 
da un valoroso impresario italiano. 
il Cav. Fortunato Gallo, fa, con 
grandi successi artistici e finanzia- 
ri, importanti "tournèes" per gli 
Stati Uniti e il Canada, destando 
schietta ammirazione e diffonden- 
do ovunque le bellezze di un vasto 
repertorio, specialmente costituito 
da capolavori italiani, con artisti, 
orchestra e cori di prim'ordine. 
L'ultima serie di rappresentazioni 
data dalla San Carlo Grand Opera 
Company alla Manhattan Opera 
House, nell'autunno del 1920, de- 
stò il massimo entusiasmo nella cit- 
tadinanza newyorkese, e tale da 
suggerire al Cav. Gallo un progetto 
gigantesco e di una importanza ec- 
cezionale: quello di far rivivere in 
New York un Teatro italiano stabi- gixo marinuzzi 




LIRICA 



175 



le. 11 progetto merita uno studio sereno e la più viva considerazione: 
non mancano i mezzi finanziari, esclusivamente italiani, e tanto meno 
mancano artisti di cartello, capacità tecnica e direttiva. Una cosa sola 
forse sarà per mancare: la volontà ferma di riuscire nell'intento lode- 
volissimo, probabilmente perchè ostacoli, che sembreranno insormon- 
tabili e invincibili, si pareranno dinanzi a coloro che vorranno tentare 
la prova. Se si riuscirà a superare tutti gli ostacoli, se la volontà di 
vincere, cioè, sarà più forte di essi, il progetto di un Teatro Italiano in 
New York, ove vivono più Italiani che nella più grande città d'Italia, 
potrà essere, in un non lontano avvenire, la più bella e radiosa realtà. 




La prima visita di Ruggiero LeoncavaUo in America. Un gruppo di conna- 
zionali si reca alla banchina a ricevere l'illustre, compianto Maestro 

Ci piace chiudere questa rapida rassegna sull'arte musicale e su- 
gli artisti italiani in America ricordando le visite fatte in questo 
Paese da alcuni fra i nostri più celebri Maestri compositori. Pietro 
Mascagni vi venne nell'inverno 1902-903 con una Compagnia lirica da 
lui stesso formata in Italia; e le vicende, più tristi che liete, dell'autore 
geniale di Cavalleria Rusticana sono ricordi che è meglio tacere che rie- 
vocare. Giacomo Puccini visitò due volte gli Stati Uniti: nel 1908 e, 
poi, nel 1910, per assistere alla prima rappresentazione della sua Fan- 
ciulla del West, e due volte vi venne il compianto LeoncavaUo, per una 
''tournée" di concerti, la prima volta, e la seconda per dirigere alcune 
sue opere all'Auditorium di Chicago, invitatovi da Cleofonte Campa- 
nini. Nel 1919-20 avemmo fra noi Italo Montemezzi, il quale assistè alla 



JY6 CINQUANT'ANNI DI V ITA ITALIANA IN AMERICA 

prima riuscitissima rappresentazione della sua "Nave," datasi pure 
a Chicago. Infine. Arturo Toscanini venne negli Stati Uniti con la gran- 
diosa Orchestra della Scala di Milano, durante l'inverno 1920-1921, e 
dallAtlantico al Pacifico fu un succedersi ininterrotto di trionfi, tali 
da offuscare completamente quelli tributati per il passato ad altre masse 
orchestrali americane e straniere. La più autorevole stampa degli Stati 
Uniti proclamò quella della Scala la prima e più perfetta Orchestra 
del mondo. 

AUGUSTO ROTOLI A BOSTON. 

Come Londra ospitò, per lunghi anni, il compianto Francesco Paolo 
Tosti, il creatore di cento melodie, ed a Parigi vive ancora, sempre ac- 
clamato, Mario Costa, il geniale autore deir"Histoire d'un Pierrot," 
così Boston, l'Atene degli Stati Uniti, che possiede uno dei migliori, se 
non proprio il migliore Conservatorio di Musica d'America, si vantava 
di annoverare fra i suoi cittadini più degni Augusto Rotoli, che col 
Tosti, col Denza. col Mililotti e con pochi altri, popolarizzò in tutto il 
mondo quel genere di musica che è la "romanza da camera", che ha 
tutte le impronte ed i caratteri della pura e squisita italianità. A tanti 
anni di distanza, sebbene quelle creazioni di musica facile e tutta 
sentimento non abbiano più la gran voga dei primi tempi, pure conser- 
vano ancora oggi gran parte del loro fascino molte fra le tante e fortu- 
nate romanze del Rotoli: "La gondola nera", "La mia bandiera", "Fior 
che langue", "Angelo d'oro", "L'Alba", "Primavera", "Al tramonto", 
"Son solo", "Ho sognato", ecc. alcune delle quali, tradotte in eccellente 
inglese, fecero e fanno ancora il giro dei più eleganti salotti americani. 
Tenui composizioni, per lo più, sebbene in quasi tutte l'ispirazione si 
affermi calda e sincera; ma composizioni che rispecchiano il gusto del 
momento e vi corrisposero, riuscendo ad affascinare chi le udiva e 
recando al d' là dei monti e dei mari il nome del loro autore e, insieme, 
quello d'Italia. E poiché Augusto Rotoli, oltre alla fama di compositore, 
si era acquistata bella rinomanza come cantante e maestro di canto, 
l'America lo attirò a sé e lo volle pregiato ed ammirato insegnante nel 
Conservatorio Musicale di Boston, ove rimase per circa venti anni, 
istituendovi la più grande scuola di canto che vanti l'America ed edu- 
candovi una lunga schiera di artisti valorosi. Per la Chiesa di St. James 
di Boston, del cui coro — forse il più grande e perfetto d'America — 
egli era stato, per più anni, anima ed inspirazione, il Rotoli scrisse, nel 
1896, quella "Messa Romana", che é considerata come una delle piti 
perfette creazioni di musica sacra. 

Egli morì in Boston nella piena virilità, il 26 novembre 1904, a 57 
anni appena, essendo nato in Roma nel 1847. Alla salma dell'illustre 
Maestro furono rese onoranze degne di lui, e largo, qui e in Italia, fu 
il rimpianto per la perdita del compositore popolarissimo, come larga 
fu la diffusione delle sue melodie facili ed insinuanti. Ma udremo anco- 



LIRICA 



177 



ra la musica di Augusto Rotoli, poiché, in buona parte, essa è ancor 
viva e vitale. Oh, ancora per un pezzo udremo nei nostri salotti cantare: 
"Volava, volava la gondola nera", e ancora per un pezzo echeggeranno, 
con la musica spontanea che gli uscì, in un momento d'ispirazione, dal 
cuore, le parole che ormai tutti conoscono: 

"Siate compagna sua dolce e sincera, 
E mia sposa sarà la mia bandiera." 




AUGUSTO ROTOLI 



Non possiamo chiudere questo capitolo senza accennare a due ditte 
italiane benemerite della nostra Arte musicale in America: la ditta 
Mauro V. Cardilli, fondata nel 1904, al No. 172 Bleecker Street, New 
York, la quale pubblica, in nitide edizioni proprie, largamente diffuse 
e ricercate, composizioni musicali italiane, popolarizzàndo così la nostra 
musica in tutte le sue variate forme; e la Italian Book Company, al 
No. 145 Mulberry Street, New York, fabbricante di dischi per fonogra- 
fo, Italian-N eapoUtan Records, cantati dai più noti e popolari artisti 
nostri. Le due spettabili ditte, saldamente affermatesi, meritano di es- 
sere segnalate all'ammirazione degli Italiani. 



178 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



III. DRnMMriTICA 



1 PRIMI PASSI DEL TEATRO DRAMMATICO NEGLI STATI UNITL 

Nell'arte drammatica vera e propria, nell'arte, cioè, che trae le 
sue manifestazioni dai capolavori del genio, gli Stati Uniti hanno il 
vanto di possedere un teatro pressoché nazionale: il teatro anglo-ame- 
ricano. Esso, nella lingua, origine ed essenza, è pur sempre un'emana- 
zione del genio di Guglielmo Shakespeare, ma, trapiantato sui lidi di 
America, malgrado conservasse le tradizioni primitive, assunse tutte 
quelle modificazioni di forme e di sentire, che gli furono innestate dai 
cambiamenti della vita sociale, dai costumi nuovi e dalla indole parti- 
colare del popolo americano. Dalla fondazione della prima colonia tra- 
scorse forse un secolo prima che gli Americani incominciassero a far 
buon viso allg commedia e al dramma. Sotto l'influenza del puritani- 
smo inglese, l'unica loro ricreazione era quella di ascoltare, sotto gli 
alti pini, le dottrine della Bibbia, che, secondo la loro interpretazione, 
dipingeva il teatro come cosa diabolica e come sorgente di ogni immo- 
ralità. Simili pregiudizi incominciarono a scemare nella metà circa del 
1700, e precisamente nel tempo in cui il celebre Garrick, all'apogeo 
della sua gloria, riempiva l'Inghilterra e l'Europa dei suoi trionfi, che 
ebbero eco sino al di qua dell'Atlantico. In quel tempo un certo Hallam, 
assicuratasi una compagnia di buoni attori inglesi, con un repertorio 
delle produzioni più popolari di Shakespeare, decise di imbarcarsi e ten- 
tar la fortuna in America. Dopo sei settimane di viaggio, approdò a 
Yòrktown e di lì si recò a Williamsburg, allora capitale della Virginia, 
e in un edificio adattato alla meglio a teatro, diede la prima recita col 
Mercante di Venezia. Fra gli spettatori era Giorgio Washington. Hal- 
lam. dopo aver percorso alcune altre città, venne a New York, dove, 
nel settembre 1753, inaugurò un corso di rappresentazioni in un tea- 
trino allora eretto in Nassau Street; ma, purtroppo, dopo vari anni di 
fortuna e di successo, insorsero gravi calamità. 11 partito anti-inglese, 
ritenendo che il teatro e gli artisti fossero spalleggiati dal Governo di 
Londra, commise eccessi, ed a furor di popolo il teatro fu demolito. 

Dopo la Dichiarazione d'Indipendenza, il figlio di Hallam ritornò 
in New York e, nel 1785, iniziò una nuova serie di recite con V Amleto: 
da allora in poi arrise al teatro un'era di continua prosperità. Nei gran- 
di centri degli Stati Uniti le produzioni classiche, specialmente del tea- 
tro shakespeariano, trovano tuttora nel pubblico vivo interesse ed ap- 
prezzamento, nonostante siansi fatta strada i drammi "à sensation", i 
melodrammi burleschi e le commedie scurrili. 



DRAMMATICA 



179 



L'artista drammatico di bella fama occupa nella società posto di- 
stinto, ed i grandi attori, quali il Cooper, il Warren, lo Jefferson, il 
Forrest, l'Adams, il Wallack. il Wood, la Davenport, l'Irving, Edwin 
Booth, Adelaide Ristori, Tommaso Salvini, Ernesto Rossi, Sarah Bern- 
hardt, Julia Marlowe, Eleonora Duse, John, Lionel ed Ethel Barrimore, 
Mary Anderson, Maud Adams, Ermete Novelfi, Richard Mansfield, il 
Coquelin, la Rejane, Mimi Aguglia, Gilda Varesi, hanno costituito, in 
ogni tempo, il più alto godimento intellettuale per il pubblico americano. 



ADELAIDE RISTORI, "LA REGINA DELLA TRAGEDIA". 

La prima grande artista dramma- 
tica italiana venuta in America ad 
affermare la suprema bellezza di 
quell'arte che la aveva già resa ce- 
lebre sulle principali scene d'Euro- 
pa, fu Adelaide Ristori. Ella vi giun- 
se la prima volta nel settembre 1866 
e debuttò il 20 di quel mese al Ly- 
ceum di New York con la Medea del 
Legouvè. La grande tragica era già 
all'apogeo della gloria. Dopo i primi 
trionfi parigini, la critica, unanime, 
l'aveva giudicata la più possente at- 
trice del mondo, e poeti, commedio- 
grafi, cultori d'arte, fra i quali La- 
martine, Alessandro Dumas, Alfredo 
De Musset, Gauthier, George Sand, 
De Vigny, Paul de Saint-Pierre, per 
ricordare soltanto alcuni dei sommi, 
ne avevano magnificato la grande, 
inarrivabile arte. George Sand, scri- 
vendo di lei. l'aveva chiamata "ado- 
rabile e sublime fonte di emozioni," e Alfredo De Musset trovava in lei 
riunite la forza e la beltà, e su quella fronte radiosa aveva posato un 
fiore di Francia; Alessandro Dumas padre, l'immortale autore del Conte 
di Montecristo, sguainando la sua spada di magnifico guascone, era di- 
ventato il cavaliere più ardito dell'acclamata ospite di Parigi ed aveva 
invitato le attrici parigine ad inchinarsi dinanzi a lei ; mentre il Legouvè 
le aveva dedicato i madrigali di autore grato e reverente (aveva scritto 
per lei un dramma magistrale, Beatrix, che la Ristori aveva recitato in 
francese ottenendovi un clamoroso successo), e il Lamartine aveva 
tradotto in limpidi alessandrini le sue lacrime di spettatore tenero e 
commosso. Già il Conte di Cavour aveva salutato in Lei non pure "la 
prima artista d'Europa", ma anche "il più efficace suo cooperatore nei 
negozi diplomatici" e Giuseppe Garibaldi ne aveva lodato l'alto pa- 





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ADELAIDE RISTORI 



180 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

triottismo. e la lettera laudativa era stata scritta nel Quartier Generale 
dei Corpi Volontari italiani, nel Trentino, il 16 luglio 1866, qualche 
mese prima, cioè, che Adelaide Ristori salpasse per la prima volta verso 
l'America. 

Ed in America l'insigne tragica ebbe accoglienze e feste trionfali, 
talché vi tornò l'anno successivo, per un lungo giro; e poi, nel 1875-76 
e nel 1884-85, allorché le sue recite in inglese di Macbeth, Maria 
Stuarda, Maria Antonietta ed Elisabetta d'Inghilterra suscitarono uh 
vero delirio nel migliore e più colto pubblico del Nuovo Mondo. Era 
stato a Londra, nel 1873, che la Ristori ebbe l'idea di recitare la scena 
del "sonnambulismo" di Lady Macbeth, in inglese. Sapeva della lingua 
inglese a malapena — narrava ella al Boutet nella tarda vecchiaia — ; 
si confida con un'amica: la signora Ward, madre di un'attrice egregia. 
La signora Ward non solo applaude all'idea, ma vuole aiutare nello stu- 
dio la Ristori. Dopo quindici giorni, la signora Ward dice alla illustre 
attrice di poter osare. Ma la Ristori, invece, vuol far prima una prova. 
Invita, infatti, amici, critici e pubblicisti. Espone loro il desiderio suo: 
e chiede a tutti il parere inesorabilmente schietto. Recita, gli altri ascol- 
tano intenti : un'acclamazione è il verdetto. Il pubblico, a teatro, quel- 
l'acclamazione vidimò; e la Ristori nell'ebbrezza del trionfo, ecco, pen- 
sa di recitare in inglese tutta la "parte" di Lady Macbeth. 

Con le linee e con i dittonghi, la Ristori va in iscena, e recita Lady 
Macbeth in inglese, con attori inglesi, al "Drury Lane", il 13 luglio 
1882: e ottiene il trionfo; tale che poi affronta l'interpretazione di Eli- 
sabetta d'Inghilterra, quindi di Maria Stuarda, di Maria Antonietta: e 
compie un giro artistico con quel repertorio "inglese". Fu così che una 
sera a New York, recitò Lady Macbeth, col celebre attore americano 
Edwin Booth; e allora, il direttore d'una Compagnia tedesca, perma- 
nente in quel tempo, al teatro "Talia" di New York, le chiese di reci- 
tare con attori del "Talia" Maria Stuarda. Adelaide Ristori accolse l'in- 
vito; recitò, ed ebbe un successo straordinario. E si vide, ella raccon- 
tava, un'attrice italiana che parlava inglese con attori tedeschi! 

TOMMASO SALTINI, "IL MICHELANGELO DELLA SCENA". 

Un altro gigante dell'arte drammatica italiana, Tommaso Salvini, 
che ben a ragione fu chiamato "il Michelangelo della scena", venne ri- 
petute volte in America, a mietervi trionfi ed allori. Il grande tragico si 
spense, a 87 anni, il l.o Gennaio 1916, a Firenze, e. con la sua scom- 
parsa, il monumento eretto da lui, con Adelaide Ristori e con Emesto 
Rossi, che parve agli occhi dei contemporanei dover durare aere pe- 
rennius, come quello di Orazio si sfasciò, crollò, capovolgendo nella 
mina tutta una scuola, tutto un lungo passato di gloria. 

Nessun attore potè dirsi, come Tommaso Salvini, favorito dalla for- 
tuna sin dalla prima giovinezza: bello, di una bellezza scultorea, con 
un batter delle ciglia o un suono della voce poteva essere, a suo grado, 



DRAMMATICA 



181 




arrogante e fiero, timido e soave. E 
non solamente per la ricchezza smi- 
surata delle facoltà fisiche, ma per 
quella dell'intelligenza e della intui- 
zione egli giganteggiava sui grandi 
artisti suoi coetanei. A 19 anni fu 
solennemente consacrato attore tra- 
gico al Valle di Roma; a 20, lascia- 
va le scene, che già gli concedevano 
soddisfazioni ed onori, e si arruola- 
va con Garibaldi, prendendo parte 
alle epiche giornate per la difesa 
della Repubblica Romana. Dopo 
l'entrata dei francesi nella Città E- 
terna, dovè subire le persecuzioni 
dei governi autocratici; ma, allorché 
potè riprendere la carriera artistica, 
la sua ascensione alle più alte vette 
fu rapida, maravigliosa, veramente 
trionfale. 

Emilio Zola, l'insigne romanziere 
francese, dopo la recita della Morte 
Civile data dal Salvini a Parigi, 
scriveva, fra l'altro, di lui: "Dov'e- 
gli è stato addirittura magnifico è nell'ultimo atto, nella scena della 
morte. Non ho mai veduto alcuno morir così sulla scena. Salvini fti 
rende i suoi ultimi istanti di moribondo con tale verità che atterrisce 
il pubblico". E Victor Hugo, l'immortale autore dei Miserabili, gli indi- 
rizzava questo entusiastico messaggio: "Tutta Parigi vi applaude e vi 
ammira, io vi rivolgo la mia voce di poeta e di cittadino. Le vostre inter- 
pretazioni dello Shakespeare sono sublimi; la vostra creazione della 
Morte Civile è inimitabile. L'Italia va superba di voi, la vostra fama 
è pari alla vostra gloria. La Francia vorrebbe avervi per figlio; essa ne 
sarebbe tanto altera! Ma una più grande Nazionalità ci unisce, la Pa- 
tria dell'Arte, che è il Mondo: il vero pubblico di un ingegno come il 
vostro è l'umanità." 

Tommaso Salvini fu per ben sette volte nell'America del Nord, ed 
ogni volta di più ingigantivano i suoi successi, i suoi trionfi. La sua 
prima visita agli Stati Uniti fu nel 1873 ed egli apparve la prima volta 
dinanzi al pubblico americano la sera del 16 settembre di quell'anno 
nell'Otello, all'Accademia di Musica di New York. La sua fu una inat- 
tesa, grande rivelazione ed un magno giornale del tempo lo qualificava 
come "an artist of tremendous power, fluency and imaginative charm; 
in his vivid portrayal of Othello he has been unsurpassed." Edwin 
Booth, il grande tragico, in uno dei giri trionfali del Salvini negli Stati 
Uniti, nel 1886, recitò con lui in Otello nella parte di Jago; e si rac- 



TOMMASO SALVINI 



132 CINQUANTANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

conta che egli avesse paura di trovarsi vicino al suo grande compagno 
d'arte, talché, prima di andare sulla scena, usava raccomandare agli 
altri attori di afferrare subito il Moro nella tremenda scena della ge- 
losia, dicendo loro: "afferratelo subito; afferratelo subito; sento che 
egli sarebbe capace di uccidermi!" Tanta era in tutti la persuasione che 
il grande tragico italiano si immedesimasse completamente della parte 
che rappresentava. 

Ad uno che gli domandava in che modo fosse potuto riuscire a 
recitare in italiano con attori che recitavano in inglese e ad affiatarsi 
a perfezione con una compagnia americana, abituandosi a sostenere 
il dialogo in una lingua a lui estranea, il grande tragico italiano così ri- 
spondeva: "Il primo esperimento lo feci in una sala alla presenza di al- 
cuni amici. Provai l'Otello: appena il dialogo si animava, udendo le ri- 
sposte in inglese mi trovavo sconcertato. So, naturalmente, l'Otello a 
memoria dalla prima all'ultima parola; conosco le parti degli altri al 
pari della mia. Ebbene, mentre recitando con compagnie italiane io ri- 
spondevo ai miei interlocutori spontaneamente e quasi senza accor- 
germene, e botte e risposte si seguivano, per così dire, automatica- 
mente, con la compagnia straniera mi mancava la parola; non com- 
prendendo perfettamente l'inglese, mi confondevo. Sospesi la prova; 
mi ritirai fra le quinte e con la testa fra le mani pensai. Riflettei che, 
se anche non capivo tutte le parole dei miei compagni, sapevo egual- 
mente quello che dicevano; considerai che non dovevo badare ai suoni 
che uscivano dalla loro bocca, ma alla espressione del viso, e dopo dieci 
minuti dissi: avanti! Si continuò e le difficoltà sparirono; erano gli al- 
tri che sbagliavano qualche volta o m'interrompevano. In capo a poche 
recite si andò poi così perfettamente d'accordo, che noi stessi ne ri- 
manemmo lietamente sorpresi." 

Tommaso Salvini ebbe negli Americani, specialmente nel pubblico 
che poteva comprendere e "sentire" la sua grande arte, ammiratori sin- 
ceri, fervidi, entusiastici, ed in molti e molti l'ammirazione assurse a 
vera idolatria per l'incomparabile tragico, il quale, da parte sua. anche 
per compensare, diremo così, tanta schietta, cordiale benevolenza, si 
narra che abbia più volte ripetuta, con espressione di sincerità, la frase: 
"Se non fossi italiano, vorrei essere americano!" A prova di tanta am- 
mirazione non è lontano il ricordo del milionario Clark, il quale scri- 
veva al Sindaco di Firenze, marchese Torrigiani. proponendogli di far 
erigere un monumento a Salvini nella Città dei fiori, e che egli avrebbe 
sopperito a tutte le spese. Quando la notizia giunse all'orecchio del 
grande tragico, questi si recò a conferire col Sindaco sollecitandolo a 
rispondere al milionario americano che la sua proposta non era accet- 
tabile, non essendo nostra costumanza d'innalzar monum.enti a persone 
vive, e a proporgli che la somma, che egli intendeva spendere per un 
monumento, la assegnasse invece alla costruzione di una sala nel nuovo 
palazzo della Biblioteca Nazionale di Firenze, e in tale sala, cui si sa- 
rebbe dato il nome del Salvini, si sarebbero raccolte le migliaia di vo- 



DRAMMATICA ^33 



lumi concernenti l'arte drammatica. Ma il ricco americano ebbe il torto 
di crucciarsi: gli parve sgarbo o dispetto che non si volesse in Firenze 
innalzare un monumento a sue spese, né molto gli quadrava il rilievo 
che la costumanza italiana era contraria al porre monumenti in onore 
di persone vive, poiché egli, coi propri occhi, aveva veduto innalzare 
in New York, al Central Park, un monumento a Samuel Morse, l'inven- 
tore del telegrafo elettro-magnetico e dell'alfabeto che vi si adopera, 
e aveva udito, coi propri orecchi, lo stesso Morse pronunciare un di- 
scorso innanzi alla sua statua. . . 

Due figli di Tommaso Salvini, Alessandro e Gustavo, seguirono 
con successo le orme paterne. Alessandro nacque a Roma nel 1861 e 
morì, giovanissimo, nel 1896. Venne in America, non ancora ventenne, 
nel 1881, e, imparato a perfezione l'inglese, calcò le scene con Clara 
Morris e con Margaret Master, mietendo meritatissimi allori. La sua 
interpretazione di "D'Artagnan" nei Tre Moschettieri di Alessandro 
Dumas, è rimasta memorabile nella storia del teatro drammatico ame- 
ricano. La morte di Alessandro Salvini, avvenuta a Firenze nella casa 
paterna, fu un vero lutto per l'arte in genere e per il teatro in lingua 
inglese, nel quale egli aveva già raggiunto la celebrità. 

Gustavo Salvini, degno del nome del suo illustre genitore, da lun- 
ghi anni trionfa sulle scene dei più importanti teatri d'Italia, d'Europa 
e dell'America latina. 11 pubblico degli Stati Uniti lo saluterebbe con 
entusiasmo, se il grande tragico risolvesse di varcare l'oceano verso 
questi lidi. 

Un altro grande tragico italiano, Ernesto Rossi, seppe vincere, 
specialmente nel repertorio shakespeariano, in cui era sorpassato sol- 
tanto da Tommaso Salvini, il plauso e l'ammirazione del pubblico e del- 
la critica americana. Venne negli Stati Uniti nel 1881 e vi mietè an- 
ch'egli allori meritatissim.i. 

Ernesto Rossi era nato a Livorno nel 1829; studiò legge nell'Uni- 
versità di Pisa e morì, dopo una carriera delle più trionfali, nel 1896. 

ELEONORA DUSE. 

Tre "tournées" memorabili negli Stati Uniti fece pure Eleonora 
Duse; la prima volta nel 1893, poi nel 1896, e l'ultima volta nel 
1902-903. La nostra grande attrice, che i critici più autorevoli, italiani 
e stranieri, giudicano superiore a Sarah Bernhardt per naturalezza e 
verità di interpretazione; che fece dire ad Alessandro Dumas, dopo la 
creazione fatta dalla Duse della sua Principessa di Bagdad: "é ben rin- 
crescevole per l'arte nostra che cotesta attrice non sia francese'.'; che 
Enrico Rochefort, un'autorità insospettabile, chiamò "la natura incar- 
nata"; di cui Leone Bernard-Derosne, un altro francese della più bel- 
l'acqua, scrisse, dopo di aver udito la Duse nella Signora dalle Camelie, 
che "per creare in tal guisa l'illusione del dolore, non può ammettersi 
ch'ella stessa non ne abbia avuto a soffrire" — la grande attrice ita- 



184 



CINQUANT'ANNl DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



liana, dicevamo, si era già gloriosamen- 
te affermata in quasi tutti i principali 
teatri d'Europa e nella stessa Parigi, 
alla presenza della sua insigne emula, 
Sarah Bernhardt — che, cavalleresca- 
mente, le era stata prodiga di applausi 
e di omaggi floreali — suscitando ovun- 
que il più fervido e sincero entusiasmo. 
In talune città straniere le feste fatte 
alla illustre artista italiana avevano as- 
sunto le proporzioni di un vero delirio: 
non erano soltanto gli applausi degli 
spettatori a teatro; erano dimostrazio- 
ni clamorose ed entusiastiche per le 
strade, fiaccolate, concerti . . . 

In breve volger di tempo, dall'inizio 
della carriera gloriosa, la Principessa 
di Bagdad, la Moglie di Claudio, Teresa 
Raquin, Demi-monde, Divorziamo, la 
Locandiera di papà Goldoni, la Signo- 
ra dalle Camelie, Casa di bambola e la 
Donna del Mare di Ibsen, Fernanda, 
Fedora, Teodora, Odette, e, poi le me- 
ravigliose tragedie di Gabriele d'An- 
nunzio: Francesca da Rimini, la Città 
Morta e la Gioconda, furono altrettante tappe gloriosissime, che fecero 
di Eleonora Duse una delle più ammirate ed applaudite, una delle più 
grandi e, forse, la più grande delle artiste della scena di prosa, dopo 
Adelaide' Ristori. 

La prima volta che Eleonora Duse venne negli Stati Uniti, nel 
1893, era ancor viva l'eco delle feste recentemente tributate a Sarah 
Bernhardt; purtuttavia e pubblici e critici fecero alla grande artista ita- 
liana le più cordiali e liete accoglienze. Ma la nuova "tournée" che ella 
vi fece tre anni dopo fu quella che segnò i suoi più grandi trionfi e che 
la fece giudicare dalla stampa più autorevole la sola vera e completa 
artista drammatica del tempo. 

In questo secondo giro artistico la compagnia della Duse debuttò 
il 17 Febbraio 1896 al Lafayette Square Theatre di Washington nella 
Signora dalle Camelie. Alla memorabile serata intervenne un pubblico 
imponentissimo, il gran pubblico della Capitale federale: v'erano quasi 
tutti i membri del Gabinetto del Presidente Cleveland, Senatori e mem- 
bri della Camera dei Rappresentanti, il Ministro d'Italia, barone Saverio 
Fava, gli Ambasciatori di Francia, d'Inghilterra e di Germania, il Mi- 
nistro della Repubblica Argentina, i Giudici della Corte Suprema degli 
Stati Uniti ed altre insigni personalità del gran mondo ufficiale wash- 




ELEONORA DUSE 



BRAMMATICA lg5 



ingtoniano. Il successo fu immenso e si rinnovò per altre quattro sere 
consecutive. 

Il 21 Febbraio la nostra eletta artista fu ospite della Casa Bianca, 
per invito speciale della Signora Cleveland, consorte del Presidente, 
che la volle con sé a colazione e la intrattenne per alcune ore in con- 
versazione cordiale ed amabile. Non ci sembra superfluo ricordare, qui, 
che l'alto onore concesso ad Eleonora Duse, di sedere alla tavola pre- 
sidenziale, nella White House, non era toccato alla sua grande rivale, 
Sarah Bernhardt. 

Dopo Washington, nuovi trionfi e più vivi entusiasmi attendevano 
la Duse a New York, ove debuttò, con la sua compagnia, al Fifth Avenue 
Theatre, uno dei più eleganti teatri di prosa della Metropoli di un quarto 
di secolo fa, la sera del 24 Febbraio, nello stesso capolavoro di Ales- 
sandro Dumas, la Signora dalle Camelie. Il teatro rigurgitava del più 
fine, aristocratico ed intellettuale pubblico metropolitano: dame ed uo- 
mini del gran mondo, letterati, artisti, critici. Serata di vive ed intense 
emozioni per la folla elegante degli spettatori e successo trionfale, di 
cui si ricordano pochi eguali, per l'arte nostra e per la sua interprete 
insigne. Eleonora Duse fu evocata più e più volte agli onori della ri- 
balta e, dopo l'ultimo atto, l'entusiasmo giunse al più alto diapason. 

All'indomani i giudizi dei giornali erano anche più entusiastici di 
quel che non fosse stato il pubblico la sera innanzi. Rileggiamone al- 
cuni: il New York Herald così scriveva: "Non è esagerato l'affermare 
che la Duse è l'unica artista del nostro tempo dinanzi a cui la critica 
si senta disarmata. Quantunque parlasse un idioma inintelligibile a nove 
persone su dieci delle presenti, essa ne dominò, sempre, l'attenzione a 
suo talento. Come, dunque, ella si rende padrona in tal modo dell'u- 
ditorio? Non col solo magnetismo, perchè altre posseggono, sebbene in 
grado minore, la stessa prerogativa. Sopratutto e innanzi tutto con la 
sincerità: essa mostra al pubblico non solo l'esteriorità della cosa, ma 
la cosa in se stessa... E' la più realistica di tutte le attrici: un pro- 
dotto della nostra età, e, come a taluno piacque definirla, un'artista dai 
Raggi X. . . Donna di genio, se mai ve ne fu una al mondo. . ." 

Il critico del New York Sun riassumeva il suo giudizio entusiastico 
in questa frase che era il più alto omaggio alla nostra grande artista: 
"...per fare una Eleonora Duse nella parte di "Margherita" della Si- 
gnora dalle Camelie ci vogliono una Clara Morris e una Sarah Bern- 
hardt messe insieme: è possibile per l'attrice italiana una lode mag- 
giore?. . ." 

Alan Dale, critico fra i più autorevoli, così scriveva nel New York 
Journal: "La Duse, con la completa assenza di ogni artificio scenico, 
come vinse tutti la prima volta, ci ha soggiogato di nuovo': la magìa 
della sua arte è più che mai irresistibile; ella risuscita, ricrea, anzi, i 
sentimenti che ci trasportarono tre anni fa. La sua "Margherita" vive, 
soffre, agonizza e strappa le lagrime. . . La lingua che parla la Duse è 
quella del cuore, delle emozioni, di tutti i sentimenti. .." 



186 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Ed infine, il Morning Advertiser: ". . .Avesse parlato finnico e non 
italiano, tutti l'avrebbero compresa, perchè ella parla la lingua uni- 
versale del sentimento, i cui simboli sono compresi da tutto il mondo 
civilizzato e non civilizzato..." 

L'ultima volta che Eleonora Duse venne negli Stati Uniti fu nel- 
l'inverno 1902-1903 e vi portò le tre classiche tragedie di Gabriele 
d'Annunzio: la Francesca da Rimini, la Gioconda e la Città Morta. 
Come nelle precedenti "tournèes", la grande attrice nostra ebbe dai 
pubblici dei più importanti teatri americani, da New York a San Fran- 
cisco, accoglienze entusiastiche, trionfali. La sola nota stonata fu la 
critica agro-dolce di certa stampa eccessivamente puritana, alla quale 
non andavano troppo a genio le superbe, meravigliose creazioni del tea- 
tro dannunziano, e che giunse persino a rimproverare a padre Dante il 
dolce peccato di Francesca . . . 



ERMETE NOVELLI. 

Anche Ermete Novelli, l'artista proteiforme, il grande e buon Er- 
mete, idolo di tutti i pubblici d'Italia, venne negli Stati Uniti nel 1906 
ed anch'egli vi mietè allori degni della sua grande fama. La sua "tour- 
née", cui forse mancò la necessaria preparazione, non fu però ovunque 
quale le eminenti doti dell'insigne artista meritavano, e non sempre i 

critici di certi giornali a- 
mericani mostrarono ver- 
so di lui quella sincerità 
che dovrebbe essere virtù 
precipua della critica im- 
parziale. In ogni modo, gli 
Italiani d'America prodiga- 
rono ad Ermete Novelli 
feste entusiastiche, caloro- 
sissime, ammirando e salu- 
tando in lui uno dei più 
simpatici e completi cam- 
pioni del nostro teatro di 
prosa. 

Il grande artista infatti 
aveva già avuto la consa- 
crazione di tutto il mondo. 
Non è qui il caso di ricor- 
dare come egli mosse i pri- 
mi passi nell'arte, come 
venne formandosi e per 
quali gradi il suo tempe- 
ERMETE NOVELLI ramcnto trovò il modo di 

'Shylock- nel Mercante di Venezia plasmarsi definitivamente. 




DRAMMATICA lg7 



A noi piace ricordare in Novelli una sola cosa: il grandissimo attore 
nel senso piìi completo della parola; l'attore che seppe essere "Otello", 
"Amleto" e "Bebé'; grande in "Shylock'. superbo nella "Morte Civile", 
immenso in "Papà Lebonnard", insuperabile nei monologhi di Gan- 
dolin; l'artista che passava dalla tragedia al genere comico con una 
versatilità che è caratteristica tutta propria della tradizione artistica ita- 
liana; e che impresse orma incancellabile in centinaia di produzioni, 
molte delle quali dovettero, a lui soltanto, una esistenza non ingloriosa. 
Ben a ragione Sarah Bernhardt disse del nostro artista: "è perfetto 
nelle risa e nelle lacrime." 

Ermete Novelli era ormai giunto all'apice della gloria; nessun'al- 
tra soddisfazione avrebbe egli potuto desiderare. Ma le lunghe pere- 
grinazioni attraverso le principali città d'Europa e delle Americhe gli 
avevano maggiore fatto provare lo sconforto di vedere il suo paese 
senza un teatro nazionale di prosa. Ed Ermete Novelli sentiva che l'I- 
talia, la quale dà maggiore copia di grandi artisti, che è la terra bene- 
detta e baciata dall'arte, doveva più che le altre nazioni avere un teatro 
che fosse la manifestazione di tutto ciò che produce l'ingegno dramma- 
tico italiano. Ed ecco infatti che il l.o novembre 1900 egli inaugurava 
solennemente in Roma, al teatro Valle, la Casa di Goldoni. Ma il sogno 
di tutta la sua vita d'artista fu una breve realtà, ed il suo cuore ne soffrì. 

Sin quasi agli ultimi istanti della sua esistenza — Ermete Novelli 
morì a Napoli il 29 Gennaio 1919 — il grande artista rimase sulla brec- 
cia. Avrebbe potuto godersi gli agi di una vita comoda, fra l'amore dei 
figli, tra i ricordi stupendi di una carriera prodigiosa, ma l'istinto no- 
made che in lui predominava, il bisogno continuo di sentirsi all'orecchio 
il suono dell'applauso di cui era geloso, soverchiarono il suo bisogno di 
riposo e di pace e lo spingevano ancora a ramingare in piccole città 
di provincia, dove per molta gente egli era ancora una novità, e por- 
tava ovunque la fede di quella che fu la grande, la meravigliosa, la 
feconda passione di tutta la sua vita: l'arte. 

ìMIMI aguglia. 

Da alcuni anni ha preso dimora in America, a New York, un'arti- 
sta cara ai pubblici di mezzo mondo: Mimi Aguglia. attrice dialettale si- 
ciliana, unica sovrana in Italia; tragica di una passionalità e di una 
potenza suggestiva veramente prodigiose, ed attrice in inglese, da poco 
rivelatasi, dalla dizione elegante, perfetta, degna di una interprete pro- 
vetta del dramma e della commedia di repertorio anglico. 

Mimi Aguglia giunse negli Stati Uniti dopo di aver mietuto allori 
nei principali teatri d'Italia, d'Europa, del sud-America. Tempra ecce- 
zionale d'artista, non v'è produzione drammatica in cui ella non si sia 
misurata: da "Malia" alla "Figlia di Iorio", a "Francesca da Rimini"; 
da "Salome" alla "Signora dalle Camelie" a "Madama X"; da "Mamma 
Rosa" a "Un'Americana a Parigi", a "Santarellina" e a cento altre, in 
tutte vittoriosamente affermandosi. 



188 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 




Prodigiosa, come la versatilità in 
arte, è la sua facilità nell'appren- 
dere le lingue straniere e di recita- 
re in esse. A Madrid, avendo sco- 
perto che il pubblico diceva: "se 
parlasse spagnuolo la porteremmo 
in trionfo come una dea", pochi 
giorni dopo recitava un monologo 
in ispagnuolo scritto espressamente 
per lei da Joaquin Dicenta. Il de- 
lirio del pubblico fu immenso; nel 
loro palchetto applaudivano anche 
il Re e la Regina col più vivo en- 
tusiasmo. A Lisbona, per la stes- 
sa ragione, dovette declamare al- 
cuni versi eroici del poeta na- 
zionale Camoens. "A Coimbra — 
narra la grande attrice in una 
pagina autobiografica — gli studen- 
ti, quasi in massa, nella mia sera- 
ta d'onore in cui diedi la "Figlia 
di Iorio" del nostro D'Annunzio ed 
una scena in lingua portoghese di 
un dramma di un celebre scrittore 
loro, alla fine dello spettacolo, eccitati dalla gioia, salirono sul palco- 
scenico e, come fossi una piuma, mi trasportarono, sotto gli occhi di 
mio marito atterrito, nella mia automobile, vestita com'ero alla porto- 
ghese del seicento, e, dopo, a motore spento, mi condussero entro la 
sede dell'Università, infransero i cancelli, ruppero le porte fino a che 
poterono insiediarmi sulla sedia del Rettore nell'aula magna e lì per lì 
mi proclamarono dottoressa ad honorem e mi regalarono un papiro di 
grandissimo valore. Naturalmente, l'indomani le autorità universitarie 
menarono fulmini contro l'atto sacrilego dell'invasione ed effrazione 
notturna; ma, dietro la ferma ed unanime volontà degli studenti, il col- 
legio accademico dovette ratificare e sanzionare quanto gli alunni ave- 
vano decretato. E così, in pompa magna e di pieno giorno, mi ebbi il 
diploma di dottoressa in lettere portoghesi." 

Giunta in America, dopo alcune "tournèes" trionfali, volle ripo- 
sare e carezzò l'idea di recitare nella lingua di Shakespeare. Dall'idea 
alla realizzazione non passarono che pochi mesi; i più noti impresari 
se la disputarono. La prima apparizione in pubblico la fece in una se- 
rata memoranda: nel Columbus Day — 12 Ottobre 1918 — alla Metro- 
politan Opera House, a fianco di Enrico Caruso e alla presenza del 
Presidente Wilson. Ella recitò un monologo tutto squisitezza, tutto sen- 
timento; piacque, fu calorosamente applaudita: il ghiaccio col pubblico 
americano era rotto. Il suo debutto, diremo così, in piena regola, lo fece, 



MIMI' AGUGLIA 



DRAMMATICA IgQ 



nel maggio 1919, al Teatro Duquesne di Pittsburg, Pa., nella nuova 
commedia: Bravo, Claudia, di Edith EUis, tratta dal romanzo: Claudia, 
di Gertrude Hall. L'avvenimento, nella sua semplicità, assunse le pro- 
porzioni di una grande battaglia artistica sostenuta e vinta da Mimi A- 
guglia. Il teatro — narravano i giornali — era rigurgitante di pubblico 
eletto, che fece alla celebre attrice accoglienze cordialissime, entusia- 
stiche. Era la prima volta che Mimi Aguglia recitava in inglese in una 
compagnia composta esclusivamente da artisti americani, e la sua — 
notava il critico del Pittsburg Leader — "fu una vera rivelazione in una 
parte in cui l'artista è quasi sempre sulle scene: la personalità e la 
forza suggestiva, magnifica della Aguglia e la sua versatilità sbalordi- 
rono l'uditorio." Inoltre,- tutta la critica era concorde nel riconoscere 
nella nostra grande artista una dizione inglese perfetta, e nel presagire 
a Mimi Aguglia una carriera trionfale nel teatro inglese come già in 
quello italiano. 

Nello stesso Duquesne Theatre di Pittsburg, Mimi Aguglia recitò, 
poco dopo, in inglese, nel dramma di George C. Hazelton e Ritter 
Brown, intitolato "Whirlwind" (Il Vortice), riportando un altro gran- 
dioso successo e destando nel pubblico il più alto e spontaneo entu- 
siasmo. Il 22 dicembre 1919, lo stesso dramma fu portato a New York, 
nello Standard Theatre, e la Aguglia vi trionfò per parecchie sere di 
seguito, sempre applaudita e fatta segno ai giudizi più lusinghieri della 
stampa americana. 

Che cos'altro ci riserba l'eletta artista proteiforme? Lo dice ella 
stessa nella sua pagina autobiografica: "Ho ancora un debito con me 
stessa. Mi sono solennemente promessa di diventare anche una cantante 
d'opera seria e farò di tutto, per quanto può dipendere dalla mia volontà 
e sempre quando i miei mezzi vocali seguiteranno ad assistermi, come 
nelle lezioni già prese, per mantenermi la promessa!" 

E noi applaudiremo l'artista lirica come abbiamo applaudito ed ap- 
plaudiamo l'artista drammatica elettissima. 

* * * 

Altri artisti nostri di eccellente reputazione: Emanuel Gatti, Fran- 
cesco Guerra, Renata Brunorini — per ricordarne soltanto alcuni — 
trasportate le loro tende in America dalle scene d'Italia, sono fatti se- 
gno all'ammirazione ed agli applausi dei nostri pubblici. 

UN'ITALO-AMERICANA ATTRICE È AUTRICE. 

Dall'autunno 1920, e per più di trecento recite ininterrotte, ha 
trionfato nei principali teatri di New York il lavoro drammatico: Enter, 
Madame, di una giovine attrice italo-americana divenuta ormai l'idolo 
del gran pubblico metropolitano: Gilda Varesi. Il duplice trionfo, del- 
l'autrice e dell'attrice, non può che esserci motivo di vivo compiacimen- 
to, tanto più che è la prima volta, se non erriamo, che nel teatro di 
prosa, all'estero ed in lingua straniera, son resi onori meritatissimi ad 
una donna italiana che interpreta una produzione meravigliosa del suo 



190 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



talento artistico. Protagonista del 
capolavoro drammatico della Va- 
resi è una cantante celebre: que- 
sta e l'ambiente in cui ella si 
muove sono ritratti con tale ve- 
rità e perfezione ed in forma così 
eletta e brillante da porre la no- 
stra artista in prima linea fra co- 
loro che scrivono e recitano per 
pubblici eletti ed hanno il culto 
del vero, del bello. 

Gilda Varesi è figlia della ce- 
lebre artista di canto Elena Va- 
resi e nipote del grande baritono 
Varesi : dei due cantanti e dei lo- 
ro clamorosi successi è ancor fre- 
sco il ricordo anche in America. 
La Gilda segue gloriosamente, 
in altro campo affine, le orme 
materne, e la sua carriera, pur 
iniziatasi in mezzo alle diffiden- 
ze, alle invidie, alle lotte — ella, 
straniera e italiana! — si è ormai 
saldamente affermata. Il suo va- 
sto repertorio e la sua versatilità 
la pongono fra le più insigni in- 
terpreti della moderna scena di 
prosa nella lingua di Shakespeare. 

Gilda Varesi è nata a Milano e fu condotta dalla madre in Ame- 
rica, a Chicago, quando aveva appena dieci anni. Italianissima per sen- 
timenti e per educazione, quantunque fosse mandata a frequentare una 
scuola americana, appariva tutt'altro che incline a subire l'influenza 
dell'ambiente in mezzo ài quale cresceva — i demonietti d'ambo i sessi 
della sua età — e si ostinava a sentirsi e a rimanere italiana. Ma l'amo- 
re innato all'arte e, man mano che avanzava negli anni, la lettura dei 
capolavori inglesi, di Shakespeare specialmente, ne indirizzarono la 
mente, se non il cuore, rimasto sinceramente e profondamente italiano, 
verso nobili ideali artistici, che, con lo studio, la perseveranza, la ge- 
nialità tutta latina, si prefisse di raggiungere. E vi riuscì. 

Nel 1906 infatti debuttava con la compagnia di Ben Greet. ed agli 
intenditori d'arte il suo debutto apparve pieno di liete promesse. Nel- 
l'anno successivo fu con Madame Mojeska e l'anno di poi recitò, per 
la prima volta in New York, con Mrs. Fiske, in Salvation Neil. Ma ben 
modeste erano le parti — in generale, "caratteri" italiani — che veni- 
vano affidate alla giovine artista; ed a cip non erano estranee l'invidia 
e la gelosia di attrici americane verso la compagna... straniera. Ri- 




GILDA VARESI 



DRAMMATICA 



191 



cordiamo, in proposito, i giusti e sdegnosi risentimenti mossi dalla Va- 
resi sui giornali americani di alcuni anni fa; ma, a che prò? Le cose 
continuarono come per il passato. Venne però il giorno dell'afferma- 
zione, della vittoria per l'artista italiana. Durante le recenti rappre- 
sentazioni, in uno dei principali teatri di New York, della Cena delle 
beffe del nostro Sem Benelli, nella traduzione inglese, The Jesi, il 
grande artista americano John Barrimore, che impersonava la parte di 
"Giannetto", cadde improvvisamente ammalato. Se si vollero conti- 
nuare le rappresentazioni — il capolavoro del Benelli stava suscitan- 
do il più vivo entusiasmo — si dovette ricorrere all'unica grande ar- 
tista che fosse degna di interpretare il difficile personaggio, e Gilda 
Varesi vinse trionfalmente la prova, sostituendo per parecchie sere, ed 
in modo da meritare l'apprezzamento entusiastico sia del pubblico che 
della critica più esigente, il celebre artista americano. 

Dopo il successo della Cena delle beffe, la Varesi sostenne la parte 
della protagonista nel forte dramma, Lodging of the Poor, di Massimo 
Gorki; quindi venne il trionfo del suo meraviglioso lavoro drammatico, 
Enter, Madame. 

Nuovi trionfi attendono la nostra grande artista, a gloria sua, del- 
l'arte e del nome italiano! 

FRANCESCA ROTOLI. 

Un'altra artista drammatica italo-americana elettissima, ignota 
forse ai più, specialmente perchè il nostro pubblico, nella quasi gene- 
ralità, non suol frequentare i teatri americani, è Francesca Rotoli, figlia 
dell'insigne musicista romano che abbiamo ricordato nelle pagine pre- 
cedenti. 

Francesca Rotoli, nata a Boston, 
è artista drammatica per tempera- 
mento, per passione, per vocazione. 
Il buon babbo, che morì quando la 
figliuola era ancor giovinetta ma 
già mostrava una irresistibile ten- 
denza pel teatro di prosa, cercò in 
ogni modo di dissuadernela. ma a 
nulla valsero i consigli paterni, ed 
un bel giorno la Compagnia dram- 
matica di Mrs. Fiske, nella quale re- 
citava Gilda Varesi. annunziò al 
pubblico il debutto della nostra at- 
trice. 

Da allora il nome di Francesca 
Rotoli apparve di continuo sui car- 
telloni delle primarie Compagnie 
drammatiche degli Stati Uniti e la 
sua carriera non tardò ad affermar- 
si brillantemente. Francesca rotoli 




192 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Dotata di temperamento artistico eccezionale, giovane, bella, colta, 
insinuante, anche la Rotoli ha incontrato pienamente le simpatie e il 
favore entusiastico delle platee che la ammirano e la applaudono. Il 
suo repertorio è vasto e vario, dal drammatico al brillante, ed in ogni 
ruolo ella afferma vittoriosamente la sua personalità. 

Anche da Francesca Rotoli abbiamo giusto motivo di attenderci 
sempre nuovi e più segnalati successi, che onorino se stessa, la memo- 
ria del babbo illustre, di cui ella continua, in campo affine, le belle 
tradizioni, ed il nome della patria d'origine che ella porta, romana- 
mente, con orgoglio. 




COME L'AMERICA ONORA I SUOI GRANDI ARTISTI 

L'illustre attrice Maude Adams, cui è stato conferito il titolo accademico, "honoris causa" 

di "Doctor in Arts", dall'Union College di Schenectady, N. Y. 



Mei Commercio 



I PRIMI TENTATIVI D'IMPORTAZIONE 70 ANNI FA! 

In uno dei capitoli precedenti, parlando del soggiorno di Garibaldi 
in America, ospite di Antonio Meucci a Staten Island, ricordammo la 
meritatissima lezione data dall'Eroe ai due Consoli, del Borbone e del 
Re di Sardegna, che ostentavano tanta irrisione e tanto disprezzo per 
i nostri infelici profughi politici. La notizia della sonora schiaffeggiata 
inflitta ai due messeri, per quanto celata dalla stampa, non tardò a 
venire a conoscenza specialmente della nostra allora microscopica 
Colonia e dei profughi stessi. Uno di questi — ricorda un vecchio im^ 
migrato ligure, Carlo Dondero — un nobilissimo tipo d'uomo per cuo- 
re, per carattere, per intelligenza, tal M. Pastacaldi, mano provvi- 
denziale per tutti i derelitti che ricorrevano a lui discretamente fornito 
di fondi che gli inviavano ricchi congiunti della sua Romagna, volle 
felicitar Garibaldi di un pranzo, al quale presero parte una ventina di 
amici. Pei vini, formaggi ed altro, il Pastacaldi dovette ricorrere a 
privati, a capitani di brigantini in porto, e pagar molto, ma molto caro. 
Ed eran vini, olii, formaggi pecorini o caprini, sardi o siculi, prepa- 
rati ai tempi di Noè. Chi poteva avere allora al di qua dell'Atlantico, 
i formaggi parmigiani, romani, i vini di Piemonte, gli olii di Toscana 
e di Riviera, le salumerie di Bologna, tutto quanto, in una parola, v'è 
di eccellente, di prelibato nella nostra Italia? Di veramente buono, 
qualche coserella di contrabbando una volta all'anno: nient'altro. Un 
tal Camajoni, ligure, faceva una specialità^ specialmente degli olii, 
formaggi e salumi di Riviera, ma sempre, o quasi, furtivamente. Le 
richieste erano, del resto, pochissime ed i prezzi enormi, per quel 
tempo, in cui chi guadagnava sei dollari alla settimana — la quinta 
parte di quel che si guadagna oggi per lo stesso genere di lavoro — 
poteva dirsi signore. 

Le difficoltà di trovar vini, olii, formaggi, salumi, buoni pel suo 
modesto desinare, suggerirono -il Pastacaldi il tentativo di importazione. 
Ed ecco la prima casa regolarmente importatrice di generi alimentari 
italiani negli Stati Uniti. Il biondo Eroe dei Due Mondi, nell'ora forse 
delle sue più amare angoscie, contribuì anche a questo grande benefìcio 
futuro per la sua patria! 



194 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

In quel periodo di tempo, fra il 1850 e il 185?, il commercio dell'I- 
talia con gli Stati Uniti, anche in altri generi d'importazione, era vir- 
tualmente un pio desiderio. Due case importatrici soltanto, una toscana 
e l'altra siciliana, esistevano allora in New York: i fratelli Fabbricotti, 
persone colte e dabbene, negozianti in marmi ed alabastri^ ed un im- 
portatore di aranci e limoni della sua Sicilia, uomo educato ed intra- 
prendente. Un tal Conte, uomo probo e stimato, aveva un gran negozio 
di stoffe e panni da taglio, ma nulla d'importato dalla patria; una 
fabbrica di giocattoli di stagno era tenuta dai fratelli Pia, uomini dal 
cuor d'oro come il loro nome; una pensione per gli artisti di canto 
era gestita da tal Albino Abbiati, maestro compositore e direttore 
d'orchestra, ed un ristorante, frequentato pure da artisti di teatro, era 
tenuto da un tal Morelli, popolarissimo fra i nostri cantanti. A tutto ciò 
possiamo anche aggiungere la modestissima fabbrica di candele stea- 
riche tenuta dal buon Meucci a Staten Island e glorificata dal lavoro di 
Giuseppe Garibaldi ! Queste, tutte le case ed il com.mercio italiano 
d'allora nella Metropoli del Nuovo Mondo! 

Sin dal 1847, a dire il vero, importavasi, specialmente a Boston, 
del buon Marsala. Si ricorda infatti che, in quell'anno, il brigantino 
americano "John Carver" ne portò ben 662 "pipes", seguito a breve 
distanza dal "Leone," con un altro carico di 350. Inoltre, dal 1848 al 
1850 furono fatte, dalla Sicilia per Boston e New York, ben sette spe- 
dizioni di 300 "pipes" ciascuna. Ma è d'uopo aggiungere che l'eccel- 
lente vino siciliano era consumato quasi interamente dagli Americani, 
poiché in quel tempo le Colonie di New York e di Boston arrivavano 
a poche centinaia di individui, la grande maggioranza dei quali, come 
già si è notato, era formata da profughi politici in condizioni finanziarie 
delle più miserevoli. 

PROGRESSI LENTI, MA ININTERROTTI. 

Ma, col passare degli anni, la trasformazione dei fattori necessari 
all'importazione andava operandosi, lentamente, sì, ma ininterrotta- 
mente. Si incominciò a scrivere ai parenti e agli amici, in Italia, per 
avere dei generi dal paese, prima per uso proprio, poi pei cederne 
anche ad amici e conoscenti, ed in ultimo per farne commercio. 

"Nei primi tempi della nostra immigrazione — ricorda il Comm. 
Antonio Zucca, uno dei pionieri dell'importazione italiana — i nostri 
prodotti furono timidamente lanciati su questo mercato e malamente 
presentati al compratore spicciolo; ora essi si raccomandano a colpo 
d'occhio e s'impongono. Ed ancora nei primordi, il nostro articolo non 
varcava la soglia di chi l'aveva fatto venire; comparve poi, semina- 
scosto, nella misera vetrina di qualche importatore in erba; avanzò 
in seguito arditamente e si assise fra i prodotti indigeni e degli altri 



COMMERCIO 



195 



paesi rei department stores e nei negozi ampli e decenti di commer- 
cianti italiani progrediti. Sicché poco dopo il suggestivo fiasco di Chian- 
ti, le stagnate di olio di oliva e di vegetali in conserva, le cassette 
di pasta, le pizze di formaggio, gli agrumi elegantemente incartati e 
tanti altri nostri prodotti brillavano nelle ricche e sontuose vetrine di 
negoziami importatori, i cui proprietari erano in gran parte figli o ne- 
poti di immigranti del vecchio mondo. Ed è una confortante constata- 
zione la larga clientela americana che accorre nei ristoranti italiani a 
consumare quanto di prelibato contengono le dispense dei prodotti delle 
nostre terre." 

Chi cinquant'anni addietro avesse percorse le strette banchine dei 
"docks", che in quell'epoca si stendevano preferibilmente lungo l'East 
River, nella baia di New York, ed avesse dato uno sguardo alle merci 
scaricate sui moli angusti, portate dai velieri e dai modesti piroscafi 
di allora, a mala pena avrebbe scoperto qualche cesta di agrumi o 
qualche barilotto di vino che gli ricordasse la patria lontana. Quale 
contrasto con gli enormi "docks" che ora si estendono per miglia 
lungo le rive lell'immensa baia e specialmente lungo le sponde del- 
l'Hudson, ove si ormeggiano i colossi transatlantici di una trentina di 
linee di navigazione, fra americane ed estere, adibiti al servizio tra il 
Mediterraneo e New York; piroscafi scricchiolanti sotto il peso di 
montagne di merci, che si scaricano incessantemente, formando, spe- 
cialmente le italiane, immense cataste di casse di paste alimentari, di 
formaggi, di olii d'oliva, di agrumi sprigionanti gli effluvi dell'ardente 
Sicilia, pile di preziose balle di seta, ammassi di ceste e di recipienti 
d'ogni altra forma, lunghe file di botti, di barili, di damigiane: monta- 
gne di merci, tutte queste, che attestano eloquentemente il contributo 
dell'a/ma parens frugum all'enorme sviluppo avvenuto, in mezzo se- 
colo, nel commercio dell'Italia con gli Stati Uniti. E la genesi, l'origine 
prima di tutto ciò? Poche parole la spiegano: è in gran parte il corol- 
lario dell'immigrazione italiana. 

"Nel commercio di importazione dei nostri prodotti alimentari — 
nota in proposito, con molta competenza, il Comm. Guido Rossati, R. 
Delegato Tecnico-Agrario agli Stati Uniti — svolgesi oggigiorno l'at- 
tività di parecchie centinaia di case grossiste nazionali, non poche delle 
quali assunte da origine modesta a posizione eminente, aventi un giro 
annuale di parecchi milioni di dollari; vasti magazzeni occupanti spesso 
stabili interi, e "stocks" considerevoli di merce; uffici, che, per nu- 
mero di impiegati, arredamenti e metodi commerciali, poco o nulla 
hanno da invidiare a quelli delle case americane; senza dire di migli?ia 
e migliaia di dettaglianti nazionali, sparsi nelle città e nei villaggi del- 
l'Unione, che rappresentano la ind^'spensabile rete di distribuzione dei 
nostri prodotti ed il mezzo più efficace per una più estesa diffusione dei 
medesimi anche fra l'elemento americano, man m.ano che aumentano i 



296 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

rapporti di comunità fra essi e il popolo che li ospita." Poiché, se lo 
sviluppo di questo ramo delle nostre esportazioni è dovuto in gran 
parte all'immigrazione, ad esso non è però rimasto estraneo il con- 
sumo americano propriamente detto, in ispecie per l'olio d'oliva, le 
paste dlimentari, certi tipi di formaggio, quali il Reggiano ed il Gor- 
gonzola, ed i vini, quali il Chianti ed il Vermouth, prodotti che anda- 
rono (questi ultimi sino al 1920, l'anno della proibizione) sempre più 
popolarizzandosi anche fra i consumatori indigeni. 

I GENERI ITALIANI DI MAGGIORE mPORTAZIONE. 

I frequenti e rapidi mezzi di comunicazione oggi esistenti fra 
l'Italia e gli Stati Uniti, il continuo e gigantesco sviluppo delle condi- 
zioni economiche delle nostre Colonie, che permette loro di divenire 
più intensamente consumatrici di prodotti importati dall'Italia, l'au- 
mento delle Colonie istesse dovuto alla perenne immigrazione, la 
rete dei mezzi di distribuzione creata dalla industre opera degli immi- 
grati dedicatisi al commercio sia all'ingrosso che al dettaglio, infine 
l'ambiente degli Stati Uniti dell'Unione nord-americana fanno nutrire le 
più lusinghiere speranze per l'avvenire del nostro commercio, purché 
da parte degli esportatori italiani si spieghi quella intensità di sforzi, 
tante volte consigliata sia dalle Camere di Commercio italiane in que- 
sti paesi, sia da altri enti e da privati, che è necessaria per stimolarlo 
e saperne trarre il maggiore possibile tornaconto. 

I generi alimentari di maggiore importazione dall'Italia agli Stati 
Uniti — in questa rassegna non si tiene conto della terribile "debacle" 
subita dall'importazione in generale durante il flagello bellico — sono; 
l'olio d'oliva, i formaggi, i vini e i liquori, la cui importazione è ormai 
quasi totalmente cessata, dopo l'approvazione del I8.0 emendamento al- 
la Costituzione federale, i legumi, la salsa e conserva di pomidoro, i po- 
midori in iscatole, i carciofi, piselli, funghi, ecc., pure conservati in 
iscatola. Vaglio, le olive mangerecce, il pesce conservato, il riso, ecc. 
Questi prodotti sono consumati in grandissima parte dalle comunità 
italiane immigrate. Quelli di consumazione generale, importati dall'Italia 
negli Stati Uniti, e che non sono influenzati dal fenomeno immigratorio 
sono: gli agrumi, la frutta, secca od altrimenti conservata {mandorle, 
noci, nocciuole e castagne, fichi, ciliegie in salamoia, ecc.) , i manufatti, 
sebbene ancora in quantità molto limitata per taluni generi, mentre 
per altri, come i prodotti chimici, le seterie e i cappelli di paglia, le 
automobili, gli oggetti d'arte, i guanti, il sapone, le importazioni aumen- 
tarono rapidamente ed in modo promettentissimo negli anni che prece- 
dettero la guerra. 

Fra le materie prime necessarie all'industria americana importate 
dall'Italia occupano il primo posto — sino a pochi anni or sono, esse 



COMMERCIO 197 



costituivano quasi la metà del valore delia importazione italiana agli 
Stati Uniti — le materie prime tessili, che comprendono: la seta greg- 
gia, la canape greggia, le treccie per cappelli di paglia, il crine greggio 
animale, i cascami di cotone e la lana. 

Vengono poi le materie prime destinate alle industrie chimiche, 
quali : il tartaro greggio, le essenze di agrumi, il citrato di calcio, l'olio 
d'oliva e i grassi per uso industriale, lo zolfo, la glicerina, ed infine le 
materie prime destinate ad industrie diverse, ed in tale categoria si an- 
noverano: i marmi, le pelli greggie, il sommacco, le sementi agrarie, 
il legno di radica, e il legno non lavoretto, il sughero, il talco, la pietra 
pomice, il saLmar,ino, gli stracci, le terre colorate, l'asfalto, la grafite, la 
stearina, la saggina, la cera vergine ecc. 

ALCUNI DATI STATISTICI 

Prima del 1860 — ricorda il Comm. Rossati — i vari Stati in cui 
il dominio straniero teneva asservita e suddivisa l'Italia esportavano 
ben poco agli Stati Uniti. In cambio dei modesti 5 milioni di dollari 
circa di merce italiana che giungeva in quell'epoca nei porti americani, 
gli Stati Uniti fornivano all'Italia il cotone, il quale costituiva i due 
terzi della totale importazione americana nell'antico Regno di Piemon- 
te; il tabacco, che rappresentava i due terzi della totale esportazione 
degli Stati Uniti per la Toscana, e circa la metà dell'esportazione stessa 
per il Regno delle Due Sicilie; il legname e naval stores (trementina, 
colofonia, ecc). Intenti com'erano, nei primordi del Regno d'Italia, Go- 
verno e patrioti, a compiere l'opera santa dell'unità nazionale ed all'or- 
dinamento interno del paese, non potevasi naturalmente aspettare una 
notevole espansione in fatto di traffici oltre oceano, a quell'epoca an- 
cora praticamente fatti a mezzo di velieri, e ci volle un ventennio prima 
che le nostre esportazioni annuali verso gli Stati Uniti toccassero la 
diecina di milioni di dollari, il che si verificò soltanto verso il 1880. 

Il decennio 1880-1890 vide duplicarsi le nostre importazioni negli 
Stati Uniti, e nel decennio seguente, dato il notevole aumento immi- 
gratorio, esse raggiunsero circa i 30 milioni di dollari. Dal 1900 i pro- 
gressi furono rapidi e considerevoli, sino a raggiungere nel 1913, l'anno 
che precedette la grande conflagrazione mondiale, 55,323,304 dollari. 
Dal 1914 in poi,' le esportazioni dagli Stati Uniti in Italia furono di gran 
lunga superiori alle importazioni dall'Italia agli Stati Uniti per l'im- 
menso bisogno che l'Italia ebbe di ogni genere di prodotti, dal grano 
al carbone, ai generi di prima necessità; dalle materie grezze al ferro, 
all'acciaio, al legname per alimentare la tremenda e gigantesca produ- 
zione bellica. 

Il seguente quadro statistico dà un'idea esatta dello scambio com- 
merciale fra i due paesi dal 1898, anno in cui le importazioni e le 
esportazioni raggiunsero un totale di una certa importanza, sino al 



198 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



1915 anno in cui l'Italia, scesa in guerra a fianco delle Nazioni Alleate, 
vide 'paralizzarsi quasi completamente le sue esportazioni all'estero: 





Importazione dall'Italia 


Esportazione dagli Stati 


Scambio totale 


Anno 


agli Stati Uniti 


Uniti per l'Italia 




1898 


20.332.637 


23.490.358 


43.822.995 


1899 


24.832.746 


25.034.040 


49.866.786 


1900 


27.924.176 


33.256.620 


61.180.796 


1901 


24.618.384 


34.473.189 


59.091.573 


1902 


30.554.931 


31.388.135 


61.943.066 


1903 


36.246.402 


35.032680 


71.279.082 


1904 


33.158.042 


35.720 001 


68.878.043 


1905 


38.628.579 


38.740.067 


77.368.646 


1906 


50.597.556 


48.081.740 


98.679.296 


1907 


50.455.119 


61.746.965 


112.202.084 


1908 


44.844.174 


53.599.773 


98.443.947 


1909 


, 49.287.894 


58.078.454 


107.366.348 


1910 


49.868.367 


53.467.053 


103.335.420 


1911 


* 47.334.809 


60.580.766 


107.915.575 


1912 


48.028.529 


65.261,268 


113.289.797 


1913 


55.323.304 


78.675.043 


133.998.347 


1914 


55.207.274 


94.932,200 


151.139.474 


1915 


51.559.765 


270.668.448 


322.228.213 



LE CAMERE DI COMMERCIO ITALIANE NEGLI STATI UNITL 

Tramite efficace, preziosissimo nei rapporti economici fra la ma.- 
drepatria e gli Stati Uniti sono state, e continuano ad essere, le nostre 
Camere di Commercio di New York, di San Francisco e di Chicago, i 
tre grandi centri principali dei nostri maggiori interessi. Le prime due 
hanno di già oltrepassato il trentesimo arno di esistenza e quella di 
Chicago è stata fondata in tempi a noi più vicini ; ma tutte e tre le bene- 
merite istituzioni — deve darsene loro il giusto vanto — sono accorte 
sentinelle nello evolversi dei nostri affari commerciali e compiono la 
loro opera con ammirevole diligenza, seguendo le diverse fasi dello 
sviluppo economico fra i due paesi e adoperandosi a disciplinare il corso 
dei relativi mercati per quanto lo consentono gli ambienti della loro 
molteplice attività ed i mezzi a loro disposizione, che è desiderabile siano 
concessi, per l'avvenire, con più larga generosità dal Governo patrio. 

L'idea di stabilire in New York una Camera che avesse raccolto 
nel suo seno i commercianti italiani e avesse provveduto agl'interessi 
del traffico che quotidianamente andava estendendosi fra l'Italia e il 
Nord America, venne nel 1887 al prof. Alessandro Oldrini, il quale, 



COMMERCIO 199 



recatosi a Milano nei primi mesi di quell'anno, chiamò a suo collabora- 
tore nell'opera di organizzazione dell'istituto il segretario di quella 
Camera di Commercio, rag. Giuseppe Sormani, direttore del giornale 
"Il Commercio". Venuti entrambi in New York, organizzarono il primo 
comitato esecutivo formato dai signori: Alessandro Oldrini, Giuseppe 
Sormani, Salvatore Cantoni, Carlo Barsotti, Giovanni Morosini, Luigi 
Contencin, cav. A. E. Cerqua. 

Il 5 dicembre 1887 la Camera di Commercio Italiana entrava uffi- 
cialmente in vita. Il 18 gennaio 1888 si otteneva dal Governo dello Stato 
l'atto di costituzione in ente legale ("incorporation"). 

Il primo Consiglio Direttivo riuscì composto così: Presidente: An- 
selmo Vivanti; Vice-presidente: cav. Dom. Bonanno; Tesoriere: cav. 
Salvatore Cantoni; Segretario: cav. Michele Lemmi; Consiglieri: cav. 
Cesare Barattoni, cav. Carlo Barsotti, Bartolomeo Bertini, Carlo Berto- 
lino, Domenico Cella, cav. Luigi Contencin, Giovanni Lordi, prof. Ales- 
sandro Oldrini, Cesare Stefani. 

Dopo le lunghe presidenze del Comm. Antonio Zucca, prima, e del 
Comm. Luigi Solari, poi, la Camera di Commercio Italiana di New 
York è assurta all'importanza di una vasta ed operosa organizzazione 
atta a rendere i più notevoli ed efficaci servigi al traffico fra i due 
Paesi; ed ora, sotto l'abile amministrazione del Cav. Luigi Scaramelli, 
essa procede sulla via di un costante, meraviglioso sviluppo. La sua 
"Rivista" settimanale, redatta con illuminata competenza dal Dr. Alberto 
C. Bonaschi, segretario della Camera, e dal Comm. Guido Rossati, ri- 
specchia fedelmente l'opera preziosissima di attività e di propaganda 
italiana della patriottica istituzione. 

La Camera di Commercio Italiana di New York celebrò, il 19 otto- 
bre 1912, il suo venticinquesimo anno di esistenza con un grande ban- 
chetto al Waldorf Astoria, al quale parteciparono parecchie centinaia di 
connazionali, autorità cittadine, statali e federali ed i numerosi delegati 
italiani al Congresso Internazionale delle Camere di Commercio che 
aveva avuto luogo in Boston pochi giorni prima. Esso costituì una spon- 
tanea ed entusiastica dimostrazione di simpatia per la benemerita isti- 
tuzione e per l'uomo che allora, e da parecchi anni, ne guidava i de- 
stini con senno e con patriottismo: il Comm. Luigi Solari. Pronuncia- 
rono applauditi discorsi, oltre al Solari, il Senatore Angelo Salmoi- 
raghi, capo dei delegati italiani al Congresso. Mr. Louis Canon Le-, 
grand, di Brusselle, presidente del Congresso ed il Console Generale 
d'Italia, Comm. Giacomo Fara Forni. L'allora Presidente degli Stati 
Uniti, William H. Taft, inviò al Comm. Solari un telegramma di ade- 
sione cordialissimo, vivamente applaudito. 

Come ricordo dell'evento fu distribuito ai commensali un artistico 
"Souvenir", un vero capolavoro di finezza e di eleganza, di quel valen- 
tissimo alluminatore che è il prof. Giuseppe De Felice, di New York. 



200 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Anche le origini delle Camere di Commercio di San Francisco e di 
Chicago furono modeste ma caratterizzate dalla più encomiabile opero- 
sità nell'interesse economico delle due nazioni. (1) 

Le Camere di Commercio Italiane negli Stati Uniti, considerate tra 
le più importanti e nobili istituzioni delle nostre comunità immigrate, 
specialmente ora, dopo i generali travolgimenti prodotti dalla guerra, 
sono chiamate a rendere utili ed importantissimi servigi dai più elevati 
punti di vista. 

"Il commerciante che tenda allo sviluppo dei propri affari in mer- 
cati per lui nuovi — notava molto opportunamente il Comm. Romolo 
Tritonj, R. Console Generale d'Italia in New York, in un sennato discor- 
so pronunciato dinanzi ai soci della Camera Italiana di Commercio new- 
yorkese, nel maggio 1919 — deve essere anche uno psicologo. Deve 
studiare, cioè, i bisogni e capire i desideri e adattarsi ad essi con abilità; 
non deve improntare la propria azione ad assoluti criteri d'invasione e 
di schiacciamento, ma di rispetto alle tradizioni, agli sforzi del paese 
che prende di mira. Certi metodi di concorrenza brutale, troppo smanio- 
sa di imporsi, di concorrenza schiacciante, susciterebbero reazione e so- 
spetti che trascenderebbero i limiti di una semplice competizione com- 
merciale." Da qui appunto sorge la necessità ed una delle utilità delle 
Camere di Commercio Italiane negli Stati Uniti : esse devono essere le 
interpreti, devono far comprendere il mercato italiano al produttore, al 
capitalista americano; devono invogliarli, avviarli nelle giuste, esatte e 
discrete vie di un onesto tornaconto reciproco: cioè devono far com- 
prendere all'americano come debba svolgere la propria attività in Italia. 
La funzione che le nostre Camere di Commercio sono chiamate a com- 
piere è, quindi, nello stesso tempo, del più vivo interesse per i due paesi 
ed altamente patriottica; patriottica, nel senso che essa giova alla patria 
d'origine ed a quella di adozione. Ed allora esse metteranno capo ad 
una fratellanza di scopi e di intenti, ad una armonia di soddisfazioni e 
di interessi che non genererà gare o contese, ma cordiale, proficua e 
duratura amicizia fra i due grandi popoli. 

LO SVILUPPO DEL COMMERCIO MARITTIMO 
FRA L'ITALIA E GLI STATI UNITI. 

Le relazioni commerciali fra l'Italia e gli Stati Uniti incominciano 
— lo abbiamo già detto — solamente dopo il 1870 ad occupare un posto 
speciale nella statistica del traffico transoceanico. Sino ad allora — 
nota con grande competenza il Dr. Bonaschi, docente di Diritto Marit- 
timo al College of the City of New York — scarso era stato il capitale 
disponibile per provvedere la giovine Nazione di una flotta mercantile 
e di porti più adatti al nuovo sviluppo del traffico internazionale. 

che nÌllJ"nnnnW."r*t P?«^'"%'*f "",° P^f «««« licenziate alle stampe, si apprende che an- 
Facciamo vT T» r T ^- l}^^^^^!"^ « ^^ata istituita una Camera di Commercio Italiana, 
cacciamo voti che gli sforzi di quei nostri connazionali siano coronati da pieno successo. 



COMMERCIO 201 



Dopo il 1870, un soffio di vita vigorosa pare si infonda nella mari- 
na mercantile d'Italia. I cantieri di Genova e di Venezia, di Sestri e di 
Sampierdarena, di Savona e della Spezia, di Napoli, di Castellammare 
e di Palermo cominciano a varare ogni anno diecine di velieri, i quali, 
benché in legno, possono tuttavia competere con i migliori costruiti al- 
l'estero. Le finanze nazionali cominciano a rimettersi, e, mentre parte 
del bilancio dello Stato viene impiegato a migliorare i porti già esisten- 
ti od a costruirne di nuovi, il commercio con l'estero si sviluppa in modo 
che si trova capitale abbastanza da investire in grano e in petrolio ame- 
ricano. Nel frattempo la flotta mercantile degli Stati Uniti, richiamata 
in patria dal profitto enorme dato dai servizi di cabotaggio e dal commer- 
cio col Canada, lascia libero l'Atlantico a tutte le altre bandiere; ed i 
velieri italiani che prima vi apparivano così scarsi e tanto raramente, 
ora vi affluiscono per partecipare alla nuova gara. Pochi anni dopo il 
1870, infatti, in New York, celebrandosi dagli Italiani residenti in questa 
città la festa dello Statuto, vi parteciparono ben 112 capitani di velieri 
ormeggiati nel porto; di velieri, in cima ai quali sventolava il tricolore 
d'Italia. Questo è il principio del commercio marittimo italo-americano, 
"in un confronto di cose" — aggiunge argutamente il Bonaschi — 
poiché, "in un confronto di persone", la Nave che nella storia ha un 
nome, come quella che, per prima — ed era una nave mercantile — 
approdò alle coste nord-atlantiche del Continente Nuovo e discese lungo 
esse e le esplorò dal Canada fino alla Virginia, era guidata da un Italia- 
no, da Giovanni Caboto. Il quale, sopra il Matthew, una navicella di 80 
tonnellate, con un equipaggio di 18 persone, armata dai mercanti di 
Bristol, (Inghilterra) col patronato del re Enrico VII, dopo un viaggio 
avventuroso, toccava prima un punto ancora non bene accertato dell'Iso- 
la di Terranova, o forse del Labrador, e di là s'avventurò al Sud per 
oltre mille miglia, probabilmente, come dicemmo, sino alla Virginia, ma 
certamente raggiungendo Long Island, nel 1497. 

Ed al nome di Caboto dobbiamo aggiungere quello di Giovanni da 
Verrazzano, che, primo fra tutti i navigatori, già nel 1524 entrava nella 
baia che fu poi detta di New York e risaliva per diecine e diecine di 
miglia il bellissimo fiume, a cui si diede poi il nome dell'esploratore 
inglese Hudson, che al servizio dell'Olanda, lo visitò ben 85 anni dopo. 
Gli Americani celebrarono, nel 1909, con feste grandiose, il terzo cente- 
nario della scoperta del fiume dall'Hudson nominato; ma la ingiustizia 
solenne fu in tempo riparata mercé un'attivissima, vittoriosa campagna 
condotta dal Progresso Italo-Americano ; campagna che rivendicò com- 
pletamente la gloria del navigatore fiorentino. Ma di ciò abbiamo già 
parlato a lungo in un altro capitolo. 

I PRIMI VAPORI ITALIANI NEGLI STATI UNITL 

Fino al 1877 non esisteva un servizio diretto di vapori fra l'Italia 
e gli Stati Uniti, fatto da Linee regolari. Pochi vapori italiani, parecchi 
inglesi e qualcuno francese venivano noleggiati di mano in mano che le 



202 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

esigenze del mercato lo richiedevano; vi si adattavano in qualche manie- 
ra una ventina, al piti, di cabine di prima e seconda classe, una cinquan- 
tina di cuccette per i passeggieri di terza e con grandi scossoni, rullìo 
spaventevole e beccheggio del diavolo, via con Dio! Talvolta il pirosca- 
fo, non trovando carico sufficiente in un porto solo, doveva approdare 
a tre, quattro, perfino a cinque porti su tutta la costa europea od africa- 
na del Mediterraneo occidentale; ed i passeggeri rimanevano talvolta 
due mesi a bordo (un vapore impiegò fino a 63 giorni) per un viaggio 
che si può compiere, oggi, in meno di dieci giorni. Si narra, a tal 
proposito, di un tale che, partito da Genova in pelliccia, dovette, 
a New York od a New Orleans, appena approdato, correre in cerca di 
un abito estivo. Ed intanto le compagnie di navigazione britanniche, 
segnatamente l'Anchor Line, minacciavano di fare una concorrenza for- 
midabile alla marina italiana, soffocando ogni più piccola iniziativa da 
parte di compagnie nazionali nello stabilire un servizio di piroscafi con 
partenze regolari fra l'Italia e gli Stati Uniti. 

Pur tuttavia la Società Florio era rimasta incoraggiata dalla buona 
riuscita della linea di navigazione a vapore per gli emigranti italiani che 
si recavano al Brasile, all'Uruguay ed all'Argentina e, nel frattempo, la 
corrente emigratoria da Genova, da Livorno, da Napoli e da Palermo 
prendeva pure a dirigersi verso l'America del Nord. Quella società 
decise allora di iniziare un servizio regolare con piroscafi, per merci e 
passeggieri, tra i porti italiani del Tirreno e New York e New Orleans. 
Da quell'anno, 1877, i progressi non furono rapidi, ma abbastanza pro- 
mettenti, sino a che, vent'anni dopo, nel 1897, sopraggiunse, con la 
fusione delle due Società, Florio e Rubattino, la Navigazione Generale 
Italiana, da cui sbocciò l'attuale ente marittimo, il quale fu la base del 
futuro servizio, che, con crescendo mai interrotto, è stato portato, oggi, 
ad una meravigliosa floridezza. 

Intorno al 1900, aumentate enormemente le correnti immigratorie 
dall'Italia agli Stati Uniti, aumentò anche il numero delle navi, sia 
italiane che straniere, adibite al servizio di passeggeri e di merci fra 
i nostri porti e quelli americani. Ed oltre alla Navigazione Generale 
Italiana troviamo altre importanti Compagnie, quali, la Veloce, il Lloyd 
Italiano, il Lloyd Sabaudo, la Siculo-Americana, la Transatlantica, italia- 
ne tutte; e, fra le straniere — le quali complessivamente, e quasi costan- 
temente, sino allo scoppiare della guerra mondiale, nel 1914, erano 
padrone di circa tre quinti del commercio marittimo dell'Italia con gli 
Stati Uniti: — l'Hamburg-American Line, il North German Lloyd, la 
White Star Line, la Cunard Line, l'Anchor Line, la Fabre Line, la Prince 
Line, la Compagnia Transatlantica Spagnuola ed il Lloyd Austriaco. 

Il lungo e tragico periodo bellico diede il tracollo alle più formida- 
bili Compagnie straniere, quali l'Hamburg-American Line, il North Ger- 
man Lloyd e il Lloyd Austriaco, mediante il sequestro delle loro navi, 
ed assottigliò di molto le già rigogliose Compagnie italiane, per la 
inumana e insidiosa guerra dei sottomarini durante l'immane conflitto; 



COMMERCIO 



203 




204 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



ed ora gli arsenali di tutto il mondo, non esclusi quelli dell'Italia, stanno 
lavorando a tutt'uomo per ricuperare il naviglio perduto e così riattivare 
il traffico tra nazione e nazione; ma centinaia e centinaia di navi non 
si improvvisano e non sarà quindi né breve né facile il lavoro di rico- 
struzione di intere flotte mercantili inghiottite o distrutte dagli orrori 
della più tremenda guerra che la storia abbia mai registrato. 

Al Gennaio del 1921 facevano il servizio fra gli Stati Uniti e l'Italia 
le seguenti Compagnie di navigazione, alcune per passeggeri e merci, 
altre per merci soltanto: l'Acme Operating Co.; la American-French 
Mediterranean S. S. Corp.; la Anchor Line, la Baltimore Oceanie S. S. 
Co.; la Cosulich (Società Triestina di Navigazione) ; la Cunard Line; 
la Fabre Line; la Federai Operating Co.; la Green Star S. S. Co.; la 
Inter Allied Shipping Co.; la Kerr Steamship Co.; La Veloce; il Lloyd 
Sabaudo; la Marine & Commerce Corp. of America; la Navigazione 
Generale Italiana; la Raporel Line; la C. B. Richard Line; la Società 
Nazionale di Navigazione; la States Marine & Commercial Co.; la 
Transatlantica Italiana; la Transoceanica; la Siculo-Americana; la Tros- 
dal, Plani & Lafonta, la United States Navigation Co. e la U. S. Mail 
Steamship Company. 

PER UNA CORDIALE INTESA ECONOMICA FRA I DUE PAESI. 

Che cosa ci riserba l'avvenire nei rapporti economici fra l'Italia e 
gli Stati Uniti? Siamo ancora nell'inizio del periodo di rassestamento 
dei traffici fra nazione e nazione, fra vecchio e nuovo continente; siamo 
ancora, dopo la immane tragedia bellica, in una fase di disorientamento 
e di squilibrio internazionale che richiede sia dato al tempo di svolgere 
l'opera sua. 

Da parte nostra, non dobbiamo lasciare che altri, più agguerriti di 
noi nelle competizioni economiche, più destri in quella incessante, effi- 
cace propaganda che a noi fece completamente difetto anche durante 
la conflagrazione mondiale — e ne avremmo avuto tanto bisogno! — ci 
precedano e prendano il sopravvento nell'accaparrarsi campi e mercati 
indispensabili alla nostra ricostruzione economica, al nostro sviluppo 
commerciale in questi paesi. Ogni giorno perduto, ogni opportunità la- 
sciataci sfuggire sarebbe esiziale alla vita economica della nostra patria 
d'origine. 

Per fortuna il Governo di Roma ha, molto saggiamente, pensato ad 
inviare negli Stati Uniti un uomo insigne che, per le sue speciali qualità 
di mente e di esperienza, si è voluto chiamare r"Ambasciatore economi- 
co": il ligure Senatore Vittorio Rolandi Ricci, che alla vasta e profonda 
cultura in materia commerciale accoppia una lunga ed abile esperienza 
in affari, sì da esser considerato come uno dei principali esponenti della 
diplomazia moderna che mira a svolgere le sue attività precipuamente 
nel campo delle questioni economiche fra popolo e popolo. 

L'autorità dell'uomo, la missione speciale a lui affidata dal Governo 
Italiano ed il vasto programma ch'egli si prefigge di svolgere presso il 



COMMERCIO 205 



Governo ed il popolo degli Stati Uniti danno ampio affidamento che 
una campagna energica, sapiente, illuminata sarà condotta dal nuovo 
rappresentante d'Italia a Washington, a beneficio reciproco degli inte- 
ressi commerciali ed economici dell'Italia e del Nord America. 

In una conferenza tenuta a Roma, il 29 dicembre 1920, nella sede 
della Società Italo-Americana, alla vigilia della sua partenza per gli Stati 
Uniti, il Senatore Rolandi Ricci espose chiaramente e brillantemente le 
linee generali del suo programma. E' opportuno qui ricordarle breve- 
mente. 

Dopo di aver detto che i rapporti politici fra l'Italia e gli Stati Uniti 
non possono essere che ottimi e cordialissimi e che nessuna abilità è 
richiesta nei diplomatici per mantenerli tali, dacché nessuna ragione 
di contrasti esiste fra i due popoli così lontani nello spazio, ma così 
vicini nello spirito, l'oratore continuò: 

"Italiani e Nord-americani hanno lo stesso profondo ed ardente 
amore della giustizia, la medesima gentilezza innata di animo e di 
costume, l'uguale rispetto per la libertà di coscienza e l'uguale sostrato 
spirituale di sentimento religioso e pari essi sono nel praticare il culto 
squisito degli affetti famigliari, l'amore della Patria della quale vanno 
legittimamente superbi, il desiderio vivido di una migliore Umanità. 
Niuno dei due popoli pecca di eccessivo chauvinismo, nessuno intende 
a prepotere su altri popoli; non ambizioni di sconfinati dominii, non 
egemonie militari ed esorbitanze economiche, non tradizioni dinastiche 
a oligarchie aristocratiche fanno deviare i Governi dei due Stati dalla 
linea retta di una politica democratica, intesa totalmente di benessere 
generale, cioè delle moltitudini. Stati Uniti ed Italia hanno oggi entram- 
bi ugualmente quei Governi del Popolo, da parte del Popolo, in favore 
del Popolo, che era all'apice delle aspirazioni di Abramo Lincoln". 

Quindi, entrando nel vivo del problema dei rapporti economici fra 
i due paesi, l'illustre uomo così disse: 

"Nella economia, una intesa fra i due Paesi sarà utile ad entram- . 
bi, e facile. 

"Il Nord America rigurgita di capitale, di denaro, e sovrabbonda in 
materie prime ed in prodotti parzialmente lavorati. Esso, ospitale a 
tutti, è luogo di bene accetta emigrazione per numerosa ed operosa gente 
italiana. L'Italia, alla quale la lunghezza della guerra guerreggiata ha 
imposto un dispendio di somme superiori ad ogni previsione, è paese 
generatore di uomini aspri al lavoro, abili nell'artigianato, etnicamente 
esperti nell'agricoltura, vividi di ingegno, di plastica adattabilità am- 
bienziale, alacri ad ogni cimento ed in qualsiasi bisogna. Questo è un 
capitale di forza che l'Italia può associare al capitale di denaro ameri- 
cano per la trasformazione delle materie prime esuberanti al Nord-Ame- 
rica, per il completamento delle lavorazioni dei prodotti semilavorati, 
per il loro rifinimento specifico e vario secondo le diverse e mercan- 
tilmente necessarie esigenze di molti Paesi consumatori, e principalmen- 
te di quelli che si affacciano al bacino del Mediterraneo Orientale". 



206 CINQUANT'ANNl DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Accennando alla necessità di una più realistica conoscenza dell'Ita- 
lia da parte degli Americani, il nuovo Ambasciatore dichiarò con la più 
encomiabile franchezza: 

"Vi sono delle esportazioni dall'Italia le quali oggi non attingono 
quello sviluppo e non ottengono quella remunerazione proficua che esse 
raggiungerebbero se fossero meglio curate qui (in Italia) e meglio 
regolate colà (in America) : mio compito sarà quello di avvertire qui 
delle deficienze da riparare, di vigilare colà perchè ostacoli ingiusti non 
si frappongano da interessi parassitarii a quello che deve riuscire a 
vantaggio dell'esportatore italiano e del consumatore transatlantico. 

"Le buone consuetudini del commercio di importazione non si 
sono mantenute ed il turbine devastatore della guerra ha portato all'ado- 
zione di metodi che esprimono una immeritata sfiducia degli esportatori 
americani verso la loro clientela italiana. Bisogna far ritornare la fi- 
ducia. Noi, italiani, abbiamo il diritto di essere fidati perchè siamo un 
paese commercialmente probo quanto qualsiasi altro paese. I venditori 
onesti nordamericani non hanno mai avuto da lamentare nessuna abituale 
angheria da parte del commercio italiano. La sfiducia non è effetto dun- 
que di patita esperienza, né. Dio guardi, di malanimo. Ma deriva dalla 
scarsa cognizione che all'estero, ed anche nel Nord America, si ha delle 
reali condizioni sociali politiche ed economiche dell'Italia. Noi guada- 
gneremo ad essere conosciuti più esattamente dai nordamericani. 

"Io opino che si renderebbe un grande servizio al nostro Paese se 
si potessero indurre diecimila notabili uomini della finanza, dell'indu- 
stria e del commercio nordamericani a recarsi in Italia ed a starvi alme- 
no tre mesi. Giacché oltre la laguna di Venezia ed il Vesuvio, oltre 
Taormina e Bellagio, oltre il campanile di Pisa ed il tempio di Pesto, 
oltre Pompei e Vetulonia, oltre la Grotta Azzurra e le Isole Borromee, 
oltre il Colosseo e l'Arena di Verona, oltre le Latomie Siracusane e la 
Catulliana penisola di Sirmione, occorre far conoscere ai nostri ospiti 
i nostri grandi Istituti di emissione e di credito ordinario, le nostre fila- 
ture e tessiture di seta e di cotone, di lana, di juta, di canape, di lino, le 
nostre fabbriche di mobili, le nostre vetrerie, le nostre fabbriche di auto- 
mobili, le nostre officine meccaniche, i nostri impianti idroelettrici, le 
industrie della gomma, quelle chimiche, quella dei pellami e quelle 
alimentari, le industrie dei cappelli, dell'abbigliamento personale e della 
carta, l'agricoltura dell'Emilia, delle Marche, della Toscana, dell'Umbria, 
della Terra di Lavoro, della Campania, della Costa orientale e nordica 
della Sicilia, l'industria dei cantieri che dalla spiaggia triestina e dalla 
Dorica Ancona, dalla Conca d'Oro e dalla riva Partenopea, dal lido 
Labronico e, con più veloce ritmo di fervido travaglio, proprio 
da quegli scogli onde Colombo infante 
nuovi pel mar vedea mondi spuntare 
esprimono sul mare azzurre navi perfette e tali da vantare alla nostra 
bandiera mercantile i migliori servizi fra i porti Mediterranei ed il Nord 
America. 



COMMERCIO 207 



"Noi sappiamo che il Nord America ha colossalità di produzioni in 
tutte le branche della produttività, ma forse, e senza forse, i nordame- 
ricani non sanno quel che facciamo noi, e tanto meno quello che, coadiu- 
vati da essi, potremmo fare con utile nostro e loro." 

S. E. il Senatore Rolandi Ricci giunse negli Stati Uniti versò la 
metà di febbraio 1921, e, in appena quattro mesi, l'insigne uomo ha 
voluto e saputo compiere tale un "record" di preziosa attività nell'in- 
teresse materiale e morale dell'Italia, di cui nessun diplomatico né del 
vecchio né del nuovo stampo — possiamo affermarlo con matematica 
certezza — é mai riuscito ad effettuare l'eguale in un molto maggior 
lasso di tempo. 

Scriviamo queste note quando il libro é, tecnicamente, in avanzata 
preparazione e dovendo lottare contro le più imperiose esigenze tipo- 
grafiche, ma il libro stesso 'sarebbe incompleto, se non registrasse, sia 
pure sommariamente ed affrettatamente, questo "record" meraviglioso. 

Presentate le credenziali al Primo Magistrato della Repubblica, 
l'Ambasciatore diede la sua prima attività se non a risolvere — ciò che 
sarebbe stata una lotta tanto ardua e titanica, quanto vana, nell'ancora 
aggrovigliato periodo di ricostruzione del mondo — ad attenuare le con- 
dizioni gravissime dei nostri cambi sul mercato finanziario degli Stati 
Uniti; e se la modesta Lira è ora — giugno 1921 — molto meno de- 
prezzata che nell'inverno precedente, l'Italia deve esserne grata al senno 
e alla fermezza del suo Ambasciatore "economico". 

Intanto il "diplomatico" appuntava il suo sguardo di lince sui più 
importanti problemi internazionali in cui fossero in giuoco le Cancel- 
lerie di Washington e di Roma; e, se pur non ci è dato di penetrare 
nelle segrete cose della politica e della diplomazia dell'ora che volge, 
possiamo affermare, col più vivo compiacimento, che l'opera e l'azione 
del Senatore Rolandi Ricci, "diplomatico", hanno dato i più lieti ed 
incoraggianti risultati, poiché mai. come adesso, i rapporti fra l'Italia e 
gli Stati Uniti sono stati più cordiali, più intimi; mai, come adesso, l'Ita- 
lia, il suo Governo e il suo popolo hanno goduto le simpatie più schiette 
e sincere dei Governanti e del popolo americano. 

Ed ecco in azione il dotto, l'uomo dalla mente aperta alle più no- 
bili ed alte idealità intellettuali, che sono anche morali: il Senatore 
Rolandi Ricci lancia l'idea, e le dà consistenza in un baleno, dell'invio 
in Italia di una carovana di studenti italo-americani delle Scuole Su- 
periori e delle Università degli Stati Uniti. Ed ai nostri bravi studenti, 
a coloro che saranno gli araldi dell'italianità in America nell'imminente 
avvenire, si preparano nella patria antica le più liete e festose acco- 
glienze. 

Non basta: l'Ambasciatore "italiano" ha voluto fare, appena qui 
giunto, ciò che nessun altro Ambasciatore aveva ritenuto opportuno di 
fare: visitare i grandi ed i modesti centri dell'Unione dove vivono, 
lavorano e prosperano le nostre forti ed operose Colonie, e gli effetti 



208 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



di tali visite sono stati, sono e, più, saranno per il futuro, fonte di in- 
calcolabili benefìci, poiché esse sono valse a raccogliere attorno alla 
persona del Primo Cittadino italiano in America non soltanto i con- 
nazionali entusiasticamente festanti, ma le più alte personalità del mon- 
do americano, liete di rendere onore e tributo di omaggio al degnissimo 
rappresentante della nostra patria. 




Vna delle pose abituali e caratteristiche di S. E. l'Ambasciatore Rolandi 
Ricci allorché reca ai connazionali degli Stati Uniti il saluto 
memore ed affettuoso della Madre antica 

Un altro... "record" nuovissimo, e che ha il suo alto significato, 
può vantare al suo attivo il Senatore Rolandi Ricci: in soli quattro 
mesi, ben cinque Università degli Stati Uniti si son tenute onorate di 
conferirgli la laurea "ad honorem": la George Washington University 
di Washington, D. C, le Università di Syracuse e di Rochester la Wes- 
leyan University, di Middletown, Conn., e il Trinity College di Hartford, 
la Capitale del Connecticut. 

Questo è l'uomo, l'Ambasciatore, di cui gli Italiani degli Stati Uniti 
vanno legittimamente orgogliosi. 



Ncir agricoltura 



DALLA SERENITÀ' CAMPESTRE ALLA VITA INTENSA 
DEI GRANDI CENTRI INDUSTRIALI. 

A differenza della immigrazione inglese, tedesca e scandinava, a 
cui si deve in gran parte la colonizzazione agricola di interi Stati del 
Nord-Ovest dell'Unione, l'immigrazione italiana si è finora tenuta lon- 
tana dall'agricoltura eccetto in alcuni Stati del Sud e sul versante del 
Pacifico, ove specialmente sono molti gli Italiani che si dedicano con 
successo alla viticoltura, all'allevamento del bestiame ed in genere ai 
lavori agricoli. L'astensione di grandissima parte degli immigrati italia- 
ni dall'agricoltura è tanto più notevole inquantochè i più d'essi proven- 
gono da regioni essenzialmente agricole ed hanno costantemente lavo- 
rato i campi sino al giorno della loro partenza per l'America. Le ragioni 
di tale astensione sono molteplici: la mancanza di mezzi per dedicarsi 
all'agricoltura per proprio conto e per sopperire alle spese di primo 
impianto; il fatto che la richiesta della mano d'opera agricola non è 
organizzata come quella dei braccianti per opere edilizie, ferroviarie 
o minerarie, e che i lavori agricoli non sono così bene retribuiti, mentre 
sono meno continui; la facilità con cui in America l'immigrato cambia 
.mestiere; l'attrattiva sempre maggiore delle grandi città; il bisogno 
impellente per la maggior parte dei nuo\i venuti di guadagnarsi subito 
i mezzi di sostentamento. Un'ultima e, forse, più importante ragione di 
tale fenomeno deve trovarsi nel fatto che negli Stati Uniti, come ab- 
biamo già visto, è soltanto ammessa l'immigrazione libera, essendo 
vietato lo sbarco di immigranti sotto contratto, e dove è permesso, come, 
ad esempio, in alcuni Stati del Brasile, è quasi sempre sollecitato a scopi 
agricoli dagli Stati stessi o da grandi Compagnie, che non solo tra- 
sportano a loro spese l'immigrante sui terreni che gli seno destinati, 
ma gli anticipano anche, in certi casi, le spese di primo impianto. 

Da un'ampia ed accurata inchiesta eseguita recentemente dalla 
Commissione Federale di Immigrazione degli Stati Uniti, durante il 
corso della quale furono visitate, fra le altre, quasi tutte le più recenti 
colonie agricole di Italiani ad est del Mississippi, nonché nel Missouri, 
nell'Arkansas, nella Louisiana e nel Texas, risulta che, dal 1900 in poi, 
pur essendo l'immigrazione italiana negli Stati Uniti costituita per oltre 
il 60 per cento da elementi che provengono dai nostri distretti rurali, 
soltanto una piccola percentuale di essa si dedica all'agricoltura. Il 



210 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

censimento degli Stati Uniti, nel 1900, ci diede queste cifre: su 293.424 
Italiani di sesso maschile al disopra dei !0 ann', che avevano un'occu- 
pazione retribuita, soltanto 18.227, ossia il 6.2 per cento, erano lavora- 
tori agricoli salariati e 7.139, ossia il 2.4 per cento, erano imprenditori, 
cioè, proprietari-coltivatori, affittuari o coloni parziali, dediti all'agri- 
coltura in genere ed all'orticoltura e floricoltura in ispecie. (1) 

LE SCARSE AZIENDE AGRARIE ITALIANE. 

Il numero degli imprenditori nel 1910 era salito a 10.614. Infatti, 
dai dati raccolti dal Thirteenth Census (2) si rileva che vi erano, in 
quell'anno, negli Stati Uniti, 10,614 aziende agrarie condotte da agri- 
coltori nati in Italia. La loro ripartizione fra i singoli Stati delle nove 
divisioni geografiche è data dalla Tabella a pagina 211. 

Da altri dati risulta che gli imprenditori agrari nati in Italia occu- 
pano l'undicesimo posto rispetto a quelli di altre nazionalità, e che, 
mentre per ogni venti aziende agrarie, circa, condotte da imprenditori 
bianchi, nati negli Stati Uniti, ve n'è una condotta da un imprenditore 
rato in Germania, tale proporzione rispetto agli imprenditori nati in 
Italia è di 476 a 1. E ciò rilevasi dai dati seguenti: 

Gli Stati Uniti contano complessivamente . . 6.361.502 aziende agrarie 

delle quali, condotte da imprenditori bianchi . . 5.440.619 " " 

condotte da imprenditori di colore 920.883 " " 

bianchi nati negli S. U. 4.763.256 " " 

" non nati negli 3. U. 669.556 " " 

nati in Germania . . . 221.800 " " 

nati in Gr. Brett. e Irl. 87.538 

nati in Svezia .... . 67.453 " " 

nati in Canada . .., . . 61.878 " " 

nati in Norvegia . . 59.742 " ** 

nati in Austria . . . 33.336 " " 

nati in Danimarca . . . 28.375 " " 

nati in Russia . , ^. . 25.788 " " 

nati in Svizzera . . 14.333 " " 

nati in Olanda .... 13.790 " " 

nati in Italia .... 10.614 " "' 

nati in Polonia . . . 7.228 " " 

nati in Francia . . . 5.832 " " 

nati in Ungheria . . . 3.827 " " 

nati in altri paesi eur. 17.689 " " 

nati negli altri paesi . 10.333 " " 

La Commissione Federale di Immigrazione rileva inoltre nella sua 
inchiesta come gli immigrati italiani non abbiano, per ora, alcun mezzo 
per conoscere le opportunità che può offrir loro l'agricoltura negli Stati 
Uniti. Molti di questi immigrati, dopo di aver accumulato un piccolo 

(1) Cfr. Reports of the Immigrration Commission on Occupations (Sen. Doc. n. 282. 
61.st Gong. 2nd sess.) and on Agrriculture (Sen. Doc. n. 633, pt. 24. 61.st Gong. 2nd sess.) 

(2) Thirte«nth Census of the United States, voi. VI, VII, VIII. Aericulture. Wash- 
ington, D, G., 1913. 



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AGRICOLTURA 



211 



Numero d^aziende agrarie negli Stati Uniti condotte 
da imprenditori nati in Italia 



{Censimento agrario del 1910) 



Divisioni 
geografiche 



STATI 




STATI 



S^g 



Stati Maine 

del New- ^^^ Hampshire 

England ,;. , 

Vermont .... 

Massachusetts . 

Rhode Island .. 

Connecticut . . . 



Stati : New York . . 

del Medio New Jersey . 

Atlantico Pennsylvania 



Stati 
dell'Est 

Nord- 
Centrale 



Stati 
dell'Ovest 

Nord- 
Centrale 



Ohio 

Indiana . . 
Illinois . . 
Michigan . 

Wisconsin 



Stati 
del Sud- 
Atlantico 



Minnesota . . . 

lowa 

Missouri .... 
Nord Dakota 
Sud Dakota . 
Nebraska . . . 
Kansas .... 



Delaware 

Maryland 

Dìstr. di Columbia 
Virginia 



12 
21 
22 

195 
83 

319 



825 

1134 

411 



28 
46 
167 
14 
30 
20 
99 



12 
13 

28 



Stati 
del Sud- 
Atlantico 



Stati 
dell'Est 

Sud- 
Centrale 



128 I Stati 
38 \ dell' 0\^est 

208; 

110 

170 



Sud- 
Centrale 



Stati delle 

Montagne 

Rocciose 



Virginia Occident. 
Carolina del Nord 
Carolina del Sud 

Georgia 

Florida 



Kentucky . 
Tennessee 
Alabama . 
Mississippi 



Stati 
del Pacifico 



Arkansas 
Luisiana 
Oklahoma 
Texas . . , 



Montana 

Idaho 

Wyoming 

Colorado 

Nuovo Messico 

Arizona. 

Utah 

Nevada 



Washington 
Oregon . . . , 
California , 



27 

87 

4 

5 

38 



17 

99 

42 

234 



91 

1256 

32 

710 



86 
65 
29 

539 
61 
24 
67 

196 



231 

84 
2457 



212 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



risparmio, potrebbero divenire, a giudizio della Commissione, dei buoni 
agricoltori, se conoscessero le opportunità offerte in molte località 
dall'acquisto di piccole aziende che sono spesso in vendita a prezzi ef- 
fettivamente convenienti, quasi irrisori. Per tutte queste ragioni, gli 
immigrati italiani dediti all'agricoltura negli Stati Uniti non si sono 
mai affermati, salvo rarissime eccezioni, come pionieri indipendenti di 
questa industria e non hanno quasi mai abbracciato l'agricoltura esten- 
siva, che richiede superfici di terreno notevoli ed uno strumento tecnico 
piuttosto costoso, ma hanno costituito di preferenza, e con successo, 
delle colonie agricole talora numerose e sempre prospere, di agricoltori 
dediti alle forme attive e talora intensive-attive di agricoltura che ca- 
ratterizzano quasi sempre la maggior parte di queste colonie. 

In generale — nota la Commissione — l'agricoltore italiano non 
teme il confronto cogli agricoltori di altre nazionalità stabilitisi nelle 
vicinanze, tanto per la operosità, la cura dei dettagli e le produzioni 
unitarie raggiunte, quanto per i profitti che sa ricavare dalla sua indu- 
stria. 

COLONIE AGRICOLE ITALIANE NEGLI STATI DEL SUD. 



Alcuni anni or sono, uno dei più 
abili ed accorti diplomatici che l'I- 
talia abbia mandato agli Stati U- 
niti — il barone Edmondo Mayor 
des Planche? — volle compiere due 
lunghi viaggi attraverso gli Stati 
dell'Ovest e del Sud, "in vista di 
possibilmente preparare e favorire 
una diversa e migliore distribuzio- 
ne della nostra emigrazione sul ter- 
ritorio dell'Unione Nord-America- 
na", :om'egli scrisse nella breve 
prefazione al libro — Attraverso 
gli Stati Uniti — ( 1 ) in cui raccolse 
le note dei due viaggi già apparse 
nella Nuova Antologia di Roma. II 
libro dell'insigne diplomatico, che 
fu poi, sino al 1919, capo del nostro 
Commissariato Generale dell'Emi- 
grazione, è, in ogni pagina, fonte 
preziosa di insegnamento e monito 
per l'avvenire della nostra immi- 
grazione in America. Vi si descri- 
vono luoghi e città che gli stranieri 
in grandissima parte ignorano e che sono poco o punto noti a moltissimi 




Barone E. MAYOR DES PLANCHES 



(1) EDMONDO MAYOR DES PLANCHES: — Attraverso sii Stati Uniti — Per l'E- 
micrazione Italiana. — Unione Tipografica Torinese - 1913. 



AGRICOLTURA 



213 



degli stessi Americani delle altre parti dell'Unione: le Caroline, la 
Georgia, l'Alabama, la Louisiana, il Mississippi, il Texas, l'Arkansas, la 
California, ecc. Il barone des Planches, avendo percorso quegli Stati, 
prevalentemente agricoli, col triplice intento di conoscere il paese, di 
visitare le Colonie italiane già in esso stabilite e di trovare luoghi ove 
la nostra immigrazione potesse con suo vantaggio recarsi a prender di- 
mora, confermando le indecorose ed insalubri condizioni della immi- 
grazione italiana agglomerata nelle grandi città dell'est, mostra come, 
invece, per consolante contrasto, essa possa prosperare ed effettiva- 
mente prosperi nelle città minori e nelle campagne, al sud, nel centro, 
nell'ovest, e vi rivela l'esistenza di fiorenti gruppi d'italiani, di fìoren- 
tissime colonie agricole che non si conoscevano, di cui narra e spiega 
le cause. 

Il libro del barone des Planches è — lo ripetiamo — ricco di inse- 
gnamenti e di indicazioni utili tanto per chi abbia emigrato quanto per 
colui che abbia voglia di venire in America, e ad esso consigliamo ri- 
volgersi quanti desiderino di conoscer meglio un argomento di sì vita- 
le importanza per l'avvenire della nostra immigrazione negli Stati Uniti. 



LA COLONIA DI TONTITOWN NELL'ARKANSAS. 

Delle colonie agricole italiane 
quella che indubbiamente ha avu- 
to l'inizio pili drammatico e più 
difficile è stata la colonia di Ton- 
titown, nello Stato di Arkansas. 
Nel 1899, sull'estremo limite oc- 
cidentale di questo Stato apparve 
un piccolo nucleo di gente. Erano 
uomini, donne e fanciulli: circa 
duecento in tutti; erano poveri ed 
i loro volti apparivano emaciati 
ed ingialliti dalle febbri malari- 
che. Essi costituivano uno dei 
gruppi dei coloni della disgrazia- 
ta Sunny Side, ove, pochi mesi 
prima, appunto le febbri malari- 
che avevano mietuto un centinaio 
di vittime. Parte dei superstiti, 
vinti dal timore, partirono alla 
ventura: li guidava una splendi- 
da figura di cittadino e di sacer- 
dote, il Padre Pietro Bandini, da Forlì. Essi si fermarono in una 
delle spianate delle colline di Ozark ed occuparono, sul principio, 
il podere di un americano che non era riuscito a far dare alla terra 
un prodotto rimunerativo. La terra fu acquistata in ragione di circa 
15 dollari all'acre ed il primo pagamento venne fatto dal Padre Bandini 




Rev. PIETRO BANDINI 
Fondatore di Tontitown 



214 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

con denaro preso in prestito sotto la sua personale responsabilità. So- 
praggiunse l'inverno, uno dei più rigidi inverni che l'Arkansas ricordi, 
e la volontà e la perseveranza dei nostri connazionali superarono la 
prova suprema. Gli uomini della colonia erano intanto riusciti a tro- 
var lavoro nelle miniere vicine. Privandosi di ogni cosa e con il pen- 
siero fìsso ai loro cari, essi riuscirono a formare un buon gruzzolo e, 
appena spuntata la primavera, ritornarono presso le loro famiglie e, 
insieme, pieni di coraggio e di speranza, e con la salute rinvigorita 
dall'aria sana delle colline, si dedicarono al duro lavoro di disbosca- 
mento e dissodamento del terreno. Dopo un anno incominciarono a sor- 
gere le prime case e, poco più tardi, quel posto che era stato abbando- 
nato dall'agricoltore americano come improduttivo, serviva di modello 
a tutti gli agricoltori dei dintorni, i quali si recavano a studiare, per 
imitarli, i sistemi adottati dai coloni italiani. Il Padre Bandini chiamò 
la colonia Tontitown, in memoria di Enrico Tonti, figlio di quel Loren- 
zo, Governatore di Gaeta, che inventò la tontine, sistema di polizze 
di assicurazione adottato in Francia. Enrico, nato a Gaeta verso il 1650, 
entrò al servizio del re di Francia e dai francesi fu considerato come 
uno dei loro, sotto il nome di Chevalier de Tonti. Luogotenente del La 
Salle, il Tonti dal Canada andò fra gli Illinois, esplorò ed in parte sco- 
prì le terre che formano il bacino del Mississippi, e fondò nel 1686 
l'Arkansas Post, il primo forte militare e colonia di bianchi nel sud - 
ovest del continente nord-americano. 

Tontitown conta oggi circa duemila abitanti; non tutti però italia- 
ni; è un piccolo centro cosmopolita, e irlandesi, tedeschi, canadesi e 
austriaci vi furono e vi sono tuttora attratti dal successo dei nostri co- 
loni e dal clima che vi è salutare e mite. Vi sono più di seimila acri 
di terreno coltivati e il prezzo di quindici dollari l'acre originariamente 
pagato è ora salito a centocinquanta e oltre. Le povere capanne dei 
primi anni di dure prove sono sparite e belle, comode casette sono sor- 
te fra i vigneti, i frutteti e i campi di grano. La Chiesa, uno dei miglio- 
ri edifici del genere jtj tutte le comunità rurali dello Stato, sta nel cen- 
tro del paese e non molto discosta è una bella scuola frequentata da 
numerosi allievi. Vi sono linee telefoniche che uniscono Tontitown ai 
paesi e alle città circonvicine; un ufficio postale, banche, latterie e 
caseifici, alberghi, molte botteghe e infine una linea ferroviaria che 
assicura al paese, già tanto intraprendente, un molto più rapido svi- 
luppo nell'avvenire. Padre Bandini morì il 2 gennaio 1917 a Little 
Rock, Ark., all'età di 64 anni, vivamente e universalmente compianto. 
Il buon sacerdote fu sempre, anche nei momenti di sconforto, assertore 
d'italianità e propagatore illuminato e persuasivo delle memorie e del- 
le virtù patrìe. Gli furono amici molti fra i più eminenti uomini d'Ita- 
lia e d'America, che in lui riconoscevano l'autorità degli studi e della 
esperienza nei lavori di elevazione sociale, il fermo volere, la rettitu- 
dine dell'animo. 



AGRICOLTURA . 215 



LA COLONIA DI VALDESE NELLA CAROLINA DEL NORD. 

Un'altra nostra prospera colonia agricola è quella che porta il no- 
me di Valdese, nella Carolina del Nord. Fu nel maggio 1895 che dieci 
famiglie valdesi, delle Valli di Pinerolo, sotto la guida del Pastore Car- 
lo Alberto Tron. partirono da Torino per imbarcarsi in Francia alla 
volta di New York. Il 29 maggio giungevano a destino. Ed il loro primo 
atto fu un'azione di grazie verso l'Eterno ed un'invocazione del suo 
favore per là nascente colonia (1). Nell'agosto, quattro famiglie, che 
le avevano precedute in America, venivano dall'Utah a raggiungerle. 
Nel novembre, altre quaranta famiglie arrivavano dall'Europa. Oggi le 
famiglie che compongono la comunità di Valdese sono circa 200 con 
una popolazione che si aggira attorno al migliaio di persone. I princi- 
pii furono disagiosi, come sempre per i pionieri; la contrada era co- 
perta di boschi. Fortunatamente l'aria era buona e la via ferrata attra- 
versava già il luogo. Abbatterono i boschi, dissodarono il suolo, costrus- 
sero le case. La terra non era delle migliori; dovettero perciò lavorare 
indefessamente. Sono agricoltori, i piìi, ed agricoltori ottimi, citati co- 
me tali e come tali imitati. I prodotti principali di Valdese sono il fru- 
mento il granturco, l'avena, i legumi, le patate, e tutti i coloni vivono 
nell'abbondanza dei loro prodotti. 

NELL'ALABAMA. 

Parecchie altre colonie agricole italiane sorte spontaneamente ne- 
gli Stati del Sud trovansi nell'Alabama, nel Mississippi, in Louisiana, 
nel Texas e altrove: le più importanti sono quelle del Texas, dove van- 
no formandosi sempre nuovi gruppi di agricoltori indipendenti italia- 
ni, incoraggiati a stabilirsi laggiù dalla fertilità del terreno, dal buon 
prezzo delle terre, dallo sviluppo grandioso che sta prendendo quello 
Stato e dalla facilità dei trasporti. In tutte quelle colonie i nostri con- 
nazionali hanno dovuto superare le identiche difficoltà che si erano 
opposte ai coloni di Tontitown e di Valdese. Hanno trovato la terra ri- 
vestita di boschi; hanno dovuto radere gli alberi, sgombrare il terreno 
dalle radici. Non vi erano case; hanno dovuto costruirle; non vi erano 
strade, hanno dovuto farle; sono stati costretti ad affrontare ogni sorta 
di ostacoli, a subire ogni sorta di umiliazioni, ma alla fine sono riusciti 
a raggiungere il loro scopo: la conquista della terra. 

Nello Stato di Alabama, e precisamente nei dintorni di Mobile, 
importante porto del Sud, si trovano esempi di colonizzazione agricola 
italiana: sono le colonie di Daphne e di Lambert, fondate da una bella 
figura di pioniere pieno di ingegno e di virile audacia, il Cav. Alessan- 
dro Mastro Valerio, attualmente direttore-proprietario del giornale la 
Tribuna Italiana, di Chicago, 111. La colonia di Daphne sorse verso il 
1890 per opera di una ventina di famiglie italiane e tirolesi, trasporta- 



(1) Vedi N. TOURN, I Valdesi in America; Torino, Unione Tipografica - Editrice To- 
rinese, 1906. 



216 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

tevi appunto dal Mastro Valerio. Dopo le immancabili difficoltà facil- 
mente sormontate, la colonia gode ora di un grande benessere, assicu- 
ratole dalla laboriosità e dalla frugalità dei suoi componenti. Ha la sua 
scuola, la sua Chiesa, le sue case; l'aria vi è salubre, il clima sanissi- 
mo. Vi si coltivano, con ottimi risultati, la vite, il frumento, il grano- 
turco, le patate dolci, il tabacco, il cotone, i legumi e le ortaglie. An- 
che le colonia di Lambert, in cui si coltivano di preferenza la vite e gli 
ortaggi, è prospera e felice. 

NELLA LOUISIANA E NEL MISSISSIPPI. 

Negli Stati della Louisiana e del Mississippi sono pure numerosi 
gli Italiani che trovano impiego nei lavori agricoli, specialmente nella 
coltivazione della canna da zucchero e del cotone. La colonia italiana 
della Louisiana è diventata essenzialmente agricola in seguito allo svi- 
luppo della coltura della canna da zucchero ed i nostri agricoltori vi 
sono attratti sia dal salario, abbastanza elevato, che dalla mitezza del 
clima, che rende loro possibile il lavoro dei campi anche nella stagio- 
ne invernale, quando, cioè, questi lavori, come pure, in gran parte, 
quelli ferroviari ed edilizi sono sospesi negli Stati del Nord. Secondo 
le General Immigration Statistics, calcolasi a circa 150,000 il numero 
degli Italiani, fissi o avventizi, impiegati nelle piantagioni della canna 
da zucchero. Nei dintorni di New Orleans parecchie famiglie italiane 
coltivano proficuamente orti e giardini, le cui produzioni trovano nella 
stessa città il loro mercato naturale. Nella sola Louisiana parecchie 
centinaia di famiglie italiane sono sparse o radunate in prospere colo- 
nie agricole: a Independence, ove trovansi oltre 300 famiglie siciliane, 
quasi tutte originarie di Palazzo Adriano, nella Provincia di Palermo, 
e le quali devono la loro prosperità alla coltura delle fragole; nei din- 
torni di Kenner; a Thibodeaux; nei dintorni di Baton Rouge, che è la 
capitale dello Stato; nelle vicinanze di Lake Charles; a Patterson; ad 
Alexandria; a Lake End, ove sino a qualche anno prima della guerra 
si contavano oltre a 150 famiglie ed erano in continuo aumento, per 
l'influsso di parenti ed amici dall'Italia, tutte occupate nella coltura del 
cotone; a Lutcher, a Shreveport ed altrove. 

Nello Stato del Mississippi, e specialmente a Natchez, a Canton e - 
a Gulfport, risiedono diverse centinaia di Italiani, fra i quali numerosi 
sono i piccoli proprietari di case e di orti; in tutta la campagna a nord 
di Vicksburg, e specialmente nei dintorni di Greenville, a Friarspoint, 
Luda, Shelby, Rosedale, ecc., fino a Memphis, nel Tennessee, sono pure 
disseminate famiglie italiane nelle piantagioni di cotone, a gruppi di 
cinque, dieci, quindici -e venti famiglie, in complesso circa 400, in gran 
parte dell'Emilia e delle Marche. 

NEL TEXAS. 

Anche nel Texas, per superficie il più grande Stato dell'Unione, 
molti italiani lavorano nelle risaie, che nella regione del sud-est hanno 



AGRICOLTURA 217 



assunto, negli ultimi anni, una grande estensione. Non pochi lavorano 
nel taglio dei boschi e nelle segherie di legname. Anche in altre località 
dello Stato sono alcune fra le più ragguardevoli colonie agricole italia- 
ne; così a Dikinson, fra Galveston e Houston, prosperano parecchie 
centinaia di siciliani dediti alla coltivazione delle ortaglie, da cui ritrag- 
gono buoni profitti. La più importante colonia agricola italiana nel 
Texas, che è anche la più numerosa e fiorente negli Stati del Sud, è 
quella di Bryan, nella contea di Brazos, composta quasi tutta di siciliani 
— ora sono oltre 4.000 — che coltivano il cotone e il granturco, e le 
cui proprietà sono sparse sopra un'area di circa 25 miglia di estensione. 
Fondata oltre 30 anni or sono da alcuni braccianti siciliani, che lavora- 
vano sulla Houston & Texas Railroad, la colonia si venne in seguito 
ingrandendo, prosperando sempre, per l'influsso di parenti ed amici 
venuti dall'Italia. La città di Bryan deve in gran parte ai nostri la sua 
prosperità: vi si trovano italiani che negoziano in frutta, derrate colo- 
niali, generi alimentari d'importazione; vi sono sarti, calzolai, barbieri 
italiani. Ma il meglio della colonia sono i farmers, i contadini, ricchi o 
benestanti, per lo più proprietari lavoranti le proprie terre, e soltanto 
gli ultimi giunti ancora fittaiuoli. La media per tenute è da 100 a 150 
acri per famiglia. Qualcuno possiede sino a 400 acri. Sono amati, sti- 
mati, tenuti in conto di economi, sobrii, operosi, i migliori lavoratori 
che si conoscano. 

NELLA CALIFORNIA, "L'ITALIA D'AMERICA". 

Fra gli avventurieri spagnuoli che seguivano, nel 1535, il conqui- 
statore Cortez, ve n'era uno che scrisse un romajizo intitolato California, 
in cui si parla di una terra mistica, "una grand'isola ad occidente, favo- 
losamente ricca d'oro e di pietre preziose". Gli ufficiali di Cortez, inva- 
ghiti del nome, lo applicarono poi a quella fortunata terra lambita dal 
Pacifico. Nessun romanziere fu mai più indovino. Il torrente d'oro river- 
satosi dalla California sul mondo, dalla scoperta del prezioso metallo, 
ivi compiutasi dal 1848 in poi, contribuì incalcolabilmente al progresso 
materiale umano. 

Nel 1848 la California era abitata da non più di 30.000 indigeni, 
da poche centinaia di avventurieri bianchi che praticavano il contrabban- 
do e da circa 7.000 ispano-messicani indigeni o meticci, popolo bello 
di fisico, generoso ed ospitale, padrone delle terre, e degli innumerevoli 
armenti vaganti per le sterminate valli e pianure. Nel 1850 si avevano 
già quasi 100.000 abitanti, venuti a sciami da ogni clima, da ogni remota 
nazione del mondo, vigorosi e audaci, irrefrenabilmente attratti dalla 
magìa dell'oro. 

Ed ora, alla distanza di meno di tre quarti di secolo, di quelle 
felici e pastorali abitazioni non esiste più che il ricordo; ora, campagne 
sterminate ricche di ogni ben di Dio, grandiose città e ridenti villaggi, 
industrie e commerci fiorentissimi, edifici sontuosi, eleganti abitazio- 



218 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

ni, piene di ogni moderno comfort, sorgono ove prima era la sconfor- 
tante solitudine e l'arido deserto. In California si trova ora quanto di 
più ardito può e sa produrre l'ingegno umano per la moltiplicazione 
economica dei prodotti agricoli ed industriali. Ivi sono gli agricoltori 
più intelligenti e determinati d'America e, forse, del mondo, uomini che 
fanno dell'agricoltura una scienza, che studiano i sistemi più perfezio- 
nati, introducendo le qualità più scelte che si abbiano ovunque, senza 
riguardo a sacrifici di denaro e di tempo; ivi il popolo più operoso, in- 
stancabile, intraprendente che si possa immaginare. Una volta e mezza, 
territorialmente, più grande dell'Italia, simile di posizione e quasi anche 
di forma geografica, simile di clima, di prodotti, di panorami, di cielo, 
di bellezze, con un popolo emulante l'energia degli Italiani del Medio 
Evo, anche per la California nascerà un Virgilio: anch'essa avrà il suo 
cantore immortale e la sua storia. E sia degna degli intrepidi suoi pio- 
nieri, degna del suo benigno cielo, degna del nome glorioso che i suoi 
stessi abitanti le danno, di Italia d'America! 

GLI ITALIANI FATTORI DI PROGRESSO. 

In nessun'altra parte degli Stati Uniti infatti — scrive ben a ragione 
ring. Ettore Patrizi, direttore dell'autorevole giornale L'ITALIA di San 
Francisco — il nome italiano risuona circondato di tanta simpatia e 
considerazione come nelle spiagge dell'Oceano Pacifico, dove i nostri 
connazionali fraternizzano cogli Americani, si mescolano ad essi in ogni 
modo: socialmente, negli affari, nella politica, nel lavoro, dimostrando 
e prendendo effettivamente un grande interesse nelle cose locali. 

Certo, in nessun altro Stato dell'Unione gli Americani hanno avuto 
prove più evidenti della cooperazione efficace degli Italiani nel dare 
il loro prezioso contributo al progresso ed allo sviluppo della Califor- 
nia, in ogni ramo del lavoro e dell'attività. Difatti, i nostri connazionali 
di California hanno lasciato e lasciano tuttora impronta incancellabile 
dell'opera loro dovunque ed in ogni cosa. Ad eccezione di un numero 
limitato di pionieri italiani che ivi si recarono, attratti anch'essi dalla 
febbre della scoperta dell'oro, la grande massa della nostra immigra- 
zione in quello Stato ha fatto sentire l'opera sua benefica in ciò che 
forma la prima e principale risorsa di esso: l'agricoltura. Basta percor- 
rere per lungo e per largo la California per constatare i miracoli agri- 
coli compiuti dai nostri connazionali in un breve volgere di anni. 
Essi hanno dissodato e reso fertili intere, vaste e desolate regioni che 
altri avrebbero abbandonato a perpetua sterilità: le hanno dissodate col 
lavoro muscolare e con la intelligenza naturale che suggerisce loro 
vere trovate per compiere lavori d'irrigazione e per dare ai campi col- 
tivati quell'aspetto pittoresco ed artistico che rammenta le terre patrie. 
Appena si esce dalle porte di San Francisco e si discende lungo la peni- 
sola, sul cui estremo nord giace la Regina del Pacifico, l'occhio dell'os- 



AGRICOLTURA 219 



servatore ed anche del semplice viaggiatore distratto viene attirato dalla 
vista stupenda di una serie di nurqerosi orti che sembrano e sono veri 
giardini di verdura e vegetali d'ogni qualità. Procedendo verso San 
Jose, si ammira tutta la vasta ed ubertosa Vallata di Santa Clara, essa 
pure miracolosamente trasformata dall'opera italiana. E man mano che 
ci si allontana da San Francisco, in ogni direzione, in ogni località, in 
pianura come in montagna, ferve l'opra dei nostri connazionali e se ne 
ammirano i lavori compiuti in pochi anni soltanto, specialmente nelle 
grandi vallate del San Joaquin River, del Sacramento River, della Contra 
Costa County, della Marin County, della Amador County. tutte vaste 
zone, queste, che si estendono per parecchie diecine di miglia, che la 
mano d'opera italiana, quasi esclusivamente, ha reso fertili e produttive 
e, nel tempo istesso, pittoresche. Alcune di queste zone sono, relativa- 
mente, vicine a San Francisco, entro un raggio che va sino a circa 40 
miglia. Ma l'attività italiana si vede e si ammira anche in regioni più 
lontane: in prima linea, la Contea di Sonoma, dove predomina la colti- 
vazione della vite e dove, per merito dei nostri connazionali, sono im- 
mensi, maravigliosi vigneti, che rammentano stranamente quelli del- 
l'Astigiano, in Piemonte, specie nella zona tra Petaluma e Cloverdale. 
Ivi, come in altre località della California — ripetiamo le parole del 
Patrizi — il buon genio agricolo del coltivatore italiano ha avuto il 
potere non solo di trasformare la nuda terra, una volta coperta di steppe 
e arbusti, in campi rigogliosi di messi, in colli pittoreschi di viti ed alberi 
da frutta d'ogni qualità, ma ha creato un vero ambiente italiano che si 
indovina nell'aria, si scorge all'apparenza delle case, si sente nella vita 
che conducono le famiglie dei nostri agricoltori, conservando, in mezzo 
alla modernità di attrezzi, macchinari e sistemi, quella ineffabile sem- 
plicità e delicatezza tutta italiana della vita campestre, quel tratto spon- 
taneo di gentilezza innata, al punto che il visitatore, che capita in mezzo 
ad un tale ambiente, dura fatica a capacitarsi che si trova a circa 14 
mila chilometri lontano dall'Italia. 

LE RICCHEZZE DEGLI ITALIANI DI CALIFORNIA. 

Il nerbo dei nostri immigrati sparsi nelle campagne della California 
è costituito da liguri e da toscani principalmente, e poi, in scala decre- 
scente, da piemontesi, lombardi e veneti, i quali si trovano invece, in 
proporzioni rilevanti, fra i minatori, i boscaiuoli, nei cantieri della lavo- 
razione del legname e del cemento. Scarso è l'elemento meridionale nelle 
campagne, ammenoché non si tratti di pescatori e di braccianti addetti 
ai lavori delle ferrovie e di altre opere pubbliche, dove accanto ad un 
numero limitato di operai del Nord-Italia si trovano numerosi figli del 
Mezzogiorno, i quali sembrano molto restii, di fronte ai loro fratelli del 
Settentrione, all'agricoltura. Intorno al contributo degli Italiani alla pro- 
duzione agricola della California l'ing. Patrizi dà i seguenti dati atten- 



220 CINQUANT'ANNI DI VIT A ITALIANA IN AMERICA 

dibili tratti da statistiche compilate dalle autorità statali e da accurate 
indagini ed inchieste dal Patrizi stesso compiute pochi anni fa: 

Produzione agricola dovuta agli italiani di California 



Uva da tavola $ 900.000.00 

Uva passa 700.000.00 

Uva da vino S.750.000.00 

Fruita fresca 3.000.000.00 

Frutta secca 2.700.000.00 

Frutta in conserva 1 .000.000.00 

Frutta spedita nei mercati delle città 2.000.000.00 

Olive ed olio d'oliva • 220.000.00 

Noci e nocciole 340.000.00 

Verdura ed ortaglie 7.500.000.00 

Verdura inviata nei mercati delle città 1 2.000.000.00 

Latticini 2.800.000.00 

Pollame '. . . . 1.680.000.00 

Orzo 4.800.000.00 

Grano 1 .600.000.00 

Avena 420.000.00 

Granturco 150.000.00 

Patate 2.800.000.00 

Fagioli 4.000.000.00 

Cipolle 1.400.000.00 

Semi e cereali diversi 575.000.00 

Fiori . .' 200.000.00 

Foraggi vari 5.430.000.00 

Totale $ 64.965.000.00 

Inoltre, da calcoli accurati e molto approssimativi risulta che il 
valore dei beni stabili posseduti dai nostri connazionali in California 
supera in modo assoluto i 100 milioni di dollari, dei quali da 25 a 30 
nella sola città e contea di San Francisco. Si calcola pure che gli Italiani 
di quello Stato abbiano circa 6 milioni di dollari in merci di ogni qualità 
contenute nei loro negozi e depositi; oltre a 7 od 8 milioni di dollari 
in azioni ed obbligazioni di Società anonime pubbliche e private e non 
meno di 30 milioni di dollari depositati nelle Banche e Casse di Rispar- 
mio. In conclusione si ha ragione per credere che gli Italiani di Cali- 
fornia siano i più prosperi fra gli immigrati di tutte le nazionalità: in 
queste, specialmente fra i Tedeschi e gli Inglesi, è maggiore il numero 
dei milionari, che fra gli Italiani è invece limitato a sei o sette in tutto 
lo Stato; ma la massa dei nostri connazionali è indubbiamente la più 
ricca. In mezzo ad essa non esistono indigenti, mentre a migliaia si 
contano coloro che hanno delle piccole fortune che vanno dai 5 ai 50 



AGRICOLTURA 221 



mila dollari. Un fatto, questo, degno della massima considerazione, spe- 
cialmente quando si pensi che il 99 per cento di quei nostri emigrati 
giunsero con pochi dollari in tasca o vi giunsero col debito del costo 
del loro viaggio, anticipato forse da qualche parente od amico che li 
aveva preceduti in questo paese. 

LA COLONIA AGRICOLA D'ASTI. 

Non possiamo chiudere questa nota breve e sommaria sulla mara- 
vigliosa attività dei nostri agricoltori in California senza accennare a 
due grandiose aziende agricole: la Colonia Agricola d'Asti e la Italian 
Vineyard Company. 

La Colonia Agricola d'Asti o Colonia Italo-Svizzera fu fondata nel 
1881 dal ligure Andrea Sbarboro, "un iniziatore, un industriale, un ban- 
chiere, un artista ed in fondo in fondo un diplomatico di prim'ordine"; 
com'ebbe a qualificarlo un altro diplomatico: il barone Mayor des Plan- 
ches. "Convince, conquide, avvince, ritiene; San Francisco lo considera 
uno dei suoi primi cittadini". Con lo Sbarboro erano: il dottor Paolo De 
Vecchi, valentissimo chirurgo e medico, il quale fece con Garibaldi la 
campagna dei Volsgi e, più tardi, fu medico del Duca Amedeo d'Aosta; 
anch'egli uno dei primi fra gli Italiani d'America, presentemente decoro 
della nostra Colonia di New York; Marco J. Fontana, capo del più 
grande stabilimento della California per la preparazione della frutta 
conservata in scatole; E. Casanova, primo presidente della Società, mor- 
to prima che la stessa pervenisse a successo; il dottor G. Ollino, distinto 
medico, e Pietro C. Rossi, divenuto alla morte del Casanova presidente 
della Colonia, ed assai competente in materia vinicola, il quale, come 
lo stesso Sbarboro ebbe a manifestare, fu l'acquisto più prezioso della 
Colonia, poiché alla sua energia è in gran parte dovuto il successo di 
essa; morto anch'egli, vivamente compianto e in ancor giovane età, 
alcuni anni or sono. Costituitasi la Società, fu scelta un'amena località 
fra le colline della contea di Sonoma, a sole tre ore e mezza di treno 
da San Francisco, ove furono acquistati 1500 acri. Alla località venne 
dato il nome di Asti, a ricordo dell'Asti di Piemonte, per la mitezza del 
clima, la bellezza del paesaggio e la fecondità del suolo: il terreno fu 
pagato 25.000 dollari. In breve tempo la Colonia, riunite in sé tre distin- 
te branche dell'industria vinaria, cioè, produzione dell'uva, vinificazione 
della m.edesima e commercio del vino, e stabilendo aziende per la vendi- 
ta a New York, Chicago, New Orleans ed in altri centri importanti 
dell'Unione, nonché all'estero, andò sempre più consolidandosi, 
estendendo i suoi vigneti e stabilimenti ed aumentando la sua 
produzione e il suo commercio. Dopo meno di quarant'anni di esistenza, 
la Colonia Italo-Svizzera era divenuta la più grande azienda vinicola 
della California ed una delle più grandi del mondo e possedeva i più vasti 
stabilimenti di quello Stato, di cui i più importanti erano quelli di Asti, 
per la produzione, sino all'avvento del proibizionismo, dei vini da pasto, 



222 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 




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AGRICOLTURA 



223 



comuni e fini, e di Madera, per la produzione dei vini dolci. Le sue 
cantine erano immense, di cui una a New York, una a San Francisco e 
le altre sparse in diversi altri punti della California, aventi tutte insie- 
me una capacità totale di circa 20 milioni di galloni, dei quali poco meno 
di un terzo nella sola Asti, i cui vigneti avevano, qualche anno fa, l'e- 
norme estensione di 2750 acri (circa 1300 ettari), mentre altri 3000 
acri di vigneti della stessa Compagnia si trovano al sud di San Francisco, 
a Madera e Lemoore. La Colonia d'Asti basta a se stessa: luce elettrica 
e forza motrice sono fornite dal fiume vicino. I lavoranti tutti, vigna- 
iuoli, cantinieri e bottai sono italiani. La Colonia era specialmente fiera 




La riprodìizione della famosa Casa dei Vettii, dell'antica Pompei, nella 
splendida ahitazione del Conim. Andrea Sbarbaro, in Asti, California 



del suo tank (cisterna coperta), capace di 500.000 galloni, circa 2 milio- 
ni di litri, "il più grande del mondo", secondo la consueta formola ame- 
ricana. Esso venne inaugurato con un ballo e cento coppie di invitati vi 
entrarono comodamente, con l'orchestra in più. Correva un anno di 
straordinaria produzione, a cui erano insufficienti i vasi vinarii. Non 
si voleva gettare sul mercato l'uva od il mosto. Il comm. Sbarboro 
emise l'idea del gigantesco serbatoio, dagli altri soci adottata. E fu co- 
struito in muratura cementata e rimane a testimonianza di ardimento e 
di fiducia. In Asti è la splendida abitazione dello Sbarboro, una copia 
esatta della famosa Casa dei Vettii, a Pompei, nella quale si sono intro- 
dotti tutti i comodi moderni. Da un Iato si stende il vasto panorama 
ondulato del territorio di Asti ; l'altro è chiuso c\ft un "bosco sacro" 
boeckliniano, di annose quercie: né mancano grotte, scherzi d'acqua, ecc., 



224 



rmOT.ANT'ANNI DI VITA ITAIIANA IN AMERICA 



come si usava nelle nostre antiche ville. Nel 1896, il Comm, Sbarboro 
e UCO onTebbero l'onore di ospitare, accolto co. pm wo entus.asmo 

•ano« giovanissimo Duca degli Abruzzi, --'"P^|;!^"' „^ ..^^f," 
Caeni reduci dall'ardita ascensione del Monte Sant Elia, ne 1 AlasKa. 

'"•altra grandiosa azienda agricola italiana -> » .. CaMorn.a la 
Italian Vineyard Company, nella parte meridionale dello Slato, e preci 

ameote in Cucamonga, presso Los Angeles. Fu fondata una ventina di 
anni or sono'' da un gruppo di Italiani avente alla testa ,1 cav. Secondo 
Guasti, piemontese. 




La visita del Duca degli Abruzzi alla Colonia Agricola 
d'Asti, California, nel 1896. 

Da sinistra a destra: il Comm. Sbarboro; il medico di bordo dell'incrociatore "Cristoforo 

Colombo'; il Duca degli Abruzzi; il Tenente di Vascello Jarach ; il Console Bruni-Grimaldi; 

il Cap. Bertolini, comandante del "Cristoforo Colombo"; Umberto Cagni, allora Tenente 

di Vascello, ora Ammiraglio ; il Cav. P. E. Rossi. 



NEGLI STATI DELL'EST. 

Il primo esperimento coronato da successo di colonizzazione agri- 
cola italiana negli Stati Uniti data da circa cinquant'anni e devesi all'ini- 
ziativa del cav. Secchi de Casale, un patriota italiano che i tempi burra- 
scosi in cui maturavansi i destini d'Italia avevano condotto profugo 
politico a New York, ove fondò e diresse L'Eco d'Italia, rendendosi colla 
sua opera assai benemerito delle nostre colonie negli Stati dell'Unione. 
"Benché l'immigrazione italiana in quell'epoca — nota in proposito il 
Comm. Rossati — non fosse ancora, per le sue proporzioni relativamente 



AGRICOLTURA £25 



limitate, assurta all'importanza di "problema", come si compiacciono di 
chiamarla oggigiorno gli studiosi, tuttavia al Secchi de Casale spetta il 
merito di aver intraveduto fin d'allora di quale beneficio sarebbe tor- 
nato alla medesima un indirizzo agricolo, e di essersi pel primo adopera- 
to a tradurre in atto questo concetto. La prospera e numerosa colonia, 
da lui fondata nel 1873 a Vineland, contea di Cumberland, Stato di New 
Jersey, col sistema dei pagamenti rateali ai coloni italiani colà stabilitisi, 
è il monumento piìi bello che attesta dell'opera altamente umanitaria e 
tramanda ai posteri venerata la memoria del patriota e filantropo, il 
quale dedicò tutto se stesso al progresso materiale e morale dei suoi 
connazionali". 

LA COLONIA DI VINELAND. 

La colonia di Vineland. da poche famiglie che contava al suo inizio, 
in breve crebbe e prosperò ad onta della non grande fertilità iniziale 
del suolo, dal quale però l'opera intelligente, assidua e fecondatrice del 
colono italiano seppe, in un non lungo volger di tempo, trarre raccolti 
remunerativi, da costituire l'ammirazione degli stessi americani, in ispe- 
cie di ortaglie, frutta ed uva, che sono le colture alle quali il suolo di 
quella località presenta la maggiore attitudine, ed i cui prodotti trovano 
facile smercio nei vicini mercati di Filadelfia e di New York. Circa un 
migliaio sono oggidì le famiglie italiane, corrispondenti ad una popola- 
zione di oltre 7.000 anime, che hanno possedimenti varianti in estensione 
da 10 a 160 acri, esemplarmente coltivati e dalle cui belle e pulite abi- 
tazioni traspare l'agiatezza e il benessere tanto in Vineland quanto nelle 
adiacenti contrade di Nuova Italia, Garden Road, Newfield, Landisville, 
Minitola, Wheat, Wine e Oak Road. Milleville. Bridgeton, ecc. I princi- 
pali cespiti agricoli della prospera colonia sono dati dalla coltura della 
vite, da quella di una patata dolce molto apprezzata e diffusa in questa 
regione, la Graziano's sweet potato, dal nome del suo originatore, il 
connazionale Graziano, un orticoltore di abilità non comune, e dalla col- 
tura delle frutta minute, come lamponi, fragole, ribes, ecc.; anche l'alle- 
vamento del pollame e del bestiame da latte costituisce una fonte di agia- 
tezza per i nostri coloni di Vineland. Essi si mantengono patrioti fer- 
vidissimi, contandosi in seno alla colonia numerose e floride associa- 
zioni, scuole italiane e ben quattro Chiese. 

HAMMONTON. 

Una colonia italiana in condizioni consimili a quella di Vineland, 
ma più recente, è la colonia di Hammonton. pure nel New Jersey. Origi- 
nata dalla periodica annuale immigrazione di mano d'opera italiana dalla 
vicina Filadelfia, per la raccolta delle fragole, more, lamponi ed altri 
generi di frutta piccole quivi estesamente coltivate — immigrazione 
che raggiunge nelle annate di abbondante raccolto fino a 1.500 persone 
e dà modo ad alcune famiglie con prole numerosa di guadagnare sino 



226 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

a 500 dollari in una sola stagione — molte famiglie vi si stabilirono in 
seguito permanentemente, acquistandovi, col sistema del pagamenti ra- 
teali, terreni da mettersi a coltura, sui quali costruiscono le loro abita- 
zioni coi risparmi di cui disponevano o col credito loro accordato dalle 
banche locali. Alcune di esse subentrarono al possesso di proprietà già 
in coltivazione, vendute loro da americani. 

Quarant'anni fa, Hammonton e dintorni erano foreste, paludi e piani 
di sabbia, ed in pochi anni tutto è scomparso quasi per incanto; la mano 
d'opera italiana ha svelto selve di pini e ginepri quasi fossero stati 
fiorellini — scrive il rev. Giuseppe Transerici — ha asciugato paludi 
e convertito quelle sabbie in bellissimi vigneti e campi di fragole, more, 
lamponi, ribes e patate dolci, che crescono molto bene e rigogliose negli 
sterili terreni della sabbia. 

Gli Italiani in Hammonton sono oltre 3.000: vi sono altresì centri 
meno popolati nei paesi di Elm, Rosedale, Winslow. Waterford, Dun- 
barton, pertinenti alla comunità di Hammonton; una metà della colonia 
viene dalla provincia di Messina, la maggior parte dal comune di Gesso; 
l'altra metà dalle provincie di Avellino e di Salerno. Sono quasi tutti 
possidenti da un acre di terreno sino ai cinquanta e parecchi di molti 
di più. 

FREDONIA. 

Un'altra prospera colonia agricola italiana è quella di Fredonia, 
presso Buffalo, nello Stato di New York. Una venticinquina d'anni or 
sono, un certo Costanzo Siracusa, siciliano, peregrinando in cerca di 
lavoro, giunse in Fredonia. dove trovò occupazione come bracciante in 
una fabbrica di conserve di frutta. Dotato dello spirito di pioniere, il 
Siracusa, osservando le terre che circondano Fredonia, intravide la 
possibilità di poterne conquistare il tanto necessario al sostentamento 
suo e della sua famiglia. Volenteroso e perseverante egli investì i 
modesti risparmi che riusciva ad effettuare sul suo salario all'acquisto 
di un pezzo di terreno e, lavorando a giornata una parte dell'anno e dedi- 
cando l'altra parte alla coltivazione della terra della quale egli aveva 
acquistato il possesso, riuscì, dopo pochi anni, a divenire proprietario 
assoluto di questa e ad emanciparsi dalla condizione di operaio sala- 
riato, incoraggiati dall'esempio e dal successo del Siracusa, altri suoi 
compaesani ripetettero l'esperimento. Ora a Fredonia sono stabilite più 
di 800 famiglie italiane, quasi tutte di Valle d'Olmo, nella provincia 
di Palermo, e parecchie migliaia di acri di terreno coltivate a vite e ad 
ortaggi appartengono ai nostri connazionali, che vivono nell'agiatezza e 
nell'indipendenza. 

Altre Colonie agricole italiane sono sparse per ogni dove negli 
Stati dell'Est dell'Unione; numerosi specialmente sono gli Italiani che 
lavorano nei frutteti e negli orti del Long Island e di altre località dello 
Stato di New York, del New Jersey, del Connecticut e degli altri Stati 
della New England, in ispecie nelle vicinanze delle grandi città come 



AGRICOLTURA 227 



Boston e Providence, nel famoso "peach beh" dello Stato del Delaware, 
nei sobborghi di Washington e di Baltimore, nei dintorni di Norfolk, 
in Virginia; e pur molti son quelli, che, avendo incominciato come 
semplici operai agricoli, hanno poi, coi risparmi fatti, acquistato la 
proprietà, e forniscono direttamente di ortaglie i mercati dei quartieri 
italiani delle principali città dell'Est. 

Da quanto siamo andati sommariamente esponendo in questo capi- 
tolo risulta chiaramente che il contributo dell'intelligente operosità ita- 
liana allo sviluppo della produzione agricola degli Stati Uniti è tutt' al- 
tro che disprezzabile, per quanto in proporzioni più modeste di fronte 
a ciò che hanno compiuto altre nazionalità immigrate. La meravigliosa 
attività dei nostri connazionali ridonda pure a tutto loro vantaggio e 
costituisce una pagina aurea nella storia dell'immigrazione italiana negli 
Stati Uniti. 



Mcllc Industrie 
e nel campo del Lavoro 



LE UMILI MACCHINE UMANE. 

Soltanto coloro — e sono oramai ben rari — che vivono negli 
Stati Uniti da un cinquantennio o poco meno possono notare ed apprez- 
zare al suo giusto valore il progresso fatto dalle comunità italiane im- 
migrate in un periodo relativamente breve di attività individuale e 
collettiva. 

Se l'Italia deve esser grata all'emigrazione, che le rimanda ogni 
anno molti milioni di economie fatte sul lavoro dei suoi figli all'estero, 
d'altra parte l'America non deve essere meno riconoscente all'immi- 
grazione nostra, che le porta qui centinaia di migliaia di macchine uma- 
ne pronte ad essere utilizzate in lavori svariatissimi ; macchine umane, 
per avere le quali essa non spende un centesimo. Ove si rifletta, in- 
fatti, che ogni giovane operaio, per essere nutrito e vestito sino all'età 
di venti anni, costa al paese d'origine una certa somma, si vede subito 
quale enorme capitale il vecchio mondo dia al nuovo. Supponendo che, 
dalla nascita all'età di vent'anni, per il suo vitto e vestito costi in media 
soli cinquanta centesimi al giorno al suo paese d'origine, si ha che, a 
vent'anni compiuti, esso è costato Lire 7.300. Per tal modo, ogni cento- 
mila emigranti rappresentano la cospicua somma di settecentotrenta 
milioni. E notisi che l'America del Nord vuole sempre macchine umane 
in ottimo stato, operai giovani e robusti, respingendo i malati e quelli 
che hanno oltrepassato una certa età e che potrebbero cadere a carico 
della pubblica beneficenza. Quando si sente parlare di nuove tasse da 
imporre, da parte dell'America, allo sbarco di ogni immigrante, vien 
fatto di pensare se non sarebbe più logico che l'Europa esigesse essa 
un'indennità dall'America che le porta via le braccia migliori e le più 
produttive. 

Verso il 1880, la più importante e la più numerosa Colonia nostra 
negli Stati Uniti, quella di New York, si componeva di appena 25.000 
Italiani, molto maltrattati — come ricorda Adolfo Rossi nel suo libro: 
Un Italiano in America — guardati con compassione e con disprezzo 
per i bassi mestieri che la maggior parte di essi esercitavano. Erano 
per lo più analfabeti delle provincie italiane meno sviluppate, che veni- 
vano impiegati nei mestieri sdegnati dagli operai americani o di altre 



INDUSTRIE E LAVORO 229 



nazionalità immigrate, come la raccolta delle immondizie e il loro scari- 
co nella baia. Parecchi di essi vedevansi nelle ore notturne e mattutine 
girare per le strade della Metropoli con un sacco in ispalla e un uncino 
in mano, col quale, nei barili delle immondizie, raccoglievano stracci 
ed altri rifiuti. Non pochi mendicavano suonando un organetto. C'era 
spesso, purtroppo, da vergognarsi d'essere italiani. Italiano era sinonimo 
d'uomo sudicio; ed ai pochi puliti e decentemente vestiti capitava di 
sentirsi chiedere dagli Americani: — Siete Francese? Siete Spagnuo- 
lo? — Il popolano americano non sospettava neanche che, sotto i panni 
di un gentleman, si potesse trovare un Italiano negli Stati Uniti. Ci 
voleva una certa dose di coraggio per affermare la propria nazionalità; 
e allora si sentiva replicare: — Possibile? Voi non sembrate un Italiano. 
Voi siete un gentleman! — 

Ma, mentre alcuni dei nostri seguitavano a fare i raccoglitori di 
stracci, i portatori di immondizie, i lustrascarpe, i suonatori girovaghi 
d'organetto, i venditori di banane nelle cantonate, altri, più numerosi, 
s'impiegavano nei lavori agricoli e ferroviari e si mostravano così forti, 
volenterosi, fidi, modesti e sopratutto sobri, che a poco a poco gli Ame- 
ricani si accorsero del loro valore, delle loro eccellenti qualità; comin- 
ciarono a ricercarli, e, provandoli insieme con gli Irlandesi e con operai 
di altre nazionalità, videro che gli italiani non erano inferiori ad alcuno 
per la resistenza alla fatica e superavano tutti per la sobrietà e per 
l'abitudine di fare economia sui loro guadagni. Non accadeva quasi mai 
di trovare, al lunedì, l'Italiano con la faccia pesta e stravolta, come l'Ir- 
landese, per le ubbriacature del sabato e della domenica. Furono insom- 
ma le eccellenti qualità dei nostri bravi lavoratori che, lentamente ma 
efficacemente, rialzarono il prestigio del nome italiano negli Stati Uniti. 

GLI "SKILLED LABORERS". 

Aumentando enormemente, ogni anno, le correnti immigratorie 
dall'Italia, con i contadini e coi braccianti incominciavano a venire, una 
trentina d'anni or sono, anche i cosidetti skilled laborers, cioè operai 
con un mestiere proprio, per distinguerli dagli altri, gli unskilled labor- 
ers, che dovevano dedicarsi ai lavori più umili, più faticosi e meno 
remunerati. Anche per quelli fu lunga, ardua e dolorosa la via di affer- 
marsi a fianco agli operai americani e di altre nazionalità, sia per la 
diffidenza e per l'azione esclusivista delle Unioni di mestiere, che in 
ogni operaio italiano volevano, a qualunque costo, trovare un forte con- 
corrente disposto ad accontentarsi di un salario inferiore, sia per l'igno- 
ranza della lingua inglese, la cui conoscenza, se non assolutamente in- 
dispensabile, è, nella maggior parte dei casi, necessaria. Ma un po' alla 
volta, le intrinseche virtù dei nostri bravi operai trionfarono; essi veni- 
vano ammessi a far parte delle Unioni ed i vieti pregiudizi sul loro 
conto, se non cessarono interamente, diminuirono man mano, sino a 
che, riconosciuti ed apprezzati al loro giusto valore, sono venuti ormai, 
specialmente nei grandi centri industriali e manufatturieri, a costituire 



230 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

magna pars, senz'aleuti dubbio la parte più sana, più volonterosa e più 
attiva, nell'immenso campo del lavoro e della produzione. 

Le categorie più numerose di operai italiani in America sono quelle 
dei sarti, barbieri, camerieri, cuochi e pasticcieri, panettieri, pittori, 
(house painters) e decoratori, falegnami ed ebanisti, calzolai, muratori, 
mosaicisti, stuccatori, cappellai, guantai, tessitori, tipografi, lavoranti in 
fiori artificali, meccanici, stiratori di camicie, "chauffeurs," lavoranti 
in istrumenti musicali, ecc. Quelle dei sarti, dei barbieri e dei calzolai 
sono fra le più estese: anche nei più modesti villaggi, specialmente 
degli Stati dell'Est e del Centro dell'Unione, è raro il caso in cui o l'uno 
l'altro dei differenti mestieri non sia degnamente rappresentato da 
un nostro bravo connazionale, sarto, barbiere o calzolaio, generalmente 
circondati da simpatie per le eccellenti qualità di cui sono dotati. Nei 
grandi centri come New York, Chicago, Filadelfia, Boston, ecc., il nu- 
mero dei sarti, dei barbieri, dei camerieri e dei calzolai, specialmente, 
è vastissimo. Non è esagerazione l'affermare che in New York, p. es., 
nell'industria dell'ago sono impiegati più di 80.000 italiani d'ambo i 
sessi; che i barbieri si fanno ascendere a circa 40.000 e che non v'è 
grande albergo o ristorante, sia americano che italiano, che non abbia 
in buon numero i nostri bravi camerieri, cuochi od altri addetti al perso- 
nale di cucina. 

STUDENTE... E LUSTRASCARPE. 

Le intrinseche qualità dei nostri operai, la frugalità, la resistenza 
e l'assiduità sono quelle che li hanno resi preferiti e ben visti. Essi 
eccellono fra quelli delle altre nazionalità anche per l'amore al rispar- 
mio, per cui, economicamente, non sono quasi di alcun peso alla carità 
pubblica americana: di ciò specialmente noi possiamo e dobbiamo essere 
orgogliosi. I figli dei modesti operai italiani si distinguono per sve- 
gliatezza di mente e assiduità allo studio nelle scuole pubbliche. Tempo 
addietro — ricorda il pubblicista Camillo Cianfarra — un Senatore 
federale di passaggio per New York si fermò a farsi pulire le scarpe 
alla 48.a Strada e Broadway. Mentre il padrone prendeva le spazzole, 
giunse un ragazzetto; posò un fascio di libri per terra e continuò il 
lavoro iniziato dal primo. Il Senatore, non sapendo come spiegare la 
cosa, chiese al ragazzo di dove venisse e quegli rispose: "dal City Col- 
lege." Più meravigliato ancora, il Senatore domandò: "Che cosa fai al 
City College?" Il ragazzo, da parte sua, maravigliato: "studio." — Un 
po' per volta — riferiva alcuni giorni dopo il Senatore in un banchetto 
di commercianti a Saint Louis — il ragazzo mi disse che, terminato il 
corso elementare, era andato al City College per completarvi la sua 
educazione in attesa di entrare all'Università. Per dar la sua quota alle 
spese di casa, egli lavorava a lustrare le scarpe dalle 7 alle 8,30 del 
mattino e poi dalle 4 alle 6 del pomeriggio, guadagnando appena 3 dol- 
lari la settimana. "Di quel ragazzo italiano — soggiungeva il Senatore 
— io ho paura, poiché vedo che la sua energia e la sua intraprendenza 



INDUSTRIE E LAVORO 231 



faranno più di tutto quanto potranno fare l'influenza e il denaro dei no- 
stri figli." E quel bimbo non è l'unico; ma centinaia di altri figli di 
operai italiani fanno l'istessa cosa e si preparano a conquistarsi un posto 
distinto nella patria di adozione. Già i nostri migliori uomini, quelli che, 
nati in America o venutivi bambini, sono riusciti a crearsi posizioni in- 
vidiabili nelle industrie e nel commercio, sono in grande maggioranza 
figli di modesti ed oscuri lavoratori italiani, e, all'inizio della loro car- 
riera, operai essi pure, sino a che l'energia e l'intraprendenza li misero 
sulla via nella quale raccolsero poi allori e dollari. 

LE INDUSTRIE ITALIANE. 

Una trentina d'anni or sono, salvo rare, notevoli eccezioni in qual- 
che grande centro degli Stati Uniti, come New York, Filadelfia e Boston, 
le industrie italiane propriamente dette — italiane, cioè, per iniziativa, 
per capitale e per mano d'opera — erano ancora un pio desiderio. I 
nuclei italiani erano allora in lenta formazione, e nessuno poteva mai 
prevedere che, nel volgere di pochi anni e con una rapidità che ha del 
prodigio, in seno alle modeste, povere collettività di contadini, di brac- 
cianti, di umili operai sarebbero potute sorgere numerose e prospere in- 
dustrie, molte delle quali da stare alla pari con le più importanti indu- 
strie americane o di altre nazionalità di più lontana immigrazione. 

Una delle più antiche e ancor prospere industrie italiane negli Stati 
Uniti fu quella della seta, che incominciò a fiorire verso il 1885 per 
opera specialmente di facoltosi e intraprendenti industriali lombardi e 
veneti. Al suo continuo incremento sono legati nomi ben noti nel mondo 
commerciale italiano, primi fra i quali, quelli di Anselmo Vivanti, nobile 
figura di patriota ed uno dei martiri della brutale tirannide dell'ex-im- 
pero degli Absburgo, padre degli attuali componenti la ditta Fratelli Vi- 
vanti. forti importatori di seta greggia asiatica, con casa anche a Yoko- 
hama; i fratelli Comm. Emanuele e Cav. Giuseppe Gerii, il Comm. Ce- 
lestino Piva. Ermenegildo Palladini, Giuseppe Ratti ed altri. I più im- 
portanti stabilimenti serici in cui sono interessati i nostri connazionali 
sono, fra i tanti, quelli del New Jersey: Hackensack. Paterson. West 
Hoboken, Homestead. ecc.; quelli di Pennsylvania: Allentown, Bloom- 
sburg, Bethlehem e Nanticoke; di Norwick, nello Stato del Connectieut. 
I capitali impiegati ascendono complessivamente a parecchi milioni di 
dollari e gli operai, quasi tutti italiani, fra i quali dei valorosi tecnici 
che ne sono alla direzione, sono parecchie migliaia: secondo calcoli 
recenti, si contano a non meno di 50.000. Della considerazione in cui 
son tenuti dagli Americani gli importatori e fabbricanti italiani di seta 
in questo paese basti a dare un'idea il fatto che due Italiani facevano 
parte della giurìa americana della seta all'Esposizione mondiale tenu- 
tasi a St. Louis nel 1904. e precisamente il Comm. C. Piva, che ne fu 
il segretario, ed il sig. E. Paladini, che fu vice-presidente della giurìa 
per la seta greggia. Il Comm. Piva funzionò anche quale giurato italiano 
per questo articolo. A quell'Esposizione — ricorda il Comm. Rossati — 



CINQUANT-ANNlDIjmA^iTAI^^ 




INDUSTRIE E LA\ ORO 233 



l'industria serica italiana figurava come una mostra creditable and im- 
portant e vi partecipava con cinquanta espositori, a trentotto dei quali 
furono assegnati premi, fra cui 17 grand prix e 14 medaglie d'oro. E' 
superfluo notare che anche negli Stati Uniti, come altrove, la seta ita- 
liana è considerata la migliore ed è pagata al prezzo più elevato. 

Un'altra notevole e florida industria italiana negli Stati Uniti, che, 
specialmente durante il lungo periodo della guerra mondiale, a causa 
della cessata importazione, ha preso uno sviluppo straordinario, è la 
industria delle paste alimentari, il cui impianto risale anche a parecchi 
anni or sono, col crescere, cioè, delle nostre correnti immigratorie. Fab- 
briche di paste alimentari, sorte e sviluppatesi con forti capitali esclu- 
sivamente italiani ed in cui è impiegata mano d'opera interamente ita- 
liana, sono sparse e prosperano in ogni parte degli Stati Uniti; nello 
Stato di New York: a New York e Brookiyn, a Buffalo, a Rochester, a 
Utica, ad Albany; nello Stato di Pennsylvania: a Filadelfia, ad Harris- 
burg, a Carnegie, a Pittsburgh, a Scranton; nell'Ohio: a Cleveland ed 
a Cincinnati; a St. Louis ed a Kansas City, nel Missouri; a Chicago ed 
a Spring Valley, nell'Illinois; a Denver e a Pueblo, nel Colorado; a 
Norfolk ed a Richmond, nel Virginia; a New Orleans, nella Louisiana; 
a Galveston e ad Houston, nel Texas; a San Francisco e in altre città 
della California. Molte di queste fabbriche sono quanto di più moder- 
no, in fatto di mezzi meccanici, si possa desiderare e, certo, esse hanno 
ben poco da invidiare ai più rinomati pastifici della Liguria e del Napo- 
letano. L'eccezionale incremento che ad esse ha dato il ristagno nella 
importazione del prodotto italiano durante la guerra sarà indubbiamen- 
te causa di una forte concorrenza alle paste alimentari che costituivano, 
sino a pochi anni or sono, un cespite non indifferente della esportazio- 
ne italiana. Non è superfluo aggiungere che, oltre ai grandi stabilimenti, 
pastifici di più modeste ed anche minuscole proporzioni sono sparsi per 
ogni dove in seno ai quartieri italiani sia dei grandi che dei piccoli 
centri, i quali producono quel tanto che possa soddisfare la limitata 
clientela delle vicinanze. Soltanto in New York essi si fanno ascendere 
a parecchie centinaia. 

Un'altra industria essenzialmente italiana, sia per il genere del 
prodotto che per il capitale e la mano d'opera, è quella sorta più recen- 
temente, ma che in pochi anni si è enormemente sviluppata: l'industria 
dei sigari e del tabacco quasi interamente destinati al consumo dei con- 
nazionali immigrati. Una ditta grandiosa, la De Nobili Cigar Company, 
fu fondata, nel 1905, a Long Island City, N. Y., dall'on. Marchese Pro- 
spero De Nobili, ex-deputato al Parlamento italiano per il Collegio di 
Spezia e che fece parte del Governo quale sotto-segretario di Stato 
al Tesoro. Il successo della ditta fu immenso, quasi insperato; ed il 
buon sigaro toscano e napoletano venne così, con grande fortuna, 
trapiantato in America ed è avidamente ricercato dagli Italiani in 
qualsiasi parte degli Stati Uniti essi risiedano. A pochi anni di di- 
stanza, sorse, nel New Jersey, un'altra ditta importante, la Parodi 



234 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Cigar Company, anch'essa affer- 
matasi accanto alla potente rivale, 
data la bontà dei suoi prodotti. Da 
pochi anni in qua altre fabbriche 
di sigari e tabacco, esclusivamente 
italiane, sono state impiantate in 
diversi punti degli Stati Uniti, e 
tutte, quasi, trovano largo campo 
al loro sviluppo ed al loro incre- 
mento. 

La fabbricazione dei fiori artifi- 
ciali è un'altra industria quasi 
completamente, in ispecie in New 
York, nelle mani di capitalisti ita- 
liani. Sino a una trentina d'anni 
fa essa era controllata dagli Ame- 
ricani, dai quali passò poi agli E- 
brei ed agli Italiani, ed ora il pri- 
mato assoluto è rimasto a questi 
ultimi, e nessuno ha osato sinora 
farli passare in seconda linea. 
Cioè, vi provarono i Francesi, ma 
ogni loro tentativo fu vano, poiché 
non riuscirono che a goffe imita- 
zioni che valsero tutt'altro che a 
dare incremento alla loro industria. 
Ora le ditte italiane, alcune delle 
quali veramente grandiose e che 
vantano i migliori prodotti e le qualità più ricercate, controllano non 
soltanto tutti i mercati degli Stati Uniti, ma anche quelli del Canada 
e del Messico. 

Anche l'industria dell'ago è largamente e cospicuamente nelle mani 
di forti ed intelligenti industriali italiani, e, in ispecie nella Metropoli 
newyorkese, parecchi facoltosi connazionali vi hanno investito con pro- 
fitto i loro capitali, godendo grande reputazione sia nel campo com- 
merciale che presso le vaste, aristocratiche clientele. Una delle ditte 
italiane più importante e più nota, non soltanto in New Yo"k, ma in tut- 
ti gli Stati Uniti, e \a A. Portfolio & Co., ditta mmufatturiera in cap- 
potti da donna, stabilita sin dal 1904. Essa possiede una trentina di labo- 
ratorii, ove lavorano circa 1.500 operai, tutti italiani, ed ha un movimen- 
to annuo di capitali che raggiunge la cospicua somma di oltre 6 milioni 
di dollari! Fornisce le primarie ditte delle principali città del Nord 
America ed i suoi commessi viaggiatori (salesmen), i quali riescono a 
guadagnare annualmente dai 15 ai 20 mila dollari, diffondono ovunque 
gli eccellenti e ricercati prodotti della ditta. Titolare di essa è il popolare 
Comm. Almerindo Portfolio, venuto in America in tenera età dal suo 
Abruzzo forte e gentile: mente acuta, cuor d'oro e lavoratore instanca- 




Marchese PROSPERO DE NOBILI 
ex-deputato al Parlamento Italiano, fonda- 
tore della De Nobili Cigar Co., una delle più 
grandi industrie italiane negli Stati Uniti. 



INDUSTRIE K LAVORO 235 



bile, prodigioso. Egli è una delle Tigure piìi simpatiche e più nobili di 
self-made man che vantino le Colonie italiane degli Stati Uniti e bene 
ha fatto il Governo patrio a premiare i suoi meriti di cittadino, di pa- 
triota e di filantropo conferendogli, a breve distanza l'una dall'altra, le 
onorificenze di Cavaliere e di Commendatore della Corona d'Italia. 
Altri distinti connazionali — ricordiamo fra i tanti, a titolo di onore, i 
nomi di Montesano, Nardi, Struzzieri, Conti, Mazzei, Polifeme, Mango- 
ne, Traina, Petruzzi, Cascioli, D'Alessio, Fagiani, Ingulli, De Iorio, 
Carnesale, Catozella, ecc. — tengono alto in America, o con le prospe- 
re iniziative private, o come abili disegnatori e tagliatori presso le più 
importanti ditte americane, il prestigio della loro classe, la apprezzata 
e geniale operosità italiana. 

Altre industrie non meno importanti e alle quali il capitale e la 
mano d'opera italiana danno un notevole contributo sono, fra le altre, 
quelle dei mobili di lusso e degli strumenti musicali; gli stabilimenti 
meccanici, nei quali si producono di preferenza torchi e giamole per le 
paste alimentari; le fabbriche di cioccolata, di dolci, di gelati e di cara- 
melle: notevoli fra queste la P. Margarella, la Columbus Chocolate 
Confectionery Co., le fabbriche Repetti, Maresi, Mazzetti e tante altre, 
notissime ed accreditate non solo in New York, ma in tutti gli Stati 
Uniti ; le case di ricamo, che, specialmente in questi ultimi anni, hanno 
preso un enorme sviluppo e sono in gran parte gestite da abili immi- 
grati siciliani; le lavorazioni in coralli e camei (una delle ditte pioniere 
è la Borelli & Vitelli di Torre del Greco, che diffonde con gran suc- 
cesso i suoi ammirati prodotti sia negli Stati dell'Unione che nel Cana- 
da) ; le industrie dei marmi di Carrara, una volta fiorentissime; le 
fabbriche di latticini!, cui le mancate importazioni durante il periodo 
bellico hanno dato uno straordinario impulso; le manifatture di bandiere 
e di emblemi per associazioni; le fabbriche di cappelli, di berretti e di 
guanti ; di attrezzi per lustrascarpe ; di carri per trasporti di merci e 
di carretti a mano per i mereiai ambulanti, dei quali le nostre Colonie 
abbondavano sino a poco tempo fa, soppiantati ora, quasi interamente, 
dai Greci. 

Anche il ristorante italiano tipico è una delle industrie lucrose, e, 
specialmente nelle grandi cita, esso è ritrovo della migliore classe ame- 
ricana. I ristoranti italiani più frequentati sono generalmente nei quar- 
tieri commerciali ed in quelli dei tieatri, godono eccellente reputazione 
e fanno quasi tutti affari d'oro. Accanto ai grandi ristoranti non dobbia- 
mo dimenticare le modeste Spaghetti Houses, nelle quali gli Americani 
vanno ad assaporare il nostro prelibato piatto nazionale che entra sem- 
pre più nei loro gusti gastronomici. 

Rimanendo strettamente nell'ambito dei nostri quartieri coloniali, 
non v'è grande o piccola industria che in essi non sia più o meno 
largamente rappresentata: sono piccole città nel seno stesso della gran- 
de città e tutto è alla portata di mano della varia massa di popolo che 
in esse si addensa nella nobile emulazione del lavoro e della prosperità. 



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CINQUANT-ANNI DI VITA JTALIANAJN^MERICA^ 




INDUSTRIE E LAVORO 



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238 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

UN INNO AMERICANO AL LAVORATORE ITALIANO. 

Lasciamo che del nostro bravo operaio parli con cognizione di 
causa e spassionatamente, anzi simpaticamente — cosa non troppo co- 
mune — un forte ed abile organizzatore americano: J. W. SuUivan, il 
quale così scriveva, alcuni anni or sono, neW American Federationist: 

"Genericamente parlando, dei lavoratori italiani può dirsi che, 
mentre da un lato essi oppongono una persistente negativa, quando 
sono organizzati, alle ingiuste domande di avidi padroni, dall'altro si 
mostrano più riluttanti della maggior parte degli altri popoli europei 
ad abbandonare l'isolamento nel quale vivono e ad unire la loro causa 
a quella dei loro compagni americani. Le loro Unioni di mestiere sono 
generalmente Unioni Italiane e lo sono quasi inesorabilmente quando il 
loro numero è sufficiente a dar vita ad una organizzazione separata. 
Ad esempio, il capo organizzatore italiano dei lavoratori in vestiti impie- 
ga il suo tempo esclusivamente fra gli Italiani immigrati, conduce la 
sua propaganda per mezzo della lingua italiana, ed in caso di una 
controversia per ragioni di mestiere, i lavoratori italiani in vestiti si 
tengono fermamente uniti, ma il loro legame con l'Unione internazio- 
nale è costituito unicamente dai delegati e dai comitati di sciopero. 
Sebbene il medesimo fatto si verifichi tra le altre razze, nondimeno 
gli Italiani sembrano i più lontani dall'americanizzazione per ciò che 
riguarda le Unioni di mestiere. Questa osservazione si può applicare 
anche ai lavoratori di abiti da donna, ai minatori, agli scaricatori e ad 
altri operai giornalieri. 

"Nei mestieri dell'ago in New York gli Italiani, di ambedue i sessi, 
sino ad ora impiegati nelle più umili operazioni, percepiscono i salari 
più bassi. Mentre gli Ebrei vengono considerati insuperabili come tenaci 
lavoratori, potendo essi resistere per lunghissime ore di fatica, pur nu- 
trendosi scarsamente e vivendo nei quartieri più affollati, gli Italiani, 
negli ultimi anni, sono riusciti a farsi strada in modo che nel mestiere 
di "garment-makers" non solamente ricevono una buona parte del la- 
voro, ma hanno incominciato ad adottare i metodi delle Unioni per otte- 
nere l'aumento dei salari. 

"Sarà interessante per i lavoratori americani conoscere gli Italiani 
che sono fra noi. Non tutti ritornano in Italia a vivere nel lusso non 
appena abbiano risparmiato alcune centinaia di dollari;, gli Italiani 
seguitano a venire annualmente a centinaia di migliaia. Deducendo il 
numero di quelli che ritornano in Italia, l'America deve assimilare pa- 
recchi milioni di Italiani. Il paese li assorbe come fa di altri immigrati, 
attraverso l'elemento lavoratore. 

"Le caratteristiche fondamentali della classe lavoratrice italiana 
sono: industriosità, econornia, intraprendenza — il contrario di ciò che 
i viaggiatori americani ed inglesi in Italia la descrivono (!). I! ritratto 
del tipico "lazzarone" italiano, che una volta figurava sul frontespizio 
del libro ad uso dei turisti stranieri in Italia, è troppo vecchio, abban- 



INDUSTRIE E LAVORO 239 



donato e falso, se inteso come una rivelazione di ciò che l'operaio ita- 
liano vorrebbe essere. La vera figura è molteplice. Essa consta: primo, 
dell'onesto lavoratore che adopera il piccone e il badile; secondo, del 
figlio del proprietario, imprenditore, piccolo commerciante o abile mec- 
canico; terzo, dei figliuoli o nipoti che si avventurano in quelle profes- 
sioni alle quali la loro intelligenza li rende più adatti. Noi siamo presi 
da simpatia per la classe lavoratrice italiana quando veniamo a cono- 
scere le condizioni nelle quali essa si è trovata in Italia e le lotte che 
sostiene per elevarsi. Quando notiamo il suo progresso cominciamo a 
trovare in essa qualche cosa che è degna di schietta ammirazione. 

"Gli Americani che sono divenuti familiari, qui o in Italia, col tem- 
peramento italiano — quelli, cioè, che sono stati capaci di vedere al 
di là delle apparenze — possono capire nel loro vero senso certe paro- 
le di Byron, citate recentemente dal Giornale Italiano di New York: — 
Si deve esser ciechi o non poter prestare attenzione a niente, per resta- 
re indifferenti dinanzi alle qualità straordinarie ed all'abilità universale 
di questo popolo; qualità ed abilità che esso mostra con la sua pron- 
tezza ad apprendere ed assimilare tutto, con la capacità di concezione, 
con l'ardore del suo spirito, col suo senso della bellezza, e, nonostante 
le rivoluzioni, i disastri subiti ed il lungo passato di sofferenze, con la 
tenacia dei suoi sogni di gloria e di immortalità. — Queste possono 
essere parole altisonanti di un poeta, di un idealista, che, certo, non 
intendeva rivolgerle ai cosidetti "cafoni", ma nessuno che conosca gli 
Italiani può negare l'evidenza in tutti i gradi della luce della verità in 
questa descrizione. 

"Gli Italiani che si guadagnano la vita in America sono un paio 
di milioni; la maggior parte di essi rimane in questo paese, sono proli- 
fici, e, in generale, comparabili con gli Americani. Non sono dei crimi- 
nali, come generalmente si vuol credere; la percentuale dei loro delitti 
contro la proprietà è assai inferiore a quella dei nativi. Se i delitti di 
violenza, che i loro critici esagerano di molto, sono manifestazioni sin- 
tomatiche di qualità inferiori che rassomigliano alla rozzezza che è base 
del carattere americano, non si può negare, d'altra parte, che il loro 
progresso è evidentissimo. I nostri operai italiani vanno progredendo 
di bene in meglio nelle file di coloro che guadagnano salari, ed i loro 
figli progrediscono ancora più prontamente. 

"Creare organizzazioni tra gli uomini e le donne di questa naziona- 
lità è uno dei doveri delle nostre Unioni di mestiere." 

LA CAMERA DEL LAVORO ITALIANA IN NEW YORK. 

Ed una grandiosa organizzazione fu creata dai nostri bravi operai 
di New York e solennemente inaugurata, con un Congresso, il 6 novem- 
bre 1919: la Camera del Lavoro Italiana, avente il nobilissimo scopo 
di coordinare il movimento operaio italiano nella grande Metropoli, di 
raccogliere i nostri immigrati ed avviarli e seguirli nelle Unioni di 
mestiere, aiutandoli a conquistare un posto più alto — il posto che loro 



240 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

spetta — nelle lotte economiche e nel concetto dei padroni e dei com- 
pagni di altre nazionalità. 

Promotori della provvida istituzione, della quale da tanto tempo 
si sentiva il bisogno, furono vecchi militi del movimento proletario, de- 
cisi ad affermare coi fatti che l'operaio italiano non deve essere più 
considerato un pezzente che vada in giro ad offrire il suo braccio, la sua 
merce-lavoro in cambio di un pane o di un tetto, ma deve essere accolto 
e rispettato come l'artefice della produzione, che va dove si ha bisogno 
dell'opera sua, dove l'officina, la terra, la miniera hanno bisogno della 
macchina-uomo per cooperare allo sviluppo delle industrie, dell'agri- 
coltura, al mantenimento della vita economica, all'elevamento della vita 
sociale; deve essere amato e difeso come un elemento integrale, essen- 
ziale della complessa vita della nazione, come un apportatore di benes- 
sere e di prosperità e non come un intruso; come un cooperatore di 
civiltà e non come un tarlo roditore e distruttore delle fonti del pro- 
gresso. 

Al grande Congresso erano rappresentati più di 50.000 lavoratori 
italiani dai delegati delle seguenti Unioni : Cloakmakers, Locale Italiana 
No. 48; Sarti, Amalgamate d, Locale 85; Locale 25, Sartine; Locale M, 
Manuali e scopatori di gallerie sotterranee; Locale 80, Sarti da donna; 
Locale 74, Bricklayers & Stone Masons; Locale 390, Sarti di comando; 
da uomo; Locale 874, Pittori e decoratoti; Locale 7, Ebanisti ed affini; 
Locale 560, Barbieri; Locale 63, Amalgamated Clothing Workers {sar- 
ti da uomo); Locale 176 (Sarti in abiti da bambini, Amalgamated; Lo- 
cale 261, Tipografi; Locale 280, Amalgamated Clothing Workers; Lo- 
cale 50, Sarti da bambini, A. C. W. of A.; Unione Lavoranti in cande- 
lieri; Locale \42 A. C. W. of A.; Locale 62, lavoranti in celluloide e 
bottoni; Locale 16, lavoranti in pianoforti; Unione pastai; Unione Tes- 
sitori; Federazione interstatale del Par%ito Socialista; Organizzazione 
Calzolai di riparazione ; la Journeymen Tailors Union di Filadelfia. 

Alla presidenza del Congresso fu eletto Salvatore Ninfo, vice-pre- 
sidente dell'Internazionale dei sarti da uomo; a primo vice-presidente, 
Luigi Mazzola, presidente dell'Unione dei muratori; a secondo vice- 
presidente, Tito Pacelli, presidente dell'Unione degli scavatori di gal- 
lerie: tre veterani del mondo unionista italiano; a segretario, Arturo 
Giovannitti, il poeta delle rivendicazioni proletarie, idolo delle nostre 
masse operaie, per quanto si possa dissentire dalle sue idee politiche e 
sociali. 

Nelle varie sedute del Congresso vennero discusse ed approvate le 
relazioni delle diverse commissioni, fra le quali una importantissima 
sull'emigrazione, di cui diamo la parte risolutiva che contiene proposte 
e suggerimenti meritevoli di studio sereno e di pratica attuazione: 

"La Camera del Lavoro Italiana di New York deve creare un uf- 
ficio apposito che studi accuratamente e con competenza le condizioni 
del mercato del lavoro e dell'industria di questo paese, giovandosi di 
tutti quei dati o relazioni dell'Ufficio del Lavoro di Washington e di 



INDUSTRIE E LAVORO 241 



altre organizzazioni che si interessano dell'emigrazione italiana in Ame- 
rica. Di tale studio si dovrà redigere una completa relazione e inviarla 
in Italia, dandole la più ampia ed estesa diffusione. La Camera del 
Lavoro deve immediatamente mettersi in rapporto diretto con tutte le 
Camere del Lavoro, Federazioni, Ufficio dell'Umanitaria, Confedera- 
zione del Lavoro, Unione Sindacale, Gruppo Parlamentare e Partito 
Socialista d'Italia ecc.. per poter stabilire uno scambio d'informazioni 
sul numero, la categoria, i doveri ed i diritti dei lavoratori che vogliono 
emigrare negli Stati Uniti d'America. Questo lavoro dovrebbe essere 
talmente ben condotto e selezionato da poter giungere quasi automati- 
camente al punto in cui le organizzazioni d'Italia potrebbero funzionare 
come centri di distribuzione dei lavoratori che intendono emigrare. La 
risoluzione di questo grave problema verrebbe ad alleviare tante soffe- 
renze, ed a spazzar via infinite illusioni da parte dei lavoratori d'Italia. 
Questa campagna educativa, per mezzo di opuscoli, circolari, articoli sui 
giornali di classe, tavole statistiche, carte illustrate, ecc., disciplinerà in 
modo effettivo le correnti emigratorie, ottenendo il massimo vantaggio 
in prò' delle classi lavoratrici d'Italia e d'America. La Camera del La- 
voro di New York diverrebbe la consigliera sicura e il baluardo dei 
veri interessi dei lavoratori. Le organizzazioni ad essa affiliate vedreb- 
bero diminuire o scomparire quasi del tutto la spietata concorrenza che 
i nuovi arrivati esercitano sempre sul mercato del lavoro. Con la cono- 
scenza dell'ambiente, dell'industria, del lavoro locale, la Camera del 
Lavoro potrà porre in evidenza di volta in volta i bisogni della produ- 
zione, mettere in guardia i lavoratori d'Italia sui pericoli e l'inopportu- 
nità di emigrare in certi dati momenti, o in certe date stagioni, e, infi- 
ne, suggerire quali dovrebbero essere gli emigranti che preferibilmente 
troverebbero una sicura occupazione. Altro com.pito da svolgere è quel- 
lo di agevolare l'affiliamento dei lavoratori organizzati in Italia nelle 
organizzazioni d'America, senza alcuno ostacolo di tassa di entrata o di 
altre difficoltà di carattere interno. Purtroppo questo sistema che tut- 
tora perdura in moltissime organizzazioni, ha impedito l'impiego rego- 
lare e razionale della mano d'opera, ed ha alimentato la disorganizza- 
zione e la concorrenza fra migliaia e migliaia di lavoratori di varie 
nazionalità. 

Una più cordiale e stretta intesa con le organizzazioni americane 
potrebbe facilmente ovviare o eliminare tali difficoltà. 

La Camera del Lavoro non deve trascurare di esercitare la sua 
influenza tutte le volte che i poteri costitutivi di questo paese, per ra- 
gioni politiche per pregiudizi reazionari contro altri popoli, volessero 
proporre e passare delle leggi per colpire ciecamente quegli emigrati 
che danno allo sviluppo economico e civile degli Stati Uniti ed ai propri 
compagni di lavoro tutta la loro attività e devozione. 

Le nuove relazioni fra l'Italia e l'America dovrebbero essere ba- 
sate su una reciprocità di vantaggi in modo da poter aiutare e stabilire 



242 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

maggiormente l'affiatamento e la solidarietà tra i lavoratori di ambo- 
i paesi." 

Gli scopi della Camera del Lavoro Italiana sono così tassativa- 
mente definiti nello Statuto fondamentale dell'organizzazione: 

a) Unire in un solo vasto organismo di classe tutti i lavoratori 
italiani organizzati di New York e vicinanze, allo scopo di tutelarne 
gl'interessi e coordinarne e irrobustirne l'azione e la pratica unionista,, 
sotto la scorta e con la cooperazione diretta delle Unioni ii mestiere o 
d'industria alla quale essi appartengono; 

b) Organizzare tutti gli altri elementi operai italiani disorga- 
nizzati ed avviarli verso le organizzazioni della loro industria; 

e) Assistere tutte le unioni affiliate durante gli scioperi, le ser- 
rate ed altre attività della lotta di classe sul terreno economico, ed ir- 
robustirne ed estenderne le fila mercè la propaganda e l'ausilio morale 
e finanziario di tutte le organizzazioni incamerate; 

d) Promuovere l'unionismo industriale, l'educazione tecnica 
delle masse per renderle più coscienti della loro funzione e più esperte 
alla gestione della produzione; la propaganda di tutte le idee moderne 
che tendono all'avanzamento ed al riscatto del proletariato dalla schia- 
vitù del salario, e la cultura scientifica, artistica ed etica della classe 
lavoratrice ; 

e) Propugnare l'Unione Internazionale dei Lavoratori senza 
differenza di razza, lingua, nazionalità e religione; 

f) Patrocinare una maggiore rappresentanza degli elementi 
italiani negli istituti direttivi delle loro organizzazioni e la fondazione 
di locali italiane nelle Internazionali dove ciò è possibile e deside- 
rabile. 

E' da augurarsi vivamente e sinceramente che la Camera del Lavo- 
ro Italiana cresca sempre più forte e disciplinata, divenga centro e 
scuola di sana educazione sociale ed economica delle nostre masse 
operaie — delle quali, purtroppo, solamente il 10 per cento è organizza- 
to — e raccolga attorno a sé le immense, sparse energie delle nostre 
coscienti ed oneste classi lavoratrici per far fronte a tutte le esigenze 
della moderna lotta economica, la sola atta a dare ai popoli, col trionfo 
del Lavoro, una lunga èra di prosperità e di pace. 



'» * "^'^^^^^^^'^^^^^r 



nella Vita Sociale 



L'ITALIA INCOMPRESA. 

Ci confessava candidamente, alcuni anni or sono, un egregio amico 
americano di ritorno da un viaggio di piacere in Europa e da una 
breve visita nella nostra patria: "Al mio arrivo in Italia fui molto gra- 
devolmente sorpreso. Immaginavo il vostro paese quasi cimitero di una 
civiltà che non è più da secoli; molto in ritardo rispetto ai progressi 
scientifici ed industriali moderni. Le vostre città io le credevo povere 
ed invecchiate, cui conferisse valore solo qualche prezioso ricordo dei 
tempi andati. Ed invece, oh, come le cose stanno diversamente! Non è 
che voi rappresentiate la quintessenza defla modernità, m» potete bene 
stare al confronto dei più progrediti popoli d'Europa". 

Chi parlava in tal modo non era del tutto ignorante; aveva, anzi, 
frequentato una Università americana, e dell'Italia conosceva discreta- 
mente la storia. . . di duemila anni fa. Ma, come era considerata l'Italia 
dalla grande maggioranza del popolo americano sino a questi ultimissimi 
anni? Poco più di uno staterello balcanico o di una delle tante repub- 
blichette dell'America Centrale. Ci è voluta la guerra di Libia, prima, 
e poi il gran conflitto mondiale per rivelare al mondo, anche a chi 
avesse frequentato una Università americana, un'Italia ben diversa da 
quella che immaginavano o ritenevano gli ignoranti in buona od in 
malafede, non monta a quale nazionalità appartenessero. Esistono per 
fortuna ottime eccezioni di stranieri che conoscono a fondo l'Italia. 
Sono specialmente gli amanti del bello, gli studiosi d'arte, gli eruditi 
che si occupano delle nostre gloriose civiltà, romana, medioevale e del 
Rinascimento; pochissimi però dell'Italia d'oggi, nella sua essenza or- 
ganica di grande nazione. 

I giornali stranieri in genere e quelli americani in ispecie — • 
anche per questi le debite, oneste eccezioni — si occupavano di noi solo 
per quel tanto che bastasse a dirne male quando avessimo avuto l'auda- 
cia di far capolino nel mondo o tentato di turbare i loro sonni con la 
nostra vilissima immigrazione. La quale, poco gradita, ma sempre sfrut- 
tata, è stata fonte non ultima, sino a qualche anno fa, della nostra man- 
canza di prestigio e del mal celato odio verso di noi. 

Però, siamo un poco sinceri: che cosa era la nostra immigrazione 
negli Stati Uniti anche in tempi da noi non lontani e come essa appa- 



244 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

riva agli occhi non solo degli Americani, ma di una buona parte degli 
stessi Italiani giudici sereni ed imparziali, primi a deplorare uno stato 
di cose che non poteva non esser causa di discredito della nostra nazio- 
nalità, di disprezzo per il nostro nome? Fortunatamente, siamo nel pe- 
riodo di una costante, radicale trasformazione dei nostri nuclei colonia- 
li, ed i ricordi, sebbene malinconici e dolorosi, possono esserci di monito 
e di insegnamento per l'avvenire. 

Prendiamo ad esempio la nostra Colonia di New York, la Colonia- 
tipo, ingigantita dalle nostre onde immigratorie sino a divenire quella 
che è, ora giustamente chiamata la più grande città d'Italia, per gli 
800.000 connaz'onali che vi vivono e vi prosperano. 

STORIE DI MISERIE E DI DOLORI. 

Verso il 1880, poco più di quarant'anni or sono, gli Italiani di NeW 
York erano meno di 25.000 e vivevano nella grande maggioranza — 
ricorda Adolfo Rossi nel suo libro: Un Italiano in America — nel quar- 
tiere meno pulito della città, chiamato i Cinque Punti (Pive Points). 
A New York visse in quel tempo Adolfo Rossi, ora Commendatore della 
Corona d'Italia e Console Generale nella Capitale dell'Argentina, fa- 
cendo cento mestieri, diversi, non escluso quello... del giornalista 
coloniale, che più lo tenne a contatto con i nostri connazionali. 

"Il quartiere dei Cinque Punti — scrive il Rossi — è un agglome- 
ramento di casaccie nere e ributtanti (il quartiere di quarant'anni fa, 
ora quasi interamente demolito o rinnovato) dove la gente vive accata- 
stata peggio delle bestie. In una sola stanza abitano famiglie numerose: 
uomini, donne, cani, gatti e scimmie; mangiano e dormono insieme 
nello stesso bugigattolo, senz'aria e senza luce. 

"In alcune case di Baxter e di Mulberry Street è tanto il sudiciume 
e così mefìtica l'atmosfera, da far parere impossibile che, ai primi 
calori dell'estate, non si sviluppi ogni anno un colera micidialissimo. 
Eppure molta di quella gente che non si lava mai il viso e che, con le 
squallide mogli e coi figli cenciosi, si condanna a vivere in malsane 
stamberghe, lavora, guadagna e risparmia. 

"Ai Cinque Punti c'è da essere testimoni di scene vergognosissime. 
Un giorno, seduta sulla scalinata d'una casa fra le più nere, vidi una 
donna italiana che, col seno scoperto, allattava uno scimmiotto come se 
fosse stato un bambino. La scimmia era ammalata, e quella femmina, 
moglie di un suonatore d'organetto, tentava di ristorarla col proprio 
latte! 

"... Il settantacinque per cento degli Italiani dei Cinque Punti si 
compone di contadini, i quali durante la bella stagione vengono portati 
sui lavori di ferrovia e di campagna e, all'inverno, tornano a riempire 
le strade di New York, dove i giovani fanno i lustrascarpe e gli adulti 
o sono impiegati nei lavori più ributtanti rifiutati dagli operai delle altre 
nazionalità: — carico delle spazzature nelle barche e scarico in mare, 
spurgo delle fogne et ^similia — oppure girano con un sacco in ispalla 



VITA SOCIALE 



245 



rovistando nei barili delle immondizie, raccogliendo carta, stracci, ossa, 
vetri rotti. 

"I Cinque Punti poi sono il centro della schiavitù italiana esercitata 
impunemente dai bosses. Sono italiani anche costoro, che, approfittando 
della maggior pratica del paese e della lingua inglese, assumono diret- 
tamente l'appalto dei lavori, prendono il numero degli operai che loro 
occorre, ai quali non danno neppure la metà della mercede dovuta. 

"Vi sono dei bosses italiani che hanno preso ai Cinque Punti o 
fatto venire direttair.ente dall'Italia una quantità di braccianti, pagando 
loro il viaggio per condurli su qualche grosso lavoro. Oltre il viaggio, 
le compagnie corrispondono ai padroni o capi-squadre dai due ai tre 
scudi al giorno per il lavoro di ogni operaio, il quale però non ne riceve 
più d'uno dal suo boss. Cotesti veri negrieri trovano il modo di levare 
anche una parte della mercede, obbligando gli uomini a comperare da 
loro i viveri e gli oggetti di vestiario. Finalmente li derubano anche 
nello spedire il denaro alle loro famiglie in Italia. E mentre gli operai 
sui lavori sgobbano dalla mattina alla sera, i bosses se la fumano tran- 
quillamente e li sorvegliano col fucile a tracolla e col revolver alla 
cintura. Sembrano — e sono veri briganti." 

Fortunatamente, questi ed altri non sono ormai che brutti, dolorosi 
ricordi del passato; ma, come condannare senza qualche attenuante co- 
loro che, non conoscendo l'Italia, la giudicavano in base a quello sol- 
tanto, di italiano, che si parava dinanzi ai loro occhi : la nostra miseria, 
cioè, la supina ignoranza delle nostre masse, che erano causa precipua 
dell'infame sfruttamento che di esse si faceva, del miserando spettacolo 
che esse davan di se stesse, del loro tenore di vita, della loro abbiezione? 
E ciò offriva l'opportunità ai nostri nemici in malafede di lanciare i più 
triviali e stupidi attacchi, senza discriminazione alcuna, contro la nostra 
razza e la nostra nazionalità. 

AMERICANI, GIUDICI SERENI ED IMPARZIALI. 

Ma non sono mai mancati, nello stesso elemento americano, giudici 
onesti, sereni ed imparziali, che hanno efficacemente ribattuto alle in- 
sulse, generiche accuse. "Uno dei sintomi più curiosi della nostra defi- 
cienza di retto giudizio — scriveva tempo fa il noto sociologo William 
P. Andrews, nell'autorevole Evening Post di New York — è la smania, 
da qualche tempo invalsa, di cercar di negare ogni pregio, ponendola 
anche in ridicolo, la Terra cui noi siamo tanto debitori della nostra 
scienza, della nostra civiltà. Chi visse dieci anni nella Penisola ed ebbe 
modo di valutare, ammirandola, l'indole italiana; chi conosce realmente 
l'Italia sa apprezzare la semplice, parca vita di famiglia che ovunque 
gli è dato constatare. Esiste il degenerato in Italia come esiste in New 
York; ma il degenerato'più in evidenza in Italia è lo straniero: l'Inglese, 
il Tedesco, il fannullone Americano, che le autorità italiane sono co- 
strette ad arrestare e a cacciar fuori dai confini; ma gli oziosi in qual- 
siasi paese non rappresentano la vita di una nazione, e una razza, che 



246 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

è tre quattro volte più prolifica della nostra, è lontana, assai lontana 
dalla decadenza. In ogni parte d'Italia si rimane maravigliati del gran- 
dioso progresso compiuto da quella giovane nazione in meno di c:n- 
quant'anni. Il suo popolo si è perfezionato nell'istruzione delle masse 
e rapidamente si avvia a divenire eminentemente industriale. Le città 
italiane sono oggi più linde e più igieniche delle nostre e, quello che 
più preme, vi è sicurezza maggiore che non sia nelle nostre. Avvennero 
nelle strade di New York e di Boston^ recentemente, tali delitti, pretta- 
mente americani, dei quali non si ebbe mai riscontro né a Roma né a 
Milano. L'Italia, sebbene finanziariamente povera, sebbene, gravata da 
enormi spese per l'esercito e la marina, trova modo di spendere parecchi 
e parecchi milioni per le sue scuole e per l'agricoltura ed ha istituzioni 
di carità superiori a quelle di qualsiasi altro paese. Mi manca lo spazio 
per ammirare tutte le infinite prove di attività nella vita italiana: il 
sorgere continuo di nuove officine, delle quali i fumanti camini dimo- 
strano l'operosità sempre crescente, come sempre più fioriscono i suoi 
commerci ed i suoi traffici; tutte cose queste, che chiunque sia nato 
con la facoltà del retto giudizio non può non vedere ed esaltare." 

Ed un altro dotto Americano, studioso sereno ed imparziale del 
fenomeno immigratorio in genere e dell'immigrazione italiana in ispecie, 
il Cav. John Poster Carr, così scriveva, alcuni anni or sono, nell'autore- 
volissimo Outlook di New York, a difesa della nostra collettività nella 
grande Metropoli: "Mentiscono coloro che denigrano i lavoratori italia- 
ni e li dicono una minaccia alla civiltà americana, perché degenerati, 
indolenti, accattoni, propensi a delinquere, ecc. Se qualche cosa di vero 
vi fosse in quelle accuse, ciò dovrebbe verificarsi in New York, che 
conta 450.000 Italiani (l'articolo del Carr fu scritto verso il 1910) ossia 
poco meno che Roma. Ebbene, facciamo un confronto fra questi 450 
mila Italiani e i 300 mila Irlandesi residenti in New York. Per comin- 
ciare dall'accusa di accattonaggio: nel 1904 il grande ricovero di' men- 
dicità di Blackwell's Island ospitò 1564 Irlandesi e soltanto 16 Italiani. 
La mendicità determina facilmente i suicidii: ebbene, nello stesso anno, 
si suicidarono 89 Irlandesi e 23 Italiani. Il l.o Maggio 1902 vi erano 
in New York 282.804 Irlandesi e 200.549 Italiani : quali delle due nazio- 
nalità diede in quell'anno il maggiore contributo alla statistica crimi- 
nale? Per ubbriachezza vennero arrestati 7281 Irlandesi e 513 Italiani. 
Dopo gli Ebrei russi, gli Italiani di New York sono gli abitanti più 
sobrii fra tutti. Per aggressione vennero processati 284 Irlandesi e 139 
Italiani; per furto con iscasso 63 Irlandesi e 37 Italiani. I soli reati 
cui gli Italiani, specialmente di certe provincie, sono propensi più di 
ogni altro popolo, sono i reati di sangue senza premeditazione e per 
motivi di gelosia, di vendetta o in rissa. Ma, in complesso, sono gente 
pacifica ed ossequente alle leggi. La "maffia" siciliana è una eccezione 
in America; se essa esiste, le sue gesta sono enormemente esagerate 
dalla fantasia popolare (e dai giornali americani, aggiungiamo noi), 
come pure quelle della fantastica "mano nera". In quanto all'abitudine 



VITA SOCIALE £47 



di sudiceria rimproverata agli Italiani, l'accusa è immeritata in gran 
parte. Gli ispettori dell'ufficio delle case alveari, "tenements," di New 
York riferiscono che i "tenements" dei quartieri italiani sono i meglio 
tenuti fra tutti i fabbricati simili e infinitamente più puliti di quelli 
dei quartieri israeliti e irlandesi. Uno dei tipici "tenements" italiani 
è abitato da 75 famiglie in condizioni non eccessivamente disagevoli, 
poiché ogni stanza non ha da contenere in media da una a due persone. 
Grazie alla recente legge americana sull'immigrazione, gli Italiani che 
sbarcano in America, al giorno d'oggi, sono in complesso fisicamente 
più robusti e moralmente migliori dei loro compatrioti venuti negli Stati 
Uniti parecchi or sono. E le scuole americane, meglio organizzate che 
allora, i giardini, e i bagni pubblici più numerosi, fanno sì che i ragazzi 
nati da Italiani in America possono crescere e divenire uomini e donne 
utili, sotto tutti gli aspetti, alla società. Gli operai, italiani in genere 
sono docili, pazienti, leali, vigorosi pronti d'ingegno, onesti, economi, 
operosi, temperanti e morali a tal punto, che fra le donne è appena cono- 
sciuta la prostituzione: su 750.000 Italiani sbarcati in America negli 
ultimi anni, una sola donna è stata arrestata sotto questa imputazione. 
Lungi dall'essere la schiuma degli accattoni e dei delinquenti del loro 
paese, questi immigranti sono il fiore di quelle classi agricole, godono 
di una robustezza ammirevole ed hanno una prodigiosa volontà di la- 
vorare." 

LE PRIME MANIFESTAZIONI DELLA NOSTRA VITA COLLETTIVA. 

Le prime manifestazioni della nostra vita collettiva nei primi, mo- 
desti nuclei coloniali si ebbero con le Associazioni di mutuo soccorso, 
formate generalmente da immigrati dello stesso paese ed alle quali si 
dava il nome del paese o del Santo, patrono di esso. Le due prime So- 
cietà, ancor oggi fiorenti e fondate ambedue nel 1868: la Società Italia- 
na di Mutuo Soccorso e Beneficenza, di Boston, che il 13 Ottobre 1870 
celebrò con grande solennità l'unificazione d'Itaha con Roma capitale, e 
la Società Garibaldina, di San Francisco, Cai., sono una lodevole ecce- 
zione, poiché raccoglievano nel loro seno gli esuli di allora, provenienti 
da ogni regione d'Italia, e specialmente dalla Liguria e dalla Toscana; 
ma disgraziatamente il loro esempio non fu seguito dagli immigranti 
che vennero dopo. Per un fenomeno, dunque, facilmente spiegabile, 
trattandosi di gente che, con l'angoscia nell'anima, aveva abbandonato 
il paesello natio per venire a vivere, a lottare, spesso a soffrire in terra 
lontana ed in mezzo a gente di razze e di nazionalità diverse, di diffe- 
renti idiomi, i primi sodalizi ebbero base e carattere di campanilismo e 
di regional-smo. Ciò fu deplorato e si deplora ancora, poiché il fenomeno 
ancora sussiste, sebbene in forma, diremo così, meno epidemica; ma era 
arduo, per non dire impossibile, trenta o quarant'anni or sono, lottare 
contro un morboso sentimentalismo da cui non potevano non essere 
affetti i primi immigrati, spinti dalla miseria a riunirsi, gente dello 
stesso comune, o dello stesso mandamento o della stessa provincia, per 



248 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

aiutarsi, per assistersi e proteggersi, quasi interamente lasciati in balìa 
di se stessi senza ombra alcuna, nella grandissima maggioranza, di edu- 
cazione sociale e senza alcun ideale da raggiungere all'infuori della 
mira ben modesta di rendere meno dura e meno aspra la lotta per 
l'esistenza. Soltanto il tempo, le migliorate condizioni morali, sociali ed 
economiche delle nostre collettività, specie nei grandi centri, ed il 
coraggioso apostolato di valentuomini potevano correggere l'antico vez- 
zo: in gran parte vi si è riusciti, come vedremo appresso. 

In un fascicolo del Bollettino (N. 24 del 1908) pubblicato per cura 
del nostro Commissariato dell'Emigrazione, furono elencate tutte le 
Società, escluse quelle di carattere politico, fondate all'estero dai nostri 
emigrati e che avevano per iscopo il mutuo soccorso, o la previdenza, 
l'istruzione ed educazione, ecc. Soltanto negli Stati Uniti esse supe- 
ravano il migliaio: circa 350 in New York; 85 a Filadelfia; 53 a Newark, 
N. J.; 45 a Boston; 34 a Buffalo; una ventina, rispettivamente, a Chi- 
cago e a Baltimora; 15 a New Orleans e a San Francisco di California, 
e tutte le rimanenti sparse in altri numerosi centri dell'Unione. 

"Ciò che più mortifica nell'osservare gli istituti creati dai nostri 
connazionali oltre i confini della patria — ebbe a scrivere allora, in 
proposto, l'on. Angiolo Cabr-ini. uno dei pochi, in Italia, che da lunghi 
anni segua con cura e con amore lo svolgersi della nostra vita coloniale 
— è la "pillolaborazione" del principio di associazione: fenomeno che 
attesta ancora una volta quanto lavoro educativo resti a compiersi in 
mezzo al nostro popolo — nessuna classe esclusa! — per giungere a 
sradicare quella manìa litigiosa, quegli impulsi di vanità e quegli anta- 
gonismi regionalisti che ancor oggi indeboliscono le nostre fibre sociali. 
"Il quadro delle associazioni italiane — specie in quelle terre ame- 
ricane dove, più che nei vicini Stati dell'Europa, l'impulso a stringersi 
in validi organismi collettivi dovrebbe vibrare nelle nostre colonie — 
è addirittura lacrimevole. In una stessa città, dieci, venti, trenta sodalizi 
italiani di mutuo soccorso; sodalizi dannati all'impotenza, vivacchianti 
per i contributi di 100, di 50, di 30 associati. E nella stessa città la 
mutua dei Sanniti, quella degli Abruzzesi, quella dei Siculi, quella dei 
Napolitani! E la regione è spesso troppo vasta; e allora i Catanesi si 
organizzano d'stinti dai Palermitani; e quelli di Termini Imerese danno 
vita ad una Mutua Imerese del Beato Agostino. In New York, per esem- 
pio, fanno bella mostra di sé il sodalizio dei Figli di Aspromonte, quello 
della Gioventù, biellese, quello della Gioventù nicosiana, quello di Gioia 
del Colle, VAviglianese, il Sulmonese e la Lega Ligure! 

"Altra sintomatica differenza di "costume — tra le colonie italiane 
in Europa e le colonie in America — è nella scelta del titolo della asso- 
ciazione. In Francia, come in Austria, in Isvizzera come in Germania, 
i sodalizi italiani hanno nel titolo scolpito lo scopo del sodalizio stesso: 
essi si chiamano semplicemente: Società di mutuo soccorso, Circolo 
Ricreativo. Comitato prò italiani. Oltre Oceano, invece, è in azione l'in- 
tero vocabolario. I santi del calendario ci sono tutti. Poi vengono frotte 



VITA SOCIALE 249 



di circoli di mutue dedicate a Umberto. Vittorio Emanuele, Margherita, 
Elena, Mafalda, Jolanda, Duca degli Abruzzi e via dicendo. Seguono 
le armi dell'esercito patrio: il Circolo dei Bersaglieri; la Mutua dei Lan- 
cieri, la Società di beneficenza degli Artiglieri di montagna. Né manca 
l'omaggio ai letterati, ai poeti e agli artisti: da Silvio Pellico a D'An- 
nunzio. Un sodalizio si intitola modestamente // mondo; ed è forte di 
65 soci ! 

"Purtroppo — fatte poche eccezioni — le nostre associazioni al- 
l'estero sono afflitte da un male che è tra i più disastrosi per l'organi- 
smo infermo: l'infantilismo. Dinanzi al quale non c'è che da augurarsi 
che si accentui e si generalizzi la tenue tendenza — rilevata dalle inda- 
gini del R. Commissariato — ad abbandonare al loro dest'no le minu- 
scole associazioni messe insieme da aspiranti a questa o quella onorifi- 
cenza per dar vita a grandi e potenti sodalizi." 

Un altro torto generale che hanno le società italiane in tutte le 
parti del mondo — osserva con ragione il Console, Cav. Brenna, che 
hi? avuto largo campo di. studiarle in Europa e nelle Americhe — è di 
limitare la loro azione troppo all'elemento coloniale e di non estenderla 
abbastanza a quello locale. E sì che la maggioranza delle società italia- 
ne medesime ha carattere mutualistico ! E' quindi strano che non si 
comprenda come la mutualità riuscirebbe piìi agevole ed efficace se 
fosse eseicitata non cercando di concentrare gli Italiani tra loro, sepa- 
randoli dall'elemento locale, ma cercando di amalgamarli con la parte 
migliore dell'elemento stesso e sopratutto di facilitare i rapporti dei 
soci con quelle persone e quelle istituzioni dei paesi di loro residenza 
che ad essi potrebbero riuscire più utili. Sarebbe quindi assai bene che 
i nostri nuclei collettivi prendessero maggior parte di quello che fanno 
alla vita politica del paese, alla sua vita commerciale e finanziaria, 
spesso alla sua vita sociale. Le società irlandesi e canadesi negli Stati 
Uniti, le soc.'età tedesche nel Brasile, nel Cile e nell'Argentina, le socie- 
tà inglesi nella stessa Argentina sono riuscite così ad imporsi ed a diven- 
tare veri ed influenti organi della vita pubblica di quei paesi. Le nostre 
società invece, eccettuati alcuni pochi circoli, sopratutto di carattere 
sociale e mondano, sono centri assolutamente ignoti ed oscuri all'ele- 
mento indigeno e spesso anche alle persone che fanno parte della colo- 
nia, ma non del sodalizio. 

Un altro grave inconveniente della vita collettiva delle nostre 
colonie è la difficoltà di riunirle in centri e circoli, il cui carattere pre- 
cipuo sia la filantropia e l'aiuto collettivo alla colonia medesima. Le 
società di beneficenza generalmente languiscono e spesso, se il Governo 
patrio non interviene continuamente con incoraggiamenti, con aiuti fi- 
nanziari, con speranze di ricompense ed onorificenze ai contributori ed 
ai dirigenti delle società, esse muoiono. E' per questo motivo che le so- 
cietà di beneficenza in America hanno dovuto forzatamente assumere 
un carattere pseudo-ufficiale di istituti la cui vita è alimentata non dalla 



250 CINQUANT-ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



colonia, ma dal Governo, sotto la forma dei cosidetti Patronati di Emi- 
grazione. 

L'ORDINE DEI FIGLI D'ITALIA 

Col Cabrini, anche l'on. Napoleone Colajanni, il vecchio e autore- 
vole parlamentare che con gli scritti e con la parola ha costantemente 
dimostrato una viva, paterna affezione per i figli d'Italia esuli pel mon- 
do, ha dovuto più volte lamentare e deplorare che nei nostri nuclei co- 
loniali allignino le meschine società campanilistiche che impediscono, 
0, per lo meno, ritardano enormemente il sano e rigoglioso sviluppo 
delle nostre collettività immigrate; ed ha più volte e fervidamente 
auspicato all'avvento di grandi e potenti sodalizi che siano la forza 
cosc'ente ed operante dell'Italia raminga. 

Nessuno più e meglio di Napoleone Colajanni. in Italia, ha studiato 
e compreso la multiforme e complessa psiche delle nostre comunità 
negli Stati Uniti, pur senza averle mai visitate, e pochi, come lui, sono 
in grado, per l'autorità che deriva dal suo nome e per la indiscussa 
competenza, di consigliare e di spronare i fratelli viventi lungi dalla 
patria a più nobili ed alti ideali, a più sane e sante lotte consone al 
pensiero, alla vita, alle energie della moderna civiltà (1). 

Fortunatamente, i dolci rimproveri e gli ammonimenti degli onorevoli 
Colajanni e Cabrini hanno avuto il loro effetto salutare e benefico: 
è sorto il sodalizio potente, cui auspicava il sociologo 4i Castrogiovanni : 
l'Ordine dei Figli d'Italia in America; e l'infantilismo, tanto giustamen- 
te lamentato da Angiolo Cabrini, è divenuto virilità forte e cosciente, 
sicura promessa di salda, operosa maturità. Ed oggi sono circa 150.000 
Italiani raccolti sotto una sola, nobile insegna; domani sarà un esercito 
immenso, compatto, inspirato ai più nobili ideali umani, che dirà all'A- 
merica, dirà all'Italia che esso è fattore efficace di fratellanza, di pro- 
gresso, di grandezza sociale delle due Nazioni, dei due Popoli. 

Il piogramma della rigogliosa organizzazione è uno squarcio ma- 
gnifico di prosa robusta, italicamente virile, e tale da nobilitare la più 
cosciente ed evoluta collettività. 

L'Ordine Figli d'Italia — esso dice — è fondato sui principii di 
Libertà. Uguaglianza e Fratellanza. 

La sua insegna è il Leone d'oro in campo bianco, simbolo di forza 
e di grandezza. Esso con unità di sforzi si propone di : 

riunire in una sola famiglia tutti quegli Italiani sparsi per le 
Americhe, Dominio del Canada. Territorii e Dipendenze e dovunque 
siano sparsi Italiani che abbiano i requisiti voluti dalle Leggi dell'Ordi- 
ne, rispettando qualsiasi opinione religiosa, filosofica o politica; 

(1) Mentre questo libro sta per essere licenziato alle stampe, apprendiamo che l'On. 
■Colajanni si appresta a venire in America pfr un ciclo di conferenze nei rrincipali centri 
coloniali dell'Unione. Se, nonostante la grave età — l'insigne sociologo siciliano ha 
superato i 74 anni — vorrà mantenere la promessa, l'On. Colajanni sarà accolto ovunque 
in modo degno del suo alto sapere, della sua specchiata rettitudine di cittadino e di 
uomo politico che la lunga, nobile esistenza ha tutta consacrata al bene della patria. 



VITA SOCIALE 



251 



promuovere fra essi il miglioramento morale, intellettuale e ma- 
teriale, per emancipare le masse da ogni pregiudizio e superstizione; 

essere scuola di mutua benevolenza e di previdenza umanitaria 
imprimendo, nella mente dei suoi membri, principii in armonia colle 
concezioni moderne della solidarietà sociale e stigmatizzando tutto ciò 
che sa di privilegio e favoritismo; 

concorrendo con tutte le sue forze alla protezione di ciascun 
membro, e far sì che di qualsiasi iniziativa o movimento coloniale i 
Figli d Italia, solidali, prendano cura, esercitando quell'azione suggeri- 
ta dalle c:rcostanze; 




L'emblema dell'Ordine Figli d'Italia 

contribuire a mantenere accesa la fiamma del culto della Patria 
e integra ia fede nel futuro di essa, non venendo meno al rispetto che 
si deve al paese che ci ospita; 

diffondere tra i fratelli dell'Ordine la convinzione che il prende- 
re parte attiva alla vita politica americana è fattore di miglioramento 
sociale. A tale scopo l'Ord-ne incoraggerà, preparerà ed assisterà i fra- 
telli nel conseguimento della cittadinanza americana e del diritto al 
suffragio per coloro che hanno fatto la dichiarazione di diventar citta- 
dini americani; 

provvedere alla diffusione della Lingua Italiana adottandola co- 
me lingua Ufficiale dell'Ordine ed appoggiando le iniziative pro- 
scuola ; 

aiutare le opere di beneficenza a favore degli Italiani e tutte 
quelle iniziative che tornino a vantaggio ed onore di essi, ed essere 
gelosi custodi di monumenti e memorie esistenti in questo paese che 
ricordino gli eroi ed i genii italiani; 

propugnare tutte quelle cause che possano concorrere ad infon- 
dere la convizione che l'Italiano ha doti di mente e di cuore t?li da 
doverlo considerare, non solo come un lavoratore prezioso, ma anche 
come un fattore efficace del progresso e della grandezza sociale. 

COME SORSE L'ORDINE FIGLI D'ITALIA. 

Della fondazione di un Ordine Italiano si cominciò a parlare nel 
1904. Fu allóra — ricorda un dignitario dell'Ordine stesso: il prof. D. 
Mollica, di Boston — che il Dottor Vincenzo Sellaio, un valoroso ed 



252 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



italianissimo professionista di New York, con l'adesione di pochi, po- 
chissimi altri patrioti, ed allo scopo di rinsaldare nei cuori e negli intel- 
letti degli Italiani disseminati in questa parte d'America l'affetto e la 
fede verso la patria e di "far sì che la destra d'ogni gentiluomo italiano 
potesse stringere la mano incallita dell'onesto operaio", concepì e pro- 
mosse la formazione dell'Ordine dei Figli d'Italia, e con siciliano 
fervore si mise all'opera per la sua organizzazione. 

Erano giorni, quelli, tristemente fecondi di miserie, di dolori e di 
disillusioni; pur non di meno, al principio dell'anno 1905 la costituzione 
dell'Ordine Figli d'Italia era un fatto compiuto. Perchè si decise di fo;i- 
darlo? Ce lo dice lo stesso Dottor Sellaro in un articolo apparso nel 
Bollettino Ufficiale dell'Ordine che egli, a sue spese, pubblicava nel 
1907: 

'"Visto che la Federazione delle Società di Mutuo Soccorso, tante 
volte messa avanti, anche da giornali, e tante volte fallita, era caduta 
in discredito, per arrivare all'intento non rimaneva che scegliere un'al- 
tra via: costruire tutto di nuovo, e con la novità attrarre gli Italiani; e 
così si è organizzato un Ordine, ove l'impressione del segreto e del mi- 
stero affascina, attrae, impone rispetto e disciplina. 

"Per la sua organizzazione si è preso il meglio che si è potuto 
degli Ordini americani, adattandolo all'indole propria del nostro popolo, 
e si sono fatte le Leggi Generali, che ogni Loggia subordinata, mano 
mano che se ne costituivano, ha ricevuto ed osservato. Che cosa è poi 
questo segreto? Niente altro che il modo di farsi riconoscere da chiua 
que appartenga all'Ordine, sia lontano o vicino." 

Dalle Leggi Generali di allora risulta chiaramente il programma, lo 
scopo dell'Ordine; programma e scopo, nelle linee generali, perfetta- 
mente identici a quelli determinati nelle leggi che oggi lo governano. 

E tutto lasciava supporre — sogg'unge il Mollica — un'accoglienza, 
non diciamo festosa, neppure benevola, ma quella accoglienza che per- 
mette di poter esclamare: Siamo tollerati! — Avvenne il contrario: una 
corrente avversa tentò di sommergerlo; la gelosia e l'invidia affilavano 
le armi per respingerlo nel nulla. E chi lo considerava come un'opera 
fatta a fini individuali; chi come espressione di irriflessive velleità di 
innovatori, di poveri illusi, di visionari; chi come atto di gente da mani- 
comio addirittura. Altri, con un senso di sconforto: E' un arduo lavoro, 
una utopia, questa, di volere indirizzare idee dominanti, inveterate, 
verso altra mèta; e se ne rimasero alla finestra a guardare. 

E la gran massa, piena di superstizioni, un po' diffidente, per opere 
precedenti finite abbastanza ingloriosamente o perchè non vide alla te- 
sta del movimento i soliti prominenti (senza di cui non si moveva foglia 
d'albero), rimase indifferente. 

E l'Ordine, nato in terreno così arido, stentò i primi passi. Era titu- 
bante; aveva debole il volo. Una loggia, oggi piena di vigore, domani 
infiacchiva e arretrando scompariva. 



. VITA SOCIALE 253 

Sembrava destinato a morire: e ci furono dei momenti che lo si 
credette m dissoluzione. E i suoi primi amministratori, i suoi primi mi- 
liti seguirono spesso con cuore turbato, con animo accasciato, nuclei di 
fratelli che abbandonavano la nostra famiglia. Ma in mezzo a tanti di- 
singanni e dolori fremette sempre in loro il desiderio di dedicare alla 
santa opera non pure le energie che il lavoro richiedeva, ma anche il 
massimo possibile dei sacrifici pecuniarii. E fra gli attacchi di ore 
crucciose seppero ritemprare le energie a nuove battaglie. 

E con fede inconcussa sostennero in alto, contro venti e maree, il 
radioso emblema, lo sguardo sempre fisso là, in queii'orizzonte ideale 
ove come fiamma viva ed abbagliante, rifulgono, battezzati nel sangue 
dei popoli, i tre principii fondamentali della vita delie nazioni e del- 
l'Umanità : Libertà-Uguagl'ianza-Fraternità. 

Ed ora, l'Ordine Figli d'Italia grazie all'opera tenace, perseveran- 
te e disinteressata di quanti tennero fede al loro compito ed alle ragioni 
precipue d'essere dell'Istituzione, è divenuto un organismo forte, saldo, 
disciplinato e si avvia fidente verso il più luminoso avvenire. Le 11 
Logge esistenti nel 1907 divennero 67 nel 1911; oltrepassarono il nume- 
ro di 500 nel 1916 ed ora, nel 1921, raggiungono il gran totale di 
circa 1200! 

IL GIGANTESCO SVILUPPO IN 10 ANNI. 

I primi anni di vita dell'Ordine furon quasi completamente consa- 
crati alla formazione di nuove Logge ed a dare caratteie di stabilità alle 
norme che ne regolano il funzionamento. Pur sono degni d'esser ri- 
cordati i pellegrinaggi, inaugurati dalle poche Logge allora esistenti, 
alla Casa di Garibaldi, in Staten Island, ed il gran ricevimento in onore 
dell ex-Presidente Roosevelt di ritorno dalle caccie africane, nel 1910. 
Questi avvenimenti — notava ben a ragione l'Avv. Modica, Grande 
Segretario Archivista della Grande Loggia dello Stato di New York — 
attestano come l'Ordine, sin dal suo nascere, mirasse a creare e a man- 
tenere vivo nelle Colonie un sentimento di pura italianità ed a stabilire 
nello stesso tempo una relazione della più cordiale simpatia fra gli 
Italiani emigrati e l'elemento americano. 

Ma il programma e gli ideali della giovine e già fiorente organiz- 
zazione sorpassavano i limiti della Metropoli in cui essa fu fondata e 
dello stesso Stato di New York; nuove Logge si organizzano in altri 
Stati; vecchi sodalizi di mutuo soccorso si trasformano in Logge del- 
rOrd-ne, e, nel 1910, si creano le Grandi Logge di New York, del New 
Jersey e della Pennsylvania. 

Da allora il progredire dell'Ordine diviene sempre più rapido, inin- 
terrotto, gigantesco. In una sola decade, dal 1911 al 1920, più di 1.000 
Logge, alcune delle quali numerosissime ed animate da un soffio poten- 
te di vita e d'energia — come, ad es., la "Cristoforo Colombo" N.o 150, 
di Yonkers, N. Y., la più numerosa ed una delle più floride di tutto 
l'Ordine, poiché conta nel suo sene oltre 700 fratelli ed ha recentemen- 



254 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



te acquistato per più di $60.000 una sede principesca — si affermano 
nobilmente e saldamente e sono di esempio, di incoraggiamento e di 
sprone alle altre consorelle. Il nvmero delle Logge aumenta sempre 
più durante il tormentoso periodo della guerra mondiale: la diletta pa- 
tria lontana fa appello alla concordia di tutti i suoi figli sparsi nel mon- 
do per le molteplici opere di assistenza civile, per aiutare le popolazio- 
ni, ammiserite, alla resistenza eroica che avrebbe assicurata la vittoria 
finale: e nuclei di esuli si riuniscono, si organizzano, formano la lora 
brava Loggia, le danno a battesimo il nome di un Eroe caduto o quello 
di un guerriero invitto; raggranellano un primo, modesto fondo sociale 
ed esso destinano alle imperiose necessità della Grande Madre ! . . . 

L'Ordine Figli d'Italia spande attualmente la sua benefica influen- 
za, araldo di civiltà, di concordia, di fratellanza, in ben 28 Stati del- 
l'Unione, e Grandi Logge sono state costituite negli Stati di New York, 
New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Rhode Island, Massachusetts, 
Ohio e Maryland, con un numero complessivo, come abbiamo già detto, 
di circa 150.000 gregari, stretti in un patto di solidarietà e d'amore. 

E non soltanto i bravi, onesti lavoratori fanno parte della potente^ 
patriottica organizzazione; ma nuclei elettissimi di professionisti, uomini 
politici, industriali, commercianti, giornalisti danno ad essa le migliori 
risorse del loro intelletto, del loro prestigio, della loro propaganda: 
citiamo fra i tanti i nomi di Fiorello La Guardia, Vice-Sindaco della 
Città di New York, una delle più alte, ambite cariche cui il voto popolare 
abbia elevato un figlio della nostra razza; di John J. Freschi, Giudice 
delle Sessioni Speciali della Metropoli newyorkese, e di Salvatore A. 
Cotillo, Senatore alla Legislatura di Albany, N. Y. 

Inoltre, l'Ordine Figli d'Italia è orgoglioso di avere nel suo seno, 
quali membri onorari, parecchi uomini insigni d'Italia e d'America: l'on. 
Antonio Caminetti, ex-Commissario Generale dell'Immigrazione, una 
delle menti più illuminate del grande Partito Democratico Nazionale,, 
già Senatore Statale della California e quindi Senatore dello stesso 
Stato al Congresso di Washington; il Grand 'Ufficiale Augusto laccari- 
no, pubblicista ed economista fra i più reputati d'Italia; la dottoressa 
Maria Montessori, l'illustre pedagogista di fama intemazionale; Gianni 
Caproni, il cui nome è legato al prodigioso sviluppo della navigazione 
aerea; l'Ammiraglio Ugo Conz, già Comandante della R. Nave "Conte 
di Cavour", che fu messaggero d'amore della patria ai suoi figli d'Ame- 
rica, nell'estate del 1919; il barone Romano Avezzana, ex-Ambasciatore 
d'Italia a Washington, distinto ed abile diplomatico; il Generale Emilio 
Guglielmotti, maschia figura di soldato, ex-addetto militare presso la 
nostra Ambasciata, ed altri che col prestigio del nome conferiscono 
decoro alla organizzazione nostra e ne rendono sempre più apprezzate 
ed ammirate le alte idealità. 



VITA SOCIALE 



255 



L'OPERA PATRIOTTICA E BENEFICA 
DELL'ORDINE FI<iLI D'ITALIA. 

L'opera di patriottismo e di bene compiuta dall'Ordine Figli d'Ita- 
lia in poco più di un decennio della sua esistenza merita di essere 
add tata al plauso ed all'ammirazione e qui e in patria. 




I dignitari dell'Ordine Figli d'Italia ricevono S. A. R. il Principe di Udine 
al Pantheon Garibaldino di Staten Island 

La Natura si mostra matrigna "all'Italia: il terremoto sconvolge le 
ubertose campagne, distrugge le abitazioni; porta la desolazione e il 
piante nelle provincie di Messina, di Reggio Calabria, di Catania e, 
poi, nelle terre d'Abruzzo. L'eco de! dolore dei derelitti giunge alle 
nos're Colonie e viene raccolta pron'amente dail'Ordine Figli d'Italia: 
som rrArV.sìa. decine di mì<^\ìv\a di dollari che vengcn raccolti ed 
inviati con sollecitudine nei luoghi della miseria. 

Scoppia la guerra mondiale e l'Italia, nel 1915,. scende in lotta 
a fianco delle Nazioni Alleate. Guerra significa spargimento di sangue 
ed olocausto di giovani vite; significa rovina di ricchezza nazionale; 
significa necessità di vincere per la salvezza della patria, per la libertà 



256 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



del popolo. L'Ordine Figli d'Italia è, qui, al suo posto di combattimento 
e, con lo stesso slancio, con lo stesso amore per la Grande Madre, 
addita ai fratelli gli alti, nobili doveri da compiere. Al Prestito Nazionale 
Italiano le Logge sottoscrivono per quanto più possono; non poche di 
esse offrono l'intero fondo sociale. Alla chiamata alle armi rispondono 
migliaia e migliaia di fratelli, ed alle famiglie qui rimaste si concedono 
congrui sussidi. Durante il tormentoso periodo bellico le Logge son sem- 
pre prime e pronte a rispondere generosamente agli appelli della patria, 
e migliaia e migliaia di dollari sono offerti alla Croce Rossa Italiana, 
ai Comitati ed alle iniziative locali' per le vedove e gli orfani dei glo- 
riosi caduti e per gli eroici mutilati. Giunge la Missione Italiana capi- 
tanata da S. A. R. il Principe di Udine: l'Ordine Figli d'Italia si fa 
promotore, in New York e altrove, di solenni festeggiamenti in onore 
degli ospiti illustri. La visita della Missione al Pantheon Garibaldino 
di Staten Island — il cimelio glorioso degli Italiani d'America la cui 
custodia è affidata all'Ordine Figli d'Italia — costituisce una solennità 
memorab'le per la nostra Colonia: i discorsi pronunziati dal giovine 
Principe di Savoia, dal Supremo Venerabile dell'Ordine, Avv. Cav. 
Stefano Miele, dal compianto Sindaco di New York, John Purroy Mit- 
chel, la cui morte tragica, durante la guerra, destò tanto sincero rim- 
pianto in mezzo alla nostra Colonia, da Guglielmo Marconi, l'illustre 
inventore della telegrafia senza fili, e dall'on. Francesco Saverio Nitti, 
elettrizzano la folla numerosa ed eletta. Al Principe di Udine sono 
offerte dai dignitari dell'Ordine Lire 50.000 per il Fondo Nazionale prò 
vedove ed orfani dei caduti. 

Con lo stesso interessamento e con lo stesso slancio patriottico 
l'Ordine Figli d'Italia ha risposto ai d'versi appelli del Governo Ame- 
ricano durante e dopo la guerra. Alle cinque campagne per i Prestiti 
della Libertà e della Vittoria le Logge rispondono col più vivo entusia- 
smo e con cospicua generosità. Inoltre, l'SO per cento dei "4 Minute 
Men," i solerti propagandisti della guerra e della resistenza, sono mem- 
bri dell'Ordine Figli d'Italia. 

LO SGUARDO A PIÙ' VASTI ORIZZONTI. 

Ed ora, cessati gli orrori della tremenda guerra, per quanto lungo, 
arduo e doloroso possa essere il periodo della ricostruzione e presso le 
Nazioni vinte e presso quelle vincitrici, l'Ordine Figli d'Italia si avvia 
risoluto e fidente alla effettuazione completa del suo programma i cui 
capisaldi sono il miglioramento materiale, morale e intellettuale delle 
nostre comunità immigrate. Ferve ovunque, nei grandi come nei mode- 
sti centri ove si espande l'influenza benefica della grande organizzazio- 
ne, l'opera alacre ed illuminata che sarà fonte di più rapido e sano 
risveglio; e, mentre in New York si progetta di edificare il gran Tempio 
dell'Ordine e di erigere, accanto al Pantheon Garibaldino, un Asilo per 
gli orfani dei fratelli, e si pensa — giusta un vasto, sapiente programma 
enunciato recentemente dal Capo Supremo dell'Ordine, il Cav. Avv. 



VITA SOCIALE 



257 




258 CINQUANT-ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Stefano Miele — di "instituire Ricreatorii per l'educazione dei nostri 
figliuoli; Uffici gratuiti di collocamento al lavoro; Case di Salute; Pub- 
blici Dispensari; Cooperative per aiutare, senza umiliarlo, il fratello 
nella disoccupazione e nella sventura; e sopratutto di preparare, inco- 
raggiare ed assistere i fratelli dell'Ordine a divenire cittadini america- 
ni degni di partecipare alle grandi nobili lotte per il conseguimento di 
legittimi, sacrosanti diritti," — a Filadelfia, mercè l'instancabile ala- 
crità del Grande Venerabile di Pennsylvania. Cav. Giuseppe Di Silvestro, 
e con le contribuzioni generose delle Logge di quello Stato, è sorto di 
recente un grandioso Orfanotrofio; un altro istituto del genere sarà 
inaugurato prossimamente nel New Jersey, per il quale sono stati già 
raccolti circa 50.000 dollari, mercè il vivo interessamento di quel Gran- 
de Venerabile, sig. Francesco Palleria, ed a New Haven, Conn., dopo la 
costituzione su base incrollabile di una Cooperativa di Prestiti, e sorto 
l'Istituto dei Figli d'Italia — il Sons of Itcdy Institute — destinato da 
uno dei più fervidi suoi patrocinatori, il Cav. Uff. Dottor Nicola Ma- 
riani, Grande Venerabile dell'Ordine nel Connecticut, ad essere il 
"sancta sanctorum" delle più nobili idealità dei connazionali di quello 
Stato. 

Da questo fervore d'opere e di iniziative l'Ordine Figli d'Italia 
trarrà nuova fede e nuove energie per affermarsi saldamente quale 
esponente migliore e rappresentante legittimo della collettività attiva e 
fattiva delle nostre Colonie in questo Paese. Esso ha nel suo seno la 
forza cosciente dell'onesto lavoratore ed ha il contributo della gentile 
operosità delle nostre donne; due elementi che, fusi nella nobile, santa 
lotta per il raggiungimento dei più puri ideali, non potranno mancare 
di conseguire la mèta agognata: il sempre maggior rispetto del nome 
italiano in America, l'affermazione possente delle preclare virtù della 
nostra razza. 

I DIGNITARI DELL'ORDINE. 

L'Ordine Figli d'Italia in America ebbe la sanzione ufficiale (in- 
corporation) il 22 giugno 1905. 

Il Supremo Concilio Esecutivo era così composto, al l.o gennaio 
1921: Supremo Venerabile, Cav. Avv. Stefano Miele; Assistente Supre- 
mo Venerabile. Avv. Giovanni Di Silvestro; Supremo Oratore, Baldo 
Aquilano; Supremo Segretario Archivista, Conte Umberto Billi; Supre- 
mo Segretario di Finanza, Salvatore Parisi; Supremo Tesoriere. Oreste 
Giglio; Supremi Curatori: G. Parisio, Rev. G. Silipigni, Giovanni San- 
tulli, Giorgio Mazzacane, Dr. B. Di Loreto; Supremo Comitato Arbitro: 
Avv. P. Brancolo, E. Nicolai, A. Manzi, A. Capecelatro, Dr. V. Greco. 

Le Grandi Logge Statali avevano, alla stessa data, i seguenti Grandi 
Venerabili: NEW YORK, Prof. Corrado Stornello; NEW JERSEY, Sig. 
Francesco Palleria; PENNSYLVANIA, Cav. Giuseppe Di Silvestro; 
MASSACHUSETTS, Sig. G. Breglia; CONNECTICUT, Dr. Cav. Uff. 



VITA SOCIALE 

erano, al l.o gennaio 1921, circa 500. Ecco l'elenco dei órandi Ufft ali 
Grande Venerabile, Prof. CORRADO STORNELLO- Assistente 

CEsto TriNÌrr/T'. 'L''''-' ^-"^^ Oratt'^Rev^'S 
niCA n ^;^f ^^'^'^ Glande Segretario Archivista, Avv. SANTO MO- 
DICA; Grande Segretario di Finanza, MICHELE MATRANGA; Grande 
Tesoriere, PIETRO GALLO; Grandi Curatori: GAETANO C PISACA 

ERkNCESro iirrAT'-^'-^"'''^ ^^ '"^''^^ AL^ÌRICofAIA; 
MORUSO Assistente Grande Segretario, CARMELO A- 

Anche nel Canada si sono costituite recentemente alcune Logge 
dell Ordine Figli d'Italia ed altre ne sono in via di formazione. 

Le Logge femminili sono più di 20 nel solo Stato di New York- 
numerose altre ne fioriscono in altri Stati dell'Unione: ciò è confortan- 
te, poiché dimostra che anche le nostre brave donne amano riunirsi 
per partecipare alle nobili battaglie che procureranno all'umanità un 
avvenire di lavoro fecondo, di felicità e di pace. 

L'Ordine Figli d'Italia ha il suo Inno che esprime nei versi inspi- 
rati e nell'aria marziale le idealità della fiorente istituzione: autore dei 
versi è il Prof. Corrado Stornello; della musica, il prof. D. Tripepi. 

ALTRE FIORENTI ORGANIZZAZIONI ITALIANE. 

Le medesime idealità dalle quali è animato l'Ordine Figli d'Italia 
formano il programma di un'altra forte organizzazione: l'Ordine Indi- 
pendente Figli d'Italia. Esso fu stabilito alcuni anni or sono, pure in 
New York, in seguito al distacco di alcune Logge dal seno del grande 
sodalizio per lievi divergenze e malintesi che, con un po' di buona 
volontà, si sarebbero potuti facilmente appianare. Le Logge dell'Ordine 
Indipendente Figli d'Italia sono, attualmente, oltre 200. Anch'esso ha 
compiuto e compie opera di benintesa italianità e la sua azione si esplica 
con efficacia fra i connazionali di parecchi Stati dell'Unione e del * 
Canada. E' da augurarsi sinceramente che le due patriottiche organizza- 
zioni tornino ad esser sorelle, persuase della verità del motto : vis unita 
fortior. 

Altri fiorenti sodalizi italiani sono sparsi ovunque, specialmente 
nei grandi centri ove vivono le nostre più numerose Colonie, e là dove 
prosperano saldi nuclei, per quanto modesti, di connazionali. 

A New York, oltre agli Istituti di Patronato per l'assistenza agli im- 
migrati, quali, la Society for Italian Immigrants, la Società San Raffae- 
le, che ha cura precipuamente delle donne, e la Società di Benefi- 
cenza ed Ospedale Italiano, sussidiate dal Governo patrio, sono degne 
di menzione la Legione Figli di Colombo, fondata da circa un venticin- 
quennio, e di cui è presidente da lunghi anni il Cav. Uff. Vito Contes- 



260 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

sa, e la Italian Welfare League, che soltanto da tre anni esercita la 
sua opera benefica mercè l'amorevole ausilio di elette dame italiane 
ed americane. 

Altre istituzioni patriottiche vanta la popolosa Colonia di New 
York: la Croce Rossa Italiana, di cui è attivo delegato il Comm. Lionello 
Perera, e che ha pure importanti sezioni a Filadelfia, Boston, Chicago 
e San Francisco; la Lega Navale, rappresentata dal Cav. Giorgio Zini- 
ti ; il Tiro a Segno Nazionale, che nei suoi trentacinque -anni di vita si 
è saputo guadagnare le più alte benemerenze, ed un'infinità di altre 
cospicue Associazioni, prima fra le quali la vecchia ed autorevole Fra- 
terna, famosa per il suo ballo tradizionale dell'ultima sera di Carneva- 
le, che costituisce, ogni anno, il più interessante e seducente convegno 
mondano al quale intervengono migliaia di italiani e di gente di altre 
nazionalità. 

Ultalian Metropolis Club, che ha la sua sede elegante ed aristo- 
cratica in uno dei principali Hotels della Fifth Avenue, l'Hotel Nether- 
land, è il ritrovo della elite della comunità italiana della Metropoli, 
ed il luogo di convegno in cui si allacciano o si rendono sempre più 
stretti i legami di amicizia e d'interessi fra Italiani ed Americani. 

La Colonia di New York va inoltre orgogliosa di altre due fiorenti 
istituzioni: la Lega Musicale Italiana, che ha a suo presidente onorario 
il divo Caruso e della quale fanno parte parecchie centinaia di artisti, 
musicisti, maestri del bel canto, e VUnione Sportiva Italiana, anch'essa 
numerosissima e che vanta al suo attivo parecchie brillanti vittorie nel 
campo dello sport in cui i nostri connazionali occupano, da alcuni anni, 
un posto cospicuo. 

Né dobbiamo dimenticare le Società ed i Circoli di carattere reli- 
gioso, per la educazione morale ed intellettuale della gioventù d'ambo 
i sessi, che si contano a diecine, specialmente in seno ai nostri affollati 
quartieri, e le numerose scuole parrocchiali cui affluiscono i figli degli 
immigrati. 

Anche la Massoneria ha le sue Logge dipendenti dalla Grande 
, Loggia dello Stato di New York, fra le quali sono degne di menzione 
la Garibaldi, l'Italia, la Roma, la Mazzini, la Cavour, \' Archimede, la 
Leonardo da Vinci, VAlba e la Loggia femminile Maria Mazzini. 

Non ultime sono le numerose Società Filodrammatiche intitolate 
dai nostri grandi: Gabriele d'Annunzio, Giuseppe Giacosa, Roberto 
Bracco, Sem Benelli, Tommaso Salvini, Eleonora Duse, Ermete Novelli, 
che giovano se non altro a mantener vivo l'uso del nostro dolce idioma 
natio. 

Inoltre sono degne di esser ricordate la Società di Benevolenza fra 
i Barbieri Italiani, che conta 10 filiali nella Greater New York e che 
ha dato prova costante del più sincero e fervido patriottismo, e l'Asso- 
ciazione fra i lavoratori della mensa, anch'essa animata dai più nobili 
sentimenti di solidarietà fraterna e di italianità. 



VITA SOCIALE 



261 




262 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Da qualche anno infine è sorta in New York una sezione dell'As- 
sociazione Nazionale dei Combattenti, che conta nel suo seno parecchie 
centinaia di reduci valorpsi della grande guerra e che promette di at- 
tuare un nobile programma di italianità. 

Anche gli altri centri coloniali vantano forti e cospicui sodalizi di 
carattere puramente sociale ed educativo e fiorenti Società di Mutuo 
Soccorso. Ricordiamo a titolo di onore: la Federazione delle Società 
Italiane ed il Circolo Italiano di Filadelfia; il Circolo Italiano e il Circo- 
lo Femminile di Boston, e le Società già menzionate, vecchie di oltre 
mezzo secolo: la Società Garibaldina di San Francisco e la Società di 
Mutuo Soccorso di Boston, alle quali devonsi aggiungere la Società di 
Benevolenza di Richmond, Va., anch'essa fondata più di cinquant'anni 
fa, e VUnione e Fratellanza di Hoboken, N. J., fondata da oltre quaran- 
tacinque anni; l'Unione Siciliana di Chicago, che ha nel suo seno pa- 
recchie migliaia di sòci; la Federazione Colombiana di Pueblo, Colo., 
forte di numerose collettività nostre; VUnione Italiana di Tampa, Fla., 
che è orgogliosa di avere per sede uno splendido edificio di sua pro- 
prietà; l'Istituto Italiano di Stamford, Conn., anch'esso proprietario di 
una magnifica palazzina; il Circolo Nazionale Italiano di Yonkers, N. Y., 
la patriottica Colonia alle porte di New York che ha voluto instituire, 
recentemente, anche una Sezione del Tiro a Segno, ed i numerosi Cir- 
coli Italiani di New Haven, Conn., il più importante dei quali è il Cìr- 
colo del Sannio, che è vanto di quella nostra patriottica e benemerita 
comunità. 

Non possiamo conchiudere questo capitolo senza accennare alle 
numerose e potenti organizzazioni americane, alcune delle quali conta- 
no parecchie centinaia di migliaia di gregari, ed in cui l'elemento italia- 
no è discretamente rappresentato: la Foresters of America, l'Ordine degli 
Odd Fellows, i Knights of Columbus, la Young Men Christian Associa- 
tion, il Loyal Order of Moose, l'Order of Owl, il Loyal Arcanum, VOrdine 
dei Druidi, VOrdine degli Elks, V American Legion. ecc. 



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Il problema della cittadinanza 



POLITICA D'INTUITO E POLITICA DI RAGIONAMENTO. 

E' un bene od è un male la naturalizzazione americana da parte 
dei nostri immigrati? E' essa da raccomandarsi o da sconsigliarisi ? Il 
problema è da lungo tempo variamente discusso e, probabilmente, con- 
tinuerà ancora per lungo tempo a discutersi, sebbene vadano man mano 
spuntandosi le armi degli avversari impenitenti, dei nemici irreconci- 
liabili della naturalizzazione, o, per essere più esatti, dell' americaniz- 
zamento dei connazionali che han fatto di questo Paese la loro seconda 
patria. 

Soltanto chi sia vissuto o viva da lunghi anni negli Stati Uniti, 
ne conosca l'ambiente sociale e politico, sappia le imprescindibili ne- 
cessità di fronte alle quali si trova a lottare lo straniero, può giudicare 
con serenità se convenga o non all'immigrato di fondersi con i cittadini 
di questa grande Repubblica o di rimanersene anonimo, ignorato e, 
quel che è peggio, mal considerato. 

"Chi fa politica di intuito e di sentimento — scrive in proposito un 
uomo che, per ragioni del suo alto ufficio, visse lungamente negli Stati 
Uniti: il barone Mayor des Planches, ex-Ambasciatore d'Italia presso 
il Governo di Washington, un'autorità in materia, cioè, di sincerità non 
dubbia — dirà che la nazionalizzazione americana dell'emigrato è un 
male, senza riflettere altro, perchè sembra che con essa l'emigrato 
disconosca la patria e vi linunci. Chi fa politica di ragionamento rico- 
nosce, invece, essere desiderabile non solo nell'interesse individuale 
dell'emigrato, ma nell'interesse pur anco dell'emigrazione, in genere, 
e dello stesso nostro Paese, che gli emigrati italiani prendano la nazio- 
nalità americana. Anzitutto, dalla nazionalizzazione non è vero che de- 
rivi alcun detrimento all'Italia, come generalmente si ritiene. Dicesi 
che essa la priva di cittadini e che i figli dei nazionalizzati non hanno 
più nulla d'italiano. Ma, tralasciando che è sorte delle colonie, qua- 
lunque ne sia il carattere, che si stacchino tosto o tardi dalla madre 
patria, delle due ipotesi l'una: o l'emigrato rimane in America, egli ed i 
figli, e, nazionalizzato o meno, è egualmente perduto per l'Italia; op- 
pure ritorna nella patria d'origine con l'intento di riprendervi stanza, 
più ricco di esperienza, di cognizioni e di denaro, ed allora a che monta 



264 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

se, nel frattempo, abbia preso la cittadinanza americana? Gli si agevoli, 
invece, il ritorno, col dargli modo che riacquisti senza difficoltà so- 
verchie, la pienezza dei suoi diritti di un tempo. In quanto ai figli, se 
non hanno più nulla d'Italiano, non è questa la conseguenza della nazio- 
nalizzazione paterna, che, anche senza che quella avvenga, vivendo 
nell'ambiente americano, frequentando le scuole americane (quali altre 
frequenterebbero?) diventano americanissimi. Nella scuola si forma e 
plasma il cittadino; e, per quei che vivono all'estero, chi vuole che i 
figli rimangano italiani, bisogna, se pur basta, che li mandi ad educare 
in Italia." 

I PRIMI ACCENNI NELL'AULA PARLAMENTARE. 

Già sin da quando si discuteva in seno al Parlamento Italiano 
l'ultima legge sull'emigrazione, nell'autunno del 1900, un autore- 
vole membro della Camera dei Deputati, l'On. Bonin Longare, che 
fu più tardi sottosegretario agli Affari Esteri ed ora è Ambascia- 
tore di Sua Maestà, ebbe a dichiarare francamente, in mezzo allo sbi- 
gottimento di gran parte dei suoi colleghi, i quali per poco non lo 
accusavano di antipatriottismo, che " non è la nazionalità ufficiale che 
ci deve importare, ma la nazionalità del cuore e del pensiero, il senti- 
mento di italianità". E l'On. Bonin così continuava: "Assai più che dal- 
l'avere nei paesi delle Americhe dei milioni d'Italiani, i quali lo siano 
di nome e siano colà sempre considerati come stranieri, la nostra in- 
fluenza, la posizione dell'Italia nel mondo si avvantaggerà col mescolarsi 
sempre più intimamente di elementi a noi affini nella nuova razza, che 
sarà la risultante delle lunghe, delle secolari immigrazioni che da ogni 
parte del mondo si dirigono a popolare quelle regioni; cosicché, lontano 
qualsiasi pensiero di folli avventure, si accentuino e si facciano sempre 
più vive fra quei paesi e il nostro le correnti di simpatia, lo scambio 
delle idee, l'affinità del pensiero, la consuetudine dei traffici e dei 
commerci" (1) 

E l'On. Sonnino, il cui nome e la cui opera sono nobilmente legati 
agli ultimi quarant'anni della vita politica italiana, non disdegnava, sin 
da allora, di rivolgere l'incitamento, più lodevole, anche per l'onesta 
franchezza che lo inspirava, ai fratelli residenti in America, "di acqui- 
stare senz'altro la naturalità locale e di mostrarsi buoni cittadini del 
paese in cui si trovano". (2) 

Erano le prime voci franche e spassionate che si levavano dalla 
tribuna parlamentare e dalla pubblica stampa contro il vecchio e vieto 
pregiudizio che l'acquistare la cittadinanza straniera da parte degli 
Italiani emigrati costituisse uno dei più gravi delitti di lesa patria, 
quasiché la carta di cittadinanza possa cambiare il sentimento, l'anima 
dei figli d'Italia esuli per i) mondo. 



(1) Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, 1900: page: 461-462. 

(2) Sidney Sonnino: "Quid agendum?" — Estratto dal fascicolo del SO settembre 1300 
della Nuova Antolo^a di Roma ; pag. 19. 



IL PROBLEMA DELLA CITTADINANZA 



265 



LA NAZIONALIZZAZIONE AMERICANA GIOVA ALL'EMIGRATO. 

La nazionalizzazione americana dell'immigrato non è dunque un 
male per l'Italia; ma non basta dire che non è un male: si può dire, anzi, 
che e un bene e che, assumendo la cittadinanza americana l'immigrato 
giova non soltanto a se stcjsso, ma alla collettività di cui fa parte e 
di riflesso, al nome italiano — il quale acquista così maggiore consi- 
derazione — ed all'Italia, la cui influenza politica se ne potrà effetti- 
vamente avvantaggiare. 

Lo dissero e lo ripeterono, salvo qualche rara eccezione, i delegati 
che le nostre Colonie inviarono a Roma, nel 1908 e nel 1911, ai due 
Congressi degli Italiani all'Estero: la prima cosa che devono fare i nostri 
immigrati è di divenire cittadini americani ; soltanto a chi non è stra- 
niero sono concessi aiuti e facilitazioni nei lavori, nelle officine, nell'e- 
sercizio dei mestieri, nelle imprese agricole. In qualche regione chi non 
è cittadino non può essere nulla: non facchino nei porti, non spazzino 
nelle città; non può neppure sperare assoluta imparzialità nella giu- 
stizia. Farsi cittadini americani; questo il consiglio che l'Italia deve 
dare ai suoi figli, se vuol trarre dall'emigrazione tutta la utilità di cui 
essa può esser feconda. 

Che, infatti, la nazionalizzazione americana giovi iill'immigrato e, 
in genere, alla collettività cui egli appartiene, è cosa presto resa evi- 
dente. "La naturalizzazione benefica di subito l'immigrato — scrive 
il des Planches — facendolo l'eguale degli Americani, dai quali altri- 
menti è considerato e trattato da inferiore. In un paese come gli Stati 
Uniti d'America, in cui la grande maggioranza degli uffici e delle cariche 
è elettiva, dal Presidente della Confederazione al selectman di un town 
rurale; dai rappresentanti mandati al Congresso federale agli infimi 
funzionari e magistrati statali e comitali, dai governatori di Stato e 
dai sindaci di città ai commissari, giudici, sheriffs, tesorieri, coroners, 
ecc. — colui che vota è qualche cosa, colui che non ha il voto non è 
pressoché nulla; chi vota è temuto e rispettato; di chi non vota, non 
se ne ha cura. Perfino di fronte al nero, tanto disprezzato, l'Italiano non 
americanizzato, se gli è superiore in quanto a razza, gli è inferiore 
come elemento sociale, perchè non dispone del voto che \u Costituzione 
al nero concede. In una gara, in un conflitto, in una contesa fra Italiani 
e neri, l'Autorità, quale essa sia, se elettiva, sarà sempre tentata di pre- 
ferire questi a quelli, di dar ragione al nero di cui teme il voto avverso 
e spera il voto favorevole, anziché all'Italiano non americanizzato, dal 
quale non ha nulla da temere, nulla da sperare. Perciò conviene che 
l'Italiano, se vuole, non dirò favori, o privilegi, o grazie, ma anche sem- 
plicemente ciò che gli spetta, anche giustizia, e l'operaio, se vuole poter 
ascriversi alle Unioni ed essere l'eguale dei suoi compagni di lavoro, 
con loro solidale, anziché odiato "crumiro", conviene che si naturalizzi 

americano L'Americano desidera l'emigrazione che entra a far 

parte del corpo sociale, non quella che lo sfrutta senza interessarvisi né 



266 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



sopportarne gli oneri; l'emigrazione che entra come parte sana a far 
parte del sano organismo americano, non il protoplasma che si svilup- 
pa a danno di questo e lo rode; poiché le si rimprovera anche il dre- 
naggio dell'oro americano verso l'estero In genere, una forte 

emigrazione che si mantenga compatta e coerente, e conservi, benché 
americanizzata, legami di affinità e di sentimento con la patria d ori- 
gine può, in certi momenti, determinare una corrente d opinione a 
questa favorevole e giovare ai buoni rapporti internazionali". 

l nostri immigrati acquistano effettivamente in numero rilevante, 
da alcuni anni in qua, la cittadinanza americana; ma, pur legandosi 
con vincoli di affetto e di gratitudine alla patria nuova, essi non inten- 
dono compiere un atto che condanni all'oblio la patria antica. Lo stesso 
ex-Presidente Roosevelt, che fu, sino agli ultimi istanti della sua nobile 
esistenza uno dei più strenui campioni dell' "americanization", ebbe 
più volte a dichiarare di non riporre alcuna fiducia nell'individuo che 
non serbi in cuore l'affetto per la terra che gli diede i natali: egli non 
diverrà giammai un sincero cittadino della nuova patria. 

LA NUOVA LEGGE SULLA CITTADINANZA ITALIANA. 

Pertanto, a coonestare le esigenze dei tempi col nuovo, ponderoso 
problema dell'emigrazione, dopo più che cinquant'anni di vita le dispo- 
sizioni del Codice Civile italiano intorno alla cittadinanza, che 
formano il vestibolo di quell'edificio della nostra tradizionale sapienza 
giuridica, meritavano una riforma, e questa si ebbe con la nuova Legge 
sulla cittadinanza italiana del 13 Giugno 1912, la quale, nei rapporti 
degli emigrati, pur mantenendo il principio che l'acquisto della citta- 
dinanza straniera fa perdere l'italiana, dispone che ciò si verifica 
quando l'acquisto sia volontario e spontaneo; essa facilita inoltre larga- 
mente il riacquisto della cittadinanza italiana, per il quale bastano, 
senz'altro condizioni, due anni di residenza nel Regno. Degni di nota, 
nella formazione della nuova legge, furono il disegno compilato e pre- 
sentato al Senato dal Ministro Scialoja, le dotte relazioni presentate, 
al Senato, dall'On. Polacco, ed alla Camera dei Deputati, dall'On. 
Alfredo Baccelli, e le brillanti discussioni, alle quali parteciparono i 
membri più eminenti dei due rami del Parlamento. Non potremmo 
in modo migliore concludere le brevi note di questo capitolo che ri- 
petendo le nobilissime parole con le quali il nostro illustre e valoroso 
amico, l'On. Baccelli, terminava la sua relazione, in cui non si sa se 
più ammirare la copia della dottrina giuridica o la classicità della forma 

letteraria: 

"La civiltà nuova — disse il Baccelli — invita tutti i popoli^ a 
uscire dal ferreo cerchio del proprio egoismo e insegna anche con l'e- 
sempio come più volte si trovi quell'equo centro in cui tutti i raggi 
degli opposti interessi possono convergere e fondersi con utilità gene- 
rale. La tendenza di tutti gli Stati civili è appunto verso una più copiosa 
legislazione internazionale, lucida aurora di sempre più feconde e felici 



_'^1_!^^^J^I:^J^»^_DELLA CITTADINANZA 



tengono più, pur appV"e„;Xl",':a^tf;'srbb"';r '\^^''^^: 
non vedesse come, nel palpito di un, nT-.H fp , '"^^ *' "«S' 

nazionale si compongano nuovi atti sociali I"" ' """•"' "'" '"'^'■- 

di condizioni nuove Segnammente'n»'- ""''""° ''°""'"' '=^"^' 
^^1 ^ • .• 'Segnatamente una nazione come ritalia rhe^ Ha 

ditahan.ta che allignano nei più lontani paesi e si ad^t ano Tesesi 
g^nze dell'ambiente, se non debbono esser più consfderate come una 
za pohtica dello Stato, debbono, per altro, essere amate come una 
forza diffusiva del pensiero, del sentimento e degli interessi ec^omS 
Italiani; tanto pm valida, quanto più leale e piena sia la fede polhicà 
verso gh Stati ospitali. Si conservino dunque quei cittadini che non 
hanno rotto in modo definitivo il proprio vincolo con la terra natale 
ma co oro orma, che il vento della vita ha gettato lontano e lontano ha 
fermato lo svolgersi degli interessi e delle relazioni civili noi per primi 
dobbiamo esortare ad essere buoni e leali cittadini dello Stato dove 
si trovano. Nessun conflitto è prevedibile fra l'Italia e quei loncani 
paesi: anzi ogni giorno più crescono, col moltiplicarsi delle relazioni 
le ragioni dell'amicizia. Soltanto, noi dobbiamo desiderare e questo 
desiderio non offende alcuno, che gli Italiani, divenuti stranieri per 
ragione politica, conservino affetto per la patria antica, non ne dimen- 
tichino la lingua, ne seguano le vicende, ne avvantaggino gli interessi 
pure avvantaggiando quelli dello Stato dove si trovano, con la felice 
alacrità degli scambi. A tal fine debbono tendere così l'opera del nostro 
Commissariato d'emigrazione, come quella dei nostri agenti all'estero, 
delle scuole e di ogni altro istituto coloniale. Con tale modernità d'in- 
tenti, noi concilieremo gl'interessi nostri con gli altrui, e dalla simpatia 
con cui verrà circondato il nome italiano trarremo forza morale e utilità 



economica.' 



<'^^-ti<i<Cr<CrI>l>t5'^^2^^«-«'^£^' 



PnRTE TERZA 



Unione Spirituale 
fra Italia e america 



\ 



I vincoli intellettuali fra i due Popoli 



CARLO BOTTA E LA STORIA DELLA GUERRA 
D'INDIPENDENZA DEGLI STATI UNITL 

Quando l'Italia sembrava precipitata in una insanabile decadenza 
e 1 suoi migliori disperavano del suo risorgimento e la giudicavano de- 
stinata a perpetua servitù degli stranieri, un medico italiano di senti- 
menti repubblicani, che, seguendo gli eserciti napoleonici, aveva veduto 
come non gli accorgimenti di astuta politica, ma virtù di armi e sacri- 
ficio di sangue valessero ad un popolo la conquista della sua libertà, 
volle narrare ai suoi connazionali infelici l'epica lotta di Giorgio Wash- 
ington, affinchè ai gementi in vituperosa schiavitù servisse di conforto 
e di incitamento a virile riscossa. Era il piemontese dottor Carlo Botta, 
( 1 ) , che, dopo aver diretto ospedali militari francesi a Corfù. a Tirano, 
a Morbegno, a Marengo, essendo al Corpo legislativo di Parigi per il 
dipartimento della Dora e inviso al Sire còrso perchè odiatore di de- 
spoti e di violenti, ebbe primo l'idea di narrare la storia della guerra 
dell'indipendenza americana. Correva il 1806. In una conversazione 
nell'ospitale dimora di Giulia Beccaria Manzoni, la madre dell'insigne 
autore dei '"Promessi Sposi", egli udì che tra i moderni soggetti era 
l'unico degno di epico poema. "Per gli Italiani occorre una storia — 
esclamò il Botta — e questa è altissima storia." Men di tre anni dopo 
usciva la Storia della Guerra d'Indipendenza degli Stati Uniti. Fu il 



(1) Carlo Botta, uno dei più insigni storici che vanti la letteratura italiana, nacque 
in San Giorgio, borgo del Canavese, in Piemonte, il 6 novembre 1766, da una famiglia in 
cui era ereditaria la professione della medicina. Fu anch'egli medico all'età di 19 anni, 
ma dotato di spirito ardente, era per natura assai più inclinato allo studio delle lettere 
e della storia. 

Dal 1789 al 1792 attese con altri alla compilazione del Giornale scientifico-letterario che 
si pubblicava in Torino ; ma colpito dai rigori di cui il Governo Sardo credette di doversi 
armare contro l'invasione delle nuove idee di Francia, fu per quasi due anni tenuto in 
prigione e non riebbe la libertà se non verso la fine del 1794. Allontanatosi allora dal 
Piemonte, visitò altre parti d'Italia e la Svizzera, donde passò in Francia, ove fu nomi- 
nato medico dell'ospedale militare di Gap. Tornato più volte in Italia e poi di nuovo in 
Francia, nel 1804 fu eletto membro del Corpo legislativo pel dipartimento della Dora e ne 
fu per quattro anni uno dei vice-presidenti. Fu in quel torno di tempo che egli scrisse la 
Storia della Guerra d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America (Parigi, 1809: 4 volumi 
in 8.0I. Il merito singolare di quest'opera, che levò al suo comparire tanto entusiasmo e 
che collocò subito il suo autore fra i più insigni storici, è a tutti noto. Essa venne tosto 
tradotta ir. francese e in inglese e valse al Botta, per parte degli innumerevoli suoi am- 
miratori degli Stati Uniti, le più vive lodi e gli onori più lusinghieri. 

Carlo Botta scrisse anche la Storia d'Italia dal 1789 al 1814 e la Storia d'Italia con- 
tinuata da quella del Guicciardini sino al 1789, in 10 volumi. Morì a Parigi nel 1837. 



272 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

primo libro su questo argomento apparso in Europa e venne presto 
tradotto in francese e in inglese, provocando disagi all'autore e ric- 
chezza agli editori. Ma gli Italiani diedero al Botta il maggior compenso 
che egli potesse sperare. Dalle sue pagine, fervide di ammirazione per 
il giovine popolo e per la nuova Repubblica degli Stati Uniti d'Ame- 
rica, trassero alimento gli uomini anelanti a una libera patria: e primo 
fra tutti Giuseppe Garibaldi, che accolse nel suo petto l'anima di Giorgio 
Washington. 

LE ODI ALL' "AMERICA LIBERA" DI VITTORIO ALFIERI. 

Quantunque il primo grande omaggio del genio italiano alla nuova 
Nazione d'oltre oceano fosse già stato reso dall'immortale Alfieri con 
le Cinque Odi superbe dedicate a\V America Libera, che rimasero acqui- 
site fra le più geniali e forti creazioni della nostra letteratura, pure la 
Storia del Botta apparve, e fu realmente, la prima, solenne afferma- 
zione di solidarietà degli uomini liberi del Vecchio Mondo con gli 
assertori dei sublimi ideali racchiusi nella monumentale Dichiarazione 
di Indipendenza della nuova Repubblica Americana. 

Il grande Astigiano, nella cui anima ribelle fremevano possente- 
mente i più fervidi sensi di libertà che lo avevano mosso a cantare: 

Da ch'io bevvi le prime aure di vita 
Da ch'io l'alma sfogai, vergando carte, 
Con lingua a un tempo vereconda e ardita 
Pos' in laudar la libertade ogni arte, 

scrisse le Cinque Odi all'America Libera nel 1781. "Nel dicembre di 
quell'anno — lo stesso Alfieri lo ricorda nei suoi capitoli autobiografici 
— composi d'un fiato le quattro prime odi deWAmerica Libera. A queste 
m'indusse la lettura di alcune bellissime e nobili odi del Filicaja, che 
altamente mi piacquero. Ed io stesi le mie quattro in sette soli giorni, 
e la terza intera in un giorno solo; ed esse con piccole mutazioni sono 
poi rimaste quali furono concepite." Nella prima ode accenna alle cause 
della guerra; nella seconda annovera i popoli belligeranti; nella terza 
dice del marchese di Lafayette: 

Ecco di tromba americana al primo 

Squillo, l'audace giovinetto io veggio 

In sé non trovar seggio; 

E sossopra voltar da sommo ad imo 

Tutto di Corte il limo. 

Perchè gli sia concesso 

Scelti colà portar Franchi guerrieri. 

Nella quarta ode glorifica lo spirito nobilmente bellicoso di Gior- 
gio Washington ed evoca la figura dell'Eroe purissimo movente alla 
battaglia che debellerà per sempre l'oppressore e lo ricaccerà al di là 
dell'Atlantico: 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



273 



Esci, WASHINGTON, esci, ecco l'istante. 

Fra le guerriere memorande imprese 

Nulla starà davante 

A questa tua. Già incontro all'oste vai 

Recando ultimi guai. 

Oh, dell'uman tuo cor vittoria degna! 

Poca è la strage; e intero intero hai stretto 

Il men crudo che inetto 

Nemico stuol; sì che de por la insegna, 

E il brando a lui convegna; 

E l'onor, se mai n'ebbe, 

E la baldanza, che pur tanta ell'era — 

Or sia che vuol, (ma pace esser dovrebbe) 

Mai non vedrai, gran duce, ultima sera. 

E, ricordando Franklin canta: 

Tu rapitor del fulmine celeste 
Già fin dai tuoi verd'anni, 
"Or con più ardire, e non minor ingegno 
Apportatrici di piìi lunghi affanni 
Saette ai buoni infeste, 
Tolte di man di terren Giove indegno 
D'aver sui forti regno . . . 
Nella quinta ode, scritta alcuni anni più tardi, canta la pace del 
1783. 

UN ITALIANO AMICO DI FRANKLIN E DI JEFFERSON. 

Un altro importante libro sull'America, scritto da un altro italiano, 
il cui nome era dai più ancora ignorato sino a pochi anni or sono, Filip- 
po Mazzei, precedette la grandiosa Storia del Botta. Il libro, edito in 
Francia, pure in quattro volumi, nel 1788, ha per titolo: Recherches 
historiques et poMtiques sur les Etats-Unis de l'Amerique Septentrionale. 
E' doveroso ricordare questa nobile figura di pioniere, che fu amico 
dell'immortale Franklin, colonizzatore in Virginia^ medico, scrittore, di- 
plomatico, soldato — un po' di tutto. 

Filippo Mazzei, fiorentino, nato nel 1730, morto nel 1816, fu in- 
vero il primo colonizzatore italiano nel nord-America, in tempi in cui 
l'Italia non osava gettare lo sguardo al di là dei propri confini perchè 
divisa e tiranneggiata da dominatori stranieri e domestici. "Animo libe- 
ro — così il dott. Alberto C. Bonaschi in un profilo del Mazzei apparso 
sull'autorevole Carroccio — scevro da legami, improvvisatosi medico a 
Smirne, diventato commerciante a Londra, dove vende prodotti del- 
l'agricoltura italiana e dell'industria francese, nei suoi frequenti viaggi 
dall'Inghilterra alla terra nativa, passando per Parigi (1772-73) vi si 
incontra con Beniamino Franklin, i cui racconti della semplice vita ame- 
ricana e delle aspirazioni di libertà delle nuove terre tanto gli infiamma- 
no l'animo da indurlo a lasciare i suoi commerci ed a salpare per la 



274 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Virginia, conducendo seco, ed a sue proprie spese, una mezza dozzina 
di compagni. Da buon toscano, nelle incolte campagne si dedica all'a- 
gricoltura con tanto successo, che il granturco cinquantino — allora 
sconosciuto qui — viene dagli Americani battezzato "Mazzei's corn." 
Nel frattempo, scrive nei giornali (aveva imparato l'inglese perfetta- 
mente a Londra), parla nei pubblici comizi, difendendo i diritti delle 
Colonie e facendosi amici i più grandi uomini della rivoluzione, tra cui 
Jefferson e Patrick Henry. Quando scoppia la guerra d'indipendenza, 
si arruola soldato con i suoi uomini, guadagnandosi gli elogi dei coman- 
danti. Viene quindi mandato, dal Governo provvisorio delle Colonie 
insorte, in Europa per assicurare alla nascente Repubblica l'appoggio 
economico della Francia; compito nel quale il Mazzei riesce splendida- 
mente. Attraversa l'Atlantico più volte — in un viaggio corre pericolo 
grande di naufragare — sempre in missione governativa, ed a Parigi 
stampa la sua opera poderosa, in quattro volumi, per difendere la rivo- 
luzione americana contro le insinuazioni di coloro che vedevano avan- 
zare — e temevano — la bufera della rivoluzione francese; opera la 
quale servì, poi, a Carlo Botta di ispirazione per la sua Storia della 
guerra d'indipendenza degli Stati Uniti d'America. Cessata la sua mis- 
sione, troppo vecchio per ritornare alle cure della sua colonia, si sente 
ancora giovane, però, tanto da portare mente e braccio a difesa della 
Polonia, e, quando la sventurata nazione cade sotto il triplice dominio 
straniero, austro-tedesco-russo, se ne torna in Toscana e ripiglia sere- 
namente la vita dell'agricoltore fino alla morte." 

UN INNO ALATO ALL'ITALIA. 

"... L'Italia, la grande madre della civiltà, dell'arte e della scien- 
za, la culla della libertà intellettuale, incominciò la sua lotta contro gli 
invasori nordici mille anni prima della scoperta dell'America. Essa det- 
te al mondo Giulio Cesare, Marco Aurelio e Dante; Colombo e Giovanni 
Caboto; Leonardo da Vinci e Galileo, e, nei tempi più recenti, Alessan- 
dro Volta, Galvani, Mazzini, Garibaldi. Verdi e Marconi. Come il Nuo- 
vo Mondo fu dato alla civiltà per opera di due grandi navigatori italiani, 
Colombo e Caboto, così gli spazi infiniti del cielo vennero rivelati agli 
occhi attoniti dell'uomo per mezzo del telescopio di Galileo, di quel 
genio monumentale che contribuì alla creazione del microscopio, che 
rese possibili la medicina e la chimica moderna. Similmente dobbiamo 
a Guglielmo Marconi il gran prodigio nella telegrafia senza fili. Una 
delle meraviglie della storia umana è appunto questa straordinaria raz- 
za italiana, che, per oltre 2000 anni, ha arricchito il mondo di una serie 
mai interrotta di geni: scrittori, scienziati, artisti, creatori di progresso, 
beneficando tutti gli altri popoli del mondo." 

Quest'inno alato all'Italia, apparso nel fascicolo di marzo del 1918 
di una delle più autorevoli riviste americane, il National Geographical 
Magatine, di Washington, è, si può dire, l'intonazione abituale degli 
omaggi di entusiastica, fervida ammirazione con i quali la parte eletta 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



2n 

e colta d'America suol parlare della nostra Italia, dei suoi geni in ogni 
Z''t H',r '-"T'- '""" '"^ ^'"''''^ '''''^' P^^^ata, della sua 
del mondo *'''"''" ''' '^' '' ' '''"'''"'^ ^'^ ^" S''""'^' "«^•«"' 

Nella vecchia Europa la bellezza fulgida e la gloria immortale 
d Italia ebbero cantori inspirati; e, nel secolo scorso, essi si chiamarono 
Byron, Shelley e Keats; Heine, Stendhal e Volfango Goethe, che avreb- 
be risalutato 'fin la polvere sulla vettura che l'avesse ricondotto sotto 
Inazzurro cielo d'Italia, lungo i suoi mari di zaffiro;" si chiamarono 
George Sand. Alfredo De Musset. M.me de Stael, che la "salutava 
impero del sole, signora del mondo e culla eterna delle arti;" e ancora 
Victor Hugo e Tennyson e Swinburne, che cantò l'Italia "gloria di ac- 
que, di cielo, di luce, di bellezza umana e divina, di grandi memorie e 
di sublime leggiadria." 

EMERSON E WHITMAN. 

Ed anche il genio della giovine America non poteva sottrarsi al fa- 
scino immenso che emana dalla gloria bimillenaria della nobile terra 
"dalle molte vite"; non poteva anch'esso non rendere omaggio altissi- 
mo di ammirazione, di amore alla terra dell'arte, della scienza, della 
poesia; alla nazione, che — come disse Sidney Low — "inspira una 
passione immortale ai suoi stranieri amanti"; e, da Emerson a Long- 
fellow. da Walt Whitman a William Culler Bryant, a John Greenleaf 
Whittier. a Washington Irving, a Julia Ward Howe, a Robert Under- 
wood Johnson, è tutta una pleiade di grandi, che, ammaliati dalla sua 
eterna bellezza, intesserono nuovi serti di gloria attorno alla fronte della 
Dea immortale. 

Un solo pensiero di due insigni poeti-filosofi d'America — Emer- 
son e Whitman — vale le mille volte più delle prolisse esaltazioni dei 
tanti ingegni mediocri, nei quali la superficialità, pur rivestita di forme 
abbaglianti, tiene il posto del sentimento. 

"L'Italia — lasciò scritto Ralph Waldo Emerson — esercita una 
singolare attrattiva su tutte le nazioni. Visitarla è una base fondamenta- 
le di educazione e di coltura. La sua storia è stata, per lungo tempo, la 
storia del mondo. Essa è stata per secoli centro e sorgente della più 
alta civiltà e fu una sventura per l'umanità che il genio della nazione, 
a cui tutte le nazioni sono debitrici del loro, dovesse essere oppresso." 

E Walt Whitman, il vate glorioso la cui vita è tutto un poema 
straordinario, superiore al suo poema istesso, che pur venne detto 
una sorta di Bibbia moderna, così parla di Garibaldi e di Mazzini esal- 
tandone la nobiltà del carattere, l'altruismo ed il coraggio, e giudican- 
doli, con grande sincerità, ben superiori a Victor Hugo: 

"Victor Hugo. I do not like his insularity. He never said a good 
word for us — was rather inclined toward the Carlylean point of view 
with respect to America. Hugo was full of contempt for ali things not 
Parisian — at least, not French. Castelar: oh! how much greater — 



276 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

how quickly, surely, trough his poetic insight, did he catch our points 
— do US justice. And I think of Garibaldi — a beautiful character — 
nobly noble — the most unworldly man of them ali. How much 
Comes from the South — from Italy — that is rich and permanenti I 
have such vast love for Mazzini — he, too, was so unworldly, so sacrif- 
icing, full of dreams, dreams of human progress — full, too, of courage, 
courage! . . ." 

JOHN GREENLEAF WHITTIER, IL POETA AMERICANO 
DEL NOSTRO RISORGIMENTO. 

Un altro insigne poeta americano, John Greenleaf Whittier, nelle 
ore più incerte e nei giorni più gloriosi del nostro Risorgimento, cantò 
con entusiasmo e con fede le gesta degli Italiani e fu un tenace, entu- 
siastico ammiratore di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II. Ad essere 
il poeta americano del nostro Risorgimento il Whittier fu condotto da 
quei medesimi sentimenti che lo fecero forse il più americano dei poeti. 
Il fatto è tanto più notevole — nota Diego Angeli in un articolo bio- 
grafico del poeta — in quanto che il suo amore per l'Italia non derivava 
da una profonda coltura classica o da reminisc^ze di viaggio. Le no- 
zioni che egli aveva dell'Italia erano vaghe e di seconda mano. Egli 
stesso racconta che un giorno, quando era fanciullo, si presentò alla 
sua fattoria un uomo lacero e sofferente chiedendo l'ospitalità della 
notte. La madre che in quel momento era sola, fu spaventata dall'aspet- 
to del viandante e lo mandò via con modi più tosto bruschi. Ma subito 
se ne pentì, e mandò lui a richiamarlo. L'uomo tornò indietro, si sedè 
al focolare ospitale e raccontò la sua storia. Era un profugo italiano, 
toscano anzi, che gli avvenimenti della sua patria avevano cacciato 
via. Senza imprecare, con "la dolcezza che gli veniva dalla sua bella 
lingua" egli raccontò le persecuzioni della tirannide austriaca, e gli 
sforzi fatti dai patrioti italiani per liberarsene. Poi, la mattina dopo, 
partì senza voler nulla, ringraziando solo i buoni ospiti che lo avevano 
accolto per una notte. Ma da quel giorno, l'Italia visse nei sogni del 
fanciullo americano, non già come una terra d'arte e di gioia, ma come 
una nazione oppressa, piena di ardore e di vita, per riconquistare la 
sua libertà. 

E quando l'ora di questa libertà venne, egli la salutò come un av- 
venimento di promessa e di gioia. Un giorno Enrichetta Beecher Stowe, 
la sua grande compagna di lotta, la celebre autrice della "Capanna del- 
lo zio Tom", dall'Italia gli dà notizie delle stragi di Perugia, ed ecco 
che egli lancia quelle sue strofe infuocate From Perugia, dove è come 
un'eco dei giambi carducciani. 

Un'altra volta è il Principe Presidente che annega nel sangue la 
nascente libertà di Roma, ed egli scaglia contro di lui e contro il suo 
sacro alleato le sue frecce più taglienti. 

Oggi sono i prigionieri di Napoli, rei solo di aver sfidato l'odio 
dei tiranni per l'amore della libertà; dimani è il cardinale Antonelli i 



I VINC OLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



277 



Zft r' ^' f *'"" " P°P°^° '^'^^^''^- ^^ è Garibaldi sopra 

ut, ,1 suo eroe, uomo del Destino, colui che deve liberare il popolo 

utto dalle sue catene. Le guerre che egli combatte sono le sole giuste 

La divisa che egl, mdossa è la sola immacolata. Fermo sulla sua roccia ' 

spiando, solitario 
le ardenti spiagge di Sardegna, dove 
di Caprera cingendo la scogliosa 
cinta, di spume avanzano le molli 
onde e poi si ritraggono, contempla 
la vision dell'opera compiuta 
e ascolta i venti mormorare intorno 
con un rumore di catene infrante. 
Così più di mezzo secolo fa, un grande poeta americano lanciava il 
dal Borbone, compiono l'Unità d'Italia, egli esulta come per un trionfo 
della sua patria. 

Così più di mezzo secolo fa, un grande poeta americano lanciava il 
suo grido d'amore verso la nuova Italia. 

LONGFELLOW E MANZONL 

Un altro illustre poeta america- 
no, Henry W. Longfellow, amò 
l'Italia di* amore intenso, quasi fi- 
liale, e ne esaltò la gloria nei suoi 
versi immortali. A differenza del 
Whittier, l'autore ùéW Excelsior e 
dell' Evangeline conosceva a per- 
fezione la lingua, la letteratura e 
la storia della nostra patria, e la 
sua celebre traduzione della Divina 
Commedia ed i sei Sonetti ond'e- 
gli accompagnò il poema sacro, 
sonetti che non trovano un grup- 
po che li eguagli in tutta la lette- 
ratura di lingua inglese, costitui- 
scono il più alto omaggio che da 
un poeta straniero potesse ren- 
dersi al genio universale di Dante. 
Dopo il poeta divino, l'ammirazio- 
ne devota di Longfellow era per 
un altro atleta della letteratura 
italiana, Alessandro Manzoni, che egli stimava come poeta e roman- 
ziere del suo tempo, superiore a tutti gli altri, in Italia e fuori. Ecco come 
il Longfellow narrava di una visita fatta, a Milano, all'immortale autore 
dei Promessi Sposi, qualche anno prima della sua morte: 

"Una mattina, accompagnato dal Rotondi (il distinto traduttore del- 
r"Evangeline") mi recai a visitare il Manzoni; ma egli, che, certamen- 




HENRY W. LONGFELLOW 



278 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 




ALESSANDRO MANZONI 



te, doveva essere stato prevenuto, 
si trovava già, al nostro arrivo, 
sulla soglia della porta di casa, e 
con affabilità e gentilezza eccezio- 
nali, corse a darmi la mano, a- 
prendo egli stesso lo sportello della 
carrozza. Entrati nel suo studio, a 
pianterreno, dopo uno scambio di 
cortesie le più cordiali, il Manzoni 
uscì a dire che assai gli doleva di 
non conoscere l'inglese per non 
poter apprezzare da sé la mia tra- 
duzione deir"Inferno" di Dante, 
di cui aveva sentito parlare tanto 
e tanto bene da tutti. Potete im- 
maginarvi come io rimanessi con- 
fuso per simile amabilità e come 
cercassi di schermirmi e d'inter- 
rompere le sue parole. Mi provai 
a rispondere che il tradurre Dante 
era assai meno difficile che non il tradurre un poeta lirico e quanto la 
lirica è più bella, tanto il tradurla è più difficile, perchè maggiore è la 
individualità del poeta originale. Aggiunsi che avevo tentato più volte, 
ma inutilmente, di tradurre il suo "Cinque maggio" e credo — dissi 
ancora — che ciò sia derivato per l'appunto dalla sovrana bellezza di 
questa lirica! Rammento sempre — soggiungeva Longfellow — come 
il grande uomo, commosso per questo mio schietto tributo al suo genio, 
dimenando il capo ed abbassando gli occhi come per rossore, mi ri- 
spondesse: Dio buono! Era il morto che portava il vivo!" 

L'AMORE DEGLI AMERICANI PER DANTE. 

Due altri insigni letterati americani del secolo scorso amarono l'I- 
talia di grandissimo affetto: George Ticknor e James Russell Lowell. 

George Ticknor fu uno dei più fervidi cultori della nostra lettera- 
tura ed il primo a far conoscere Dante in America. Egli visitò per la 
prima volta l'Italia nel 1817 ed a Milano conobbe, fra gli altri, Cesare 
Balbo, il marchese di Brera ed il conte Gonfalonieri, l'illustre martire 
dello Spielberg, che lo ebbero carissimo. Vi ritornò altre due volte: nel 
1837 e nel 1856, ed ebbe campo di avvicinare Silvio Pellico, Alessandro 
Manzoni. Giambattista Niccolini ed il grande Gioacchino Rossini, coi 
quali amava intrattenersi a parlare di letteratura e d'arte, in cui era 
versatissimo. Durante il periodo (1819-1835) in cui fu professore al- 
l'Harvard, consacrò tre lezioni alla settimana alla vita, alle opere ed 
ai tempi di Dante, tenendo corsi speciali suW Inferno. Nel 1833 egli si 
dedicò profondamente allo studio dell'intera Divina Commedia, rima- 
nendovi occupato da dodici a quattordici ore al giorno. George Ticknor 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



279 




usto dello scultore P. S. ABBATE) 



DANTE 



280 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

fu indubbiamente uno dei più illustri pionieri dello studio della lingua 
e della letteratura italiana in America. 

James Russell Lowell. dottissimo autore di un superbo saggio su 
Dante, che passa come la cosa più satura che gli Americani posseggano 
di conoscenza e di sentimento della storia, della letteratura e della at- 
mosfera stessa del nostro Trecento, consacrò all'Italia le pagine di più 
devota, fervida ammirazione nel suo libro: Leaves from my Journal in 
Italy and Elseivhere. Scrivendo ad un amico da Dresda, nel 1856, Lowell 
diceva: "Just now I am better in body and mind. My cure has been 
wrought by my resolving to run away for a month into Italy. Think 
of it — Italy!" E qualche anno dopo scriveva da Napoli a Mrs. Howe: 
"Ever since I bave heard Italian spoken again my spirits bave been on 
the rise, and with them my health has improved." L'ammirazione di 
Lowell per Dante non ha confini. "Dante — egli scrisse — is the found- 
er of modem literature; the highest spiritual nature that has expressed 
itself in rhythmical form. In ali literary history there is no such figure 
as Dante, no such homogeneousness of life and works. such loyalthy 
to ideas, such sublime irrecognition of the unessential. Almost ali other 
poets bave their season, but Dante penetrates to the moral care of those 
who once fairly come within bis sphere, and possesses them wholly..." 

Dei 2.000 volumi circa scritti da autori americani su Dante e le 
sue opere, comprese le traduzioni, sono da ricordarsi, oltre a quelli del 
Longfellow. di George Ticknor e del Lowell. già citati, gli altri, apprez- 
zatissimi. di Richard Henry Wilde, di Thomas W. Parsons, di Charles 
Eliot Norton, le cui traduzioni della Divina Commedia e della Vita 
Nuova sono considerate fra le più perfette in lingua inglese, di Charles 
Hall Grandgent, Accademico della Crusca, di Courtney Langdon. la cui 
traduzione dell' Inferno apparve nel 1915. e, ultima, la traduzione, pure 
deWInferno, in terza rima, di una colta scrittrice, Eleanor Vinton 
Murray. 

Delle 24 traduzioni della Divina Commedia in lingua inglese, quat- 
tro sono di autori americani. Non è fuor di luogo ricordare, qui, che il 
Poema Divino, cui pose mano e cielo e terra, è stato tradotto, intera- 
mente in parte, in 28 lingue e, in Italia, in 14 dialetti. Nessun'opera, 
all'infuori della Bibbia, ha avuto un sì gran numero di traduzioni e di 
volgarizzazioni come la Divina Commedia di Dante. 

L'Italia ha, dunque, nella cultura americana, un posto privilegiato: 
solo Guglielmo Shakespeare ha in essa un culto superiore, se non pari, 
a quello che vi ha Dante Alighieri. Le Società Dantesche dell'America 
hanno mezzi tali che potrebbero essere invidiate dalle nostre, e le 
pubblicazioni che esse fanno sono spesso degne di tenere il primo posto 
negli studi del gran Fiorentino. La biblioteca dell'Università di Har- 
vard — senza tener conto delle opere straniere che si riferiscono alla 
storia, all'arte, alla letteratura italiana, e sono innumerevoli — ha 9.700 
volumi italiani riferentisi alla storia d'Italia e 10.000 alla sua lettera- 
tura. La collezione dantesca, in cui si notano le più rare edizioni della 



I VINC OLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



281 

rnsf l.^T''^''- '"'''' ' '••^^ "'^""^'- A ^"^^^^ ^' aggiunsero, nel 
1884 le collezion, preziose del prof. Charles Eliot Norton e, nel 1896, 
queUe del prof. Ticknor. Finalmente, nel 1902 il grande dantista Alain 
C. White fece altri doni, sì che la collezione delle edizioni e dei co- 
nienti può dirsi oggi completa, e a mantenerla tale si occupa la Dante 
Society, che ha un fondo speciale per acquisti di volumi i quali sono 
destinati ad accrescere questa sezione della grande biblioteca univer- 
sitaria. La quale ha anche una speciale raccolta di volumi riferentisi a 
Torquato Tasso - 500 e più. - Qualche anno fa l'Università Cornell 
di Ithaca, nello Stato di New York, compilò uno speciale catalogo della 
collezione di libri sul Petrarca contenuti nella biblioteca di quel dotto 
ateneo: la famosa collezione delle 4.500 opere relative al Petrarca rac- 
colte dall'illustre letterato Daniel Williard Fiske, che amava di intenso 
amore l'Italia e che visse venti anni a Firenze. Un'altra collezione di 
opere relative a Dante, lasciata dallo stesso Fiske, comprende ben 7.000 
volumi ed il catalogo consta di due grossi volumi. Questa grande sim- 
patia per i padri della nostra letteratura nella parte più eletta del po- 
polo degli Stati Uniti è il migliore omaggio che la giovine America 
possa rendere al genio italiano ed è, per noi, motivo di legittimo orgoglio. 

LOVERS OF ITALY. 

Abbiamo ricordato alcuni fra i grandi, che, volendo soltanto elen- 
carli tutti, occorrerebbero non poche pagine — e sarebbero di vivo in- 
teresse — di questo volume: sono scrittori, poeti, scienziati, filosofi, 
storici, oratori, artisti, pubblicisti, che, innamorati dell'Italia delle sue 
mille e mille bellezze della natura e dell'arte, della sua storia, 'i cui 
fastigi nei secoli non furono e non saranno mai, non diremo superati, 
ma eguagliati da nessun'altra nazione, diedero ad essa entusiastica e 
devota ammirazione nelle pagine dei loro libri, dalla cattedra, dalla 
tribuna, nel giornale; ad essa s'inspirarono per le più alte e nobili crea- 
zioni del bello. E qui siamo tentati di ricordare, alla rinfusa, altri sin- 
ceri ed affezionati "lovers of Italy", ai quali va il nostro pensiero rico- 
noscente: — "John C. Spencer, Charles King, Enrichetta Beecher 
Stowe, Edward Everett, David Dudley Field, James W. Gerard, Thomas 
H. Benton, Rufus Choate, Henry Ward Beecher, Orace Greely e Char- 
les S. Dana, che trepidarono con noi e con noi gioirono durante le epiche 
giornate del nostro riscatto; William Roscoe Thayer, l'illustre storico 
di Cavour; Charles W. Eliot, il venerando Presidente Emerito della più 
antica sede di studii d'America, l'Harvard University, uno dei più stre- 
nui difensori della nostra nazionalità; Marion Crawford, il grande e 
fecondo romanziere che fece dell'Italia la sua seconda patria; ed una 
altra lunga serie di scrittori e di letterati, quali Henry Dwight Sedg- 
wick, dell'Università di Yale; James Hamilton Lewis, autore dell'aureo 
libro: — The Two Great Republics: Rome and the United States — ; 
Joseph Spencer Kennard, dell'Università di Chicago, conoscitore pro- 
fondo della nostra lingua e della nostra letteratura; Nicholas Murray 



282 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Butler, l'insigne Presidente della Columbia University, il quale ebbe 
a dire, in occasione di una solennità italo-americana: "noi non possiamo 
fare senza l'Italia, a meno che non facciamo naufragare la storia del 
mondo"; W. D. Howells. scrittore fra i più simpatici ed apprezzati, il 
quale fu Console degli Stati Uniti a Venezia durante la presidenza del 
grande Lincoln; James Geddes, jr., dell'Università di Boston; il prof. 
Ernest H. Wilkins. dell'Università di Chicago; Ludwik Ehrlich. dell'U- 
niversità di Berkeley, California; il prof. Henneth McKenzie, dell'Uni- 
versità deirillinois; Heloise Durant Rose, autrice di un geniale poema 
drammatico su Dante, tradotto in italiano dal prof. Alfonso Arbib-Costa 
e rappresentato con successo, in Italia, da Ermete Novelli; Miss W. 
Arms, una delle più fedeli traduttrici delle opere poetiche di Giosuè 
Carducci; Arthur Livingston. docente di letteratura italiana alla Colum- 
bia University; Charles Edward. Russell, il sociologo insigne; H. Nelson 
Gay. lo storico coscienzioso e illuminato, che da lungo tempo dedica le 
sue indagini studiose al nostro Risorgimento ed ha trasformato la sua 
dimora, in Roma, in un archivio prezioso per chi voglia ricercare nel 
passato la documentazione dell'amicizia fra i due popoli — l'italiano 
e l'americano; l'insigne architetto Whitney Warren, che, durante e dopo 
la guerra, ha dato all'Italia il contributo preziosissimo del suo ingegno 
e del suo affetto, guadagnandosi la devota ammirazione dei nostri 
grandi statisti e di Gabriele d'Annunzio, che lo volle rappresentante 
della italianissima Fiume negli Stati Uniti; ed infine una lunga, valo- 
rosa schiera di giornalisti : Arthur Brisbane. James T. Williams. Clifton 
Carberry, Frank H. Simonds, Walter Littlefield. che è anche distinto 
cultore di cose dantesche, Arthur Benington. anch'esso studioso geniale 
della nostra letteratura, John Poster Carr, e tanti altri che hanno po- 
tentemente contribuito e contribuiscono a far apprezzare ed amare l'I- 
talia da coloro che. o per ignoranza o per vieti pregiudizi sono fuor- 
viati dal giudizio sereno e spassionato di uomini e di eventi. 

LÀ LAUREA "AD HONOREM" A RE VITTORIO. 

In ogni tempo e con prove non dubbie di grande simpatia e di de- 
ferente ammirazione l'America ha reso onore al genio ed all'ingegno 
italiano, e le Università, gli Istituti scientifici, letterari ed artistici, i 
Circoli intellettuali, le più alte personalità della Nazione hanno fatto 
costantemente a gara nel conferire ad illustri figli della nostra patria 
lusinghiere ed ambite distinzioni. Dalla Maestà del Re Vittorio' Ema- 
nuele III. nobile figura di Capo di Stato moderno, democratico ed illu- 
minato, a S. A. R. il Duca degli Abruzzi, che agli agi della vita aristo- 
cratica preferisce le ardue, temerarie avventure, i disagi e i pericoli 
dell'ignoto nell'interesse supremo della scienza, a Pasquale Villari. ad 
Angelo Mosso, ad Angelo De Gubernatis. ad Augusto Pierantoni. a Gu- 
Glielmo Ferrerò, a Guglielmo Marconi, a Ernesto Nathan. a Giuseppe 
Giacosa, a Maria Montessori, le geniale educatrice della tenera pian- 



1 VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



283 




VITTORIO EMANUELE III 
Re d'Italia 



284 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

ticella-uomo, a Gianni Caproni, e, recentemente, a Vittorio Rolandi 
Ricci e a Tommaso Tittoni, è una lunga, insigne schiera di eruditi, di 
scienziati, di letterati, di statisti, di benemeriti dell'umanità ai quali la 
giovine America ha voluto rendere omaggio di devota, fervida ammi- 
razione. 

La dotta Università di Pennsylvania si onorava di conferire, il 13 
giugno 1906, la laurea ad honorem di Dottore in Giurisprudenza a S. M. 
Vittorio Emanuele III in riconoscimento del suo alto valore di studioso 
e di erudito. La solenne cerimonia del conferimento del diploma ebbe 
luogo all'Academy of Music di Filadelfia e vi assistevano più di 3.000 
persone. Quando l'eco — riferiva un giornale americano — dell'inno 
universitario, Our Fair Alma Mater, svanì per le arcate immense, si 
alzò il prof. Levering Jones e conferì la medaglia Drexel a William Mit- 
chel Randall, per le sue ricerche archeologiche, e subito dopo disse: 
"Vittorio Emanuele III Re d'Italia riceve, ora il grado onorifico di Dot- 
tore in Giurisprudenza..." Si levò quindi il Decano dell'Università, 
on. Harrison. il quale pronunciò il seguente breve discorso: "Nell'as- 
senza dell'Ambasciatore d'Italia a Washington, ma avendo in mio po- 
tere l'accettazione del Re Vittorio Emanuele, io conferisco a Voi, Vit- 
torio Emanuele III, il titolo onorario di Dottore in Giurisprudenza. 
Italia, dai tuoi lidi sono venute a noi la letteratura e l'arte. Virgilio, Ovi- 
dio, Orazio, Dante, Michelangelo, Raffaello, Galileo, Colombo — noi 
tutti abbiamo subito la loro influenza. Italia, essi erano tuoi figli!..." 

Lo studente Alden R. Ludlow, presidente della classe dei seniori, 
soggiunse subito: "Un evviva pel Re d'Italia!" E l'evviva scoppiò una- 
nime, caloroso, e durò per parecchi minuti. "Quel grido — cementava 
nobilmente lo stesso autorevole giornale americano — venne su dal 
cuore, dettato da un sentimento profondo e sincero e non fu l'accetta- 
zione del momento, perchè gli amici della Pennsylvania sanno che il 
titolo conferito al Re d'Italia stringerà più saldamente i legami fra 
l'Università nostra e le sedi italiane del sapere." 

L'UNIVERSITÀ' DI HARVARD AL DUCA DEGLI ABRUZZI. 

Un anno dopo, il 26 giugno 1907. la più antica ed illustre Uni- 
versità degli Stati Uniti, la Harvard University, di Cambridge. Mass., 
conferì ugualmente la laurea honoris causa in Giurisprudenza a S. A. R. 
il Principe Luigi di Savoia, Duca -degli Abruzzi. L'autore di questi ri- 
cordi era l'unico italiano presente, se se ne eccettuino le nostre auto- 
rità, diplomatica e consolare, che facevan corona al giovine ed ardito 
esploratore, alla cerimonia imponentissima, e ne riferì lungamente nelle 
colonne del Progresso Italo-Americano. Ricordiamo l'evento magnifico 
che costituì una vera glorificazione del nome e del genio dell'Italia 
nostra. 

"Alle ore 9 ant., il Governatore Guild. del Massachusetts, atten- 
deva alla State House l'insigne ospite d'onore. S. A. R. il Duca degli 
Abruzzi, il quale giunse in automobile, accompagnato dal suo aiutante 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 285 



di bandiera, marchese Negrotto di Cambiaso, dal cav. uff. Giulio Cesare 
Montagna, Incaricato d'Affari alla nostra Ambasciata a Washington, 
dal cav. dr. Gustavo Tosti, R. Console a Boston, e dal tenente di va- 
scello, cav. Carlo Pfìster, addetto navale. Subito dopo, in tre carrozze 
di gala guidate da quattro superbi cavalli bai, la comitiva governatoriale 
partì dalla State House alla volta di Cambridge, la ridente cittadina ove 
ha sede la Harvard University e famosa per la casa ove visse gli ultimi 
suoi anni il grande poeta Longfellow, e per lo storico olmo presso cui 
Giorgio Washington prese il comando delle truppe all'inizio della guerra 
dell'indipendenza. Quivi erano ad attendere gli ospiti illustri il Rettore 
Magnifico dell'Università, prof. Charles W. Eliot, e l'intero Consiglio 
Accademico. 

"Dopo le presentazioni, si formò un lungo corteo, cui partecipa- 
vano gli studenti, numerosissimi, i membri del Consiglio Accademico, 
i professori delle differenti Facoltà e gli ospiti d'onore, e che mosse 
dalla Massachusetts Hall per il Sanders Theatre, ov'ebbe luogo il so- 
lenne conferimento delle lauree ad honorem e dei diplomi. Sua Altezza 
Reale, che indossava l'alta uniforme di Capitano di Vascello, col Col- 
lare dell'Annunziata, era fatta segno, più che ogni altro, alle acclama- 
zioni vivissime della studentesca. Ad ogni breve tratto del brillante 
corteo si udivano echeggiare, sotto gli alberi annosi dell'Università, i 
festanti hurrah degli studenti e delle centinaia di invitati, che si chiude- 
vano invariabilmente con un triplice grido altissimo: Duke of Abruzzi! 

"Al Sanders Theatre presiedeva la cerimonia il venerando Rettore 
Magnifico dell'Università, prof. Eliot. Dopo la preghiera rituale e l'an- 
nuncio dell'apertura del 271.o Anno Accademico, ebbero luogo le dis- 
sertazioni dei laureandi; quindi il prof. Eliot diede lettura, chiamandone 
ad uno ad uno gli insigniti, delle lauree honoris causa. Ecco i nomi 
di coloro ai quali fu conferito il grado accademico onorario: prof. 
Woodrow Wilson, Presidente dell'Università di Princeton, (che doveva 
essere eletto più tardi alla più alta carica della Nazione) ; on. 
Elihu Root, Segretario di Stato; James Bryce, Ambasciatore d'Inghil- 
terra; Jean Jules Jusserand, Ambasciatore di Francia; Luigi Amedeo 
Principe di Savoia, Duca degli Abruzzi. 

"Tutti i nomi degli insigniti furono accolti da applausi. Allorché il 
Rettore Magnifico fece il nome del Duca degli Abruzzi le acclamazioni 
del pubblico si mutarono in una lunga, calorosa ovazione, mentre il no- 
stro giovine Principe, in piedi, protendeva la sua persona verso i plau- 
denti, visibilmente commosso. L'illustre prof. Eliot, facendo il nome 
del Duca degli Abruzzi si espresse testualmente così: Luigi Amedeo di 
Savoia, Duca degli Abruzzi, Ufficiale di Marina, navigatore, baldo 
esploratore delle regioni artiche, delle montagne dell'Africa tropicale 
e dell'Alaska, il quale illustra in questa generazione il carattere avven- 
turoso e coraggioso della sua antica stirpe e dell'ancor più antica razza 
italica." Nel Bollettino Annuale dell'Università il nome del Duca degli 
Abruzzi appariva sulla prima pagina nella seguente inscrizione latina: 



286 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Aloisium Amedeum Principem Sabaudicum Ducem Aprutiorum — Soc. 
Reg. Acad. Lync. — Virum Omni Genere Laudis Florentem — Americanis 
Festos Dies Virginienses Celebrantibus — Regis Italici Vicarium Accep- 
tissimum." 

"Terminata, a mezzogiorno, la cerimonia al Sanders Theatre, agli 
ospiti d'onore, professori, studenti ed invitati fu offerto, in nume- 
rose sale, un sontuoso luncheon. Lo champagne valse ad infondere nuo- 
vo brio e nuova allegria nella festante gioventù: gli inni goliardici ed 
i canti patriottici americani echeggiavano per gli ampi, ombreggiati 
giardini, dando la nota più simpaticamente rumorosa alla solennità. 
Fra i pochissimi italiani presenti, l'unico dei giornalisti italiani in Ame- 
rica, io mi sentivo orgoglioso di partecipare — cortesemente invitato 
dal Segretario Generale dell'Harvard, prof. Greene — a quella mani- 
festazione di alta intellettualità, durante la quale rifulgevano, per l'o- 
pera e per il senno di un giovine Principe di Savoia, il nome e la gloria 
dell'Italia nostra. 

"Alle ore 2 pom., lunghi squilli di trombe annunziarono la ripresa 
della cerimonia. Riformatosi il brillante corteo, ospiti d'onore, invitati, 
professori e studenti si recarono alla Memorial Hall, ov'ebbe luogo la 
solenne riunione annuale della Alumni Association. Presiedeva l'At- 
torney General (Ministro di Giustizia) Bonaparte, il quale aveva alla 
sua destra: il Duca degli Abruzzi, l'Ambasciatore francese, l'ex-Gover- 
natore Long, l'Incaricato d'Affari alla nostra Ambasciata, in assenza 
dell'Ambasciatore, barone Mayor des Planches, in congedo in Italia, il 
Postmaster General, (Ministro delle Poste) von Meyer, ex-Ambascia- 
tore degli Stati Uniti a Roma, ed il Mayor di Cambridge; ed alla sini- 
stra: il Governatore Guild, l'Ambasciatore inglese, il Segretario di Stato, 
Root, il Vescovo Lawrence, il Senatore Henry Cabot Lodge, il prof. 
Woodrow Wilson, l'aiutante di bandiera del Duca degli Abruzzi, il 
Mayor di Boston, il Console d'Italia, i Consoli di Francia e d'Inghilterra, 
il cav. Pfìster, il cav. Centano e il cav. Cora, della nostra Ambasciata, 
ed il Generale Parker. L'on Bonaparte diede per primo la parola al 
Duca degli Abruzzi, il quale, salutato da un triplice hurrah, pronunciò 
a voce alta ed in inglese elegantissimo, il seguente discorso: 

IL DISCORSO DEL GIOVINE PRINCIPE 

— lo sento, nelV accogliere con cuore grato e con profondo apprez- 
zamento le insegne di laurea che questa gloriosa Università mi ha con- 
ferito, tutta la importanza della consacrazione di un tempio della 
scienza, che ben può vantarsi di brillare fra i più cospicui fari della 
universale cultura. Tanto più ringrazio il Rettore Magnifico ed i chiari 
Professori d,i questo Ateneo, quanto più ben sento che nel movimento 
di pensiero che essi disciplinano e nella autorità delle cattedre che essi 
reggono vi è qualche cosa di più grande che la scuola di una particolare 
Provincia: qui vedo incarnato il simbolo della cultura nazionale. 

E non può avvenire diversamente in un luogo che prescelse a motto 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 287 

divinatore di ogni slancio, di ogni tendenza nel campo delle più varie 
ricerche la parola: Verità. Non già verità dogmatica, quale poteva ri- 
manere, granitica, ma non vivente, nelle costrizioni della Scolastica 
Aristotelica, ma sì limpida, sempre più elevantesi attraverso alle meta- 
morfosi, sempre più afforzantesi alla tempera della libera indagine. Al 
concetto che informa il vostro metodo di studio porgo il saluto di Ga- 
lileo Galilei suo primo confessore e martire. 

Questo Ateneo ricercò verità, in ogni tempo, dalla sua remota 
fondazione; e non solo verità scientifica, ma pur anco morale e teolo- 
gica, e, ancor più, verità politica. Poiché mi par giusto chiamare con 
questa perifrasi quel sentimento che condusse i lontani giovani di Har- 
vard a muovere alla corsa della rivendicazione nazionale agitata da 
Washington, e che, più tardi, in nome della libertà contro la schiavitù, 
cementò la grandezza politica e morale dell'Unione Nord- Americana. 

La nobile qualità che si chiama patriottismo non è che la ricerca 
fervida della verità politica. Se penso ai giovani studenti di Harvard 
che lasciarono le aule per il campo, la penna per la spada, sono con- 
dotto a rievocare con intima commozione le legioni studentesche che vo- 
tarono l'ardente sangue ed i giovani sogni all'Indipendenza Italiana. E 
se salutavo il concetto che informa la vita contemplativa di questo luogo 
nel nome di Galileo, saluto ora invece la fiamma che animò le sue ma- 
nifestazioni di vita attiva nel nome della mia stirpe, che si gloriò sempre 
di essere alla testa di ogni corrente del patriottismo nazionale. 

Io so bene che lo spirito di Dante fu evocato fra queste mura, e 
certo fu docile all'invocazione di un grande poeta quale Longfellow; e 
non dimentico che, or sono pochi anni, l'America aveva per rappresen- 
tanti diplomatici in tutte le Nazioni d'Europa uomini di Harvard. 

Non so se a me, uomo d'azione, compete il posto che qui mi si ag- 
giudica fra uomini di pensiero; se non forse per l'idea indistruttibile 
ed una che presiedette ad ogni mio tentativo nel campo delle ricerche 
geografiche. Il Presidente dell'Università ha ricordato come mio titolo 
d'onore le esplorazioni da me condotte nell'Alaska, nella regione Artica 
e nell'Uganda. Senza nascondere la soddisfazione che provoca in me 
il suono di questi nomi rievocanti episodii cari alla mia memoria, trovo 
giusto ricordare che altri più di me hanno operato nelle stesse regioni. 
Molto me ne compiaccio, poiché ogni sforzo parziale si integra nella 
sintesi universale del progresso umano. Un altro monte con gli stessi 
caratteri del Sant'Elia e mille piedi più alto, il McKinley, provò la tenacia 
vittoriosa del dottor Cooke; il Kenya e il Kilemandyaro, giganti del 
continente nero, hanno conosciuto la consacrazione dominatrice di Hans 
Meyer, Gregory e Mckinder, e mezzo grado più a nord del punto rag- 
giunto dal Comandante Cagni, sta la nuova pietra miliare del Coman- 
dante Peary. E la mia coscienza mi ammonisce che in quest'oggi la 
Università di Harvard più che grandezza di imprese ha voluto coronare 
varietà di tentativi in campi totalmente differenti l'uno dall'altro. 



288 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Certo, per coloro, come per me, il segreto del successo si può 
enunciare nelle parole: preparazione, ardire, speranza; se questa tri- 
nità ideale continuerà a presiedere agli sforzi degli uomini di buona vo- 
lontà, io son certo che, in un non lungo volger di anni, avremo conqui- 
stato le parti ancora misteriose del nostro globo. 

Nel prendere congedo da questa eletta adunanza, dichiaro con pro- 
fonda soddisfazione di onore che amo aver ricevuto investitura di col- 
lega e che gradirò spesso rivedere nelle insegne conferitemi la testi- 
monianza di considerazione che il grande popolo d'America mi ha dato 
per mezzo di esse, lo sento che il mio stesso fremito di orgoglio si ri- 
pete nell'anima dei miei concittadini, e ringrazio chi in me, suo Prin- 
cipe, ha onorato l'Italia. 

"Lo smagliante discorso del Duca degli Abruzzi, applaudito a più 
riprese, fu coronato da una calorosa ovazione, che si prolungò per al- 
cuni minuti e che fu resa più entusiasticamente solenne allorché l'or- 
chestra intuonò l'Inno Nazionale Italiano ascoltato in piedi dall'immen- 
so elettissimo pubblico. 

"Alle 4 pom. la cerimonia imponente terminava fra il canto degli 
inni goliardici e gli hurrah di quella folla giovine e gagliarda desti- 
nata a dar nuovo vigore alle forti fibre del gran popolo americano. Al- 
lontanandomi dal tempio sacro alla cultura d'America io pensavo, com- 
piacendomene come italiano, che la memorabile giornata era valsa a 
segnare la tappa di una nuova sintomatica conquista della collettività 
italiana immigrata nel cuore dei discendenti di Washington. E ciò sotto 
gli auspici di un giovine e valoroso Principe di Savoia, che è vanto e 
gloria d'Italia." 

GUGLIELMO FERRERÒ ALLA CASA BIANCA. 

Nel dicembre 1908 un onore insolito fu reso dal compianto Presi- 
dente Teodoro Roosevelt ad uno dei nostri più insigni scrittori : lo sto- 
rico Guglielmo Ferrerò, la cui opera monumentale — Grandezza e de- 
cadenza di Roma — appassionava allora gli studiosi e gli eruditi di 
tutto il mondo. Il primo cittadino della Repubblica volle suo ospite, per 
alcuni giorni, alla Casa Bianca, l'illustre italiano, sia per testimoniare 
la sua deferente ammirazione al filosofo della storia, per i suoi studi 
profondi e geniali, rievocatori di grandezze e di glorie, di corruzione 
e di depravazione di una grande civiltà prossima allo sfacelo, sia per 
la nobile vaghezza di ritemprare lo spirito e la mente nel ricordo di 
eventi e di uomini che avevano segnate orme profonde nel cammino 
dell'umano invicilimento. 

Della visita di Guglielmo Ferrerò alla Casa Bianca furon pieni i 
giornali d'America per parecchi giorni, e la lusinghiera distinzione con- 
cessa al grande italiano valse, senza dubbio, a far convergere nuove e 
più vive simpatie sul nome della nostra patria. Lo stesso Ferrerò volle 
ricordare i giorni trascorsi col grande Presidente in un lungo articolo 
apparso, poco dopo, nelle pagine del New York World; articolo che il 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



289 




GUGLIELMO FERRERÒ 



290 CrNQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

giornale intitolò: Ferrerò at the White House, studies the "Duplex" 
Roosevelt, e che sollevò gran rumore nel mondo politico e letterario 
americano; poche volte infatti il carattere di Roosevelt era stato colto 
così felicemente, nei suoi particolari atteggiamenti, come nelle osser- 
vazioni del Ferrerò. 

"Tutto ad un tratto — è il Ferrerò che scrive di Teodoro Roose- 
velt — mi vidi innanzi un uomo che non avevo mai immaginato potesse 
esistere; un uomo che- era riuscito a unire in sé due temperamenti op- 
posti e di solito escludentisi ; una certa rude energia primordiale che 
ricordava una vita più semplice di quella che noi conduciamo oggi, e 
il più alto raffinamento intellettuale della nostra matura civiltà; la pas- 
sione della natura selvaggia e la passione dei libri sapienti. Al primo 
momento ne provai una viva sorpresa. Come mai un uomo poteva con 
tanta facilità vivere questa doppia vita; essere nel tempo stesso, per 
usare le frasi del Presidente e di Anatole France. barbaro e mandarino. 
Il caso era singolare. Ma non tardai ad essere come affascinato da que- 
ste due persone, che si mostravano nello stesso uomo, non solo perchè 
il fenomeno psicologico era interessante, ma perchè in quelle io ritro- 
vavo quasi, viva e in azione, la mia concezione della storia di Roma. 
I due Roosevelt, il Roosevelt della guerra e della caccia, che rimprovera 
come un delitto la sterilità delle famiglie, che denuncia il pericolo cre- 
scente del lusso e l'effeminamento dei costumi, e il Roosevelt dei libri, 
curioso di teorie e di dottrine, avido di coltura e di lettere, non rappre- 
sentavano forse le due Rome, di cui ho cercato di descrivere la tragica 
lotta? La Roma semplice, feconda, guerresca, e la Roma curiosa di 
conoscere gli arcani della filosofia greca, avida di tutti i piaceri intel- 
lettuali. Solamente queste due concezioni opposte della vita perdevano 
le loro estreme esagerazioni, si riconciliavano in quell'uomo seduto 
innanzi a me, allegro, che ad ogni istante rideva fragorosamente, che 
parlava sopra ogni soggetto con tanta abbondanza e sicurezza; che mo- 
strava il suo duplice temperamento ad ogni momento, anche nelle oc- 
casioni più semplici " 

TEODORO ROOSEVELT E IL SUO AFFETTO PER L'ITALIA. 

Teodoro Roosevelt fu fervido, devoto ed affezionato amico dell'I- 
talia. Come non ricordare con un sentimento di commozione il suo no- 
bile messaggio del 4 gennaio 1909 al Congresso degli Stati Uniti, al- 
l'indomani della sciagura immane che colpì due grandi e fiorenti città 
nostre, Reggio e Messina? Ricordiamolo, quale omaggio del più sin- 
cero e vivo rimpianto per il grande Presidente: 

Al Senato e alla Camera dei Rappresentanti^ 

L'orrenda sciagura che ha colpito la popolazione d'Italia ha un 
seguito di miseria e di sofferenze su una vasta zona, dove migliaia di 
superstiti si trovano senza casa, senza tetto e senza cibo. Le vie ordi- 
narie di approvvigionamento sono paralizzate, e il bisogno urgente, ec- 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 291 



TEODORO ROOSEVELT 



292 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 










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I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 293 

cezionale impone che lo spirito di umanità passi sopra ai confini del 
nazionalismo. 

L'immenso debito di civiltà verso l'Italia; la calda e costante ami- 
cizia fra l'Italia e gli Stati Uniti; l'affetto alla terra natia sentito da un 
gran numero di buoni cittadini americani immigrati dall'Italia; la ric- 
chezza con cui Dio ha voluto benedire noi che viviamo su terreno si- 
curo — tutto ciò deve spronarci ad un immediato ed efficace soccorso. 

La generosità privata già risponde nobilmente all'appello a mezzo 
della Croce Rossa Americana. 

Fidente della vostra approvazione io ho già spedito verso il luogo 
del disastro i due trasporti Celtic e Culgoa. Essi sono carichi per circa 
$300.000 di cibo, panni e altre provviste, e cominceranno a distribuire 
questo materiale appena giungerà loro notizia che voi avete approvata 
la mia richiesta. 

Il Celtic è partito e il Culgoa è a Port Said. Otto unità della nostra 
armata che è sulla via del ritorno, sono state ordinate alle acque d'I- 
talia, e fu interrogato il Governo d'Italia se il loro servizio potesse es- 
sere utile. 

Io faccio voti che il Congresso approvi la spesa per le provvigioni 
sopraindicate e che approvi un ulteriore stanziamento di $500.000 da 
essere usato in opere di soccorso a discrezione del Potere Esecutiva 
col consenso del Governo Italiano. 

Theodore Roosevelt. 

Le due Camere del Congresso approvarono all'unanimità la richie- 
sta del Presidente e, un anno dopo, il popolo italiano ebbe modo di mo- 
strare tutta la sua affettuosa gratitudine al grande Americano, allora 
di ritorno dalle caccio africane, salutandolo col più vivo entusiasmo ed 
esaltandolo agli onori del Campidoglio. Fu in tale occasione che Teodoro 
Roosevelt volle rendere nuovo omaggio di ammirazione all'Italia, pro- 
nunciando le parole che fecero sussultare ogni cuore italiano: Quando 
i pessimisti affermano che non esiste più civiltà, noi possiamo rivolgerci 
all'Italia, donde l'Occidente trasse la sua civiltà e dove non sappiamo 
se pia ammirare il passato o ciò che per l'avvenire essa ci serba. Non 
v'è uomo civile che venga a Roma senza sentire che discende da questa 
civiltà 

ONORANZE A GUGLIELMO MARCONL 

Dopo la prima comunicazione radiotelegrafica fra l'America e l'Eu- 
ropa, nel dicembre 1902, il popolo americano volle dimostrar subito 
tutta la sua fervida ammirazione per Guglielmo Marconi, offrendogli 
un grandioso banchetto nell'aristocratico Waldorf Astoria di New York, 
cui parteciparono le più illustri personalità del mondo sociale e scien- 
tifico degli. Stati Uniti. 

Da allora gli Americani circondarono il nome e la persona del 
grande scienziato italiano con le più vive, sincere simpatie, ed i Corpi 



294 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



scientifici, le Università, ' le Accademie fecero a gara per tributargli 
onori. Egli trovavasi in New York durante uno dei suoi frequenti viaggi 
in America, nella primavera del 1912, pochi giorni dopo il terribile di- 
sastro del Titanio, e la New York Electrical Society lo invitò a tenere 
una conferenza sui progressi della sua meravigliosa invenzione. L'e- 
vento fu solenne, indimenticabile: la grande sala dell'Engineering So- 
cieties Building era ricolma di un pubblico imponente di scienziati, di 
notabilità, di signore: un'adunanza elettissima. Sulla piattaforma spic- 
cavano bandiere italiane e americane e grandi quadri illustrativi delle 
stazioni radiotelegrafiche sparse nel mondo. Non dimenticheremo mai 
— noi che vi partecipammo — tutta la grandiosità di quel momento. 
Quando la bionda figura del giovine inventore italiano apparve sulla 
piattaforma vi fu uno scrosciante, caloroso applauso che durò parecchi 
minuti. Sul tavolo dell'oratore era una pila di telegrammi. Uno era di 

Thomas A. Edison e diceva: Sono 
spiacente di non poter partecipare 
alla vostra conferenza; ma mi af- 
fretto a congratularmi con voi per 
il grande successo della vostra me- 
ravigliosa invenzione e per la splen- 
dida opera che il vostro sistema ha 
svolto per la salvezza di vite uma- 
ne nel disastri marittimi. La confe- 
renza di Guglielmo Marconi, pro- 
nunciata in perfettissimo inglese, fu 
ascoltata in mezzo ad un religioso 
silenzio e salutata alla fine da una 
lunga ovazione. Allorché l'oratore 
disse: — il maggior benefìcio della 
mia invenzione è quello di portare 
cinto alle navi in pericolo, ed è la 
maggiore soddisfazione della mia 
vita quella di sapere che, in caso di 
bisogno, la telegrafia senza fili non 
ha mai fallito a questa sua grande 
missione umanitaria — tutta la 
commossa tristezza che incombeva 
in quelle giornate di lutto per la vasta tomba apertasi col disastro del 
Titanic, si diffuse fra l'immenso uditorio. Al Marconi seguì l'illustre 
Pupin^ professore di elettro-meccanica alla Columbia University, il 
quale, dopo aver inneggiato al grande Italiano, alla modestia dell'uomo 
e dell'inventore, così continuò : Questa sera di tutti egli ci ha parlato 
fuorché di se stesso. Ha nominato i suoi predecessori nella scienza:' 
Hewey, Farraday, Maxwell ed Hertz, che qualche esperimento fecero 
solo in altre rami scientifici, non nella telegrafia senza fili, la cui inven- 
zione spetta a lui, solamente a lui. Le onde "hertziane" non apparten- 




THOMAS A. EDISON 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I 0UE POPOLI 



295 



gono ad Hertz, ma a lui; dovranno chiamars"., d'ora in poi, "onde Mar- 
coni". Applausi entusiastici accolsero le parole del Prof. Pupin quando, 
nell'accennare all'opera del modesto quanto grande inventore, messosi 
completamente a disposizione del suo paese in guerra con la Turchia, 
trovò con -felicissima ed inspirata frase la via del cuore degli Ameri- 
cani, presentando alla loro ammirazione l'uomo che quando non lavora 
per l'umanità lavora per la sua patria. Seguì il prof. Frank J. Sprague, 




GUGLIELMO MARCONI 



che così concluse, inneggiando anch'egli a Marconi : — Quando i sette 
od ottocento superstiti dell'immane disastro del "litanie" metteranno 
piede a New York, dovranno guardare a voi come al loro solo salvatore, 
— Altri calorosi applausi echeggiarono per la vasta sala. Marconi fu 
festeggiatissimo ed appariva commosso dalla grandiosa dimostrazione 
che raggiunse il carattere di una vera apoteosi. 

Il 6 giugno 1917 — durante la visita agli Stati Uniti della Missione 
Italiana capitanata dal Principe di Udine — la Columbia University 
conferì a. Guglielmo Marconi la laurea ad honorem in scienze fisiche. 
Durante la cerimonia solenne, fra gli applausi entusiastici di parecchie 



296 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

migliaia di studenti e di professori dell'insigne Ateneo, il Presidente 
dell'Università, prof. Nicholas Murray Butler, nell'enunciare la moti- 
vazione della laurea, così disse: — Noi onoriamo voi, Guglielmo Mar- 
coni, il cui nome è benedetto da tutti; voi che avete dato le ali alle pa- 
role. — Alzatosi Marconi, tutti i membri della facoltà, tutti i duemila- 
cinquecento laureandi, le altre migliaia di studenti e spettatori si alza- 
rono in piedi, applaudendo calorosamente per cinque minuti ed accla- 
mando a Marconi e all'Italia. 

Infine, il 19 maggio 1918 il Franklin Institute di Filadelfia, il più 
insigne corpo scientifico degli Stati Uniti, conferì a Guglielmo Marconi 
la grande Medaglia d'Oro di benemerenza per la sua scoperta della 
radio-telegrafia. Nell'assenza del grande inventore, l'Ambasciatore d'Ita- 
lia, Conte Macchi di Cellere, pronunciò il seguente discorso: — Oggi 
io ricevo una medaglia che mentre è destinata ad uno dei più grandi 
figli d'Italia, è un omaggio alla stessa Italia. L'onore di accettare que- 
st'omaggio in nome di Guglielmo Marconi nvi riempie d'orgoglio sia 
come italiano , sia come amico dello scienziato, le cui opere hanno di 
molto sorpassato i limiti del tempo e dello spazio. Le vie misteriose 
della natura sono state da lui scandagliate a beneficio dell'uomo; e la 
gloria dell'inventore è stata affidata alla fedele ed immortale reverenza 
dell'umanità, per la quale il telegrafo senza fili è divenuto non solo un 
mezzo miracoloso di comunicazione, ma anche uno dei più grandi aiuti 
di progresso e di difesa. 

Come nella massima parte delle invenzioni, che sono state di su- 
premo beneficio agli uomini, questa, dovuta al ^enio di un figlio d'Ita- 
lia, significa lunghi anni di assiduo lavoro. 

E' stata, infatti, il risultato di quella combinazione di genio e per- 
severanza che ha dato al mondo il sistema di Galileo, la batteria elet- 
trica di Volta e la visione di Beniamino Franklin. 

Questa non è una causale associazione di nomi. E' l'evidenza della 
grandezza di Marconi e del posto che l'Italia, mercè dei suoi figli di 
maggior talento, ha avuto ed ha tuttora fra le illustri Nazioni per ritro- 
vati scientifici che sono benefici a tutta la umanità. 

Questa medaglia che voi, Membri di questo dotto Istituto, avete 
conferita a Guglielmo Marconi, gli ricorderà sempre l'ammirazione che 
voi uomini di scienza, e tutti noi abbiamo per lui. 

Neil' accettarla in suo nome, io vi ringrazio. Signori. 

L'amicizia che lega questa grande Repubblica e l'Italia possa du- 
rare a lungo quanto dura il metallo su cui è scolpito il nome del nostro 
inventore. La gloria delle nostre due Nazioni possa splendere per sem- 
pre, ed il genio dei nostri uomini d'ora in avanti possa essere rivolto 
alle opere pacifiche, che solo possono dare all'umanità un alto grado di 
civilizzazione, che è stato l'ideale di tutte le passate generazioni e deve 
essere la realtà della presente. — 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 



297 




MARIA MONTESSORI 



MARIA MONTESSORI, LA GRANDE EDUCATRICE. 

La prima visita in America, 
nel dicembre 1913, di Maria Mon- 
tessori, la ormai celebre innovatri- 
ce della pedagogia, costituì un av- 
venimento di primissimo ordine. 
Ella fu chiamata per un corso di 
conferenze sul suo metodo di edu- 
cazione dei bambini, e i cultori 
delle discipline scolastiche mani- 
festarono per la insigne educatrice 
il più sincero entusiasmo. Come 
ad Ernesto Biondi, il grande ed 
infelice artista scomparso, cui l'A- 
merica doveva serbare le amarez- 
ze pari ai frionfi, come a Gugliel- 
mo Ferrerò e ad altri italiani di 
rinomanza, alla Maestra si di- 
schiusero i battenti della Casa 
Bianca, ed ella vi entrò accolta da 
regina, come le spettava, cioè, perchè una sovrana è questa donna edu- 
catrice, questa vestale del sentimento; è la regina del piccolo mondo 
infantile, su cui sparge i tesori di tutte le sue affettuosità, di tutte le 
sue cure, di tutto il suo amore. Nei Clubs di tutti i grandi e piccoli centri 
degli Stati Uniti, nelle ordinarie conversazioni, nelle discussioni su ar- 
gomenti educativi, morali, pedagogici, religiosi, nei "sermons" di pa- 
stori e di sacerdoti delle diverse Chiese, il metodo "Montessori" e il suo 
significato per la vita individuale, nazionale, dell'umanità nuova furono, 
per lungo tempo, l'argomento fra i più discussi, fra i più acclamati ed 
ammirati. 

Già da qualche anno il nuovo sistema della illustre pedagogista 
italiana era penetrato negli ambienti educativi degli Stati Uniti, ma la 
viva voce della eletta scienziata, sua fondatrice, valse a diffonderlo ra- 
pidamente più di cento trattati e di quanto lo potessero i più severi 
corsi di teorici; poiché il fascino che emana dalla persona di Maria 
Montessori — ■ fascino profondo, -fatto di sincera convinzione e di en- 
tusiasmo — fu il principale coefficiente del suo successo, della immensa 
popolarità con cui il nuovo sistema si impone vittorioso nel mondo 
scientifico americano. 

Chi, come l'autore di questi ricordi, potè assistere alla prima di 
una lunga serie di conferenze tenute dalla Montessori attraverso le 
principali città degli Stati Uniti, non dimenticherà giammai l'omaggio 
altissimo di fervida, entusiastica ammirazione con cui il pubblico eletto 
applaudi più volte e coronò con una lunga ovazione la dotta, smagliante 
conferenza della insigne scienziata italiana. Ricordiamo l'evento italia- 



298 CTNQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

nissimo. La conferenza ebbe luogo nella elegante Carnegie Hall tutta 
decorata, per l'occasione, di bandiere americane ed italiane. Sull'arco 
del palcoscenico spiccava un'insegna con la scritta: America Welcomes 
Dottoressa Montessori. Attorno alla grande educatrice erano le persona- 
lità più distinte del mondo educativo americano: il prof. John Dewey, 
della Columbia University; il prof. Henry F. Osborn, presidente del- 
l'American Museum of Naturai History; Frederick A. Stokes, presi- 
dente dell'American Publishers' Association ; il prof. James H. Bailiett, 
decano della facoltà di pedagogia nella New York University; il prof. 
Howard C. Warren, della Princeton University e numerose signore, di- 
rettrici di istituti di educazione ed insegnanti nelle, pubbliche scuole. 
Mr. S. McClure, che era stato per due anni discepolo della Montessori 
nella famosa Casa dei Bambini da lei fondata a Roma, presentò al pub- 
blico l'illustre pedagogista, la quale fu salutata da un applauso lungo 
e nutrito. La signora Montessori parlò in italiano e le fece da interprete 
Miss Annie E. George, una delle signore più devote e più fervidamente 
ammirate delle sue dottrine negli Stati Uniti. 

La Dottoressa Montessori è, da allora, tornata altre volte in Ame- 
rica, e vi venne anche durante la tragedia bellica, quando infuriava la 
barbarie dei sottomarini. Ma l'apostolato nobilissimo la induce ad af- 
frontare ogni pericolo; perciò l'ammirazione che nutre per lei il mondo 
intellettuale americano ingigantisce sempre più; così l'aureola di glo- 
ria che cinge la sua fronte si risolve in nuovo motivo di plauso e di 
omaggio di questo popolo amico alla sempre giovine potenza creativa 
del genio italiano. 

I POETI AMERICANI ALL'ITALIA. 

I rapporti sempre cordiali fra l'Italia e gli Stati Uniti, con la 
guerra mondiale — è detto ampiamente in uno speciale capitolo di que- 
sto libro — si son venuti trasformando in vincoli di schietta e salda ami- 
cizia. Non solo il Governo, ma i cittadini, e specialmente la élite della 
grande Repubblica stellata, hanno gareggiato nel darci continue mani- 
festazioni di simpatia e di solidarietà. E' perciò doveroso ricordare la 
bella iniziativa del Comitato American Poets Ambulances in Italy (Am- 
bulanze dei Poeti Americani in Italia), che costituì una prova nobi- 
lissima di quella forza spirituale che unisce i due paesi e i due po- 
poli mercè l'opera illuminata di ingegni eletti e di anime generose. 

Fondato dai più illustri scrittori degli Stati Uniti, il Comitato si 
propose di fare alla Sanità Militare Italiana un dono di grande valore 
ed importanza: auto-ambulanze da guerra. Esso era presieduto dal ge- 
niale poeta Robert Underwood Johnson, Segretario permanente dell'Ac- 
cademia degli Immortali in America, e poi Ambasciatore degli Stati 
Uniti a Roma, e fra i suoi membri più importanti figuravano "William 
Roscoe Thayer, il noto autore de La vita e i tempi di Cavour, ed i più 
illustri scrittori, letterati e poeti degli Stati Uniti. Il Comitato era rap- 
presentato in Italia dal Comm. H. Nelson Gay. Il denaro occorrente fu 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 299 

raccolto per mezzo di circolari, di lettere private, della stampa. Le cir- 
colari portavano come motto : Per amore dell'Italia e della libertà, — e 
queste tre belle epigrafi: Tutti i viaggiatori hanno due patrie: la loro 
propria e l'Italia (Schiller) ; — Apritemi il cuore e vedrete inciso entro 
di esso: "Italia" (Browning); — Ogni tempo speso fuori dell'Italia è 
tempo sciupato (Grant Alien). E i giornali, propugnando la nostra buo- 




Robert Underwood Johnson 

na causa, dichiaravano che l'Italia, nello stesso tempo che combatte per 
sé, combatte per l'America, e combatte gloriosamente. Una sollecita, 
effettiva assistenza all'Italia si risolve quindi in un'effetiva assistenza 
all'America. Ammiratori dell'Italia e della sua cultura, cui debbono 
tanta parte della loro formazione spirituale, i poeti americani vollero 
così darle un segno di affetto e sciogliere quasi un debito di ricono- 
scenza. Le offerte furono larghe e spontanee. Il Comm. Nelson Gay 
ricevette a Roma, dal Comitato che aveva la sua sede in New York, circa 
due milioni di Lire, con la qual somma furono costruite ben 112 auto- 



300 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

ambulanze, più 37 ospedali da campo, di cui la maggior parte raggiunse 
il nostro fronte di battaglia durante i primi giorni della vittoriosa resi- 
stenza sul Piave, quando cioè il bisogno era più urgente e la Croce 
Rossa Americana non era ancora arrivata. Ogni ambulanza portava 
scritto su una targa il nome del donatore, e in onore o in memoria di 
chi era stata donata. Da ricordarsi, fra le altre, quelle dedicate a Cri- 
stoforo Colombo, a Mazzini, a Cavour, a Garibaldi, a Settembrini, a 
Nazario Sauro, a Battisti, a Vittorio Emanuele II. Una era dedicata alle 
Donne Italiane; un'altra ai nostri Scrittori ed Artisti. Ci piace riferire i 
telegrammi scambiati tra il generale Zaccone e il comm. Nelson Gay, 
ai primi del dicembre 1917: "Mentre notifico a V. S. — diceva il gene- 
rale Zaccone — che dal l.o al 20 novembre sono state consegnate al- 
l'esercito cinquanta auto-ambulanze donate dal Comitato Poeti Ameri- 
cani, mi è sommamente grato segnalarle che parte di esse ha già intra- 
preso servizio in prima linea rendendo utili preziosissimi servizi a van- 
taggio della nobile causa, per la quale America ed Italia combattono con 
comune fede ed immutato entusiasmo". 

E il Gay rispondeva a nome del Comitato dei Poeti Americani: 
"Sono fortunato potere rispondere al suo cortese telegramma in questo 
bel momento quando il mio paese estende la sua guerra per portare la 
bandiera stellata a fianco del sacro tricolore italiano nella comune cro- 
ciata contro il governo austriaco, negazione della nazionalità, calpe- 
statore dei popoli. Grazie". 

La splendida e nobile prova di simpatia data dal gran mondo intel- 
lettuale d'America all'Italia, in uno dei più gravi e dolorosi momenti 
della sua storia, sarà perennemente ricordata con animo grato dal po- 
polo italiano. 

PER UN'ALLEANZA INTELLETTUALE 
FRA ITALIA E STATI UNITI. 

In un'occasione memorabile, celebrandosi nel Campidoglio di Ro- 
ma, in modo degno del luogo e dell'evento gloriosissimi, l'anniversario 
della Dichiarazione dell'Indipendenza d'America, l'illustre Senatore 
Maggiorino Ferraris, allora Presidente àelVUnione Italo-Americana, ri- 
volto all'Ambasciatore Thomas Nelson Page ed agli altri Americani, 
ospiti della Città Eterna, disse parole di sincera e fervida ammirazione 
per i degni discendenti di Washington e di Lincoln. 

"Malgrado gli Oceani — così si espresse il facondo oratore — tra 
noi e voi, o cittadini americani, esistono quelle intime, soavi e mistiche 
correlazioni ideali che hanno un posto indistruttibile nelle fibra più 
ascose dell'anima d'ogni individuo e di ogni popolo cresciuto al culto 
della bellezza e della grandezza morale. Fanciulli, voi e noi, piangemmo 
sulle pagine della Capanna dello Zio Tom e ne succhiammo i primi 
sentimenti di odio e di rivolta contro ogni servaggio, contro ogni oppres- 
sione di individui e di popoli. Giovinetti, collocammo fra i lari dome- 
stici, come genio tutelare, l'immagine dolce di Beniamino Franklin, ed 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 301 

abbiamo appreso le prime nozioni della lingua inglese nel Libro di 
schizzi del vostro Washington Irving, pellegrino d'amore e di dolore 
davanti alla maestà del Colosseo e di San Pietro o fra le solitarie ca- 
scate di Tivoli. Adulti, sentimmo accendersi in noi la fiamma vivifica- 
trice e redentrice della poesia di Longfellow, quando, con squilla d'ar- 
gento, chiamò a raccolta le giovani generazioni dei due mondi per sa- 
lire con esse in alto: Excelsior! E sulle opere immortali del vostro 
grande Emerson formammo l'educazione del carattere e la condotta della 
vita. Sono questi i legami invisibili^ ma sacri ed indistruttibili, delle no- 
stre anime e dei nostri cuori. E questi legami nessuna invenzione bar- 
barica varrà mai a silurare...." 

A cementare ed a rendere veramente indistruttibili questi vincoli 
delle anime e dei cuori fra i due popoli e i due paesi è necessario un 
lavoro costante di cooperazione e di accordo che valga a far meglio 
conoscere l'America agli Italiani, l'Italia agli Americani. Per meglio 
conoscersi fa d'uopo istruirsi gli uni gli altri. Noi possiamo, chiedere 
all'America quanto ad essa possiam dare. Se la nostra civiltà vanta 
lunghi secoli di storia, come non dobbiamo non sentirci attratti dalla 
più viva ammirazione verso gli esempi di vigore e d'energia che ci 
sono offerti dal nuovo continente? Le nostre città hanno i monumenti 
corrosi dal tempo, le cattedrali gigantesche, templi sacri all'arte di glo- 
riose civiltà; le nuove città d'America hanno le assordanti officine, al- 
veari di vita e di attività, ed i ferrati grattacieli nei quali ferve il lavoro 
intenso e febbrile, creatore di civiltà nuove: tutte le grandezze hanno 
la loro efficacia, la loro poesia. 

Alcuni anni or sono, un illustre americano che ama davvero l'Ita- 
lia col cuore e con l'intelletto, il professor Joseph Spencer Kennard, del- 
l'Università di Chicago, conoscitore profondo ed appassionato del no- 
stro idioma e della nostra letteratura, si fece propagandista fervido ed 
entusiasta di nn" Alleanza Intellettuale Italo-Americana, col promuovere 
una serie di relazioni intellettuali fra gli Stati Uniti e l'Italia; una 
serie di relazioni continue, ordinate, disposte alla mutua penetrazione 
della cultura e della civiltà dei due paesi. Egli intendeva, cioè, di costi- 
tuire un fascio il piti possibilmente numeroso e solerte di persone colte 
dell'Italia e dell'America del Nord, che si proponesse lo scopo di avvi- 
cinare intellettualmente i due paesi, cui così lungo spazio di terre e di 
oceani separa: l'uno erede non degenere, anzi ora marciante verso nuovi 
più altri destini, di vetuste, fulgide civiltà; l'altro assorto ormai, mercè 
la magnifica espansione delle sue forze giovanili, non gravate da sover- 
chio peso di storia, a una mirabile prosperità. In Italia pochissimo si sa 
della vita e della cultura degli Stati Uniti, ove pur s'accolgono, ammas- 
sati nelle immense metropoli, tanti nostri connazionali, e gli Americani, 
alla lor volta, non esclusi molti di coloro che, en tomiste, visitano la 
nostra patria, quasi nulla o ben poco sanno dell'Italia. Or nulla v'ha di 
più dannoso di questa ignoranza. E nulla, al contrario, più potrà giovare 
ai due popoli della loro mutua e intrinseca comprensione. 



302 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

I mezzi che il Kennard proponeva e consigliava erano e sono dei 
più pratici. In primo luogo, delle conferenze. Conferenze da tenersi, 
almeno in parte, in Italia in italiano e in America in inglese, perchè si 
possan rivolgere a un largo pubblico, e da farsi, reciprocamente, sulla 
cultura, la letteratura e le condizioni economiche e sociali dei due paesi. 
Poi, l'ihstituzione di una permanente cattedra italiana nelle Università 
americane e americana nelle italiane, con, per di più, il temporaneo 
scambio (che già si è incominciato a fare, limitatamente allo studio delle 
lingue, in altri paesi) di professori fra le Università italiane e ameri- 
cane: scambio che — osservava giustamente il Kennard nel suo per- 
spicuo e geniale programma — "diverrebbe il primo passo verso un si- 
stema generale atto a coordinare il lavoro di una Università agli stu- 
denti più avanzati dei due paesi di imparare dai più distinti e rinomati 
istruttori la storia, le .istituzioni e il genio dell'altra nazione." Ancora: 
"instituzione in ogni parte degli Stati Uniti di Società (circoli) atti a 
mantenere" o stabilire "riunioni durante le quali la conversazione sia 
italiana; settimanali riunioni per lo studio dell'italiano; mensili riunioni 
per serate musicali e letterarie, parte in inglese, parte in italiano, ma 
sempre su soggetti artistici, letterari, musicali ecc.; corsi di lingua; in- 
stituzione di libere biblioteche circolanti italiane; distribuzione di me- 
daglie diplomi e premii ad alunni di scuole pubbliche e private, per i 
migliori lavori italiani". Finalmente: "scambio di studenti fra le Uni- 
versità italiane e americane, in modo che uno studente possa seguire 
parte dei suoi corsi in un'Università di uno dei due paesi e avere i suoi 
certificati e diplomi accettati in qualunque Università dell'altro paese," 
e "scambio interfamigliare di ragazzi americani ed italiani, sotto il pa- 
tronato e la sorveglianza di Comitati femminili." 

L'ATTIVITÀ' DELL'ITALY-AMERICA SOCIETY. 

Ma, purtroppo, passarono gli anni, ed il progetto dell'illustre ame- 
ricano rimase nel campo delle semplici astrazioni sino a che venne a 
piombare sul capo della povera umanità l'immane flagello bellico. Ora 
che la guerra ha insegnato molte cose ed ha suscitato nuove energie ed 
attività, sembra che la nobile idea carezzata dal Kennard riprenda forma 
e sostanza e si avvii sul cammino della sua pratica attuazione. Ne danno 
sicuro affidamento l'azione che stanno svolgendo, in Italia, l'Unione 
Italo-Americana, e, negli Stati Uniti, la Italy-America Society; un ri- 
sveglio di idealità e di attività dei nostri bravi studenti delle Università 
e dei Colleges americani e degli insegnanti di nazionalità o di discen- 
denza italiana, ed il rifiorire ovunque dei Comitati della Società Nazio- 
nale Dante Alighieri, molti, troppi dei quali hanno vivacchiato, in que- 
sti ultimi anni, senza infamia e senza lodo. 

La Italy-America Society — alla cui presidenza, dopo le dimissioni, 
nel marzo 1921, dell'on. Charles Evans Hughes, assunto all'altissima 
carica di Segretario di Stato nel Gabinetto del Presidente Harding, è 
stato chiamato, in mezzo al plauso generale, uno dei luminari del foro 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 303 

newyorkese, Paul D. Cravath, un altro fervido e sincero amico della 
nostra Italia — si ripremette di attivare, e sta già attivando, un magni- 
fico programriia di intensa attività, che è sicura promessa di copiosi e 
benefici frutti. 

Lo scambio dei professori fra l'Italia e gli Stati Uniti sarà un fatto 
compiuto durante l'anno scolastico 1921-1922: l'America invierà in Ita- 
lia il prof. Kenneth McKenzie, dell'Università dell'IUinois, uno dei più 
insigni cultori della nostra lingua e letteratura, il quale darà lezioni e 
conferenze di letteratura americana, nel primo semestre, all'Università 
di Roma, e, nel secondo, nelle altre Università italiane; l'Italia man- 
derà in America l'illustre prof. Guido Biagi, della Scuola di Scienze 
Politiche e Sociali di Firenze, il quale darà lezioni e conferenze di let- 
teratura italiana nelle principali Università e Colleges degli Stati Uniti, 
dall'Atlantico al Pacifico. Inoltre il prof. McKenzie rappresenterà la 
Italy-America Society e il National Dante Committee alle solenni ceri- 
monie con le quali si celebrerà il 6.0 Centenario della morte del Divino 
Poeta a Roma, a Firenze e a Ravenna, nel Settembre 1921. 

Ma la meravigliosa, encomiabilissima attività della Italy-America 
Society non vi ferma a questo. Essa ha inviato in Italia, nell'estate 1921, 
una prima carovana di studenti d'ambo i sessi e di insegnanti, circa 160, 
per visitare ed ammirare le glorie antiche, del Rinascimento e moderne, 
mercè le quali l'Italia è unica e assoluta sovrana nel mondo. Per inte- 
ressamento del nostro illustre Ambasciatore a Washington, Senatore 
Rolandi Ricci, il Governo italiano ha concesso agli ospiti d'America lar- 
ghe facilitazioni ferroviarie e l'ingresso gratuito nei Musei, nelle Gal- 
lerie, negli scavi, ecc. 

L' Italy-America Society si propone di stabilire filiali della grande 
organizzazione nelle principali città degli Stati Uniti, e ciò varrà, senza 
dubbio, a rendere sempre più amichevoli e cordiali i rapporti sociali, 
intellettuali ed economici fra le due nazioni e i due popoli. 

Desideriamo consacrare in queste pagine i nomi di coloro che alla 
fiorente Società danno il loro appoggio ed il loro entusiasmo e che si 
sono resi altamente benemeriti così dell'Italia come dell'America. 
Eletti nella riunione generale del 24 Marzo 1921: 
Presidente, Paul D. Cravath; Presidenti Onorari: Robert Underwood 
Johnson, Vittorio Rolandi Ricci; Vice Presidenti: Robert P. Perkins, James 
Byrne; Vice Presidenti Onorari: T. F. Bernardi, Lloyd C. Griscom, Hamil- 
ton Holt, John G. A. Leishmann, Thomas James O'Brien, Thomas Nelson 
Page, Henry White; Segretario, Francis Hartman Markoe; Tesoriere, 
Thomas W. Lamont; Comitato Esecutivo: William Fellowes Morgan, 
Chairman; Charles B. Alexander, George F. Baker, Jr., A. C. Bedford, 
James Byrne, Richard Washburn Child, Paul D. Cravath, John J. Freschi, 
F, M. Guardabassi, Hamilton Holt, Thomas W. Lamont, Francis Hartman 
Markoe, Robert P. Perkins; Consiglio Direttivo: A. C. Bedford, Presidente, 
tJules S. Bache, Arthur Benington, Riccardo Bertelli, Nicholas F, Brady, 
Franklin Q. Brown, Henry W. Cannon, Luigi Criscuolo, Agostino De Biasi, 
Joseph Di Giorgio, Stephen P. Duggan, Oreste Ferrara, John H. Finley, 



304 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Austin B. Fletcher, William Guggenheim, A. Augustus Healy, Lionello 
Perera, Louis J. Scaramelli, Luigi Solari, Antonio Stella, Cornelius 
Vanderbilt, Anfonso P. Villa, Whitney Warren, James G. White, George 
W. Wickersham. 

ALLA CONQUISTA DEI CUORI E DEGLI INTELLETTI. 

Abbiamo accennato al simpatico risveglio di idealità e di attività 
dei nostri bravi studenti delle Università e dei Collegi degli Stati Uniti. 
Essi invero meritano tutto il nostro plauso e il più cordiale, entusiastico 
incoraggiamento per quanto si propongono di raggiungere con le loro 
Associazioni e i Circoli di cultura e di propaganda italiana: di far me- 
glio conoscere ed apprezzare dagli Americani la nostra storia, la nostra 
letteratura, tutto il prezioso contributo dato dall'Italia, nelle arti, nelle 
scienze, in ogni branca del sapere, alla civiltà mondiale. La più bella 
conquista della italianità in America — conquista ideale, s'intende, dei 
cuori, degli intelletti — sarà quella che vorranno e sapranno compiere 
i nostri giovani, valorosi studenti, i quali daranno, così, a noi, alle no- 
stre comunità immigrate, l'orgoglio di sentirci, in mezzo a gente di di- 
verse nazionalità, meglio compresi, più apprezzati ed amati. 

Fra le Associazioni ed i Circoli di studenti italo-americani dobbia- 
mo menzionare: la Italian Inter collegiate Association della Greater 
New York, che comprende gli studenti della Columbia University, della 
New York University, del Barnard College, deWHunter College, del 
College of the City of New York, del Brooklyn Polytechnic Institute, 
della Long Island Medicai School e del College of Dentai and Orai 
Surgery; il Circolo Italiano dell'Università di Pennsylvania; il Circolo 
Italiano della Boston University ed il Circolo Italiano del Tufts College^ 
pure di Boston e il Circolo Italiano della Washington University di St. 
Louis, Mo., da poco fondato. Il loro programma si esplica, generalmente, 
con conferenze, riunioni di carattere letterario ed artistico, rappresen- 
tazioni dei più bei lavori drammatici italiani, celebrazioni di anniver- 
sari patriottici, feste a scopo di beneficenza, ecc. 

Cooperatori efficaci ed illuminati dei nostri studenti sono gli egregi 
insegnanti italiani nelle Università e nelle Scuole Superiori, special- 
mente in New York. Essi si sono costituiti in una forte e salda orga- 
nizzazione — \^ Associazione degli Insegnanti Italiani — e con mezzi 
diversi, ma con lo stesso entusiasmo, con l'identico apostolato, tendono 
allo stesso, nobilissimo scopo: l'interesse morale e materiale dei nostri 
figli, il decoro italiano in questo Paese. Una delle missioni assuntesi, 
appena costituita, dall'Associazione degli Insegnanti Italiani, e per la 
quale essa sta lavorando con tanto ardore e con strenua energia, è quella 
di ottenere che nelle scuole pubbliche della Greater New York la lin- 
gua italiana sia introdotta come materia d'insegnamento di primo grado, 
al pari di altre lingue straniere come la francese, la spagnuola e la te- 
desca; e siamo sicuri che i nobili sforzi dei nostri valorosi insegnanti 
saranno coronati da pieno successo. 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 305 

E' numerosa e brillante la schiera degli insegnanti italiani nelle 
scuole americane. Nella Columbia University si ricordano con ammira- 
zione i nomi di Lorenzo da Ponte, Felice Foresti, Vincenzo Botta, ni- 
pote dell'illustre autore della Storia della Guerra di Indipendenza Ame- 
ricana, e Carlo Speranza; attualmente, l'insegnamento dell'italiano vi 
è affidato ai professori Dino e Gino Bigongiari. Il prof. Carlo Prelini 
insegna, da lunghi anni, scienze matematiche al Manhattan College; 
Mario Cosenza è direttore della Townsend Harris High School ed in- 
segnante di latino al College of the City of New York, ove insegnano 
pure l'italiano, il francese e lo spagnuolo i professori Francesco Ettari, 
Alfonso Arbib Costa, Americo Camera, A. G. Panaroni, Gino Castro, 
che vi insegna anche il portoghese e che, durante la grande guerra, 
servì nella Marina degli Stati Uniti come capo-traduttore alla censura 
dei telegrammi. Il prof. Angelo Patri è direttore (principal) della Scuola 
Pubblica No. 45 e il prof. Antonio Pugliese Io è della S. P. No. 21; il 
prof. Antonio Calitri insegna l'italiano nella Scuola Pubblica No. 45; 
la signora Fausta Negri-Castro è insegnante d'italiano e di francese 
nella Scuola Superiore Washington Irving; la signorina Rosa Noto inse- 
gna l'italiano e lo spagnuolo nella Scuola Superiore di Bay Ridge; il 
prof. Leonardo Covello è insegnante d'italiano, francese e spagnuolo 
nella Scuola Superiore De Witt Clinton; e, fuori di New York, fra gli 
altri, ci piace di menzionare il prof. Bruno Roselli, insegnante di ita- 
liano al Vassar College, il prof. Antonio Marinoni, dell'Università di 
Arkansas; il prof. E. Goggio, dell'Università di Toronto, ed altri ancora 
che diffondono con zelo e con amore la lingua e la letteratura della 
nostra patria fra le generazioni nuove di questa grande nazion.3. 

LA "ITALIAN HOUSE" ALLA COLUMBIA UNIVERSITY 

Un altro degli indizi caratteristici del risveglio delle comunità 
italiane negli Stati Uniti è il movimento iniziato di recente dal Circolo 
Italiano della Columbia University. Questo Circolo, che non si deve 
confondere colla Intercollegiate Association, sebbene faccia parte di 
essa, è composto esclusivamente di studenti italiani di quella Università. 
Fino ad un anno fa la sua esistenza non si rivelava molto all'infuori del- 
l'ambito universitario: aveva i suoi "meetings," sì, ma nessuna espan- 
sione al difuori. Era il periodo di fecondazione di quel seme che avreb- 
be dato alla luce la pianta di oggi, promettitrice di frutti schietti, copiosi. 
Uno di questi frutti è la Italian House, che sorgerà fra breve — quando 
questo libro vedrà la luce, la iniziativa italianissima sarà, senza dubbio, 
un fatto compiuto — nel Campus della fiorente Università metropoli- 
tana. 

La eccezionale importanza di questo salutare movimento iniziato 
dal Circolo Italiano della Columbia University ci consiglia di far la 
storia della Italian House. 

Il 26 aprile 1920 il presidente del Circolo, sig. Pietro M. Riccio, 
accompagnato dal segretario, sig. Luigi Carofiglio, e dal tesoriere, sig. 



306 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Vincenzo Felitti, si recò nella redazione del Progresso Italo-Americano, 
con la preghiera che fosse pubblicata la notizia della progettata fonda- 
zione di una biblioteca italiana nella Columbia University. La com- 
missione fu presentata al prof. Ferdinando Marcucci, "editorialista" 
del giornale, il quale intravide subito in quel progetto la possibilità di 
muovere un primo passo sicuro su quel sentiero che egli, con l'aiuto 
del giornale, aveva ideato di percorrere cinque o sei anni prima e che 
la guerra gli chiuse bruscamente proprio nel più bello. E il Marcucci 
non solo dichiarò che il Progresso Italo-Americano avrebbe pubblicato 
con piacere quell'annunzio, ma aggiunse che il progetto avrebbe potuto 
essere la base per un edificio molto più grandioso e la ispirazione per 
un lavoro molto più comprensivo, del quale il Progresso si sarebbe 
fatto volentieri iniziatore. Il prof. Marcucci alludeva ad una grande 
associazione delle forze intellettuali italiane degli Stati Uniti, prime 
fra tutte quelle universitarie, la quale avrebbe dovuto avere il suo 
centro di azione in New York, e precisamente nella Columbia Univer- 
sity, per mezzo degli studenti italiani di essa. 

Fu allora che il presidente Riccio mostrò al prof. Marcucci una 
lettera dell'illustre presidente della Columbia, Dr. Butler. nella quale 
si suggeriva la istituzione di una Italian House nel Campus di quella 
Università, sul modello della Maison Francaise e della Casa Espanola, 
già esistenti. Bastò questa lettera per istabilire immediatamente tutto 
un piano di azione. Il suggerimento del presidente Butler ne fissò l'o- 
biettivo. La Italian House avrebbe dovuto essere il centro di diffusione 
del pensiero e della coltura italiana in America, il magnete che avrebbe 
attratto a sé tutte le forze intellettuali italiane degli Stati Uniti ed 
avrebbe offerto agli stranieri ed agli Americani il mezzo di conoscere 
più ampiamente e più direttamente i prodotti dell'attività intellettuale 
scientifica e letteraria dell'Italia. 

Il Progresso Italo-Americano incominciò, due giorni dopo, la sua 
campagna e intitolò: / nuovi cavalieri della italianità il primo di una 
serie di articoli e di note editoriali per far conoscere alle colonie la 
lieta novella. 

Per un anno intero, tra le speranze e gli scoraggiamenti, il Cr- 
eolo Italiano, aiutato sempre dal consiglio e dall'opera del prof. Mar- 
cucci, lavorò quanto potè per portare il progetto ad una conclusione 
pratica, e fu dopo un anno preciso che sull'orizzonte delle speranze 
spuntò la prima luce serena, fugatrice di tutte le nebbie degli scorag- 
giamenti. 

La sera del 26 maggio 1921 fu dato dal Circolo Italiano l'annuale 
banchetto. Di esso furono patroni S. E. l'Ambasciatore, Senatore Ro- 
landi Ricci, il Comm. Temistocle F. Bernardi, R. Console d'Italia in 
New York, e il Dr. Nicholas Murray Butler, Presidente della Columbia 
University. Ospiti d'onore al banchetto furono i seguenti signori: Prof. 
Chas. Baldwin, Dr. Mario Cosenza. Cav. Dr. Ubaldo Rochira, R. Vice- 
Console, Comm. J. Di Giorgio, Comm. Dr. Paolo De Vecchi, Comm. 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI , . 307 

John J. Freschi, Cav. Giovanni Girardon, Dr. Arthur Livingston, Dr. 
Ferdinando Marcucci, Cav. Dr. Ernesto Mensa, Cav. Dr. Giuseppe Pre- 
vitali. Comm. Almerindo Portfolio, Contessa Irene di Robilant, Dr. 
Vittorio Racca, Mr. Irwin Smith, segretario della Italy-America Society, 
Cav. Dr. Gino Speranza. Cav. D. Truda. 

Durante il banchetto fu offerta al Dr. Marcucci, quale sincero e 
vivo apprezzamento della sua opera illuminata ed entusiastica, una 
splendida coppa d'argento. Nel presentare il Dr. Marcucci ai commensali 
il presidente del Circolo, sig. Riccio, disse fra l'altro: "Per destare fra 
i nostri Italiani l'interesse in favore delle attività dei nostri studenti, 
il Prof. Marcucci ha forse fatto più di qualunque altro io mi sappia. 
Era da molto tempo che il Circolo Italiano della Columbia desiderava 
fare qualche cosa per mostrare al Prof. Marcucci il suo apprezzamento: 
egli certo merita le lodi più alte e la più alta riconoscenza. I Profes- 
sori Geric e Bigongiari prima di partire per l'Europa raccomandarono 
che il Circolo facesse qualche cosa per il Prof. Marcucci; e stasera, 
nel presentarvelo come primo oratore, ho il piacere di offrire a lui, a 
nome del Circolo, questa coppa, quale pegno del nostro sincero ap- 
prezzamento e della nostra stima per gli incalcolabili servigi ch'egli 
ha reso alla nostra causa." Indi si concretò definitivamente la campa- 
gna per la istituzione della Italian House: il Comm. Di Giorgio e il 
Comm. Perera offrirono ciascuno, come prima contribuzione, 1.000 
dollari, ed il Comm. de Vecchi ne offrì 500. Il Comm. Portfolio fu 
nominato presidente del Comitato per la raccolta di 30.000 dollari ne- 
cessari per l'acquisto della Casa, ed egli, oltre alla sua opera solerte 
per il successo dell'impresa, offrì le sale dell'Italian Metropolis Club, 
di cui è presidente, come quartier generale del Circolo della Columbia 
durante tutta la campagna. Ivi si riunì, la mattina seguente, il Comi- 
tato per organizzare il piano della campagna, e, dopo nominati vari 
sotto-comitati, con l'incarico di raccogliere le offerte in New York, 
si chiuse la seduta lasciando ai sotto-comitati di inaugurare immediata- 
mente i loro lavori. 

Qual è lo scopo che si vuole raggiungere con la istituzione della 
Italian House? In termini generali, è quello di diffondere in questo 
Paese il pensiero e la coltura d'Italia. La Casa Italiana sarà il faro 
che servirà di guida ai futuri destini delle Colonie, le quali hanno bi- 
sogno di essere elevate. Occorre ancora che l'Italia stessa esca qui dalla 
oscurità che l'ha avvolta sino ad oggi, e si innalzi dal gradino della 
umiliazione a quello della gloria che le spetta. Per far ciò occorre che 
essa si faccia meglio conoscere, che si riveli, ora. come per il passato, 
maestra di civiltà e di sapere, che si ponga al livello delle altre nazioni 
che qui le contendono il primato. La Casa Italiana compirà questa 
missione. E in qual modo? Essa avrà una grande biblioteca, farà tenere 
conferenze da illustri letterati e scienziati, promuoverà lo scambio di 
professori e di studenti italo-americani, faciliterà ai connazionali immi- 
grati la via degli studi superori. trarrà dall'oscurità tante intelligenze 



308 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



nostre che qui si perdono nel mare magnum della comune indifferen- 
za, incoraggerà gli Americani e gli immigrati di altre nazioni ad avvi- 
cinarsi a noi, a conoscerci nel nostro valore reale, a convincersi che 
con un retaggio di sapere come il nostro possiamo dare affidamento 
all'America della più sincera ed efficace cooperazione nel raggiungi- 
mento della sua unità etnica e nell'arricchimento dei suoi tesori di 
civiltà. 

A titolo di ammirazione e di plauso per l'opera bellamente com- 
piuta, diamo qui i nomi dei componenti il Consiglio Direttivo e dei 
membri tutti del Circolo Italiano che iniziarono e vollero la Italian 
House : 

Peter M. Riccio, presidente; Hector La Guardia, vice-presidente; Vin- 
cent Felitti, tesoriere; John B. Lauricella e Louis E. Caro figlio, segretari. 

Membri: F. Accarino, V. Anallo, A. Armore, A. Artale, C. Baratta, A. 
Blasi, E. Boselli, N. Bucoi, S. Calli, R. Cantini, J. Catalano, L. Covello, 
J. Ciancimino, A. Di Fronzo, C. Di Lorenzo, A. D'alessandro, F. Di Bene- 
detto, W. Di Donato, M. D. Maio, P. Fanci, A. Fraioli, P. Fusco, R. Fio- 
rello, P. Gallo, P. Guerriero, J. Guzzatto, L. lacueo, V. Ippolito, A. Laguar- 
dia, A. Laguardia, C. Laguardia, G. Laguardia, M. Lapolla, I. La Rosa, 
S. La Corte, M. Liccione, W. Liccione, F. Luongo, J. Maggio, H. Margotta, 
J. Mariano, A. Massa, V. Mangini, F. Marsiglia, A. Modarelli, N. Modica, 
H. Marraro, M. Marolla, V. Onorato, A. Pedivillano, J. Passa, J. Petruzzi, 
L. Peruzzi, J. Pinto, F. Porfilio, L. Pontecorvo, T. Pennisi, A. Righi, A. 
Ruggiero, P. Salvatore, M. Scandiffio, R. Santangelo, F. Scimeca, J. Schim- 
nienti, A. Scalis, D. Sposta, J. Scafati, F. Sisca, J. Tanzola, A. Tortora, 
A. Trapasso, J. Troiano, E. Verilli, M. Vessa, T. Zavatt, J. Zavatt, T. 
Zavatt, J. Zingales, P. Zingaro. 

Presidente attuale del Circolo Italiano è il giovane Arrigo Righi, un 
reduce valoroso della guerra italo-austriaca. 

I COMITATI DELLA "DANTE ALIGHIERI." 

Aiutare il diffondersi della lingua, della cultura, non solo dentro 
i confini del Regno, ma dovunque sono italiani sparsi nel mondo, è 
programma di civiltà e di patriottismo che unisce e conforta tutti gli 
animi devoti al bene, raccogliendo tendenze, gradazioni, energie diver- 
se nel pensiero comune della grandezza morale d'Italia. 

Un paese come l'Italia, che ha dato al mondo così evidente prova 
di forza morale, vincendo tutti gli ostacoli che ne impedivano la co- 
stituzione in grande Stato, non poteva, senza perdere i frutti di tanti 
sacrifici, lasciarsi vincere dall'oblio di sé stesso, arrestandosi nel suo 
cammino. Perciò la cura assidua per la diffusione della lingua nazio- 
nale era un dovere imperioso, perchè con essa si promuovono e difen- 
dono la prosperità e i destini della patria. Nessun altro nome quanto 
quello di Dante poteva essere il simbolo efficace e la sintesi completa 
di questo grande lavoro. 

Quando in altri paesi. Governi e Associazioni, con mezzi ingenti, 
con azione tenace, si sforzano di propagare la loro lingua e la loro 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 309 

cultura, sarebbe stata inerzia colpevole quella di lasciar fare e lasciar 
passare. Era dunque un dovere per l'Italia quello di difendere il suo 
grande patrimonio, di assicurare ai nostri connazionali emigrati i mezzi 
di provvedere all'educazione dei loro figli nel culto della lingua e 
delle memorie della patria lontana. 

Occupandosi attivamente e con ogni cura dei nostri emigranti, la 
Dante Alighieri ha dato all'opera sua un obiettivo più largo e di indi- 
scutibile utilità. Assicurare ai nostri emigranti, oltre quella che è com- 
pito dello Stato, la tutela morale di un'Associazione Nazionale diretta 
ad istituire scuole, a diffondere libri, a mantenere viva la corrente di 
simpatia della patria verso i suoi figli costretti ad emigrare in cerca 
di lavoro e di maggior benessere, è opera santa e degna. 

L'autore di questo libro ebbe più volte ad occuparsi del vasto e 
complesso programma che i Comitati della Dante negli Stati Uniti do- 
vrebbero svolgere ed attuare con zelo e con amore per cercar di rag- 
giungere gli scopi e le idealità della benemerita Associazione. Non ri- 
teniamo fuor di luogo — l'argomento è sempre di viva e palpitante 
attualità — ricordare, qui, ciò che egli disse allorché assunse, nel 1905, 
la presidenza del Comitato della Dante di New York, fondato quattro 
anni prima dal pubblicista Agostino de Biasi, e quanto ebbe ad ag- 
giungere in una relazione da lui presentata al primo Congresso degli 
Italiani negli Stati Uniti ch'ebbe luogo a Filadelfia dal 27 al 30 marzo 
1911: 

"Ardua è l'opera della Dante Alighieri negli Stati Uniti. La massa 
degli immigranti parte dall'Italia senza possedere l'uso della lingua 
patria; i figli, in America, apprendono dall'ambiente famigliare lyi 
vernacolo misto stranamente di inglese e di rozze parole dialettali 
italiane, un curioso e nuovo dialetto, un idioma, che, se non è una ver- 
gogna, non è certo una forma di favellare di cui possiamo compia- 
cerci. Al parlare un pessimo italiano che non è né lingua né dialetto, 
sarebbe invero preferibile che non si parlasse altro che l'inglese. Una 
delle ragioni principali, che, in certa guisa, giustifica il malumore degli 
Americani contro l'immigrazione italiana é l'analfabetismo, causa del- 
l'ignoranza che produce il basso livello civile della nostra massa im- 
migrata. 

"Gli sforzi precipui dei Comitati della Dante Alighieri negli Stati 
Uniti dovrebbero esser rivolti — com'è anche ben delineato nel pro- 
gramma del Comitato di Boston — ad attrarre nell'orbita di essi la 
nuova generazione italo-americana, oltre che a riconquistare, per quan- 
to sarà possibile, quegli Italiani che avevano troncato, o quasi, ogni 
legame con la madre patria. Conservare o rafforzare il sentimento 
d'italianità negli adulti immigrati é, indubbiamente, un gran vantaggio, 
ma è alla loro prole, la quale, nata ed educata qui, minaccia di stac- 
carsi completamente dal ceppo etnico, che occorre dedicare maggiori 
cure. I giovani, che, per assiduo lavoro educativo, abbiano radicato nel- 
l'animo l'amore e l'ammirazione per l'Italia, e che si siano resi pa- 



310 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



droni della lingua nostra, daranno — possiamo esserne sicuri — un 
largo contingente alla completa rigenerazione del Mezzogiorno d'Italia. 
Si pensi inoltre che l'azione della Dante, larga, spregiudicata, illumi- 
nata dall'esperienza diretta, più che dagli studi altrui, sugli animi della 
gioventù italo-americana, creerà in essa, col sentimento di orgoglio 
atavico, un maggior senso di dignità ed una maggior fede nelle virtù 
di razza che la renderà più ardimentosa e più solidale nelle lotte 
per la vita sia politica che sociale. Ed i successi collettivi aumente- 
ranno la loro coesione, accrescendone le forze per conquiste maggiori. 
La partecipazione alla vita pubblica cesserà di essere opera individuale 
per divenire lavoro organizzato diretto a più alte idealità. La conqui- 
sta di uffici politici da parte dei nostri giovani sarà meno difficile ed 
in questi uffici essi porteranno quel sentimento di italianità che sarà 
il fattore più efficace per l'elevamento del nostro prestigio. 

"I Comitati della Dante Alighieri negli Stati Uniti devono, per 
essere veramente utili, non solo farsi promotori di iniziative e di rifor- 
me necessarie ad elevare e conservare il sentimento e la cultura naziona- 
le degli immigrati separati dalla patria, ma venire direttamente in loro 
soccorso col diffondere libri, fondare biblioteche circolanti, istituire 
scuole e col dare aiuto per difendere l'italianità ovunque essa sia 
sopita, vacillante, combattuta. 

"Ed affinchè la Dante possa espandere fra i nostri connazionali 
disseminati in questo vasto continente la sua azione di luce e di amore 
sarebbe desiderabile non solo di veder sorgere dappertutto comitati e 
sotto-Comitati della patriottica istituzione, ma che nella città più im- 
portante di ogni Stato o in quella qualsiasi ove viva un più gran nu- 
mero di nostri fratelli, se ne formasse uno m.aggiore e più saldo, a cui 
si collegassero, come a centro più immediato e, salva la dipendenza im- 
posta dallo statuto del Consiglio Centrale di Roma, gli altri delle colo- 
nie minori. 

"Ad esempio délVAlliance Francaise. dovrebbero pure i Comitati 
della Dante invitare ogni anno le personalità più illustri nel mondo 
letterario, artistico, scientifico e politico d'Italia a tener conferenze nei 
diversi centri italiani degli Stati Uniti, allo scopo di mantener desto 
nell'animo degli immigrati il sentimento di nazionalità ed affinchè 
giunga loro nel modo più solenne l'eco dei progressi compiuti dalla pa- 
tria in ogni campo dello scibile umano. 

"La Stampa coloniale, dinanzi al simbolo di Dante e della Dante, 
dovrebbe far tacere le lotte infeconde che non possono non offuscare 
il suo nobile apostolato fra le masse; e compirebbe opera patriottica 
incoraggiando e facilitando la formazione e l'azione dei nostri Comi- 
tati, e istituendo gare periodiche a premi fra i giovinetti italiani delle 
scuole pubbliche su argomenti che riflettano la grandezza e la gloria 
della patria d'origine. Queste gare sarebbero fonte — io ne son per- 
suaso — di nobile emulazione e di più nobili propositi negli animi dei 
nostri giovinetti e contribuirebbero ad educarne il cuore e l'intelletto. 



I VINCOLI TNT'FI LTÌTTTT./» LT FRA I DUE POPOLI 



311 








ny 



CONOUEST* EFFIOIE 

DEL POETA E PROFETA NAZIONALE 

LA COLONIA rXALIANA DI BOSTON 

AUSPICE LA SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI 

CONSACRA LA BIBLIOTECA 

DESTINATA ALLA PICCOLA ITALIA 

CHE oua ripensa la patria grande 

PER ESSERNE SEMPRE 
E «OSTRABStNE DEGNA 





T Tovo-n Dantesca — presevole opera d'arte dello scultore Luciano Campisi 
r^Jt^trtìe^la-'Oante-' di Boston offrì, nel 1918. ^ alla Biblioteca pubblica del 



— • che il 

n •+Q+r. della "Dante" di Boston oiiri, nei ivjio, ana ijiuii>jicv,a, iJi^,jK,ii^a uc, quartiere 
italiano di quella città. L'inscrizione fu dettata dall'illustre dantista, Sen. Isidoro Del Lungo 



312 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

"Non sarebbe difficile, allora, conseguire un altro nobile ideale, ora 
soltanto assopito, non spento, quello dell'auspicata Alleanza Intellettuale 
Italo-Americana. Il programma dei Comitati della Dante può avere molti 
punti di contatto col programma dell'Alleanza Intellettuale Italo-Ame- 
ricana e molta parte di esso sarebbe di valido ausilio alla diffusione 
della nostra lingua e della nostra coltura in mezzo all'elemento indi- 
geno; ad es. : conferenze popolari di reciproco interesse per l'Italia e 
gli Stati Uniti; riunioni sociali e di conversazione italiana; serate mu- 
sicali e letterarie italiane; corsi serali per l'insegnamento della lingua 
italiana da affidarsi a maestri italiani; istituzione di biblioteche, corsi di 
lingua, letteratura e storia italiana, conferimento di diplomi, medaglie e 
premi agli allievi delle scuole pubbliche e private per i loro studi ita- 
liani; ecc.. . . 

"L'azione della "Dante Alighieri" negli Stati Uniti sarà pressoché 
nulla non si risolverà che in una vana accademia, se alla nobile isti- 
tuzione non si darà l'entusiasmo in ragione diretta dei mezzi di cui essa 
abbisogna, affinchè possa camminare a passi più rapidi verso la prospe- 
rità cui sono pervenute le ricche consorelle straniere, in patria e fuori 
dei confini di essa. 

"Sta a tutti, sopra ogni gara personale o di parte, sopra ogni divi- 
sione politica religiosa, di riaccendere^ di diffondere ovunque vibra 
cuore italiano, l'ideale sublime della patria lontana. 

"Il sentimento della patria, che rappresenta il pensiero, i godi- 
menti e le sofferenze del popolo, portato fuori dei confini, si riempie 
di mille ricordi e degli affetti più varii. E il sentimento stesso si vivi- 
fica tutte le volte che è coltivato con affetto. A questo scopo devono 
tendere appunto i Comitati della Dante Alighieri negli Stati Uniti, se 
pur si vuole che permanga l'azione spirituale che noi esercitammo da 
tempo nel mondo e che i rinnovati nostri destini ci divinano pel tempo 
futuro. 

"E poiché il giusto premio può essere ad altri di sprone, sarebbe 
encomiabil cosa che il Consiglio Centrale della Dante, in Roma, inco- 
raggiasse con premi speciali o con speciali titoli di benemerenza, da 
proporsi pure al Regio Governo, coloro che, col contributo di pensiero 
e di opera, si fossero resi veramente benemeriti del mantenimento del- 
l'idioma nazionale negli immigrati e nei figli di questi nati in America, 
e della diffusione della lingua e della cultura italiana fra gli stranieri. 

"Si compia quest'opera grande nel grande nome di Dante e nel no- 
me di Lui la Società nostra sopratutto creda fermamente all'opera cui 
si consacra, e vinca. "La vittoria — così ammonisce Luigi Rava — che 
le Dante Alighieri confida di poter conseguire, in mezzo a lotte onore- 
voli di pensiero e di educazione, sarà piena e gloriosa il giorno in cui 
sia penetrato nella coscienza di ogni italiano, fuori e dentro i confini 
della Patria, il principio: che le nazioni apprezzano ed amano nelle e- 
mulazioni, nelle amicizie, nelle alleanze un'Italia custode vigile del suo 
patrimonio di cultura e spregerebbero un'Italia dimentica e servile, che 



I VINCOLI INTELLETTUALI FRA I DUE POPOLI 313 

permettesse qualsiasi tentativo di adulterazione nella lingua, nel carat- 
tere, nell'anima stessa del latin sangue gentile. Queste non sono gare 
politiche né competizioni economiche; sono voci della Patria e debbono 
essere ascoltate". 

Da un ventennio in qua sono sorti negli Stati Uniti parecchi Co- 
mitati della Dante Alighieri: ricordiamo fra i tanti quelli di New York, 
di Boston, di New Haven, della Contea di Hudson (New Jersey), di 
Washington, di Cleveland, di Pittsburgh, di Chicago, di Yonkers, di 
Los Angeles; ma la loro azione — confessiamolo con grande amarezza 
— è stata, salvo qualche rara eccezione, pressoché nulla, mancando 
nella cosidetta classe dirigente delle Colonie — i prominenti, per usare 
una brutta parola — quello spirito di affiatamento, di coesione e di con- 
cordia, mercè cui soltanto può sorgere ed avere sviluppo reale, e non 
effimero, un Comitato della Dante. 

L'eccezione — nobilissima eccezione — è costituita dal Comi- 
tato della Dante della Contea di Hudson, che, fondato il 7 giugno 1908 
con quattro Soci Perpetui, trentotto Soci Annui e un Capitale di $1.028, 
conta ora nel suo seno circa 400 Soci Annui, ben 48 Soci Perpetui, i 
quali hanno versato, ciascuno, la cospicua somma di $200, ed aveva, al 
1.0 gennaio 1921, un'attività in bilancio di $26.164.59. Un vero prodi- 
gio, se non si pensasse che fondatore ed animatore del Comitato é uno 
dei più fervidi apostoli dell'italianità in America — il Dottor Luigi 
Pezze — e che sono stati, e sono tuttora, suoi cooperatori zelanti ed 
entusiastici alcuni fra i più bravi e patriottici connazionali della Contea 
di Hudson, primissimi fra i quali Giuseppe Cupparo, Modestino Crisci- 
tiello, G. Campanella, Celestino Vignone, Peppino Salvi, Italo Mar- 
chioni, il Dr. Riccardo Paganelli, Raffaele Palmera, l'Avv. Antonio 
Botti, Camillo Carelli, Giovanni Gallina, l'Avv. Giuseppe Puglia. Mi- 
chele Santeramo, Torquato Mancusi, Carlo Garibotto, V. Campana. Do- 
nato Di Paola, il Comm. Ing. Giuseppe Faccioli, il Dr. Cav. Giuseppe 
Previtali, il pubblicista P. Pallavicini Pirovano, ed altri ed altri ancora, 
degni tutti di gratitudine, di plauso, di ammirazione. 

Il Comitato della Dante della Contea di Hudson possiede una 
splendida palazzina ai N.i 560-562-564 Summit Avenue, in Jersey City, 
nella quale esso tiene le sue riunioni mensili, seguite sempre da con- 
ferenze, ed in cui è una Biblioteca che si sta arricchendo delle più mo- 
derne ed importanti pubblicazioni italiane; mantiene scuole di italiano 
e di inglese a Jersey City, a West Hoboken ed a Bayonne, e corsi spe- 
ciali di disegno, di musica, di elocuzione, di taglio, di ricamo e cucito 
ed uno per l'avviamento alla cittadinanza americana. 

Ausilio prezioso e gentile del Comitato è una Sezione Femminile, 
alla quale danno il loro entusiastico, amorevole contributo elette dame 
e signorine della Colonia. Il Comitato si propone inoltre di svolgere e 
di attuare tutto un programma inteso allo sviluppo ed al benessere mo- 



314 



CINQUANT'ANNI II VITA ITALIANA IN AMERICA 



rale e civile degli Italiani della Contea, promuovendo la instituzione di 
una grande scuola pubblica, di un ospedale e di giardini d'infanzia, e di 
innalzare sul vasto terreno di sua proprietà una Casa della Dante che 
sia degna della gloria del Divino Poeta, degna della grandezza della 
Nuova Italia. 



A pagina 311 abbiamo riprodotta la splendida targa che il Comitato 
della Dante Alighieri di Boston offrì, con grande solennità, alla Bi- 
blioteca del North End. Alla cerimonia italianissima, che ebbe luogo iì 
1.0 giugno 1913, ricorrenza dello Statuto, parteciparono elette perso- 
nalità sia italiane che americane, fra cui notavansi il R. Console d'Italia, 
Dr. Gustavo Di Rosa, l'illustre dantista Charles H. Grandgent. della 
Harvard University, la signorina Amy A. Bernardy, l'esimia autrice 
di America Vissuta e di Italia randagia, delegata a rappresentare alla 
solennità il Consiglio Centrale della Dante, il rappresentante del Sin- 
daco di Boston, i delegati del Comitato della Dante di New Haven, 
Conn., ed il Comitato della Dante bostoniana, quasi al completo, con 
alla testa il suo infanticabile presidente, Comm. Dr. Rocco Brindisi. La 
Targa dantesca del Campisi fu da tutti vivamente ammirata: in verità, 
essa è una pregevole, finissima creazione artistica, degna dell'autore 
del monumento a Goffredo Mameli, in Roma, di quello di Garibaldi, a 
Siracusa, e del riuscitissimo bus*o al Cigno di Busseto donato dalia 
Dante alla Boston Opera House. 




L'incontro di Dante e BeatHce, una delle più geniali e popolari creazioni 
artistiche esaltanti l'amore del Poeta Divino per la sua "divina inspiratrice" 



Italia e nmcrica 
durante la guerra mondiale 



UN MESSAGGIO PROFETICO DI MAZZINI. 

"Nella gran battaglia che si combatte su tutta la terra fra il bene e 
il male, fra la giustizia e l'arbitrio, fra l'uguaglianza e il privilegio, fra 
il dovere e l'egoismo, fra la verità e la menzogna, fra Dio e gli idoli, il 
vostro posto (o Popolo Americano) è segnato e dovete occuparlo degna- 
mente. Operai dell'Umanità, voi dovete sentire che il trarsi in disparte 
sarebbe colpa; che l'indifferenza, allorché il grido della creatura di Dio 
vi chiama, sarebbe ateismo. 

"Ogni grande Nazione ha due stadi di vita. Il primo può essere con- 
sacrato alla propria costituzione, all'ordinamento interno, alla prepara- 
zione, per così dire, di quegli elementi e di quelle facoltà mediante le 
quali una Nazione può intraprendere un dato lavoro e procedere al com- 
pimento di quella missione che le fu assegnata da Dio pel bene dell'U- 
manità. Una Nazione è una missione vivente; la sua vita non è sua 
proprietà, bensì una forza operante nell'universale disegno provviden- 
ziale. Il secondo stadio incomincia dopo che la Nazione ha affermato ed 
assicurato il proprio essere; dopo che essa ha raccolto e mostrato a 
tutti la forza e l'idoneità che possiede per l'adempimento della sua 
missione. Allora la Nazione sorge e si muove, con nobili fatti, in armo- 
nia col disegno generale. Voi avete trionfalmente percorso il primo 
stadio e siete sul limitare del secondo: vi trovate quindi nell'alternativa 
di tradire il vostro dovere di Nazione o di procedere verso la meta. . . . 
Voi dovete aiutare moralmente e, se fa bisogno, materialmente, i vostri 
fratelli in ogni luogo ove si combatte la sacra battaglia. Voi potete 
efficacemente animare e invigorire coloro che soffrono e sanguinano 
per la verità e per la giustizia. Questa è la vostra missione; questa la 
gloria vostra; questo il vostro avvenire." 

Tale urgente appello al popolo americano — appello che ebbe il 
vero suono dell'attualità e che fu solennemente rievocato durante la 
grande guerra mondiale e prima che gli Stati Uniti entrassero nell'im- 
mane conflitto — emanò realmente più di mezzo secolo fa dal rostro 
della libertà politica e sociale in Europa, per bocca del grande apostolo 



316 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

dei doveri e dei diritti dell'uomo, Giuseppe Mazzini. Esso fu fatto in 
forma di lettera privata e di pubblico manifesto (1), e il tono dello 
scrittore, sebbene si rivolga a un popolo che non è il suo e che abita in 
un paese che egli non ha mai veduto, è chiaramente quello di un uomo 
che crede pienamente in coloro cui fa appello, che è sicuro che essi, seb- 
bene stranieri, si inspirano ai suoi stessi alti ideali e che sente che non 
corre nessun pericolo di essere frainteso. Si rivolge senza diffidenza a 
compagni professanti lo stesso culto della libertà e dell'indipendenza 
nazionale, e il suo manifesto si intitola: Ai nostri "amici" degli Stati 
Uniti. 

Nell'Aprile di quell'anno, 1865, gli Stati Uniti erano usciti con 
successo da quattro anni di una delle più sanguinose ed estenuanti 
guerre fratricide che abbiano mai oscurato il mondo civile, e le simpatie 
di Mazzini, nel corso di quella guerra civile, furono anima e cuore col 
Nord, per la preservazione dell'unità nazionale americana e più parti- 
colarmente perchè la vittoria del Nord significava il colpo mortale alla 
schiavitù umana nel mondo. Tenendo sempre in cima ai suoi pensieri 
la causa della libertà e dell'indipendenza italiana, così egli scriveva ad 
un eminente abolizionista americano quando il conflitto tra la libertà e 
il servaggio era ancora indeciso: "Noi stiamo combattendo la stessa 
santa battaglia per la libertà e per l'emancipazione degli oppressi; voi, 
Signore, contro la schiavitù negra, noi contro la bianca. La causa è pre- 
cisamente identica, perchè, credetemi, il giorno in cui riusciremo a 
stringere in un patto liberamente accettato ventisei milioni di italiani, 
noi daremo ciò che ora non possiamo, cioè un concreto appoggio alla 
causa che propugnate. .. Dio benedica i vostri sforzi e i nostri! Arrivi 
presto il giorno in cui la parola servaggio scompaia dalle nostre vive 
lingue e rimanga soltanto un ricordo storico!" 

E ad un altro propagandista antischiavista qualche anno prima ave- 
va scritto: "Benedetti i vostri sforzi se essi si inspirano a un alto ideale 
di fede comune; se non dimenticate, mentre lavorate all'emancipazione 
della razza negra, i milioni di schiavi bianchi, che soffrono, lottano, 
muoiono in Italia, in Polonia, in Ungheria, in tutta Europa; e tenete sem- 
pre presente che gli uomini liberi soltanto possono compiere l'opera 
della libertà, e che l'appello dell'Europa per l'abolizione della schiavitù 
in altri paesi non avrà un peso decisivo dinanzi a Dio e agli uomini, se 
l'Europa stessa sarà profanata da un potere arbitrario e tirannico (2). 

LE TRADIZIONI DELLA POLITICA ESTERA AMERICANA. 

Ma l'appello di Mazzini — nota in proposito l'illustre storico ame- 
ricano Nelson Gay — fu quello di un apostolo, non quello di uno stati- 
sta. Un momento più inopportuno di quello della fine della guerra 



(1) Lettera di Mazzini, del 30 Ottobre 1865, a Mr. Moncure D. Conway; e manifesto 
del Dicembre successivo, "Ai nostri amici degrli Stati UnitL'' — Mazzini, Scritti editi e 
inediti: Roma, 1885. Voi. XIV, pp. 157-161, 169-171. 

(2) Joseph Mazzini, his life, wrìting and politicai princinles. With an introduction by 
William Lloyd Garrison. New York, Hurd und Houghton, 1872 ; pp. XVI— XVII ; XXX. 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 3^7 




GIUSEPPE MAZZINI 
il più puro e fervido assertore e apostolo della fratellanza dei popoli 



318 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



civile americana non poteva essere scelto per chiedere che gli Stati 
Uniti prendessero l'iniziativa di una propaganda politica, e di un inter- 
vento all'estero. 

Pertanto, se le condizioni degli Stati Uniti fossero state diverse, 
se la situazione fosse stata normale, avrebbe avuto l'appello dell'apostolo 
italiano migliori probabilità di successo? Mazzini non era ignaro della 
tradizione della politica americana sul non intervento negli affari euro- 
pei, la quale era in diretta contraddizione col suo nobile appello, ma 
egli dichiarava che se i Padri della Repubblica Americana, i quali ave- 
vano stabilito questa tradizione, avessero parlato ai suoi giorni, avreb- 
bero mutato parere e usato il suo stesso linguaggio. "Nel tempo in cui 
vissero, quei Grandi parlavano al fanciullo, non al gigante americano" — 
egli diceva. In altre parole, gli Stati Uniti avevano compiuto un mara- 
viglioso sviluppo, le condizioni erano cambiate, e i fondatori della Re- 
pubblica, se fossero stati ancor vivi nel 1865, secondo l'opinione del- 
l'apostolo italiano, avrebbero predicato come lui l'intervento americano 
nelle cose d'Europa, "in ogni luogo dove si combatte la sacra battaglia." 
E' possibilissimo che Mazzini avesse letto il testo dell'importante Fare- 
well address to the American P copie di Washington (Discorso d'addio 
al popolo emaricano), scritto nel 1796, il quale fissava in termini infal- 
libili il pensiero fondamentale del non intervento degli Stati Uniti; ma 
se ebbe presente il discorso, dimenticò di dargli la dovuta importanza 
come un documento vivente; egli se ne scostò per le fugaci espressioni 
degli statisti posteriori, le quali sono ora da lungo tempo dimenticate, 
ma che egli riteneva rapprasentassero una completa trasformazione della 
originaria politica americana circa gli affari stranieri. 

IL "FAREWELL ADDRESS ' DI GIORGIO WASHINGTON. 

I precetti fondamentali di Washington intorno alla politica estera 
degli Stati Uniti sono esposti nei seguenti paragrafi del discorso stesso: 

"Osservate la buona fede e la giustizia verso tutte le Nazioni. Col- 
tivate la pace e l'armonia con tutti. 

"La grande norma di condotta per noi, riguardo alle Nazioni estere, 
consiste nel tenere con esse, via via che si estendono i nostri rapporti 
commerciali, il minor numero di relazioni politiche possibile. . . L'Euro- 
pa ha tutta una serie di interessi di prim'ordine, che per noi non hanno 
alcuna o, seppure, una assai remota relazione. Essa potrebbe essere 
immischiata in frequenti controversie, le cui cause sono essenzialmente 
estranee alle nostre faccende. Sarebbe perciò imprudenza legarci con 
vincoli artificiali nelle ordinarie vicende della sua politica, o nelle ordi- 
narie combinazioni e collisioni delle sue amicizie o inimicizie. 

"La nostra situazione distaccata e distante ci invita e ci mette in 
grado di battere una via diversa... Perchè rinunciare ai vantaggi di 
una situazione così speciale? Perchè abbandonare la nostra terra per 
combattere su quella altrui? Perchè intrecciare il nostro destino con 
quello di altre parti d'Europa per compromettere la nostra pace e prò- 



ITALIA E AI\iK';irA NELLA GUERRA MONDLNLE 319 




GIORGIO WASHINGTON 

Padre della grande Patria Americana — Primo in pace, primo in guerra, 
primo nel cuore dei suoi connazionali 



320 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMFRICA 

sperità nelle insidie delle ambizioni, rivalità, interesssi, umori e capricci 
delle Nazioni europee? La nostra vera politica sta nell'evitare durature 
alleanze con qualsiasi parte del mondo estero . . . 

"Ricordatevi che è follia per una Nazione aspettare favori disinte- 
ressati da un'altra, che essa dovrebbe pagare con una parte della sua 
indipendenza qualunque cosa ricevesse sotto questo aspetto... Non vi 
può essere errore più grande che quello di attendersi favori reali, o di 
contarvi sopra, da nazione a nazione. E' un'illusione che l'esperienza 
dovrebbe sanare, che un giusto orgoglio dovrebbe abbandonare." 

Nel difendere questa politica di assoluta astensione dal contrarre 
alleanze vere e proprie e dal confondere gli interessi americani con quelli 
di una potenza o di un gruppo di potenze d'Europa, Washington non 
precluse tuttavia ogni possibilità di partecipazione, da parte degli Stati 
Uniti, nei conflitti europei. Ciò che egli chiedeva al popolo americano 
era che esso prendesse una posizione di completa indipendenza nel mon- 
do della politica internazionale, sì che "noi possiamo scegliere la pace o 
la guerra, come i nostri interessi guidati dalla giustizia ci consiglie- 
ranno." E l'opinione di Washington era che, soltanto in una particolare 
combinazione di circostanze i sacri interessi degli Stati Uniti avrebbero 
dovuto provocare l'intervento americano nelle cose d'Europa. Infatti, 
in questo discorso del 1796, pieno della sapienza della più elevata e pura 
politica, Washington fece una predizione riguardo alle probabilità del 
non intervento americano nell'avvenire, la quale si mostrò buona per 
cento e ventun anni, sino al 1917: "Se noi rimaniamo uniti sotto un 
governo di polso, il tempo non è molto lontano, in cui potremo sfidare 
l'ingiuria materiale di molestie esterne; in cui prenderemo tale atteg- 
giamento, che la neutralità che ci piacerà di scegliere dovrà essere scru- 
polosamente rispettata; in cui le nazioni belligeranti, nell'impossibilità 
di farci imposizioni, non si azzarderanno facilmente a provocarci." 

Non si è verificato infatti che, nella grande guerra iniziatasi nel 
1914, una nazione europea, acciecata dalla rabbia dell'insuccesso nei 
suoi sforzi per soddisfare la sua sete di espansione territoriale e di do- 
minio dispotico in Europa, abbia mancato di "rispettare scrupolosamen- 
te" la neutralità che l'America aveva scelto e "si sia facilmente azzar- 
data a provocarci?" L'intervento americano nella guerra è avvenuto, ma 
il paese di Washington, che è rimasto fedele agli avvertimenti del suo 
Farewell address nel mantenere strettamente la sua neutralità nei con- 
flitti europei per centoventun anni, non si è affatto allontanato dai prin- 
cipii in esso tracciati; perchè fu soltanto nell'ora in cui soffrì la grave 
provocazione fatta a cuor leggero che in difesa dei suoi sacri "interessi 
guidati dalla giustizia" si trovò costretto ad uscire dal tradizionale sen- 
tiero della pace, e, dopo matura deliberazione, "scelse la guerra." 

IL MESSAGGIO DI GUERRA DEL PRESIDENTE WILSON. 

Fu nella storica seduta plenaria del Congresso, del 2 Aprile 1917, 
che il Presidente Wilson lesse il suo famoso messaggio di guerra del 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 32I 

Governo e del popolo degli Stati Uniti al Governo dell'impero teutoni- 
co, "naturale nemico d'ogni libertà." 

"L'attuale guerra tedesca — disse il Presidente — è una guerra 
contro l'umanità. E' una guerra contro tutte le nazioni. . . Non c'è di- 
stinzione: la sfida è lanciata a tutta l'umanità. Ciascuna nazione deve 
decidere da se stessa come debba accoglierla. Le ragioni nostre non 
saranno la vendetta o l'affermazione vittoriosa della potenza fisica della 
nazione, ma soltanto la rivendicazione del diritto, dell'umano diritto, 
di cui noi siamo solamente un singolo campione. 

"V'è una scelta che noi non possiamo fare, che siamo incapaci di 
fare. Noi non sceglieremo la via della sottomissione e non soffriremo che 
i più sacri diritti della nostra nazione e del nostro popolo vengan tenuti 
in non cale e violati. Le colpe contro cui noi, ora. ci stiamo schierando 
non sono colpe comuni; esse tagliano di netto le radici della vita uma- 
na. Il nostro proposito è di rivendicare i principii di pace e di giustizia 
nella vita del mondo contro il potere egoistico e autocratico e di ristabi- 
lire fra i popoli del mondo realmente liberi e governati da loro stessi 
tale un concerto di propositi e d'azione da assicurare quind'innanzi l'os- 
servanza di quei principii. 

"La neutralità non è ulteriormente possibile o desiderabile una 
volta che la pace del mondo è compromessa con la libertà dei popoli, 
e la minaccia a questa pace e a questa libertà giace nella esistenza di 
governi autocratici sostenuti dalla forza organizzata, controllata intera- 
mente dalle loro volontà e non dalla volontà del proprio popolo. . . 

"Noi siamo prossimi ad ingaggiar battaglia con questo naturale ne- 
mico della libertà, e, se necessario, profonderemo l'intera forza della 

nazione per fermare ed annichilire le sue pretensioni e la sua potenza 

Il mondo deve essere fatto libero alla democrazia. La sua pace deve 
essere basata sul garantito fondamento della libertà politica. A questo 
scopo noi possiamo dedicare le nostre vite e le nostre fortune, tutto 
ciò che noi siamo e tutto ciò che possediamo, con l'orgoglio di coloro 
che sentono essere venuto il giorno in cui l'America ha il privilegio di 
spendere il suo sangue e la sua potenza pei principii che le diedero 
vita e felicità e la pace di cui ha fatto tesoro. Iddio sti.i con lei — essa 
non può fare null'altro." 

L'ENTRATA IN GUERRA DELL'AMERICA. 

All'indomani della dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alla 
Germania Re Vittorio Emanuele inviò al Presidente Wilson il seguente 
messaggio : 

"La giustizia della causa per la quale popoli liberi dell'Europa 
combattono una lotta suprema ha avuto la sua più solenne consacra- 
zione dalla generosa e illuminata decisione che sotto la sapiente guida 
di V. E. il Popolo degli Stati Uniti d'America ha testé preso. 

"L'Italia, fedele ai principii che hanno presieduto al suo Risorgi- 
mento nazionale e alla conquista della sua indipendenza, ha preso le 



322 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



jùrmi contro quegli Stati che rappresentano appunto la negazione della 
Ubera convivenza delle nazioni. Quei principii stessi sono gloria comune 
della grande Repubblica nord-americana e della Nazione italiana, e la 
fratellanza delle armi che in nome di essa stringerà ormai i due popoli 
sarà base incrollabile di tanto operosa amicizia, arra sicura del trionfo 
che non può mancare ai combattenti per la causa della civiltà e del 

diritto. 

Vittorio Emanuele." 

Il Presidente degli Stati Uniti così rispondeva al messaggio del Re 
d'Italia: 

"// messaggio che or ora ho ricevuto da Vostra Maestà è giunto 
graditissimo come emanante lo spirito di vera fratellanza che anima i 
due grandi popoli che passarono entrambi attraverso il fuoco delle 
avversità per assicurare e mantenere la loro unione nazionale e per- 
petuare per se stessi e per i loro figli l'inestimabile retaggio della liber- 
tà popolare. I nostri popoli, americani uniti e italiani uniti, sono oggi 
come un ente solo per difendere il pieno godimento della libertà del 
genere umano, la costante sicurezza della vita nazionale, ed i loro sacri 
doveri come membri della famiglia delle nazioni. 

Woodrow Wilson." 

L'entrata nell'immane conflitto della nobile nazione americana fu 
salutata dall'Italia e dagli Alleati con il più grande entusiasmo e con 
un sentimento di immensa, riconoscente soddisfazione. L'America en- 
trava decisamente nella guerra non per fini egoistici, non per sete di 
guadagno, non per bisogno di acquistare o difendere territori, ma quasi 
contro le proprie tradizioni e contro ogni idea da essa accettata come 
regola di vita, e cioè unicamente perchè spintavi dall'infrenabile sete 
di giustizia e di libertà per tutti i popoli. La storia, quella vera e im- 
parziale che si scrive soltanto attraverso i secoli, registrerà come uno 
dei fatti più memorabili di quest'epoca che il Presidente degli Stati 
Uniti, dal Campidoglio di Washington.. si univa, a nome del suo grande 
popolo, a quegli stessi principii di giustizia e di diritto umano già. 
proclamati dall'alto del Campidoglio di Roma Eterna per spiegare la 
necessità storica della partecipazione dell'Italia alla trem.enda confla- 
grazione. 

"AMERICA IS TRANSFIGURED." — GABRIELE D'ANNUNZIO. 

Cinque giorni dopo la dichiarazione di guerra degli Stati Uniti alla 
Germania — il 7 aprile 1917 — tutti i giornali d'America recavano da 
Roma il seguente messaggio del più gran Poeta d'Italia, Gabriele 
d'Annunzio, al Popolo Americano: 

"Por the soul of Italy to-day the Capitol at Washington has become 
? beacon light. Now the group of stars on rhe banner of the great 
Republic has become a constellation of the spring, like the Pleiades; 
ù. propitious sign to sailors, armed and unarmed alike; a spiritual token 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



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324 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

for ali nations fighting a righteous war. I give the salute of Italy, of 
the Roman Capitol to the Capitol at Washington ; a salute to the people 
of the Union, who now confirm and seal the pledge that liberty shall 
be preserved. The spontaneous act consummated by the people of 
George Washington is a glorious sacrifice on behalf of the fiopes of 
ali mankind. 

"America has achieved a new birth. She has molded for herself 
a new heart. This is the miracle wrought by a righteous war, the 
miracle that unexpectedly to-day we of Italy see performed beyond an 
ocean dishonored by assassins and thieves. 

"Our war is not destructive. It is creative. With ali manner of 
gtrocities, ali manner of shameful acts, the harbarian has striven to 
ctestroy the idea which, until this struggle began, man had of man. 
The barbarian multiplied on the innocent infamous outrages inspired 
by hate, alternating senile impudence and brutal stupidity. The bar- 
barian ground heroism to earth. cast down the airy cathedrals where 
congregated the aspirations of the eternai soul, burned the seats of 
wisdom decked with the flowers of ali the arts; distorted the lineaments 
of Christ, tore off he garments of the Virgin. 

"Now once again we begin to bave hope of the nobility of man. 
Love's face is radiant, though its eyes are moist with tears, for never 
was Love so much beloved. Love overflows on ali the world like a 
brook in May. Our hearts are not large enough to gather it and to 
hold it. The people of Lincoln springing go their feet to defend the 
eternai spirit of man to-day increase immeasurably this sum of love 
opposed to fury, the fury of the barbarian. 

" 'Ah, liberty! Let others despair of thee. I will never despaìr 
of thee!' once cried your rugged poet. In this hope your nation arises 
to-day, in the north, south, east, west, to offer your strength, proclaim- 
ing our cause to be the noblest cause for which men bave ever fought. 
You were an enormous and obtuse mass of riches and power; now you 
f^re transfigured into ardent, active spirituality. The roll of your drums 
drowns out the last wail of cowardice. 

"Aprii 15 is the anniversary of Lincoln's death. From his sepul- 
chre there issue again the noble words which fell from his lips at Get- 
tysburg, on soil sanctified by the blood of brave men. Ali your states, 
north south, east, west, bear them. I say to you that 'this nation, under 
God, shall bave a new birth of freedom." 

Gabriele D'Annunzio." 

LA MISSIONE ITALIANA NEGLI STATI UNITL 

La Francia aveva inviato in America, subito dopo la dichiarazione 
di guerra della grande Repubblica alla Germania, il Maresciallo Joffre, 
il vincitore della prima battaglia della Marna, e René Viviani, ex-pre- 
sidente del Consiglio dei Ministri, e l'Inghilterra vi aveva inviato il 
suo Ministro degli Esteri, Balfour. Pochi giorni dopo, il 23 maggio 



ITALIA i?: AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 325 




S. A. R. il PRINCIPE DI UDINE e il Sindaco di New York, 
JOHN PURROY MITCHEL. 



326 C'NQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

1917, giungeva a Washington la Missione Italiana, alla cui testa era 
S. A. R. il Principe di Udine e ne facevano parte il Senatore Guglielmo 
Marconi, l'illustre inventore della telegrafia senza fili; S. E. Enrico 
Adotta, Ministro dei Trasporti ferroviari e marittimi; l'on. marchese 
Luigi Borsarelli, sottosegretario agli Esteri, e gli ex-Ministri Francesco 
Saverio Nitti e Augusto Ciuffelli. Compito altissimo della Missione 
era quello di portare al libero popolo d'America il saluto, fatto di ammi- 
razione e di gratitudine, del libero popolo d'Italia e di stringere sempre 
più con esso i legami saldi della guerra ed i rapporti duraturi della 
pace. Ai delegati illustri della nostra patria furon fatte amichevoli e 
cordiali accoglienze dal Governo e dal popolo degli Stati Uniti, e feste 
lietissime, entusiastiche dai connazionali immigrati. Il viaggio in Ame- 
rica della Missione Italiana fu un avvenimento di carattere interna- 
zionale, perchè rese più cordiale l'intesa stabilitasi fra Roma e Wash- 
ington; di carattere nazionale perchè valse ad avvincere sempre più 
alla patria lontana la grande famiglia italiana trapiantata in questo 
continente. Tra un avvenirriento e l'altro, registrato ed esaltato dalla 
stampa americana ed italiana, si crearono, fra i due paesi divisi dal- 
l'oceano, scesi in guerra l'uno a fianco dell'altro per una identica causa, 
rapporti nuovi di simpatia e di alleanza, si cementarono rapporti anti- 
chi che sembravano rotti od obliati o che, per lo meno, avevano bisogno 
di rinfrescarsi con la riabilitazione del favore popolare, si gettarono 
semente promettitrici di più benefìci e copiosi frutti. 

Il 24 maggio, secondo anniversario dell'entrata dell'Italia nell'im- 
mane conflitto, il Presidente Wilson ricevette alla Casa Bianca i membri 
della nostra Missione. II Principe di Udine era in alta tenuta di capitano 
di vascello, col Collare dell'Annunziata, e consegnò al Capo della Re- 
pubblica la lettera autografa affidatagli da Re Vittorio, con queste pa- 
role: 

"Sono ben fiero, Signor Presidente, io che discendo da una Casa 
che non intese mai il potere regale senza la massima libertà del suo 
popolo, di essere stato scelto, coi Signori che cornpongono questa 
Missione, a recarvi il saluto d^l mio Re e Cubino. 

"Voi leggerete ciò che il Re d'Italia, sicuro interprete del Paese, 
vi esprime. Consentite però che io vi dica la mia somma simpatia e la 
mia alta ammirazione per questa così grande e nobile Nazione. 

"lo traggo lieto auspicio per la mia vita di Italiano, di marinaio e 
di Principe dall'avere l'alta ventura di essere, con i miei colleghi che 
il Governo scelse fra i degni, come il simbolo e V esponente di una antica 
aspirazione nostra e di potervi esprimere la soddisfazione che l'Italia 
Si trovi unita in fratellanza, ora di armi, sempre nell'avvenire di senti- 
menti e di opera di civiltà col Popolo Americano." 

II Presidente così rispose: 

"Con tanto maggior piacere vi diamo il benvenuto in questo paese, 
in quanto sappiamo, come Vostra Altep'za or ora ha detto, che le ten- 
denze della Corte italiana, come sono rispecchiate nelle azioni e nel 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



327 




328 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

pensiero di Sua Maestà il Re, così sono orientate verso la libertà e la 
democrazia. Questo paese deve molto all'Italia, e noi siamo stati sempre 
lieti di accogliere amichevolmente e di onorare i vostri compatrioti che 
contribuirono così largamente al progresso della democrazia americana 
ed hanno sempre dato prova della loro lealtà e fedeltà verso il Governo 
e verso la cittadinanza che qui vennero ad adottare. Sopratutto valu- 
tiamo le relazioni di camaraderie che la presente lotta per l'ideale co- 
mune in questa guerra ha sviluppato fra i nostri dve paesi. Il grave prezzo 
dì miserie e di durezze che questa guerra costa sarà largamente com- 
pensato se riusciremo a cementare le relazioni dì amicizia e di fratellan- 
za tra le grandi democrazie del mondo." 

Ecco il testo del messaggio del Re d'Italia al Presidente degli Stati 
Uniti: 

"La Missione, della quale è a capo mio cugino il Principe di Udine, 
vi reca, insieme col mio cordiale saluto, il saluto fervidissimo di tutto 
il popolo italiano, che antichi vincoli di amicizia e di concorde attività 
sempre unirono a codesto libero, possente paese del quale tanti italiani 
conoscono l'ospitalità e serbano, tornando in patria, inestinguibile 
ricordo. 

La vostra alta parola in nome della giustizia fra le nazioni, che è 
sembrata la parola stessa di Roma antica e Immortale, commosse pro- 
fondamente il cuore del popolo italiano, che ne trasse pia viva la fede 
in una umanità rinnovata e fatta migliore. 

Informandosi ai medesimi principi, da Voi luminosamente procla- 
mati, l'Italia entrò in guerra, a difesa del diritto nazionale violato e 
dell'umanità offesa, entrò in quella medesima guerra nella quale ora 
Voi portate, insieme con nuova luce morale, nuove forze di poderoso 
valore, atte a far sicura la vittoria del diritto e della libertà e ad affran- 
care i mari dalla più iniqua delle barbarie. 

L'Italia è scesa in campo mossa dalla sua fede nei diritti della 
civiltà, mossa dal suo dovere nazionale di redimere gli Italiani oppressi 
da un dominio straniero che troppo a lungo e troppo implacabilmente 
volle togliere ad essi ogni soffio di vita italiana; l'Italia scese in campo 
per rivendicare e ristabilire le condizioni necessarie alla sua sicura e 
compiuta esistenza. 

Spunta l'alba di una nuova èra nella storia della umanità. Voi non 
solo proclamaste la giustizia della nostra guerra, ma già preannunziaste 
le garanzie di quella pace duratura che deve raccogliere tutte le umane 
famiglie in nuovo felice consorzio, consacrato dal trionfo del diritto, 
dal progresso del sapere, dalla prosperità del lavoro. 

La nazione americana e la nazione italiana hanno pari quei senti- 
menti, quegli intenti e quelle istituzioni, che caratterizzano e garenti- 
scono.ai dì nostri la vita e l'ascensione della democrazia, nerbo di tutte 
le libertà politiche, infrangibile vincolo sociale per l'umano progresso. 

Sia, dunque, il saluto, che in nome dell'Italia Vi mando, presagio 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 329 

dì vittoria e auspicio della unione, da Voi così altamente preconizzata, 
dei popoli civili nella pace della giustizia e della libertà. 

La sera del 24 maggio ebbe luogo alla Casa Bianca il pranzo uffi- 
ciale offerto dal Presidente, cui fece seguito un grandioso ricevimento. 

LA MISSIONE ALLA TOMBA DI WASHINGTON. 

Nel pomeriggio del 27 la Missione Italiana visitò la Tomba di 
Washington, a Mount Vernon, a bordo del yacht presidenziale May-flow- 
er. Vi parteciparono, col Principe di Udine e con i Commissari, l'Amba- 
sciatore d'Italia, tutti i Segretari del Gabinetto, lo Speaker della Camera 
dei Rappresentanti, ambasciatori e ministri, ammiragli, generali ed alti 
funzionari. La cerimonia si svolse con severità e solennità insieme. 
Così ne scrisse nel Carroccio il pubblicista Agostino de Biasi ammesso 
H parteciparvi: 

" . . . . Il Mausoleo di Washington, tutto verde di tralci fioriti, soli- 
tario e cupo, oggi rifulge di singolare luce. Ogni j5ensiero di morte pare 
che evada dal solitario luogo: vi si respira ampia aura di vita. Accanto 
alla bandiera a stelle e a striscio della democrazia americana rifulge 
quella tricolore dell'Italia nostra. Un fascio di raggi di sole irrompe di 
fra la chioma dell'albero secolare che protegge il Mausoleo, a ravvivare 
i colori italiani. Quei raggi su quella bandiera! Quale augurio! Cose 
immense dicono! La bandiera del Regno d'Italia che sventola sul fronte 
della Tomba di Washington! 

Quattro marinai italiani in divisa -^- bellissimi di gioventù e di 
forza — reggono la grande corona di bronzo di Re Vittorio, che stacca 
sul peluscio rosso le sue foglie di quercia e d'alloro, la Stella d'Italia 
al sommo. 

Attorno al Principe e ai Delegati Italiani si fa circolo. 

Il ministro Daniels rivolto agli astanti dichiara che volentieri la 
Tomba di Washington, chiusa a tutti i visitatori, gli Stati Uniti la 
aprono, in questa eccezionale occasione, al Principe ed ai Delegati 
d'Italia. 

S'avanza a parlare poi il Principe Ferdinando, che a voce alta e 
chiara legge in inglese questo discorso: 

Noi veniamo oggi, in devoto pellegrinaggio, alla Tomba del vostro 
grande Eroe nazionale. La corona che siamo venuti a deporvi e che ab- 
biam portato da Roma è di quelle che solevansi offrire agli eroi romani: 
essa rappresenta l'omaggio iella Nazione Italiana all'Uomo che simbolizza 
lo più pure tradizioni e le più nobile aspirazioni Jello spirito americano. 

Ma il fatto, che siamo qui oggi radunati, è sincera testimonianza della 
purezza dei nostri sentimenti e della nobiltà dei nostri sacrifici. Esso è 
prova inoltre dei sentimenti profondi che dominano gli eventi e soffocano 
il cordoglio. Come i marinai, nella notte di tempesta, fissano innanzi lo 
sguardo verso una luce lontana ch'essi possono raggiungere soltanto con 
faticosi e difficili sforzi, così noi, oggi, volgiamo i nostri occhi verso gli 
Eroi nostri. 



330 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Una sì terribile guerra e così profondi dolori non possono non avere 
benefici risultati per l'umanità. Noi «entiamo che, per raggiungere e sta- 
bilire una più completa vita umana ed una nobile unione dell'umanità, 
dovremo lasciarci governare, nei riguardi di tutte le nazioni e in quelli 
stessi dei nostri nemici, da quell'alto senso di giustizia cui costantemente 
si inspirò il vostro Eroe. 

Perciò noi veniamo alla sua Tom.ba per cercarvi purificazione. La sua 
nobile ed austera figura ci ammonisce che noi dobbiamo sopportar tutto 
in guerra, che dobbiamo sempre essere audaci, che non dobbiamo giammai 
rifuggire da qualsiasi sacrificio. Egli soggiogò forze che apparivano in- 
vincibili: Egli non esitò di fronte a nessun pericolo e non vi fu alcun osta- 
colo, per quanto grave, che lo arrestasse. Ma conseguita la vittoria, Egli 
volle il trionfo della democrazia e della giustizia. Ugualmente compirono 
l'opera loro i nostri Eroi. I loro nomi sono sacri a voi come i nomi dei 
vostri sacri Eroi lo sono a noi. 

Ed oggi, sulla Tomba di Giorgio Washington, mentre riaffermiamo 
li nostro impegno di non esitar giammai in guerra, e di offrire alla nostra 
giusta causa le nostre fortune e le nostre stesse persone, noi affermiamo 
anche, nel modo piii solenne, che noi consideriamo questa guerra come la 
necessaria "via dolorosa" che ci condurrà alla giustizia ed alla pace uni- 
versale. 

Desidero io stesso rendermi interprete di questi sentimenti dai quali 
la Casa di Savoia ha costantemente derivata la sua forza e che formano 
oggi il suo prestigio. In nome del mio augusto Cugino, il Re d'Italia, e 
rei nome di tutto il popolo italiano, io desidero dichiarare solennemente, 
in questo luogo sacro alla Nazione americana, che non deporremo le 
armi sino a che la nostra libertà e la libertà dei popoli che con noi sof- 
frono non saranno rese sicure da qualsiasi sorpresa o violenza. Nello 
stesso tempo affermo che la nostra vittoria dev'esser vittoria del progresso 
e della giustizia. 

Che lo spirito di Giorgio Washington vegli su noi e ci illumini nella 
via della vittora! — 

Indi s'avanza a parlare Marconi. Egli legge speditamente l'inglese. 
Dice in un punto che gli alti ideali di giustizia umana che inspirarono 
la vita di Washington e che gli diedero fede a sormontare ogni ostacolo 
ed a vincere, sono quelli stessi pei quali oggi le nazioni alleate debbono 
combattere. 

L'amicizia dell'America — continua il grande Italiano, il Primo degli 
Emigrati — è cara e preziosa a tutti gli Alleati. Italiani ed Americani 
hanno dovuto combattere e combattere aspramente prima di acquistare 
i propri diritti e la propria indipendenza. Milioni di Italiani hanno go- 
duto e godono l'ospitalità dell'America, hanno contribuito e contribuiscono 
allo sviluppo e al progresso di questo paese, hanno potuto apprezzare la 
sua libertà. Ecco perchè siamo venuti in pellegrinaggio a questo storico 
monumento: per rendere omaggio alla memoria del vostro grande soldato 
e statista il quale, primo in guerra, fu anche primo in pace, come è primo 
nei cuori dei suoi connazionali. 

Indi il Principe oltrepassa il cancellotto, e, aiutato dai marinai, 
poggia la corona sul basso sarcof?j»o di George Washington. Diversi 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



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332 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

minuti di silenzio raccolto. Il Principe è visibilmente commosso; ora 
ha lo sguardo a sinistra, sul sarcofago di Martha, la dolce compagna 
del Grande Presidente " 

LE DUE VISITE DELLA MISSIONE AL CONGRESSO. 

Ma l'evento più importante della venuta della Missione Italiana in 
America fu la visita ufficiale da essa fatta, ad invito dei due rami del 
Congresso, al Senato ed alla Camera dei Rappresentanti in sessione. 
La visita al Senato ebbe luogo nel pomeriggio del 31 maggio e fu ca- 
ratterizzata da austera solennità. In essa, per la prima volta durante 
la guerra, un'altissima autorità della Repubblica, il vice-Presidente 
Marshall, presidente di diritto del Senato, pronunciò la frase signifi- 
cantissima, accolta dagli applausi fragorosi dell'assemblea e del pubblico 
che gremiva le tribune: the House of Hapsburg must be destroyed (la 
Casa degli Absburgo deve essere distrutta) ; e ciò parecchi mesi prima 
che il Governo degli Stati Uniti dichiarasse puerra all'Austria. Ecco il 
breve discorso col quale il Presidente dell'alto consesso presentò al 
Senato S. A. R. il Principe di Udine: 

— Senators, it will perhaps rejoice you hereafter to remember that 
u'ithin a very few days you have had the honor and pleasure of particip- 
ating in three great historic scenes. For myself I may say that I am 
very glad the distinguished visitors and myself both belong to posterity 
rather than to ancestry, for I have a historic recollection that some 1900 
years ago the ancestors of these distinguished gentlemen were pursuing 
through the Island of Britain my ancestors clad in sheepskin. 

I am glad that I have lived in a time when the eagles of the. Senate 
and the people of Rome come in peace to visit the American Eagle in 
the Senate of the United States. (Applause). 

History sometimes reverses itself and sometimes repeats itself. 
When Rome stood exclusively for power and ^ought to bring the habit- 
able globe under her control she never quite succeeded in conquering 
the Belgian People. Nineteen hundred years after that failure the 
Roman people have concluded that what Rome as the represantives of 
power could not do no other repr esentai iv e of power shall ever be 
permitted to do. (Applause). 

History repeats itself in other instances. When I was trying to 
ascertain the history of this great people, digging it out of the originai, 
I learned as I pronounce it in the Hoosier Vulgate, that one of the great 
Romans closed each of his addresses in the Roman Senate with this 
remarkable statement: "Ceterum censeo Carthaginem esse delendam". 

History, I hope, again repeats itself in that the people of the. 
sevenhilled city beside the Yellow Tiber have resolved that for them- 
selves and for humanity the House of Hapsburg must be destroyed. 
(Loud Applause). 

It is my honor and my pleasure to present to you the represent-^ 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



333 




334 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

ative of the Sovereign and the people of Italy, tre Prince of Udine. 
(Loud Applause). — 

S. A. R. il Principe di Udine, salutato da uno scroscio di applausi, 
pronunciò in inglese il seguente discorso: 
"Signor Presidente, Signori Senatori, 

"Grande io considero l'onore che voi fate alla missione di S. M. il 
Re d'Italia accogliendola nel vostro Congresso: grandissimo per me l'o- 
nore e la soddisfazione di rivolgere il saluto del mio Paese e di parlare 
ili quest'assemblea gloriosa, che mai dimenticò le nobili tradizioni della 
democrazia e i principi di libertà nel cui nome sorse. Vi sono popoli che 
in queste ore di pericolo, in cui l'assolutismo militare è una minaccia per 
tutti, hanno dimenticato antiche e recenti rivalità e si sono uniti nel co- 
mune pericolo per la comune salvezza. Noi siamo in una condizione più 
fortunata. Tra gli Stati Uriti d'America e l'Italia non vi è stata mai 
causa alcuna di conflitto, così nella vostra e nella nostra storia non vi è 
alcuna pagina che occorra, in quest'ora di unione, dimenticare. La nostra 
unione presente non è l'oblìo di alcuna guerra, di alcuna rivalità, di alcun 
contrasto. Se nulla unisce piìi gli uomini che lottare per lo stesso ideale e 
affrontare le sofferenze e i pericoli di una grande guerra per la causa 
della giustizia e dell'umanità, noi dobbiamo constatare che questo nuovo 
e pili grande vincolo è per noi un legame maggiore di simpatia e di 
solidarietà che si aggiunge a quelli che avevamo. 

"Questa condizione di una lunga amicizia senza contrasti, di una 
unione senza diffidenza, di un avvenire senza nubi, è anche resa migliore 
dal fatto che noi siamo in guerra, voi e noi, non perchè un pericolo immi- 
nente ci abbia minacciati, ma per gli stessi ideali di umanità e di giu- 
stizia. Sono quasi tre anni che l'Europa è stata, senza giustificato motivo 
e forse anche senza alcun motivo, fuori della volontà di un piccolo gruppo, 
di una monarchia militare, gittata nel piià grande conflitto che la storia 
umana ricordi. La lotta è stata trascinata anche fuori d'Europa, ed ora 
tanta parte dell'umanità è immersa nei lutti e nelle angosce di una guerra 
che non voleva ed a cui non credeva. Tante ricchezze, frutto di un lung( 
lavoro e di lunghe sofferenze, sono state distrutte e tante nobili vite, 
cui si aprivano le speranze dell'avvenire, sono state innanzi tempo recise. 
Noi non possiamo pensare a questo spettacolo di distruzione senza dolore 

"Voi avete fatto le vostre guerre per l'indipendenza e per la libertà. 
I vostri generosi eroi sono stati Giorgio Washington, Thomas Jefferson, 
Abraham Lincoln, eroi umani, fari luminosi del pensiero, che considera- 
rono con nobile bontà anche gli avversari. Noi abbiamo dopo tante vio- 
lenze di gente straniera conquistato la libertà e l'indipendenza, i nostri 
eroi che intorno a Vittorio Emanuele II hanno dato all'Italia l'unità e la 
Lbertà sono stati Camillo Cavour Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Maz- 
zini, cavalieri dell'Ideale, uomini dell'umanità piìi che del loro paese, glorie 
purissime della democrazia del mondo 

"Voi avete aspettato, per intervenire, che la violenza e l'offesa e il 
delitto fossero pivi manifesti. Quando la vostra bandiera, di cui le stelle 
crescenti indicano la crescente prosperità ed i trionfi del lavoro americano, 
quando la vostra bandiera, sempre e universalmente rispettata, è statf 
offesa, voi non avete piìi esitato, la vostra grande voce è giunta sino a 
noi, come una parola di promessa e di fede. Il vostro popolo ha coloniz- 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 335 



zato immense terre, ha creato industrie potenti, ha stabilito traffici sem- 
pre crescenti nella scienza e nel lavoro; voi portate l'entusiasmo della 
giovinezza nazionale. I nostri nemici sanno che nella guerra che insanguina 
l'Europa e intristisce la terra, voi metterete un contributo enorme di 
uomini, di ricchezze e di forza. 

"Di questa adesione nobilissima, fatta senza scopi di conquista e 
senza preoccupazione di beni materiali, noi vi saremo sempre grati. Ma, 
o signori, voi ci avete portato, voi ci portate oggi un bene assai pivi grande 
che aiuti di uomini, di ricchezze, di alimenti; voi ci portate il sacro rico- 
iioscimento del nostro diritto, la fiducia morale e la convinzione, anzi la 
fede che la nostra causa è santa, che le democrazie libere e anche la più 
grande tra esse hanno i nostri sentimenti, la nostra anima, le nostre 
speranze. Quale bene incomparabile sia questo sentimento io non devo 
dire a voi, uomini forti, che non avete esitato ad entrare nel turbine della 
gTierra e a preferire la via dolorosa del dovere al quietismo rassegnato 
e indifferente 

"Proclamando che il diritto è al disopra della pace, che i Governi 
autocratici appoggiati sulla forza delle armi sono una minaccia alla civiltà, 
affermando la necessità di garantire la sicurezza delle democrazie e del 
mondo, proclamando i diritti delle piccole nazioni a vivere e a prosperare, 
l'America era, o signori, per mezzo del suo Presidente, ha acquistato un 
titolo di benemerenza che la storia non dimenticherà mai. Voi avete deciso 
di partecipare alla guerra non per sìibito impulso, ma dopo averne veduto 
tutta l'estensione e misurato tutto l'orrore. E potendo scegliere libera- 
mente tra il quietismo di una pace rassegnata al male e il dolore della 
partecipazione che chiederà sacrifici di ricchezze e di vite, non avete esitato. 

Le stesse dimostrazioni cordialissime che furono fatte alla Missione 
Italiana nell'aula del Senato di Washington si ripeterono due giorni 
dopo, il 2 giugno, alla Camera dei Rappresentanti, che, su proposta 
dell'on. Fiorello La Guardia, deputato di New York, aveva -in anteceden- 
za deciso all'unanimità di invitar a parlare il Principe di Udine. Lo 
speaker, Champ Clark, presentò con nobili parole il Capo della Missione 
Italiana, ed il Principe di Udine, salutato da unanimi applausi, lesse 
in inglese il seguente discorso: 
"Signor Presidente, Signori del Congresso! 

"Nessuno apprezza piìi di me e dei miei colleghi l'onore del vostro 
invito. Parlare in un momento in cui si decidono i destini dell'umanità 
nell'assemblea della piìi grande fra le nuove democrazie e parlare della 
guerra, cioè del nostro destino e del vostro, portare a voi il saluto dei fra- 
telli lontani che in- nome dello stesso ideale combattono ai piedi delle Alpi 
nevose, nelle trincee insidiate, dire a voi il nostro sentimento e parlare 
al vostro sentimento, sono per me ragioni di legittimo orgoglio, di grande 
trepidazione {lunghissimi applausi) . In questo nostro breve soggiorno noi 
abbiamo trovato dovunque la piìi festosa accoglienza, la piìi amichevole 
cordialità in quanto non erano solo voci amiche, ma anime che accoglie- 
vano. Noi ne siamo commossi, sappiamo, signori, che tanta cordialità di 
sentimenti, tanta amicizia benevola riguardano assai più che le nostre 
persone il nostro bel paese lontano, il nostro paese di cui ogni zolla è 
sacra per la grandezza e per le sue sofferenze del passato, per la parte 



336 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

nobilissima che ha avuto sempre nel pensiero e nella storia umana. Ma 
la vostra grande repubblica dandoci così forte ospitalità onora ancor più 
ciò che in questo momento è a noi più sacro, lo sforzo dei soldati d'Italia, 
i'. sacrificio nobilissimo di tante giovani esistenze che combattono per la 
patria e per la civiltà, in un ideale che è vostro e per un programma che 
voi amate (fragorosissimi applausi). 

"In nome dei soldati d'Italia, in nome di quanti combattono sui monti 
e nei piani e sui mari infidi, in nome di essi cui le vostre voci amiche 
giungono attraverso l'oceano come parole di speranza e di fede, io vi 
ringrazio dal fondo dell'anima ( lunghissimi applausi) 

"Il Presidente Wilson ha detto che per gli americani il diritto è più 
prezioso della pace e che l'America è lieta di dare il suo sangue per quei 
principii in nome di cui nacque (applausi). Per gli stessi principii noi 
siamo disposti ad ogni sacrificio, ad ogni dolore (applausi vivissimi). Noi 
combattiamo una terribile guerra; i nostri nemici l'avevano preparata 
lungamente: tutto era predisposto per essa e noi vivevamo fiduciosi nella 
pace e cercavamo di contribuire all'elevazione del nostro popolo e al pro- 
gresso della nazione, senza quasi prevedere le nuvole fosche che in breve 
ora si addensarono sul nostro capo. Noi siamo entrati in guerra quando 
abbiamo veduto che non vi era posto per i neutrali e che la neutralità 
non era possibile e non era desiderabile quando la libertà di tutti i popoli 
democratici era minacciata e si trovava in giuoco la esistenza stessa delle 
nazioni libere. 

"Da allora non abbiamo esitato dinanzi ad alcun pericolo, e ad alcun 
dolore (lunghissimi applausi). Il lungo fronte del nostro teatro della 
guerra presenta per noi condizioni assai difficili. Il nemico dispone e ha 
disposto finora di posizioni migliori, ha scavato trincee profonde, ha na- 
scoste le sue artiglierie in formidabili montagne. Noi siamo costretti a 
lottare a 2000 e 3000 metri d'altezza, in siti dove pareva che ogni lotta 
fosse impossibile. Noi ci troviamo soli sul nostro fronte lunghissimo e 
insidiosissimo; ogni passo che noi facciamo, ogni progresso che noi com- 
piamo è costato grandi dolori e grandi sacrifici. L'entusiasmo dei nostri 
soldati ha dovuto trionfare spesso fra i ghiacci delle Alpi e le insidie del 
fronte orientale di difficoltà che parevano invincibili. 

"Ma la fede profonda che è in noi mantenne vive le nostre forze (tutti 
i deputati sorgono in piedi e applaudono lungamente). Noi dobbiamo, noi 
dovremo vincere altre difficoltà, altre insidie. La natura che ci dette la 
trasparenza del cielo e la dolcezza del clima, negò a noi quasi intieramente 
i due diamanti neri dell'industria moderna, il carbone e il ferro. Così 
l'industria italiana, nella sua formazione ha dovuto nell'origine superare 
ostacoli che parevano invincibili. Gli immensi tesori delle acque cadenti di 
cui l'Italia è ricchissima, occupando uno dei primi posti nel mondo, noi 
abbiamo finora potuto utilizzare solo in parte e costituiscono grandi ri- 
serve dell'avvenire. L'insidioso nemico che aveva a lungo preparato armi 
di guerra, non avendo ottenuto la vittoria militare cerca ora colla guerra 
dei sottomarini di rendere difficile la nostra esistenza e far mancare gli 
alimenti, e sopratutto il carbone all'Itulia, necessario per le munizioni, 
per le ferrovie, per le industrie. 

"Signori! Le parole che S. M. il Re d'Italia primo tra i nostri -soldati, 
ha voluto scrivere al vostro Presidente, esprimono il sentimento suo e di 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 337 

tutto il popolo. Quando domani 11 telegrafo porterà in Italia la notizia che 
il vostro Congresso, espressione della volontà del popolo americano, ha 
voluto dare alla nostra missione il supremo onore di accoglierla nel suo 
seno, le vostre voci amiche giungeranno lontano fin dove si combatte e si 
soffre e nelle trincee, ai piedi dell'Alpi solenni, dove la lotta è più aspra e 
dove passa ogni giorno la morte, passerà come un fremito di gioia e di 
speranza: gioia dell'unione sincera, speranza della sicura vittoria." 

Chi scrive questi ricordi era presente alla memorabile, storica se- 
duta. Alla fine del magnifico discorso del Principe tutti i Congressmen, 
in piedi, applaudirono lungamente e fragorosamente. Gli hurrah all'Ita- 
lia echeggiarono più volte da tutti i settori della Camera. Le ultime frasi 
del discorso furono pronunciate fra la generale commozione ed ogni 
parola, si può dire, veniva acclamata. Lo speaker, in piedi, dava il 
segnale degli applausi. Parecchie centinaia di persone che gremivano 
le tribune applaudivano anch'esse entusiasticamente; e le signore agi- 
tavano i fazzoletti acclamando all'Italia. Alla seduta erano presenti 
quasi tutti i membri della Camera, compresi il rappresentante valoroso 
della nazionalità italiana, on. La Guardia, e Miss Rankin, la prima 
donna che il voto popolare abbia chiamato al supremo potere legislativo 
in America. Quindi lo speaker invitò a parlare Guglielmo Marconi, 
qualificandolo: una delle glorie viventi delV umanità, illustre e bene- 
merito inventore della telegrafia senza fili. L'insigne scienziato italiano 
fu fatto segno ad una interminabile ovazione allorché dichiarò che 
doveva all'America massimamente il successo della sua scoperta, e rese 
omaggio altissimo ai sentimenti di giustizia e di sincerità dai quali è 
sempre animato il popolo degli Stati Uniti. Fu una vera giornata trion- 
fale per l'Italia quella in cui i suoi illustri rappresentanti poterono con- 
statare come il gran cuore della Nazione di Washington e di Lincoln 
battesse all'unisono, in un'ora tremenda nella storia dell'umanità, col 
gran cuore della terra di Garibaldi e di Mazzini. 

Dopo Washington, alla Missione Italiana erano serbate feste ed 
onoranze significantissime in altre città degli Stati Uniti da essa visitate: 
Atlanta, Ga.; New Orleans, La.; Memphis, Tenn.; St. Louis, Mo.; 
Burlington, lowa; Chicago, 111.; Pittsburg, Pa.; Filadelfia, Pa.; New 
York e Boston. A descrivere l'entusiasmo col quale autorità, cittadini 
americani ed italiani accolsero ovunque gli ospiti insigni prodigando 
loro feste veramente trionfali, occorrerebbe un intiero e grosso volume. 

"ITALY SAVED EUROPE FROM THE TEUTONIC DOMINATION." 

Durante le feste memorabili prodigate dalla cittadinanza new- 
yorkese alla missione Italiana, in un sontuoso banchetto offerto agli 
ospiti insigni nell'aristocratico Waldorf Astoria, dopo i discorsi entusia- 
stici del Sindaco Mitchel e dell'illustre prof. Nicholas Murray Butler, 
presidente del Comitato Cittadino, Guglielmo Marconi fece, per la prima 
volta durante la guerra, le sensazionali rivelazioni, che, da quel giorno 
— 22 giugno 1917 — divennero di dominio pubblico: che l'Italia, cioè. 



338 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

nei primi giorni dell'agosto 1914. dichiarando la propria neutralità 
r.veva salvato la Francia e l'Europa dalla dominazione teutonica, ren- 
dendo possibile la prima vittoria della Marna. Ecco le testuali parole 
pronunciate dall'illustre inventore della telegrafia senza fili, che pro- 
dussero una enorme, profonda impressione nei numerosi ed eletti com- 
mensali — il fiore della cittadinanza e della Colonia italiana della 
Metropoli — e che furono riprodotte, l'indomani, con commenti impron- 
tati a vivo entusiasmo per l'Italia, da tutta la Stampa degli Stati 
Uniti : 

— Germany knew that ive xvould not Join her in her savage attack 
vpon the liberty of Europe. Her game was far deeper and more 
ireacherous. She wished that Italy should leave France in doubt as 
to her intentions. On the morning of July 30th. 1914, the day before 
that on which Germany was to declare war upon Russia and two days 
before her declaration of war upon France, the minisi er San Giuliano 
Tfiade known to the French ambassador. Barrare, that Italy would not 
take pari with Germany in a war of aggression. 

This Information was immediately tele^raphed to Paris, but it 
was not sufficient to entirely reassure France, there being as yet no 
officiai declaration of neutrality on our part. 

On August 2nd, 1914, three days before England declared war 
upon Germany the Italian government decided for neutrality. 

The news was immediately communicated to our chargè d'affaires 
at Paris, since the ambassador ivas absent. The telegram arrived at 
one o'clock in the morining. Without hesitating a moment the chargè 
daffaires ivent to the president of the council, Viviani, at that very 
undiplomatic hour. When he entered, the president turned pale and 
started back, feeling sure that only the decision of Italy to throw in 
her lot with Germany would have caused the Italian diplomatist to 
come to him at that hour. When he had read the telegram, the president 
could not restrain his emotion. 

In less than half an hour Viviani had already ordered the mobi- 
lization of almost a million men whom France would otherwise have 
been obliged to keep upon the eastern and southern frontiers to protect 
herself from a possible attack on the part of Italy. TJiat million of men 
arrested the advance of the Germans, won the battle of the Marne, and 
saved France from being crushed under the savage heel of German 
militarism. Had there been vacillation, the least hesitation on the part 
of Italy, had there been one Italian statesman who attempted to do one 
tenth part of what Bismark did when he altered the words of the famous 
telegram of Ems by that means bringing abcat the Franco-Prussian war, 
France would not have dared to withdraw a single man from the Italian 
frontier, and the history of the world would be differently written. 

Is there anyone who, after what I have saia, cari doubt that thè 
action of Italy was the decisive factor in the war?— 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



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340 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



IL "FOURTH OF JULY" IN CAMPIDOGLIO. 

Per la prima volta nella storia delle relazioni fra l'Italia e gli Stati 
Uniti, l'anniversario dell'indipendenza americana, il 4 Luglio 1917, fu 
solennemente celebrato nel glorioso Campidoglio di Roma^ alla presenza 
dei Ministri del Re, dei rappresentanti del mondo politico, intellettuale e 
sociale della Città Eterna e di illustri ospiti d'America, con a capo S. E. 
l'Ambasciatore Thomas Nelson Page. 

Presiedeva il venerando Paolo Boselli, presidente del Consiglio dei 
Ministri. La cerimonia, fatta per concorde iniziativa dell'Unione Italo- 
Americana, della Trento e Trieste e delV Istituto Coloniale Italiano, ebbe 
successo entusiastico e diede luogo a vibranti dimostrazioni verso la 
grande Confederazione americana. Prima di presentare i diversi oratori, 
S. E. Boselli disse, fra l'altro : 

"La civiltà progrediente degli ultimi due secoli apprese da Washing- 
ton come i popoli combattano e vincano per la propria indipendenza e 
come le società democratiche si sappiano costituire in vigoroso stato di 
ordine e di libertà, e sentì da Lincoln la magnanima parola che si levò 
alta a proscrivere la schiavitù dall'umano consorzio. 

"L'Italia onora stasera in Roma la grande Repubblica americana 
rievocando le glorie della missione civile ch'essa adempie nel mondo. 
In questo Campidoglio, lume di una civiltà immortale, giova affermare 
i principii della nuova civiltà destinata a consacrare le rivendicazioni 
nazionali nella pace del diritto e della libertà." 

Quindi prese la parola il Sindaco della Città Etema, Principe Co- 
lonna, il quale disse: 

"L'intervento degli Stati Uniti prova chiaramente che la guerra 
odierna è la grande lotta per la libertà umana, è la più giusta che forse 
sia stata mai combattuta per il diritto e la libertà dei popoli. Trascinan- 
do gli Stati Uniti in questa guerra sanguinosa, la Germania ha dato 
all'immane conflitto un significato completo: essa consacrava solenne- 
mente la reazione della coscienza umana contro l'autocrazia militare. 
Era doveroso che quest'avvenimento avesse una solenne affermazione 
di solidarietà su questo Campidoglio, che della civiltà e del diritto fu 
culla venerata, ed io sono superbo di portare il saluto di Roma alla 
grande Nazione Nord-Americana che con noi volle dividere i disagi ed 
i sacrifici di questa guerra liberatrice... L'Italia, che, come l'America, 
volle liberamente partecipare a questa guerra di liberazione, l'Italia 
guarda con orgoglio alla sorella al di là dell'Oceano, che seppe levarsi 
fieramente a difesa dei più sacri diritti dell'umanità. 

"Guardando a questo luogo, che attraverso le umane vicende fu 
meta di tanti trionfi per la civiltà antica, voi voleste che anche sulla 
vostra terra sorgesse un Campidoglio che splendesse come faro lucente 
della moderna civiltà. Le due luci oggi si fondono in una sola fiamma 
per illuminare il mondo sulla via dell'avvenire. Al loro fuoco inestin- 
guibile noi riscaldiamo i nostri cuori, illuminiamo le nostre anime, e la 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



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CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



vittoria non potrà mancare, perchè ogni brutale violenza s'infrange ine- 
sorabilmente innanzi alla forza del diritto e della giustizia." 

ROMA E L'ITALIA ESALTATE 
DALL'AMBASCIATORE DEGLI STATI UNITI. 

Dopo altri discorsi pronunciati 
dall'on. Maggiorino Ferraris, Sena- 
tore del Regno, da S. E. il Ministro 
Vittorio Scialoia, dal Senatore 
Tommaso Tittoni, ministro di Sta- 
to, e dai Deputati, on. G. A. Co- 
lonna di Cesarò, e on. Ernesto 
Artom, sorse a parlare, salutato da 
lunghi, fragorosi applausi, S. E. 
Thomas Nelson Page, Ambasciato- 
re degli Stati Uniti a Roma, amico 
sincero, devoto ed affezionato del- 
la nostra patria. 

"Si perdoni a chi — disse l'illu- 
stre Ambasciatore — nutritosi dal- 
l'infanzia (iella storia di Roma an- 
tica, non può ora vincere la com- 
mozione nel parlare, per la prima 
volta, dall'alto di questo storico col- 
le, storicamente il luogo piìi famoso 
del mondo. A tale emozione, nel caso 
mio, si aggiunge in questa solennità 
ed al vostro cospetto un sentimen- 
to anche piìi profondo. 
Questo fu l'antico Campidoglio di Roma, e, piià tardi, del mondo. An- 
cora una volta dall'alto del sacro Colle i vostri uomini di Stato procla- 
marono la libertà al mondo intiero. 

Nella giornata odierna si è finora celebrato soltanto l'anniversario 
dell'Indipendenza Americana. Oggi essa ha un significato assai piti esteso: 
simboleggia l'Indipendenza del mondo. 

Gli stessi archeologici dicono, se non erro, che il centro del mondo fosse 
segnato da un punto sul Colle vicino — il Palacino — cui fanno corona i 
palazzi dei Cesari. Ma la mia interpretazione della storia è alquanto di- 
versa. Io so che la residenza del Senato e del popolo di Roma — non im- 
porta se si trovasse in questo punto preciso, o qui presso — era il vero 
centro del mondo, il perno attorno al quale si aggirava il progresso della 
civiltà. 

Da questo luogo emanavano quei decreti che resero il nome dell'antica 
Roma illustre per la possanza non meno che per il diritto e per l'ardi- 
mento; decreti che proclamavano la Libertà ; decreti emanati nel nome del 
Senato e del Popolo, piià augusti ancora degli stessi Augusti Imperatori; 
decreti che eressero tutto il grande sistema, del diritto e dell'ordinamento 
d'Europa, e, conseguentemente, dell'umanità intiera. 
Poi vennero le tenebre. La libertà fu perduta. 




THOMAS NELSON PAGE 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 343 



Coloro, ai quali Roma aveva dato gli ordinamenti li esercitarono con- 
tro di essa, che cullata nel lusso, assopita in una falsa sicurezza e divisa 
dai dissensi, precipitò dal suo alto fastigio. 

Ma la luce della libertà era soltanto nascosta: le sue fiamme erano 
soltanto soffocate, non spente. Ardevano e si consumavano nei cuori ita- 
liani; e sotto la guida — da Dio concessa — di uomini ispirati soltanto 
all'amore di Libertà, l'Italia divenne libera ed unita. Fu veramente una 
risurrezione. 

L'Italia riconquistò la sua libertà e la sua unità, ma non completa- 
mente. I suoi tiranni opprimevano ancora alcuni dei suoi figli; tenevano 
ancora lungo le sue frontiere quel tanto che permettesse alla forca di 
gettare la sua ombra sinistra attraverso i confini, a ricordo perenne di un 
feroce passato e fors'anche a minaccia di un fosco avvenire. 

Cresceva frattanto robusta nelle terre di settentrione una potenza la 
quale, pur celandosi sotto la maschera dell'amicizia, stava segretamente 
impiegando ogni sua energia nell'afferrare ancora una volta il predominio 
del mondo e nel soggiocare il genere umano. 

L'Italia sebbene divenuta una vera "Niobe delle Nazioni," aveva tut- 
tavia sparso per il mondo ciò che doveva salvarla : la sua letteratura, le 
sue leggi per insegnare alle Nazioni gli ordinamenti civili ed aprire così 
l'adito alla libertà. Essa inviava i- suoi figli ad esplorare mari sconosciuti, 
a scoprire nuovi continenti nel vasto Ignoto; ed "oggi, questa adunanza si 
tiene appunto per celebrare ciò che è, in qualche modo, la risultanza del- 
l'unione dei due doni da Lei largiti al mondo: -l'infusione nell'animo degli 
uomini della fede nella Libertà e nel Diritto; e la scoperta di un nuovo 
mondo. Questo nuovo Mondo, ispirato sempre a così alto concetto, nella 
urgenza del momento attuale, quando la Libertà era in pericolo, ripassò 
l'Oceano e pose tutti i suoi vasti, i suoi inesauribili mezzi a servizio del 
Vecchio mondo, per concorrere a salvare il retaggio inestimabile che da 
qui, da questo sacro Colle ebbe la prima origine. 

Ma questa adunanza è forse oggi qui convocata soltanto perchè l'A- 
merica è entrata in guerra? Non lo credo. L'America avrebbe potuto 
intervenirvi, a fianco degli Alleati suscitando più discussioni che en- 
tusiasmo, se avesse prese le armi per ragioni egoìstiche. E' lo spirito col 
quale essa è intervenuta, i propositi per i quali essa ha snudato la spada, 
la causa della Libertà, la causa dei Popoli, che hanno provocato l'adunanza 
, ci oggi. Questa è tanto dell'Italia, quanto dell'Araerica. E' la causa delle 
Democrazie del mondo contro l'Autocrazia. Essa è stata consacrata nel- 
l'appello rivolto all'America, al mondo. Essa tu energicamente messa in 
evidenza nella lettera che il vostro Re inviò al Presidente per mezzo di 
un membro della sua Casa, Capo della Missione cha l'Italia ha testé inviato 
in America. 

Nel Messaggio del Presidente Wilson, la Democrazia di America 
parlò alla Democrazia del mondo; nel Messaggio del Re Vittorio Emanue- 
le, la Democrazia d'Italia rispose nello stesso bono — stella che risponde 
a stella. Alcuni hanno detto in America che questa non era una guerra 
dell'America; si è anche ripetuto, ed io l'ho inteso, che non è neppure 
una guerra dell'Italia. Ma noi la pensiamo diversamente. Di chiunque 
fosse la guerra all'inizio, i signori della razza teutonica, con i loro satelliti, 
fecero in modo che diventasse guerra nostra e la resero guerra di tutti 



344 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



coloro che non volevano essere tratti in schiavitù. Finalmente, esaurita la 
pazienza, la Democrazia ha cinto la spada per la lotta ad oltranza. La 
Democrazia e la Libertà in tutto il mondo, stanno ora di fronte alla Auto- 
crazia ed alla Schiaviti!. 

Allorché odo la gente parlare dei sacrifici ■the il conflitto richiede, 
i) non mi sento turbato. Lungo sarà forse il temoo, e grandi saranno i 
ifcacrifici; ma noi dovremo compierli. Anche se -lo desiderassimo, noi non 
avremmo altra alternativa che quella di diventar schiavi; schiavi di padro- 
ni stranieri, che hanno dato al mondo delle parole nuove per esprimere» 




Il Monumento di Vittorio Emanuele II, in Roma, che fu meta di un 

imponente pelle gHnag già italo-americano nella 

storica ricorrenza del 4 Luglio. 

nuove forme di brutalità; che hanno gittato via e calpestato il retaggio 
piti caro dei secoli passati: il Codice del Diritta Internazionale, che essi 
pure pretendevano di aver caro. 

Ed è proprio nel santo nome di amor di Patria, nel santo nome della 
Libertà che essi hanno compiuti i loro delitti piii nefandi, hanno violato 
1 trattati pili sacri, hanno fatto sparire ogni differenza fra neutrali e 
belligeranti, fra armati e non combattenti; Con questo nome sulle labbra, 
essi hanno trucidato e massacrato donne e bambini; hanno bombardate 
città indifese, affondato navi-ospedale e tratte in schiaviti! intiere po- 
polazioni. 

Non vi è stato mezzo, per quanto ripugnante alle idee di umanità, 
per quanto obliquo e subdolo, che non sia stato da essi messo in opera. 

Ora hanno tentato di terrorizzare e di usare prepotenza, come a 
Manilla e ad Agadir, ora di complottare, di ingannare e di minare, come 
nel Mediterraneo Orientale e nel Messico. Non v'è stato luogo o paese, 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 345 

sia amico che neutrale, del quale non abbiano abusato per i loro disegni 
egoistici ed insidiosi. Nessun paese restò immune dalla loro torbida inva- 
denza. Con sfrontatezza insidiosa essi tentarono di sollevare le loro aquile 
bicipiti fin su questo stesso Campidoglio, doppiamente illustre come rocca 
della romana grandezza e come suolo sacro, ove si ergeva il Tempio di 
Giove Capitolino. Fu probabilmente per un'ironia del cieco destino che 
essi scelsero a sede dell'imperialismo tedesco rappresentativo una località 
che sovrasta la Rupe Tarpea: il precipizio dei Traditori. Poiché essi hanno 
tradito il mondo, e più di tutto hanno tradito il loro stesso popolo. In 
lutto l'elenco delle enormità che hanno commesso, nessuna è piìi grande 
del tradimento del loro stesso popolo. Quale cumulo di odio questi Capi 
germanici stanno deliberatamente ammassando :n tutto il mondo contro 
il loro popolo! Con quali nefandezze essi vanno macchiando, di proposito 
deliberato, la loro fama! 

Sì, vi sono ancora sacrifici da compiere! 

Ma noi siamo pronti a sopportarli. Se i vostri giovani soldati hanno 
sacrificato la loro vita in fiore, conquistando "l'impossibile", strappando 
picco a picco ai vostri nemici inveterati — i tiranni d'Austria, che hanno 
per così lungo tempo minacciato la libertà italiana — ciò non hanno fatto 
per un guadagno materiale, ma per ottenere un premio di libertà, infini- 
tamente più alto: libertà per voi, per noi e per tutto il rimanente del 
mondo. Ogni piccola croce che si innalza in quei cimiteri di soldati, lungo 
quei fronti, è un pegno che la Libertà dovrà essere e sarà conservata e 
assicurata. Il vostro grande Cavour disse: "Vi è una cosa peggiore della 
guerra: la schiavitù". A questo sentimento si inopirarono i vostri grandi 
eroi : ma i loro nomi sono troppo numerosi per -essere tutti ricordati. Voi 
potete leggerli in ogni piccolo paese d'Italia. Essi soffrirono stenti e com- 
pirono sforzi inauditi, nella povertà e nell'esilio; lottarono e morirono per 
la Patria in battaglia contro la tirannia austriaca. Come ha detto il nostro 
Presidente, " il mondo deve diventar sicuro per la Democrazia". Guidati 
da questi due grandi condottieri di popoli, il Re d'Italia e il Presidente 
degli Stati Uniti, le nostre due Nazioni, a fianco dei loro valorosi Alleati, 
assumeranno, ognuna, la sua parte per ottenere che la Libertà sia assi- 
curata. Nessun soldato combatte oggi lungo la vostra frontiera alpina, 
che non combatta per tutte le nazioni anelanti alla libertà. Nessun soldato 
combatte sulle altre frontiere che non combatta per l'Italia. Non vi è 
donna che, offrendo i suoi cari alla Patria, neli'inviarli in guerra, non 
lo faccia per il proprio focolare e per il proprio paese, ma pur anco per 
il vostro e per il mio. Ciascuna bandiera che sventola sulla linea di batta- 
glia interminabile degli Alleati, ialle sponde dell'Oceano Indiano al Balti- 
co ed ai Mari del Nord, è una bandiera degli eserciti della Libertà. E 
così siamo ora nella guerra, e vi resteremo ad oltranza affinchè non ne 
possa scoppiare un'altra simile, che venga a sterminare i nostri figli ed 
1 figli dei nostri figli. 

Vi è soltanto una questione da risolvere: come fare per vincere nel 
più breve tempo. Tutto il resto è vano. Se l'autocrazia teutonica dovesse 
vincere la guerra, sarebbe per noi vano pensare o desiderare qualsiasi cosa, 
poiché saremmo tutti schiavi. 

E così, come mi accade talvolta, quando mi giungono le voci di questa 
di quella persona, di questo di quel gruppo di uomini, che agiscono 



346 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

c parlano quasi pavidi della completa vittoria della Democrazia, e quasi 
auspicanti al trionfo dell'Imperialismo, io so che essi hanno l'animo di 
schiavi. 

Ma non temete. L'autocrazia teutonica non vincerà. Ed essa lo sa. 
Per essa l'ora è scoccata. Questa guerra non è soltanto la guerra degli 
Alleati, non è soltanto la guerra d'Europa; è pure la guerra dell'America 
del Nord e dell'America del Sud. Ma neppure è soltanto la loro guerra: 
è la guerra della Democrazia, è la guerra della Libertà. 

E la Libertà dovrà vincerla o perire; non vi è altra alternativa. La 
Libertà vincerà. Essa renderà il mordo sicuro dila Democrazia". 

Qui la cronaca della grandiosa, memorabile serata registrava che 
mai per il passato l'immenso, sontuoso salone degli Orazi e Curiazi 
echeggiò di applausi così calorosi ed entusiastici come quelli che coro- 
narono il discorso dell'insigne diplomatico degli Stati Uniti, che, pronun- 
ciato in eccellente italiano, non poteva apparire piìi perfetto sia per 
la eleganza e la impeccabilità della forma che per la profondità dei con- 
cetti. Nella mattinata, rappresentanze di Associazioni con bandiere ita- 
liane e americane avevano sfilato reverenti dinanzi al grandioso Monu- 
mento di Vittorio Emanuele II, Padre della Patria. 

L'"ITALY DAY " IN TUTTI GLI STATI DELL'UNIONE. 

Come già abbiamo accennato nel capitolo precedente, nel marzo 
1918 fu costituita in New York la Italy -America Society a si- 
miglianza deWUnione Italo-Americana, fondata in Roma l'anno in- 
nanzi, affine di rendere sempre più stretti e cordiali i vincoli di amicizia 
fra Italia e Stati Uniti. Ne fu eletto presidente l'on. Charles Evans 
Hughes, già Governatore dello Stato di New York e Giudice della Corte 
Suprema degli Stati Uniti. 

La Italy-America Society era stata tenuta a battesimo da uomini 
eminenti nel mondo intellettuale, politico ed economico d'Am.erica. Giova 
ricordarne alcuni: l'illustre poeta Robert Underwood Johnson, inviato in 
Italia nel 1920 quale Ambasciatore degli Stati Uniti; Hamilton Holt, 
direttore dell'autorevole rivista The Independent; William Roscoe 
Thayer, dell'Università di Cambridge, l'insigne storico di Cavour; Henry 
Dwight Sedgwick, letterato di fama internazionale e presidente della 
Dante League of America; John H. Finley, presidente autorevole dello 
State Board of Regents di Albany, N. Y. ; il prof. Munroe Smith, della 
Columbia University; William Fellows Morgan, presidente della N. Y. 
Merchants Association; Thomas M. Lamont, della Casa bancaria J. P. 
Morgan & Co.; il finanziere Charles F. Alexander; George Plimpton, 
della ditta editrice Ginn & Co.; l'avv. Hiram Barney e numerosi altri 
fra quanti amici sinceri ed effezionati conta l'Italia in America. Anima 
della costituenda Società era stato fra i tanti, un giovine italo-americano 
già tenuto in buon conto, per il suo ingegno e per la sua fenomenale 
attività, nel mondo politico e finanziario della Metropoli : il Cav. Luigi 
Criscuolo. Non mancava che l'occasione propizia perchè la nuova, be- 
nefica istituzione spiegasse al vento la sua bandiera nella quale sono 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



347 




CHARLES EVANS HUGHES 



348 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

incise a caratteri aurei le parole: solidarietà e fratellanza; e l'occasione 
si presentò, ricorrendo, qualche mese dopo, il terzo anniversario della 
entrata in guerra dell'Italia a fianco delle Nazioni Alleate contro l'impe- 
rialismo delle potenze centrali. Come l'Unione Italo-Americana aveva 
solennemente celebrato in Campidoglio, l'anno precedente, la gloriosa 
ricorrenza americana del Fourth of July, così Vltaly-America Society 
volle, ancor più solennemente, celebrare in tutti gli Stati Uniti la data 
non meno gloriosa del 24 maggio 1915, facendo così convergere sul 
nome della nostra patria, l'omaggio caloroso dell'intero popolo ame- 
ricano. , 

Primo atto della Italy -America Society fu quello di rivolgersi, a 
-^.no Presidente, on. Hughes, al Capo della nazione per ottene- 
re che i festeggiamenti fossero fatti sotto l'alto patronato del Primo 
Magistrato della Repubblica. E il Presidente Wilson si affrettò ad accet- 
tare e ad acconsentire che si desse alla manifestazione un carattere na- 
zionale. Infatti, il 18 Maggio 1918, a mezzo dell'Ufficio Stampa del 
Governo federale, il Presidente autorizzò la seguente dichiarazione: 

"Il 24 maggio 1918 ricorre il terzo anniversario dell'entrata del- 
l'Italia in guerra. 

"In tale occasione, il Presidente degli Stati Uniti richiama alla 
mente di tutti i cittadini quanto mai grave sia l'onere che l'Italia ha 
sostenuto e sostiene da tre anni, l'eroismo addimostrato dal suo Esercito 
e la resistenza non meno strenua della sua popolazione, il coraggio nella 
sconfitta e la moderazione nella vittoria. 

"Il Presidente esorta che in questo anniversario il popolo degli 
Stati Uniti mostri la sua amicizia, la fratellanza e l'alta considerazione 
verso l'Italia con l'esporre il vessillo tricolore italiano in tutte le case, 
negozi, edifici pubblici e privati, con adunanze e comizi, con dimostra- 
zioni di omaggio." 

Alla vigilia dell'/faZy Day S. M. il Re Vittorio Emanuele inviava dal 
fronte di battaglia il seguente telegramma al Presidente Wilson: 

In occasione dell'anniversario della entrata in guerra ■ dell' Italia, 
che costà si commemora, mi è grato inviare a lei, signor Presidente, ed 
al popolo americano, il fervido saluto mio e della Nazione italiana. 

Or sono tre anni l'Italia sguainò la spada per quelle stesse cause 
ideali alle quali poi la potente Repubblica Nord-Americana recò il valido 
ausilio del suo concorso morale e materiale. La coscienza nazionale, 
ribelle ad ogni tentativo di sopraffazione, da qualunque parte esso pro- 
venga, spinse l'Italia a fianco dei popoli combattenti per i sacri principi 
del diritto, i quali noi vogliamo integrati nella liberazione dei nostri 
fratelli oppressi dal giogo straniero e nella rivendicazione della legittima 
nostra sicurezza di esistenza, senza la quale nessuna pace stabile potreb- 
be essere assicurata in avvenire. 

Oggi nei campi di battaglia di Francia si consacra la fratellanza 
delle armi nord-americane e italiane. Sia essa felice auspicio di sempre 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 349 



più Stretta futura collaborazione dei due popoli, nelle vie operose del 
progresso civile. 

Vittorio Emanuele. 

E il Presidente Wilson rivolgeva al popolo italiano in guerra il 
messaggio che segue: 

Sicuro di parlare a nome del popolo degli Stati Uniti, invio al popolo 
d'Italia un caldo saluto fraterno nell'anniversario della partecipazione 
italiana a questa immane guerra, nella quale viene definitivamente deciso 
Virreprimibile conflitto fra il concetto dell' auto-governo e l'imposizione 
della violenza. Il popolo degli Stati Uniti ha seguito con profondo inte- 
resse e plauso commosso gli sforzi ed i sacrifici sublimi del popolo ita- 
liano, la cui sicurezza presente e avvenire gli stanno vivamente a cuore, 
lieto di sentirsi unito ad un paese al quale lo avvincono tanti legami 
storici e personali. La lotta che combattiamo insieme ha per iscopo l'indi- 
pendenza, la libertà e il diritto degli uomini e delle nazioni, tanto le de- 
boli quanto le forti, a vivere di vita propria e a decidere del proprio 
destino, nonché la suprema difesa della giustizia mediante l'irresistibile 
forza dei popoli liberi, strettamente collegati per salvate l'umanità. Con 
incrollabile risolutezza e con forze sempre crescenti continueremo a 
lottare insieme per questa santa causa, nel cui nome l'America saluta 
oggi il valoroso Regno d'Italia, ed augura che Dio l'abbia in guardia. 

Wilson. 

UN MESSAGGIO DI ROOSEVELT. 

Da Oyster Bay, N. Y., il compianto ex-Presidente Roosevelt, che 
fu dell'Italia amico sincero, devoto e affezionato, faceva pervenire alla 
Presidenza &é\V Italy-America Society questa lettera nobilissima: 

My Bear Sir: 

I take this opportunity to pay homage to the high valor and lofty 
ìdealism that Italy has shown in this great struggle for humanity and 
civilization against Germany and her vassal confederate States, Austria 
Bulgaria, and Turkey. I most earnestly hope that Italy will be able to 
round out the great work of Victor Emanuel, Cavour, Mazzini, and Gari- 
baldi, and that the Italian speaking provinces of Austria will take their 
naturai places in the Italian Kingdom. 

When Italy went into this war, Russia was reeling backward from 
the great blow delivered at her by the Germans, Austrians, and Turks 
three years ago. Italy foined at a time when her adhesion was of the 
highest vaine to the allied cause. Since then she was fought with the 
utmost gallantry and effìciency. Her one great disaster was due to 
treacherous German intrigue of a kind against which this country must 
be OS much on its guards as Italy herself. Her army and her people 
rallied from this disaster with the fìnest courage. 

Our country owes a deep debt af gratitude of Italy for what she has 
done, and I earnestly hope that we shall pay this debt as generously as 



350 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



possible, and in as fine a spirit as Italy herself has shown. Of course, 
the best way to pay it is to make our fighting force in Europe as large 
and as efficient as it can be made, and to do this in the shortest possible 
tinte. 

A gain renewing my expressions of homage to the Italian nation 
and to the Italian Army for their brillant and heroic record for the last 
three years, I am, very sincerely yours, 

Theodore Roosevelt. 

Come preludio delle solenni celebrazioni àelVItaly Day, la sera del 
23 maggio ebbe luogo in Washington una imponente riunione sotto il 
patronato del Presidente Wilson. V'erano presenti lo stesso Presidente e 
la Signora Wilson, il segretario di Stato, Lansing, l'Ambasciatore d'Ita- 
lia e l'Ambasciatrice contessa Macchi di Cellere, tutti i membri del Ga- 
binetto presidenziale e del Corpo diplomatico, alti funzionari del Gover- 
no federale ed i rappresentanti delle diverse Missioni delle Potenze 
Alleate. Fu una riunione indimenticabile, in cui vibrò la più alta nota 
del patriottismo e dell'affratellamento delle nazioni per la causa della 
giustizia e del diritto. Nobilissimi e vivamente applauditi furono i discor- 
si del Segretario di Stato, dell'Ambasciatore d'Italia e del pubblicista 
Will Irvin, capo della sezione di propaganda all'estero del Committee 
on Public Information di Washington. 

"La decisione dell'Italia — disse fra l'altro l'on. Lansing — fu la 
decisione di un popolo che preferì gli orrori della guerra al disonore di 
una pace forse prospera, che lo avrebbe però, in ogni modo, reso schiavo 
del prussianismo. Sia lode ad esso, che rinnova il valore e gli eroismi 
dell'antica Roma. 

"Noi vinceremo la guerra ad ogni co- 
sto. Uniti a voi, noi, che siamo ben orgo- 
gliosi di essere chiamati i "Romani d'oc- 
cidente," combatteremo fino alla vittoria, 
sia che questa venga conseguita sui campi 
delle Fiandre e di Picardiai, o che venga 
riportata sulle rive del Piave, nelle cime 
nevose delle Alpi o nelle terre tedesche 
al di là del Reno. 

"E voi, figli d'Italia, o cittadini degli 
Stati Uniti, non dovete dubitare un sol 
momento, come è certo che v'è un Dio 
in cielo, che la vittoria sia nostra e co- 
roni le aquile di Roma, come negli an- 
tichi tempi, unite questa volta alle aqui- 
le d'America". 

Durante la riunione fu annunziato, 
ROBERT LANSING fra gli applausi generali, che, per dispo- 

sizione del Governo federale, alcuni piroscafi varati nella giornata del 




ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 351 

24 Maggio avrebbero portato i nomi di grandi uomini del Risorgimento 
Italiano. Infatti, ad uno varato a Seattle fu dato il nome di Vittorio 
Emanuele II, ed un altro quello di Garibaldi. 

Festa radiosa di sole e di colori — una vera primavera italica — 
caratterizzata dal più vivo entusiasmo (così informarono l'indomani le 
Agenzie telegrafiche) fu quella con cui venne celebrata, in tutti gli 
Stati Uniti, dall'Atlantico al Pacifico, la gloria immortale dell'Italia 
nostra. Proclami di Governatori e di Sindaci, imponenti cortei ed entu- 
siastici comizi, messaggi di solidarietà ed inni celebranti la rinnovata 
grandezza della nostra patria: tale fu l'omaggio concorde, spontaneo, 
affettuoso del popolo di Washington al popolo di Garibaldi. In New 
York, la Metropoli in cui pulsa il gran cuore della nazione, centinaia 
di migliaia di bandiere italiane sventolarono, in tutta la gloriosa giorna- 
ta, sulla City Hall, su tutti gli altri edifici pubblici, federali e municipa- 
li, sugli hotels, sulle Chiese, sui negozi e dai balconi e dalle finestre 
di edifici privati. I quartieri italiani apparivano in tutto il fulgore delle 
grandi solennità della patria lontana: ovunque i colori della nostra ban- 
diera; dappertutto fiori, emblemi di essa. Il Governatore dello Stato ed 
il Sindaco della Città avevano designato ufficif.lmente il 24 Maggio 
come Itallan Day, con proclami esaltanti l'Italia e l'eroismo dei suoi 
soldati. 

"ALLIES WE ARE AND ALLIES WE SHALL REMAIN" — HUGHES. 

Ma l'evento più importante della memorabile giornata fu la mani- 
festazione solenne, imponentissima ch'ebbe luogo la sera alla Metro- 
politan Opera House, la quale fu degno coronamento delle feste gran- 
diose e costituì la vera apoteosi della nostra Italia. 

Oratori applauditissimi della serata furono l'on. Charles Evans 
Hughes, autorevole presidente della Italy-America Society, il Segretario 
della Guerra, on. Newton D. ^aker, e l'Ambasciatore, conte V. Macchi 
di Cellere. 

"Noi siamo qui raccolti — disse l'on. Hughes — per celebrare l'entra- 
ta dell'Italia in guerra. In questo anniversario è il cuore dell'America 
che parla al popolo italiano. L'entrata dell'Italia in guerra è stata la vit- 
tria del popolo italiano proclamante enfaticamente la volontà nazionale. 
Come voi ben ricorderete, il fato della libertà e della civiltà fu in bilico 
alla battaglia della Marna; ed il 9 Settembre 1914 sarà sempre un giorno 
sacro negli annali dei popoli liberi. . . 

"La Germania cercò nell'intrigo la vittoria; ma l'intrigo tedesco fallì 
in Italia; fallì perchè il popolo italiano ama la libertà e l'unità. Quando 
il 15 maggio il popolo affollò le vie di Roma proclamando ad alte voce la ' 
sua inflessibile determinazione, decretò la condanna dell'insana ambizione 
della Germania. ^ 

"Quella processione di 150 mila persone pe<; le strade di Roma non 
fu uno spettacolo. Essa fu un messaggio d'oltre tomba di Garibaldi e di 
Cavour; fu la voce del popolo italiano, amante di libertà, intento a libe- 
rarsi della minaccia dell'antica oppressione. Fu l'espressione dell'Italia 



352 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

decìsa a prendere il suo posto a fianco della Francia e dell'Inghilterra per 
liberare il mondo dalla minaccia della forza bruta e per creare ed assicu- 
rare un nuovo ordinamento internazionale, in cui la pubblica legge — 
ispirata dai comuni sentimenti di giustizia e di hbertà — avesse ad esse- 
re suprema. E' quella decisione che noi celebriamo questa sera. Tre anni 
ov sono, in seguito alla dichiarazione di guerra, i soldati italiani muove- 
vano, arrampicandosi su pei precipizi delle Dolomiti, al loro primo as- 
salto. Dopo seguirono i prodigi del valore italiano fra quelle quasi inac- 
cessibili alture. Cannoni vennero messi in posizioni strategiche, presi t 
portati dove prima solo esperti alpinisti avevano o.iato salire. Noi abbiamio 
apprezzato troppo poco, nel giudicare i risultati di questa guerra, quanta 
l'Italia abbia compiuto . . . 

"Tutti noi abbiamo amato l'Italia. Le memovie del passato risplendo- 
no nel suo cielo luminoso e sui suoi declivi fioriti e fruttiferi. L'incanto 
delle sue terre, in cui natura ha profuso ogni bellezza, attrae ed affascina. 
Noi siamo debitori dell'eloquenza romana, dell'arte romana, della legge 
romana. Noi abbiamo amata ed ammirata l'Italia; ma il pivi bello di tutti 

I giorni d'Italia è oggi, in cui il popolo italiano ò abilmente rappresentato, 
ed effettivamente ed efficientemente impersonif^cato nei suoi magnifici 
ed eroici soldati ,veri discendenti dei piìi famosi guerrieri della storia. Il 
pili bel giorno è oggi, in cui il popolo italiano, oon insorpassabile fortezza 
e vigore affronta la pressione della gran crisi con assoluta determinazione 
di vedere questa guerra portata a vittoria. 

"Epperò, questa sera, celebrando questo anniversario, noi mandiamo 
i nostri messaggi di amore, di ammirazione, di plauso e di simpatia e del 
più alto rispetto. 

*' Alleati noi siamo, ed Alleati rimarremo, a Dio piacendo, finché il 
mondo sia liberato dall'incubo e dall'imperio della forza bruta; alleati noi 
siamo ed alleati saremo finché avremo un nuovo accordo, in cui i trattati 
saranno sacri, in cui la pace sarà duratura, perchè fondata ed assicurata 
da un sentimento di giustizia appoggiata e sostenuta dalle forze e dalle 
risorse di questi uniti amici e protettori della civiltà". 

Ai discorsi seguì un gran Concerto organizzato dall'illustre diret-- 
tore generale della Metropolitan Opera House, comm. Giulio Gatti Ca- 
sazza, ed al quale parteciparono, calorosamente applauditi, artisti elet- 
tissimi, quali Enrico Caruso, Francesca Alda, Claudia Muzio, Giuseppe 
De Luca, Pasquale Amato, Antonio Scotti, Giovanni Martinelli e l'intero 
coro del teatro, sotto la direzione dei maestri Moranzcni, Papi e Setti. 

II ricavato cospicuo, ben Lire 329.227 fu inviato in Italia, alla Croce 
Rossa, a nome deli' Italy-America Society. 

Il 3.0 anniversario dell'entrata dell'Italia in guerra fu ricordato 
anche alla Camera dei Rappresentanti dall'on. Meyer London, l'unico 
deputato socialista che facesse parte, allora, del Congresso. "E' all'Ita- 
lia, liberatrice dell'umano pensiero — disse acclamato l'on. London — - 
all'Italia anelante di preservare il suo territorio e di fare di tutto il suo 
popolo una grande potenza che possa servire 1 umanità e non opprimerla; 
è a questa Italia che io desidero di inviare un messaggio d'incoraggia- 
mento in questo giorno di sì vitale importanza per il suo avvenire." In 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 353 

tutto il SUO nobile discorso l'on. rappresentante del 12. distretto di New 
York pagò il più alto omaggio all'Italia ricordando il suo "maraviglioso 
contributo al progresso del mondo." 

"COLUMBUS DAY." 

"Columbus Day" è una visione di avvenire luminoso. "Columbus 
Day" è un omaggio reso dall'America all'Italia, di cui l'Italia sente la 
profonda gentilezza e di cui essa è profondamente grata alla grande 
Repubblica amica. 

La più solenne celebrazione del "Columbus Day" fu quella indetta 
dal Presidente Wilson e celebrata in tutta la nazione americana il 12 
Ottobre 1918 mentre gli Eserciti vittoriosi degli Alleati e dell'America 
stavano dando il colpo decisivo al militarismo teutonico. Data l'ora tra- 
gica che l'umanità attraversava, la commemorazione, per proclama del 
Presidente della Repubblica, assunse il carattere di celebrazione uffi- 
ciale e popolare col nome di Liberty Day, affine di stimolare il popolo 
ad una generosa, cospicua contribuzione al 4.o Prestito della Libertà. 

Ecco il testo del proclama di Wilson emanato dalla Casa Bianca 
il 22 settembre: 

"Ogni giorno i grandi principii per i quali stiamo combattendo si 
riaffermano più potentemente nel nostro pensiero e nei nostri propositi, 
rendendo sempre più chiaro quale sarà la fine e ciò che dobbiamo fare 
per conseguirla. Ora comprendiamo più chiaramente che mai perchè 
uomini liberi crearono la grande nazione e la forma di governo che noi 
amiamo e quale altissimo servigio era riserbato all'America di rendere 
al mondo. L'anniversario della scoperta dell'America deve dunque avere 
significato tutto speciale in questo anno fatidico, deve essere una ricon- 
sacrazione di quegli ideali sui quali si basa il nostro Governo e ai quali 
ci ispiriamo per il compimento della nostra attuale opera eroica. Perciò 
io, Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti, fisso il sabato 12 
ottobre 1918 come giorno della commemorazione della libertà degli Stati 
Uniti, da celebrarsi nel paese intero, a ricordo della scoperta della 
nostra patria." 

In occasione del "Columbus Day" S. M. il Re Vittorio Emanuele 
inviò al Presidente degli Stati Uniti il seguente messaggio: 

"Nella solenne ricorrenza del giorno in cui Cristoforo Colombo 
dischiuse alla civiltà euìopea le libere vie dell'occidente, la Nazione 
Italiana rivolge al popolo degli Stati Uniti ed all'illustre suo Capo un 
tributo di ammirazione ed esalta nel nome della grande democrazia 
americana l'ideale di libertà e di giustizia di cui si è resa, nella lotta 
dell' umanità, così fiera assertrice." 

Vittorio Emanuele. 

Al messaggio rivoltogli dal Re d'Italia il Presidente degli Stati 
Uniti rispose nei termini seguenti : 

"Ringrazio Vostra Maestà a mio nome e per conto dei miei com- 



354 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

patrioti per le Sue gentili felicitazioni in occasione deW anniversario 
augurale della scoperta deW America fatta daVo illustre conterraneo di 
Vostra Maestà. L'Italia ha dato molto all'America e l'America si con- 
sidera fortunata che i legami d'amicizia fra le due nazioni siano ora 
resi anche più, stretti dalla sincera fratellanza d'armi per la protezione 
dei principi comuni della libertà e del diritto." 

Woodrow Wilson. 

L'intera nazione celebrò con feste grandiose il "Columbus-Liberty 
Day." A New York fu celebrato con un imponenrissimo corteo capitanato 
dallo stesso Presidente della Repubblica. Dall'Altare della Libertà, su 
cui era inciso il fatidico motto italiano: Di qui non si passa, assistevano 
alla sfilata il Governatore dello Stato, Whitman, il Sindaco della Città, 
Hylan. l'Ambasciatore italiano e uno stuolo di altre autorità e di uffi- 
ciali di tutte le nazioni. Nel corteo ebbero enorme successo i nostri 
eroici Bersaglieri, che sfilarono a passo accel srato e anche di corsa, 
con la fanfara squillante in testa, e gli intrepidi Alpini. Mai l'aristocra- 
tica Quinta Avenue vide spettacolo più bello e magnifico ! Qualche ora 
prima della sfilata la bandiera italiana fu issata fra le altre delle nazioni 
alleate dinanzi all'Altare della Libertà! 

La giornata memorabile si chiuse trionfalmente col gran Concerto 
per i nostri soldati ciechi dato alla Metropolitan Opera House sotto la 
direzione generale del Comm. Gatti Casazza ed organizzato dall'illustre 
poeta, Comm. Robert Underwood Johnson, e dal valente pittore, Cav. 
Uff. Francesco Paolo Finocchiaro. V'intervennero il Presidente, la Si- 
gnora Wilson e Miss Msrgaret Wilson, l'Ambasciatore e l'Ambasciatrice 
d'Italia, il Console Generale e la Signora Tritonj ed il fiore della citta- 
dinanza metropolitana. Non si ricorda in New York una festa più 
grandiosa in omaggio all'Italia. Cantò il divo Caruso, con immenso 
slancio patriottico, e destò un delirio senza precedenti allorché, per la 
prima volta in America, fece udire le note, melanconiche e frementi 
insieme, della canzone La Campana di San Giusto. Mentre il divo can- 
tava con arte incomparabile la canzone patriott'ca e suggestiva, fu visto 
il Presidente Wilson applaudire a più riprese e con grande calore. 
Mimi Aguglia, l'artista elettissima, recitò in inglese facendosi ammirare 
per l'arte squisita e per la perfetta dizione. La Banda dei gloriosi Gra- 
natieri, festeggiatissima insieme con reparti di Bersaglieri e di Alpini, 
eseguì uno scelto programma continuamente applaudito, ed il coro e 
l'orchestra del Metropolitan, diretti da quel valoroso Maestro che è 
il Cav. Giulio Setti, eseguì per la prima volta negli Stati Uniti, Vlnno 
delle Nazioni del sommo Verdi. Il Cav. Poster Carr lesse al pubblico il 
seguente messaggio di Gabriele d'Annunzio accolto da un uragano di 
applausi : 

Al Poeta Robert Underwood Johnson 

Presidente dell'" Italian War Relief hund," 
La luce del mondo è oggi fatta dal sangue dei popoli che com- 
battono per la libertà; generosissimo, oggi, il vostro fra tutti. "Lumen 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 355 

perpetuum factus est cruor effusus." E' questa la parola fondamentale 
della nuova Scrittura. Per ciò la cecità dell'eroe è, oggi, più luminosa 
che quella di Milton e di Omero. Non vi sono ciechi della guerra, o 
Poeta, ma veggenti del liberato avvenire. 

Gabriele d'Annunzio. 
La grandiosa, indimenticabile serata diede, a beneficio dei nostri 
eroici soldati resi ciechi dalla guerra, più di 60 mila dollari. Il Presiden- 
te della Repubblica, intervenuto, per la prima volta nella storia degli 
Stati Uniti, in una solennità prettamente italiana, manifestò il suo vivo 
compiacimento agli organizzatori della riuscitissima serata ed al Diret- 
tore Generale della Metropolitan Opera House, Comm. Giulio Gatti 
Casazza. 

I GIORNI DELLA VITTORIA. 

Trenta giorni dopo la grandiosa celebrazione colombiana — l'il 
Novembre 1918 — aveva termine, con la firma dell'armistizio e con la 
cessazione delle ostilità, la guerra più sanguinosa e più micidiale che 
abbia funestato il genere umano. Otto giorni prima — il 3 Novembre 
1918 — la vittoria di Vittorio Veneto aveva segnato l'annientamento 
degli eserciti austro-ungarici da parte delle eroiche truppe d'Italia ed 
aveva reso possibile la vittoria ultima e decisiva delle Nazioni Alleate 
sugli Imperi Centrali. 

Lasciamo che di essa — della nostra vittoria — parlino due valo- 
rosi pubblicisti americani: Frank D. Simonds e Arthur Brisbane. 

Il Simonds così scriveva, all'indomani di Vittorio Veneto, nella 
New York Tribune: 

"Da Waterloo in poi non vi è mai stata una battaglia tanto simul- 
tanea al completo crollo di una nazione, quanto la seconda battaglia del 
Piave lo è stata allo sfacelo austriaco. Nel trionfo italiano dobbiamo 
riconoscere francamente che esso lu veramente italiano, poiché l'aiuto 
degli alleati non era che di due divisioni britanniche, una divisione 
francese, ed un reggimento americano. L'importanza militare dell'av- 
venimento si fonde immediatamente con quella politica. Mentre l'eser- 
cito austriaco perdeva la sua ultima battaglia, la duplice monarchia si 
sfasciava. 

"Cento anni or sono le prime aspirazioni del popolo italiano ven- 
nero annientate al Congresso di Vienna: oggi il tricolore italiano sven- 
tola su Trieste e Trento, e la liberazione dell'Italia è compiuta, dopo un 
secolo di lotta, di travaglio e di gloria, che termina in questi fulgidi 
giorni. 

"Questa vittoria è stata piena ed evidente come fu salda la politica 
italiana nell'entrare nella guerra mondiale accanto all'Intesa. Il rifiuto 
italiano di trasformare l'alleanza difensiva in una alleanza offensiva 
fu uno dei momenti più decisivi di tutta la guerra. Fu un referendum 
gigantesco, un plebiscito nazionale quello che trasse l'Italia alla guerra. 



356 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

"Arrestando settanta divisioni austriache dal giugno all'ottobre del 
corrente anno, l'Italia sottrasse alla Germania i rinforzi essenziali dei 
quali aveva bisogno sul fronte occidentale. 

"L'Italia ha compiuto tatto ciò che tre anni fa si propose di com- 
piere. E' difficile mantenere il senso della prospettiva quando gli even- 
ti incalzano con tanta rapidità, ma per quanto imponente sia il successo 
degli eventi, l'attuazione finale delle aspirazioni italiane è degna di 
stare fra i più alti fatti. 

"Tutti gli Americani debbono congratularsi con l'Italia, alleata, che 
ha inviato molte migliaia dei suoi figli in questo paese, e le cui rela- 
zioni con noi debbono essere molto più strette nel futuro. Un secolo 
di nobili aspirazioni, di eroici sacrifici, di incessanti sforzi è ora piena- 
mente compensato. Truppe inglesi e francesi con un piccolo contingente 
americano parteciparono a tale vittoria finale, che fu, nonostante questo 
relativamente piccolo aiuto, un trionfo veramente italiano. "L'Italia 
farà da sé" è il motto della vittoria del 1918." 

E Arthur Brisbane, il giornah'sta principe, che ha dato tante prove 
dì sincera e fervida simpatia per la nostra patria, così conchiudeva uno 
aei suoi articoli magistrali nel Washington Times: 

"L'Italia ha fatto eroicamente la sua parte nella guerra, tenendo 
immobilizzate le forze dell'Austria, privando così la Germania di quel- 
l'aiuto, e mettendo la Francia in posizione di poter ritirare uomini e 
Cijnnoni dall'intera fronte franco-italiana per usarli poi contro la Ger- 
mania, nella battaglia critica della Marna. 

"Senza la dichiarazione di neutralità dell'Iialia, che giunse a Pari- 
gi al momento critico, dando agio alla Francia di ritirare uomini e 
cannoni dal confine Italiano, non ci sarebbe stata "la grande vittoria 
della Marna", ed i tedeschi sarebbero forse, oggi, a Parigi." 

UN UOMO E UN FUNZIONARIO: FRANCESCO QUATTRONE. 

Non possiamo chiudere questo capitolo consacrato ai rapporti fra 
l'Italia e gli Stati Uniti durante il lungo e tormentoso periodo bellico 
senza ricordare un uomo e un funzionario che di tali rapporti fu, in uno 
dei campi di maggiore e più vitale importanza per la preparazione della 
vittoria, la mente più illuminata, la coscienza più salda, l'esecutore più 
abile, rapido ed alacre: l'Ingegnere Francesco Quattrone. 

Il Quattrone, ancora giovanissimo, aveva dato le più belle prove 
di oculatezza, di energia e di coraggio durante la guerra di Libia, per 
cui era stato decorato della medaglia al valor militare. 

Scoppiata la conflagrazione mondiale, egli venne inviato negli 
Stati Uniti — ov'era già stato nel 1908 per istudiarvi il mercato dei 
carboni — con l'incarico di istituirvi l'ufficio per l'acquisto dei carboni, 
dei legnami, dei lubrificanti e dei materiali metallici occorrenti alle Fer- 
rovie dello Stato; due anni dopo, nel 1916, gli venne affidata la dire- 
zione dei trasporti dei cereali, dei commestibili e del materiale agricolo 
per l'Italia, e nel 1919 fu nominato Alto Commissario degli approvvi- 



ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 357 

gionamenti e trasporti negli Stati Uniti. Fu appunto durante il periodo 
difficoltosissimo della guerra che il Comm. Quattrone diresse in Ame- 
rica con rettitudine somma, con occhio sempre vigile, con capacità di 
cui non è molto facile trovar l'eguale in un funzionario, il servizio dei 
carboni e dei trasporti che importò la ingentissima spesa di centinaia e 
centinaia di milioni, salvaguardando gli interessi dell'erario italiano 
insidiati da speculatori e da uomini di dubbia coscienza. 




FRANCESCO QUATTRONE 

Per i suoi meriti insigni di cittadino e di funzionario integerrimo, 
che aveva dato tutto il suo senno e tutta la sua attività prodigiosa a 
profitto dello Stato, la Maestà del Re lo nominava, nel febbraio 1921, 
Ministro Plenipotenziario e Commissario Generale per gli Acquisti e 
i Trasporti in America. Di tale nomina vivamente si compiacquero gli 
Italiani degli Stati Uniti, che hanno appreso ad ammirare e ad amare 
Francesco Quattrone; e di questa affettuosa, fervida ammirazione, la 
più nobile e degna testimonianza fu il grandioso banchetto che la parte 
eletta della Colonia, cui vollero unirsi gli uomini più ragguardevoli di 



358 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

America nel campo delle industrie, della finanza e del commercio, offrì 
all'illustre uomo nell'aristocratico Hotel Biltmore, il 7 maggio 1921. 

Più di 700 erano i commensali, molti dei quali giunti da fuori : da 
Washington, Filadelfia, Pittsburg, Baltimore, New Haven, Boston, 
Newark, Albany. Bridgeport, Providence, Trenton. Presiedeva il 
Comm. Luigi Solari, sincero e fervido estimatore del festeggiato, al cui 
fianco stava l'Ambasciatore Rolandi Ricci. Oltre al Solari, parlarono il 
Giudice, Comm. John J. Freschi, il Comm. W. H. Woodin, presidente 
della American Car and Foundry Company, S. E. l'Ambasciatore, il 
Rev. Giuseppe Silipigni, che portò al Quattrone il saluto della nativa 
Calabria, ed il Dr. Cav. Domenico Marino, che presentò al festeggiato 
una grande medaglia d'oro lavorata su disegno dell'Ing. Riccardo Pas- 
sacantando dal cesellatore Giuseppe Fiaccarini, ed una pergamena det- 
tata dal pubblicista Agostino de Biasi, e finemente eseguita dallo stesso 
Ing. Passacantando. Essa recava la seguente inscrizione: — La Virtù 
Civile ■ — dell'Ing. Francesco Quattrone — rifulse nell'ora più fosca 
del cimento — quando la Patria chiedeva di alimentare le fucine ~ 
che apprestavano le armi alla Vittori — Nel settennio d'America — 
da Ispettore delle Ferrovie a Commissario Generale d'Italia — Egli 
provvide alle navi e al carbone — della salvezza — Gli Italiani di 
Nuova York — testimoni — plaudono alla sua nomina — di Ministro 
Plenipotenziario del Re — affidando a cuesta pergamena — il ricordo 
del banchetto offerto al Connazionale illustre — la sera del VII Maggio 
MCMXXI — Al Biltmore Hotel di New York. — A tutti rispose, visi- 
bilmente commosso, il Ccrnm. Quattrone, affermando modestamente di 
aver compiuto nient'altro che il suo dovere per il bene della Patria. 

L'evento m.emorabile fu di quelli destinati a lasciare traccie pro- 
fonde e durature sia nella vita di un uom.o che nei rapporti stessi fra 
nazione e nazione; e se si avvererà l'augurio lietissimo che S. E. l'Am- 
basciatore d'Italia, che desiderò esser presente al banchet^^o. fece al 
Comm. Quattrone, di vederlo elevato, cioè, a più insigne carica. Ita- 
liani ed Americani avranno giusta ragione di esserne vivamente sod- 
disfatti, poiché uomini della tempra adamantina, del senno e dell'abilità 
di Francesco Quattrone non possono essere che di decoro e di vantaggio 
reciproco alle due nazioni e ai due popoli. 



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ITALIA E AMERICA NELLA GUERRA MONDIALE 



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Governo e Popolo nmcricano 
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LE PRIME RELAZIONI DIPLOMATICHE FRA I DUE GOVERNI. 

Le relazioni diplomatiche fra il Governo degli Stati Uniti e l'allora 
Governo di Piemonte si iniziarono nel 1838 col dispaccio di Nathaniel 
Niles, in qualità di Agente speciale americano inviato a Torino per ne- 
goziare un trattato di commercio e di navigazione con quel Governo. 
Quasi nello stesso tempo il conte Augusto Avogadro di Collobiano fu 
nominato Incaricato d'Affari del Piemonte a Washington (1). 

La missione del Niles ebbe esito favorevole ed il trattato fu firmato 
il 26 novembre di quell'anno. Nel darne l'annunzio al Congresso ameri- 
cano il presidente Van Buren, nel suo messaggio del 2 dicembre 1839, 
lo definì, con una certa soddisfazione, come "il primo trattato di com- 
mercio stipulato dal Piemonte e tale che, era lecito sperare, avrebbe cor- 
risposto all'aspettativa del presente Sovrano, aiutando lo sviluppo delle 
risorse del suo paese e stimolando lo spirito d'intrapresa del suo 
popolo". 

Nonostante il trattato e notevoli sforzi individuali, il commercio 
fra il Piemonte e gli Stati Uniti procedette abbastanza debolmente e la 
maggior parte della produzione americana consumata in Piemonte o in 
transito per il suo territorio era trasportata su navi inglesi perchè v'era- 
no pochi prodotti piemontesi che potessero essere trasportati agli Stati 
Uniti con profitto e perchè le navi americane trovavano di rado un 
carico di ritorno. 

Anche i rapporti diplomatici fra i due paesi lasciarono, sul princi- 
pio, parecchio a desiderare, a causa dello spirito di reazione da cui era 
allora dominato il governo piemontese di fronte ai principii altamente 
liberali professati dalla Repubblica degli Stati Uniti. Fra i due governi 
non potevano quindi esservi né simpatia, né buona intesa. 



(1) Uno studio ampio ed accurato sulle relazioni diplomatiche fra gli Stati Unitile l'Italia 
lo dobbiamo all'illustre storico americano H. Nelson Gay. Egli ha fatto tesoro di 
documenti e di atti ufficiali ricercati negli Archivi del Dipartimento di Stato ed in 
quelli dell'Ambasciata degli Stati Uniti in Italia, per offrirci un quadro dei più vivi 
ed interessanti, e di cui dobbiamo essergli sinceramente grati. 



L'AMERICA PER L'INDIPENDENZA ITALIANA 361 

L'ALBA DELLA LIBERTA' IN ITALIA. 

Ma gli avvenimenti dovevano in breve produrre nuove condizioni 
di cose in Piemonte. L'alba della libertà in Italia era più vicina di quanto 
potessero immaginare i suoi più ardenti fautori; anzi già accennava a 
spuntare per trionfar poi, completamente, dinanzi all'Europa attonita. 

Con eroici sacrifici gli Italiani dovevano instaurare saldamente, 
prima in Piemonte, poi in tutta la penisola, quel governo liberale e indi- 
pendente, di cui gli Americani, già da tanti anni, erano venuti a conside- 
rarsi quali "propugnatori indicati da Dio", 

Il 15 maggio 1846 l'incaricato d'affari americano a Torino aveva 
dichiarato essere sua convinzione che "con un re energico ed ambizioso, 
che avesse dato al suo popolo una Costituzione e si fosse messo a capo 
del movimento liberale in Italia, il Piemonte avrebbe potuto reggere 
e consolidare il paese e stabilire in tutta la penisola un'unica monarchia 
indipendente e costituzionale con un membro di Casa Savoia sul trono". 

Il 10 agosto dello stesso anno egli aveva richiamato l'attenzione 
del suo governo sul libro di Massimo D'Azeglio: Degli ultimi avveni- 
menti di Romagna, e su quello di Cesare Balbo: Delle speranze d'Ita- 
lia, ed aveva messo in evidenza come eloquente il fatto che, mentre 
quei libri non erano permessi dalla censura, i loro autori godevano 
grande reputazione a Corte. Ed aggiungeva: "La Casa di Savoia, purché 
sappia fare e ne abbia il coraggio, può preparare un glorioso avvenire 
per l'Italia; ma ancora non sono giunti né il tempo né le circostanze 
propizie". 

Sono, questi, fra i più antichi, dei molti indizii di quella irrefrena- 
bile simpatia dei rappresentanti americani in Italia a favore degli sforzi 
per la causa della libertà e dell'unità della patria nostra, 

UNA GRANDIOSA DIMOSTRAZIONE PRO-ITALIA IN NEW YORK. 

Di questa attitudine nobilissima del popolo americano verso l'indi- 
pendenza italiana si ebbe una brillante prova sin dal principio del movi- 
mento liberale nella penisola. Il 23 novembre 1847 i giornali di New 
York contenevano la seguente concisa notizia: 

—"PUBBLICA DIMOSTRAZIONE"— Noi sottoscritti invitiamo ì 
nostri concittadini ad unirsi, senza distinzione di convinzioni o di par- 
tito, in una pubblica dimostrazione della forte simpatia, colla quale il 
popolo americano osserva la politica illuminata e le misure liberali del 
papa Pio IX e gli sforzi del popolo italiano per conseguire l'indipenden- 
za nazionale e la libertà costituzionale, lunedì, 29 del corrente novem- 
bre, al Broadway Tabernacle," — Moltissimi nomi delle personalità più 
influenti, allora, in New York, figuravano fra le 700 firme di questo 
patriottico appello. 

L'edificio più vasto di New York era stato scelto per la riunione, 
e il 29 novembre, prima dell'ora fissata per il comizio, il Broadway Ta- 
bernacle, capace di contenere parecchie migliaia dj persone, era affoi- 



362 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

lato completamente. L'uditorio era composto di persone appartenenti al- 
le classi più rispettabili della popolazione, ma vi erano rappresentate 
tutte le classi, le professioni e i culti. La riunione fu presieduta dallo 
stesso Sindaco di New York, William V. Brady, e vi furono presentati 
indirizzi e lettere di molti fra i più distinti uomini di Stato di tutte le 
parti della Nazione. Fra gli indirizzi, notevoli furono quelli dell'ex-pre- 
sidente della Repubblica, Van Buren, dimostratosi sincero amico del- 
l'Italia; del futuro presidente, Buchanan, di Thomas H. Benton, di Wil- 
liam H. Seward, di John C. Spencer, di Rufus Choate, di Edward 
Everett. . . . Gli oratori del comizio furono James W. Gerard, padre 
dell'ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Germania allo scoppiare del 
conflitto europeo, nel 1914, ed autore dell'ormai celebre libro: "My 
Four Years in Germany"; Joseph S. Bosworth, David Dudley Field ed 
altri fra i maggiori uomini politici di quel tempo. Essi si intrattennero 
a parlare del nobile passato dell'Italia, dei suoi incomparabili servigi 
resi alla causa della libertà, delle sue sofferenze e del suo sicuro av- 
venire. L'iniziativa liberale di Pio IX, di dare la costituzione al popolo 
degli Stati Pontifici, fu contrapposta alla condotta dell'Austria, che ven- 
ne •:aratterizzata per "quell'impero, nel cui regime sembra abbia con- 
servati inalterati lo spirito, la barbarie e la politica atroce del Medio 
Evo," e fu dichiarato solennemente che "l'emancipazione dell'Italia 
sarebbe stato il segnale per la liberazione di tutta l'Europa dalla schia- 
vitù politica." Fu approvato all'unanimità ed in mezzo al più vivo en- 
tusiasmo il seguente ordine del giorno: 

"Si approva: Che noi seguiamo col più alto interesse il progresso 
delle libere istituzioni in tutti i paesi, e specialmente in uno verso il 
quale noi siamo tanto debitori, qual'è l'Italia, le cui leggi ed i cui ordi- 
namenti hanno compenetrato le istituzioni di una metà del mondo 
moderno". 

"Si approva: Che nessun uomo libero può freddamente guardare 
la presente lotta degli Italiani per l'indipendenza nazionale e per la 
libertà costituzionale; che i nostri cuori sono stati con loro fin dal primo 
momento in cui fu emesso il grido di libertà e per loro batteranno finché 
l'Italia non sarà libera dalla Sicilia alle Alpi". 

Non vi poteva esser dubbio circa la disposizione d'animo e l'unani- 
mità dell'uditorio imponentissimo: dall'esecuzione del famoso "Inno a 
Pio IX" di Rossini eseguito dalla banda di Dodworth, prima che fosse 
aperto il comizio, sino alle commoventi e nobilissime parole di Felice 
Foresti, che parlò esprimendo i sensi della più viva gratitudine da parte 
degli Italiani, alla fine. Un autorevole giornale di New York dichiarava 
che "per numero, rispettabilità, ordine, sentimenti ed entusiasmo, quel- 
la riunione non era stata mai sorpassata da altre tenutesi nella città di 
New York." 



L'AMERICA PER L'INDIPENDENZA ITALIANA 363 

GLI STATI UNITI E LA REPUBBLICA ROMANA DEL 1849. 

Otto giorni dopo di questa grande dimostrazione pubblica, il Pre- 
sidente degli Stati Uniti, Polk, mandò il suo messaggio annuale al Con- 
gresso, in un paragrafo del quale annunziava la sua intenzione di aprire 
relazioni diplomatiche con lo Stato pontificio, in cui sin allora gli Stati 
Uniti erano rappresentati solamente da consoli. "Gli interessanti avve- 
nimenti politici che ora si svolgono in quegli Stati — dichiarava il Presi- 
dente — come pure un giusto riguardo ai nostri interessi commerciali 
hanno, secondo me, reso tale misura altamente opportuna". Però Lewis 
Cass, il primo Incaricato d'Affari degli Stati Uniti accreditato presso il 
Governo pontificio, non potè prender possesso della sua carica, poichò 
Pio IX, ringoiatasi la Costituzione, era già fuggito da Roma ed i diplo- 
matici europei erano andati con lui a Gaeta. Solamente il Cass rimase 
nella Città Eterna durante l'esistenza, breve ma gloriosa, della Repub- 
blica; e, benché le sue istruzioni originali fossero tali che egli non pote- 
va presentare le sue credenziali ed entrare in relazioni col nuovo Go- 
verno, pure la sua presenza in Roma non fu priva di significato e rese 
non lieve servizio alla causa della libertà. All'entrata dei francesi, ripri- 
stinatori del vecchio regime papale, molti dei liberali che si erano senza 
scampo compromessi, andarono a lui debitori di protezione. Il 2 luglio 
1849 egli mise una corvetta americana, che trovavasi nelle acque di Ci- 
vitavecchia, a disposizione di Garibaldi; e Mazzini, che, nella sua fuga 
da Roma, ebbe da lui l'offerta di un passaporto col nome di George 
Moore, ricevette una sua entusiastica lettera di presentazione per il 
Console americano a Genova. "La vita intera di Mazzini — scriveva 
Cass — è stata dedicata alla causa della libertà e dell'indipendenza 
d'Italia. Per questa causa egli ha tutto rischiato e tutto perduto. Però 
il suo sole non è tramontato per sempre". 

Più importante ancora di quella del Cass fu, nei giorni gloriosi del- 
la Repubblica Romana, la figura del Console americano Brown. Un pa- 
grafo nel Contemporary del 7 Febbraio 1849 riferisce che egli, 
insieme con Freeman, Console degli Stati Uniti in Ancona, assistè al- 
l'aprirsi dell'Assemblea Costituente, dopo di aver accompagnato il corteo 
nella sua marcia dal Campidoglio per il Corso e Via della Scrofa sino 
al Palazzo della Cancelleria. Brown fu entusiastico sostenitore della 
Repubblica durante l'assedio epicamente sostenuto e fu l'intimo confi- 
dente di alcuni fra i capi di essa. All'entrata dei francesi, quando tutto 
ormai era finito, egli rimase con fermezza fra i patrioti romani. Di que- 
st'ultimo atto parla la signora Margaret Fuller in una lettera deir8 luglio 
di quell'anno alla Tribune di New York: "Ciò che si riferisce questa 
mattina — ella scrive — è che i francesi violarono il domicilio del nostro 
Console Brown, pretendendo di fare una perquisizione per trovarvi per- 
sone nascoste ; che Brown, con la bandiera degli Stati Uniti in una ma- 
no e la spada nell'altra, respinse gli assalitori e bravamente li cacciò 
giù per le scale; che poi egli rivolse loro un appropriato discorso in una 



364 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



lingua mista di inglese, di francese e di italiano; che la folla applaudì 
fragorosamente Brown, già molto amato per la grande simpatia che 
aveva dimostrato verso i romani nelle loro aspirazioni e nella loro iat- 
tura, e che egli infine indossò l'uniforme e andò dal generale Oudinot 
a protestare. Come fu accolto, non so, ma mi si dice che Brown sia 
partito ieri sera con la famiglia." Oggi è lecito rivelare che Brown 
portò con sé non solo la famiglia, ma ancora, travestito da servo, Pietro 
Sterbini, un ardente patriota romano, che era stato ministro della breve 
Repubblica. 

LA REPUBBLICA VENETA E IL CONSOLE SPARKS. 

Anche nell'eroica loita che Venezia sostenne contro la tirannia del- 
l'Austria il Console americano Sparks appare non essere stato da meno 
del suo collega Brown, per la franca e leale devozione alla causa della 
libertà. La cerimonia della benedizione del tricolore bianco, rosso e 
verde ebbe luogo in Piazza San Marco il 23 marzo 1848. I soli a parte- 
ciparvi del numeroso corpo consolare straniero che si trovava a Venezia 
furono il Console generale di Francia e Sparks, Console degli Stati 
Uniti, che intervennero in forma ufficiale. 

La "Gazzetta di Venezia" del 24 marzo così descrisse l'intervento 
di Sparks alla cerimonia: 

"li generale in capo fece schierare le guardie civiche in doppia 
ordinanza ai due lati delle Procuratie e le passò in rivista. Indi si udì 
una voce intimare: — Attenti! Fate onore alla bandiera degli Stati Uniti 
d'America! — Allora il Console di quella Repubblica agitò in aria egli 
stesso il vessillo americano, intanto che le guardie presentavano, fra gh 
evviva del popolo, le armi, ed il Ciurlati si univa al Console e questi a 
lui in un abbraccio fraterno, a mostrare il vincolo che stringer debba dus 
popoli che possono vantar pari origine; poiché se gli avi dell'uno accor- 
sero a queste lagune per cercar libertà, i padri dell'altro insorsero nel- 
l'opposto emisfero per fuggir tirannia". 

Il Governo veneto cordialmente apprezzò la condotta di Sparks in 
quella circostanza e lo dimostrò con una lettera indirizzata dai due 
grandi apostoli della libertà, Daniele Manin e Nicolò Tommaseo, al 
popolo americano, il 28 marzo 1848, nella quale "le sue spontanee con- 
gratulazioni" sono con molte e belle parole "accolte come felicissimo 
augurio". Sparks morì al suo posto, vittima del colera, nell'agosto 1849. 

IL GOVERNO AMERICANO PER I PROFUGHI ITALIANL 

I rapporti diplomatici fra gli Stati Uniti e il Regno di Piemonte 
sino al 1848 presentano pochi fatti notevoli. Dal 1848 in poi, dopo che 
Carlo Alberto ebbe data la Costituzione al suo popolo^ i due paesi appa- 
rivano inspirati dai medesimi ideali; e ben giustamente l'incaricato d'af- 
fari americano a Torino, Kinney, in un rapporto al Governo di Washing- 
ton, definiva il Piemonte come, "in verità, la sola patria di libertà civile 



L'AMERICA PER L'INDIPENDENZA ITALIANA 365 

e religiosa in tutta l'Europa meridionale". Ed in un altro rapporto, nel- 
l'agosto del 1851, egli scriveva: 

"Il Re ed i suoi ministri pare che godano al più alto grado la 
fiducia pubblica e non v'è motivo a dubitare della loro fedeltà alla 
libertà civile e religiosa, della quale si sono resi garanti. Tutti credono 
fermamente che. nel cercar di stabilire le libere istituzioni sulla base 
della Costituzione, essi agiscono mossi da una profonda convinzione dì 
dovere e di interesse politico ed anche d'accordo colla loro fede". 

Dopo la rivoluzione di Milano del 6 febbraio 1853, il Piemonte si 
vide costretto ad espellere dal suo territorio un considerevole numero 
di rivoluzionari. Nessuno dei paesi vicini li voleva accogliere e il mini- 
stro Dabormida si rivolse a Kinney, chiedendogli 70 passaporti ameri- 
cani e pregandolo che gli Stati Uniti offrissero asilo a quei numerosi 
e sfortunati profughi. Kinney acconsentì a ciò che egli considerava come 
"benevolo progetto delle autorità regie", i passaporti furono accordati di 
buon animo e gli esuli partirono sulla fregata piemontese "San Giovan- 
ni" per il porto ospitale di New York. E' interessante notare che Adriano 
Lemmi, che fu poi Grr.n Maestro della Massoneria Italiana e che fi:, 
in quel tempo, obbligato a lasciare Genova, ottenne, accampando la cit- 
tadinanza americana, i buoni uffici del Console americano e di Kinney, 
che riuscirono a fargli avere la concessione di alcuni giorni di proroga. 
Ed un altro italiano, il cui nome doveva divenire illustre in tutto il 
mondo, ottenne un passaporto americano in base alla dichiarazione che 
intendeva recarsi negli Stati Uniti ; quest'uomo era Francesco Crispi. 

Nulla di veramente importante sino al 1859. In questa epica annata 
per le rinnovate sorti d'Italia troviamo che coloro i quali dirigevano la 
nave dello Stato erano vivi nell'universale simpatia destata nella Repub- 
blica nord-americana. 

Il 31 luglio 1859 Vittorio Emanuele II dichiarava al ministro degli 
Stati Uniti a Torino "che aveva tutti i motivi per credere di aver goduto 
della simpatia personale e degli auguri del Presidente e di tutti i citta- 
dini d'America nella sua ultima lotta contro l'Austria e che egli nutriva 
la maggiore considerazione e simpatia per la gloriosa Repubblica". 

WASHINGTON E FRANKLIN EMBLEMI DI LIBERTA'. 

II 5 maggio 1860 — è storia che nessun italiano potrà mai dimenti- 
care — Garibaldi salpò da Quarto con i suoi eroici Mille e, dopo un 
mese, si era impadronito della Sicilia. La narrazione delle sue straordi- 
narie vittorie^ ottenute con un pugno di volontari non addestrati e con 
un'assoluta povertà di materiali da guerra, fa l'effetto, a chi la legga, di 
una grandiosa epopea. Ci piace ricordare, a tal proposito, come le navi 
americane si trovassero nell'impossibilità di partire da Genova perchè 
i marinai le avevano disertate quasi in massa per accorrere a riempire 
le assottigliate file dei garibaldini; come le vecchie navi che uscirono 
coi rinforzi fossero state ribattezzate coi nomi gloriosi di Washington 
e di Franklin e in cima agli alberi avessero issato le stelle e le strisele 



366 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

americane, e, infine, come nel momento critico, a Palermo, quando Ga- 
ribaldi chiese munizioni ai comandanti delle squadre straniere che si 
trovavano nel porto, disposto a pagarle a peso d'oro, il capitano ameri- 
cano Palmer fosse il solo che rispose e che ne offrì quante ne aveva. 

LINCOLN E L'ITALIA. 

Abramo Lincoln, il Presidente martire, nutrì grande affetto per 
l'Italia. Ne è nobile testimonianza la seguente lettera da lui inviata, il 
23 luglio 1864, al Comm. Bertinatti , Ministro d'Italia a Washington: 

"I am free to confess that the United States have. in the course 
of the last three years, encountered vicissitudes and been involved in 
controversies which have tried the friendship and even the forbearance 
of other nations, but at no stage in this unhappy fraternal war, in 
which we are only endeavoring to save and strengthen the foundations 
of our national unity, has the King or the people of Italy faltered in 
addressing to us the language of respect, confidence, and friendship. 

"I pray God to have your country in His holy keeping. and to 
vouchsafe to crown with success her noble aspirations. to renew, under 
the auspices of her present enlightened Government, her ancient 
career, so wonderfully illustrated in the achievements of art, science, 
and freedom." 

Nel 1866 Venezia era stata unita all'Italia e il 20 Settembre 1870, 
data memoranda per la civiltà, Roma diveniva la capitale naturale, 
"intangibile" della nuova, grande Nazione. 

L'ENTUSIASMO IN TUTTA L'AMERICA PER L'UNITA' D'ITALIA. 

La più strepitosa celebrazione dell'unità e della libertà d'Italia 
che sia avvenuta in America, celebrazione storicamente e scenografi- 
camente memorabile — narra Carlo Paladini — fu quella che ebbe 
luogo all'Accademia di Musica di New York il 12 gennaio 1871. La mat- 
tina del 6 gennaio di quell'anno apparve sui giornali di New York il 
seguente appello: "Noi sottoscritti ci proponiamo di esprimere aWItalia 
Una la simpatia e le felicitazioni del Popolo Americano per la libera- 
zione di Roma come Capitale della Nazione, e di celebrare questo even- 
to all'Accademia di Musica, giovedì sera, 12 gennaio. L'unione di Roma 
all'Italia appaga le aspirazioni del Popolo Italiano, dà ai Romani un 
Governo Costituzionale di loro propria elezione, consacra il diritto al- 
l'indipendenza nazionale e chiude il lungo periodo dell'intervento stra- 
niero, di cui l'Italia è stata la vittima secolare. La Nazione, consolidan- 
dosi su basi incrollabili, sviluppa e dà uno scopo alle energie del po- 
polo, all'educazione, all'industria, al commercio, alla letteratura e alle 
arti, e si avvia alla realizzazione dell'idea di Cavour: Libera Chiesa in 
libero Stato, assimilando così, sempre più, le istituzioni italiane alle 
nostre e aprendo all'Europa una nuova èra di libertà civile e religiosa". 
Seguono centinaia di firme di illustri personaggi, fra i quali: John A. 
Dix, William Culler Bryant, Samuel F. B. Morse, Cyrus W. Field, Hen- 



L'AMERICA PER L'INDIPENDENZA ITALIANA 367 

ry e. Potter, Orace Greeley, Robert S. Livingston, William Adams, 
Ethan Alien, Levi P. Mortori, Henry Chauncey, Samuel C. Reed, G. P. 
Putnam, il banchiere Morgan e il suo socio italiano E. Fabbri. . . 

Del Comitato Promotore fu anima, oltre Teodoro Roosevelt, padre 
delI'ex-Presidente, il cittadino americano prof. Vincenzo Botta, nipote 
dell'autore della Storia della Guerra dell'Indipendenza degli Stati Uniti. 
Basta una semplice conoscenza della vita americana per comprendere 
l'importanza e il valore degli uomini che chiamavano il popolo della 
Repubblica ad esprimere il suo amore per l'Italia. 

Tutti i giornali della Metropoli pubblicarono articoli entusiastici, 
spiegando la necessità, l'idealità e il significato del grandioso avveni- 
mento. Il New York Times scrisse "che l'unità d'Italia era il maggiore 
evento del secolo XIX, e che doveva commuovere ed esaltare tutti i libe- 
rali del mondo". La New York Tribune: "Ogni amico del progresso u- 
mano non può mancare al comizio : la terra dei fiori e dell'arte, della sto- 
ria e del diritto, l'antico centro della civiltà e della religione, oggi libe- 
ra e unita, presenta uno spettacolo che accende la più calda eloquenza 
e le più luminose speranze". La Evening Post invitava il popolo a far 
sì che il comizio, per la sua magnificenza e importanza, riuscisse la 
verace espressione nazionale degli Stati Uniti; facevano eco il Neiv 
York Herald, VEvening Mail, il Commercial Advertiser scrivendo lun- 
gamente ed entusiasticamente della superba manifestazione. 

Richiami, commenti, epistole e indirizzi comparivano ogni giorno 
sui principali organi della pubblica opinione, non soltanto a New York, 
ma anche in tutte le altre principali città degli Stati Uniti. Da ogni par- 
te della Repubblica giunsero diffuse e sincere lettere di adesione. Il 
Vice-presidente Colfay Shuyler scrisse a Teodoro Roosevelt, augurando 
all'Italia unita e libera di divenire presto grande e democraticamente 
felice; Hamilton Fish, Segretario di Stato, aderiva nella forma più en^ 
tusiastica, asserendo che era dovere di ogni americano il simpatizzare 
con i liberali italiani; Charles Summer, Presidente del Senato, unendo- 
si in ispirito alla riunione, ricordava i suoi colloqui con Cavour, all'inizio 
della guerra del '59. Lo visitava nella sua stanza che era nello stesso 
tempo la sua camera da letto e il suo ufficio e discutevano insieme gli 
avvenimenti del giorno. — "Io non potrò mai dimenticare — soggiunge- 
va — la voce calma e la tranquilla figura del grande statista quando di- 
ceva: L'Italia deve essere libera dall'Alpi all'Adriatico"! 

Ma l'adesione che ebbe il maggiore eco nel pubblico fu quella del 
rev. Tommaso Farrell, parroco della Chiesa cattolica di S. Giuseppe, 
che salutò con nobili parole l'Italia unita e indipendente da ogni domi- 
nazione ingerenza straniera, dicendosi partigiano della libertà politica 
e religiosa e dell'uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi alla legge divina 
e umana. 

Tutti i Rettori e i Corpi accademici delle Università, i Presidi det 
Collegi, i Direttori delle principali scuole, ebbero premura, se impossibi- 
litati a intervenire, di inviare il loro consenso scritto. Nessun uomo cele- 



368 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

bre mancò all'appello ! Il poeta John G. "Whittier rendeva omaggio al 
numero infinito dei martiri italiani che avevano sofferto, e santificato 
il carcere, l'esilio, la ghigliottina e la forca, esempi immortali di virtù 
e di grandezza. 

Lo scrittore S. G. Holland prometteva di assistere al comizio, espri- 
mendo il desiderio che il Governo e il Popolo italiano potessero com- 
prendere quanto grande e reale fosse la simpatia degli Stati Uniti per 
la nuova Italia; l'on. G. B. Kinney, già ministro degli Stati Uniti a 
Torino, rendendo omaggio alla purità dei convincimenti cristiani del suo 
amico Cavour e al principio della libera Chiesa in libero Stato, ramma- 
ricandosi che il Pontefice avesse respinto la Legge sulle Guarentigie, 
così finiva: — "I compatrioti di Washington e di Lincoln, al grido dei 
Re d'Italia che in Parlamento proclamava l'Italia libera ed una, rispon- 
dono in coro nella lingua di Dante e di Cavour: Viva l'Italia! Viva l'Ita- 
lia" ! — ^ W. D. Howells, già console a Venezia, asseriva che l'amor© 
verso l'Italia, per un vero americano, deve venire subito dopo quello 
verso il proprio paese e che la fortuna d'Italia rappresenta un gran van- 
taggio per la civiltà. G. W. Curtis ricordò Garibaldi, l'Eroe romantico, 
e gli esuli italiani che avevano vissuto negli Stati Uniti e gli altri marti- 
ri che appresero l'arte di morire pur di far vivere l'Italia. Sam. Osgooc 
si indugiava a considerare come l'Italia e l'America fossero unite da 
quasi quattrocento anni, da quando cioè un italiano la scopriva e un 
altro italiano le dava il suo nome: L'America deve riconoscere e pagare 
il suo debito di gratitudine all'Italia! 

Trascrivere, non diciamo tutte le adesioni, ma soltanto una frase fra 
le più notevoli dell'infinita serie delle lettere sarebbe impossibile: ci 
vorrebbe un intero e grosso libro: alti magistrati, deputati, senatori, 
diplomatici, mercanti e industriali, prelati e professionisti, uomini di 
tutte le età, di tutte le condizioni sociali inviarono da un capo all'altro 
dell'Unione le loro adesioni al comizio, il quale riuscì, secondo il giu- 
dizio unanime dei giornali, la più grandiosa e spettacolosa manifesta- 
zione politica che mai fosse avvenuta negli Stati Uniti. La folla fu 
così numerosa che la Irving Place e la 14. a strada rigurgitavano di 
gente impossibilitata a trovar posto in teatro; e alcuni degli oratori 
dovettero arringarla all'aperto. Fra coloro che pronunciarono discorsi 
al comizio furono William Cullen Bryant, gran poeta e poderoso par- 
latore; l'insigne giornalista e propagandista per la colonizzazione del 
Far West, Orace Greeley, che tu candidato alla suprema carica della 
Repubblica; l'eminente magistrato James Emott; Henry Ward Beecher; 
il famoso Godwin; William Adams e parecchi altri. 

I discorsi pronunciati sono dei veri e propri saggi di storia, di 
politica, di filosofia, e meriterebbero di essere pubblicati integralmente 
in un volume a parte. Il maggior generale John A. Dix, già ministro 
plenipotenziario degli Stati Uniti in Francia, il quale presiedeva il comi- 
zio, mandò un saluto al Parlamento Italiano che si era sempre mostrato 
degno del suo compito e delle sue alte funzioni, augurando all'Italia di 



L'AMERICA PER L'INDIPENDENZA ITALIANA 369 

poter unire la forza alla bellezza, ma di essere magari, ad ogni buon 
fine, un po' meno bella, ma più forte: "Se noi non fossimo stati forti 
non saremmo oggi liberi!" soggiunse. 

Orace Greely lesse l'ordine del giorno che fu votato al comizio 
pro-Italia del 29 novembre 1847, e spiegò che gl'Italiani avevano vinto 
perchè avevano conservato una incrollabile fiducia di vincere. Bryant 
affermò che la libertà e l'unità d'Italia dovevano esser care agli Ame- 
ricani come la luce del giorno e l'aria che respiriamo. La banaa suonò 
gli inni italiani!.... Ed il Presidente annunciò fra gli applausi che 
avrebbe inviato a Firenze un telegramma di felicitazione al Re d'Italia. 
Indi, fra le acclamazioni che si ripeterono festosamente, venne votato 
un ordine del giorno in cui, inneggiandosi all'Italia degl'Italiani, si pro- 
clamava essere la libertà e l'unità della Patria di Colombo e di Gari- 
baldi la conseguenza logica delle dottrine politiche enunciate nella 
Declaration of Independence. 

I giornali pubblicarono diffusissimi resoconti del comizio, facen- 
doli precedere o seguire da articoli entusiastici. 

Parecchie città dell'Unione seguirono l'esempio di New York. E 
£ Boston per iniziativa di Eliot, Rettore dell'Università di Harvard, 
il 23 febbraio del 1871 nella Music Hall venne tenuto un comizio "for 
the celebration of Italian Unity" per il quale Giulia Ward Howe scrisse 
un magnifico inno nello stile delle antiche laudi ecclesiastiche che fu 
molto ammirato. E sotto gli auspici di R. W. Ermerson e dei poeti 
J. G. Whittier e H. W. Longfellow, di Holmes, Lowell, etc. venne invia- 
to un indirizzo di felicitazione al Re Vittorio Emanuele II, firmato dal 
Governatore del Massachusetts, dal Sindaco della città, dai Presidenti 
della Camera e del Senato, dal Segretario di Stato e da molti altri. L'in- 
dirizzo al Sovrano, dopo aver dimostrato che l'unità nazionale è il fon- 
damento del progresso, della forza e della prosperità degli Stati Uniti, 
diceva fra l'altro: — "Noi siamo lieti di vedere come l'esempio degli 
eroi e dei martiri del Nuovo Mondo sia stato benefico ed abbia giovato 
alla buona causa del vecchio. I trionfi del passato stimoleranno gl'Italia- 
ni a rinnovellare le glorie: noi vi assicuriamo tutta la nostra simpatia 
per il bene dell'Italia". E finiva augurando al nostro Paese, giustizia, 
agiatezza ed educazione per tutti, quella educazione ed agiatezza che 
sono la forza degli Stati Uniti, e debbono assolutamente essere la spe- 
ranza e lo scopo costante dell'Italia di Mazzini e di Cavour. 



=s^^^^©] 



Il Cattolicismo e gli Italiani 
in nmcrica 



L'AMERICA, IL PAESE CLASSICO DELLA LIBERTA' RELIGIOSA. 

II principio della completa secolarizzazione dello Stato si fonda, 
negli Stati Uniti d'America — il paese classico della libertà religiosa — 
su un certo numero di assiomi accettati da tutti : in questo paese la reli- 
gione è, si potrebbe dire, un fenomeno di mentalità individuale e non 
un servizio pubblico. Lo Stato non impone leggi e regolamenti e la 
Costituzione federale non riconosce alcuna comunità religiosa. E' sta- 
bilito che "il conseguimento d'una carica o posto di fiducia nell'ammini- 
strazione degli Stati Uniti non è sottoposto a condizioni religiose". E 
così pure nel primo degli emendamenti alla Costituzione, fra le varie 
limitazioni imposte al Congresso, vi è la proibizione di votare alcuna 
legge sia per istabilire una religione, sia per vietarne il libero esercizio. 

Per una curiosa contraddizione, così il popolo come lo Stato, che 
in America si disinteressano ufficialmente dell'organizzazione delle varie 
forme di attività religiosa, sono in fondo tutti e due molto religiosi. La 
Costituzione non fa menzione di Dio, ma la vita ufficiale degli Stati 
Uniti ne è piena: il Congresso, per esempio, ha dei cappellani incaricati 
di aprire con una preghiera ogni seduta del Senato e della Camera; 
anche nella Legislatura dei singoli Stati le sedute si aprono con la 
recitazione d'una preghiera che viene detta per turno dai ministri dei 
diversi culti ; e ogni anno, alla fine del mese di novembre, viene celebra- 
ta la "festa del ringraziamento" {Thanksgiving Day), la quale è indetta 
con un apposito proclama dal Presidente dell'Unione per ringraziare la 
Provvidenza dei favori che essa ha largito, durante l'anno, al popolo 
americano. 

In molti Stati della Repubblica vi sono leggi speciali che proibi- 
scono e puniscono la bestemmia, che vietano di violare il riposo dome- 
nicale, che regolano e proteggono le riunioni religiose e le processioni 
in pubblico. La Bibbia ha nella vita pubblica una parte importantissima: 
nei tribunali i testimoni giurano sulla Bibbia; in alcuni Stati, oltre al 
giurare, devono anche baciare il libro sacro; nella maggior parte delle 
scuole pubbliche le lezioni cominciano con la lettura di un brano della 
Bibbia. 



IL CATTOLICISMO E GLI ITALIANI IN AMERICA 



371 




372 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Senonchè, in quanto riguarda l'amministrazione delle comunità re- 
ligiose e il loro governo interno, lo Stato non ha alcuna ingerenza. Si 
potrebbe quasi dire che l'unico modo con cui gli Stati riconoscono in 
America l'esistenza delle varie Chiese consiste nel fare a queste dei 
favori; per esempio, nella maggior parte degli Stati la proprietà deìle 
Chiese è esente da tasse; e coloro che difendono tale privilegio fanno 
opportunamente notare che le Chiese sono istituzioni di morale, le quali, 
con la loro benevola influenza, fanno diminuire le spese di polizia. Però 
l'aiuto, se così lo si vuol chiamare, dello Stato, si limita a questo. Del 
resto, le Chiese non possono contare né sui sussidi né su doni di edifici 
pubblici, e si può dire senza timore di errare che, per tutto ciò che 
riguarda la loro vita materiale, esse dipendono esclusivamente dai 
fedeli. 

La pace religiosa, di cui godono e giustamente si vantano gli Stati 
Uniti, pace che non esclude né l'attività, né la vivacità del sentimento 
religioso, ha la sua fonte nello spirito di mutua tolleranza e di rispetto 
per la libertà altrui che si trova sparso in tutta l'America e che dalla 
Costituzione ha finito per passare nei costumi del popolo. 

CIRCA 28 MILIONI DI CATTOLICI NEGLI STATI UNITI. 

Secondo l'Officiai Catholic Directory, nel 1919 vi erano negli Stati 
Uniti d'America 17,416,303 cattolici romani, senza includervi quelli delle 
isole e dei possedimenti, che ammontano a circa altri 9 milioni. (1) 
Negli ultimi dieci anni, il loro numero é aumentato di 3,538,877. A guida 
di questo immenso gregge di fedeli vi sono 20,477 preti, dei quali 
14,922 sono secolari e 5,555 appartengono ad ordini religiosi. Vi sono 
13 arcivescovi, 92 vescovi, 10,369 Chiese con relativi rettori, 5,445 
missioni, 106 seminari con 7,238 studenti, 1,593,407 alunni di scuole 
parrocchiali e catechistiche, 217 collegi maschili, 677 femminili, 297 or- 
fanotrofi e 109 ricoveri di vecchi ed inabilitati. Il più gran numero di 
cattolici romani si trova nella Greater New York, che ne contava, nel '19, 
ben 3,088,406, molto più della metà della sua intera popolazione di allo- 
ra. Fra i diversi Stati dell'Unione che hanno un maggior numero di catto- 
lici sono da notare, per ordine progressivo, i seguenti: Stato di New 
York, di Pennsylvania, di Illinois, del Massachusetts; vengono poi: 
gli Stati dell'Ohio, della Louisiana, del Michigan, del Wisconsin, del 
New Jersey, del Missouri, del Minnesota, del Connecticut, ecc. 

I PRIMI PRETI CATTOLICI. 

Nel 1497, cinque anni dopo la scoperta di Colombo, una nave da 
Bristol, comandata dal celebre esploratore italiano, Giovanni Caboto, 
menò ai lidi nordici del continente americano la prima compagnia di 
cattolici inglesi, ed altri cinque anni dopo un prete irlandese attraversò 



(1) Secondo l'Officiai Catholic Directory del 1920, il numero dei cattolici negli Stati 
Uniti si era accresciuto, in un anno, di 186.229. Al 31 dicembre 1919 vivevano sotto la 
bandiera di Uncle Sam 27.650.204 persone professanti la fede cattolica. 



IL CATTOLICISMO E GLI ITALIANI IN AMERICA 373 

l'Atlantico per assistere i suoi connazionali e predicar loro il Vangelo 
nel patrio idioma. Immediatamente dopo Caboto vennero gli esploratori 
francesi, ammirabili eroi che lasciarono nella terra nuova opere immor- 
tali di bene e d'amore. Cartier fece vela alla volta d'America con la 
benedizione del Vescovo di San Malo e con preti da esso facoìtati. Pochi 
anni dopo, Champlain fondò Quebec, nel Canada, dove si edificarono 
chiese, si eressero altari, si fondarono scuole. Poco più tardi, il Padre 
Padilla, spagnuolo, fu alle rive del Missouri; penetrò dall'un capo al- 
l'altro la sterminata regione, ne evangelizzò le tribù, che istruì poscia 
a coltivare la terra, lavorando egli per primo a capo di esse. Hennepin 
penetrò sino alle cascate di S. Antonio; Marquette sino all'Arkansas; 
Donas sino alla bocca del Mississippi. Inoltre, il primo stabilimento catto- 
lico nell'Oregon venne dal Canada: l'Oregon divenne presto vescovado 
e poscia arcivescovado di non poca importanza. 

Nel corso degli anni, dopo lotte spesso sanguinose fra cattolici e 
protestanti; dopo persecuzioni indicibili che i primi, in minor numero, 
dovettero subire da parte degli altri, spalleggiati dalla Corte, dai signo- 
rotti e dai governi britannici, i cattolici, nel solo Stato del Maryland, 
raggiungevano, nel 1757, il numero di 10.000: lo Stato del Maryland e, 
propriamente, la sua Capitale, Baltimore, doveva essere, più tardi, la 
prima sede del primo Cardinale-Arcivescovo d'America. "Intanto la 
Chiesa cattolica negli Stati Uniti — scrive il rev. prof. De Vincentis — • 
doveva sostenere tutte le lotte che gli Apostoli sostennero all'apparire 
del Cristianesimo nel mondo. Le sue marcie affaticate, l'opera sua in- 
stancabile per istruire e civilizzare le tribù selvaggie formano la parte 
gloriosa del periodo eroico della sua storia. I suoi preti furono i pionieri, 
l'arteria principale delle grandi arterie del continente, i quali nulla ri- 
sparmiarono per guadagnare gli Indiani, esaminare le grandezze vegetali 
e minerali della contrada, studiare e tradurre in forme scientifiche il 
linguaggio delle innumerevoli tribù native, versando il proprio sangue 
per l'adempimento del proprio dovere. Nunzi di pace, di tolleranza e 
di armonia, li vediamo con il loro gregge per più di un secolo persegui- 
tati nelle colonie inglesi da fanatici sitibondi di sangue; li vediamo 
vittime innocenti di leggi penali che mostrano il veleno e la ferocia dei 
propri inventori verso chi, col Crocifisso alla mano, era accorso a civi- 
lizzare il mondo di Colombo. Ma il giorno del trionfo non doveva tarda- 
re ad apparire nell'orizzonte annuvolato degli eroi civilizzatori; e, come 
altrove, anche negli Stati Uniti d'America il sangue dei martiri doveva 
esser fecondo di grandezze e di apoteosi". 

IL PRIMO VESCOVO. 

Sino al 1783 la Chiesa Cattolica in America era soggetta al Vi- 
cario Apostolico di Londra. Caduto il dominio inglese, si pensò subito 
a fare della Chiesa in America un corpo distinto e completamente in- 
dipendente dal Vicariato inglese, mercè la nomina di un proprio Vescovo 
che risiedesse negli Stati Uniti. Infatti il decreto che riorganizzava la 



374 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 




IL VESCOVO CARROLL 



Chiesa Cattolica negli Stati Uniti e no- 
minava il rev. John Carroll, uomo di 
pietà, zelo e dottrina. Prefetto Apostoli- 
co, fu redatto dal Cardinale Antonelli, 
Prefetto della Sacra Congregazione di 
Propaganda Fide, il 9 Giugno 1784. Nel 
1789, dopo una vita laboriosa attraverso 
gli Stati Uniti, ove fece sorgere opere 
immortali, il pio sacerdote fu consacrato 
Vescovo di Baltimore, e nel 1808 Arci- 
vescovo, con quattro diocesi suffraganee: 
Filadelfia, Boston, New York e Bards- 
town. La santità della sua vita, il suo 
patriottismo, il suo carattere integro lo 
resero caro a tutti i padri della Repubblica, specie a Franklin e a Wash- 
ington, dei quali godeva il favore e l'amicizia più intima e cordiale. Fu 
il Vescovo Carroll che, dopo la morte di Washington, venne designato 
dal Congresso a tessere l'elogio funebre del Padre della Patria. Il suo 
sermone, informato a sublime patriottismo, è rimasto un gioiello d'elo- 
quenza sia per la forma smagliante che per la profondità dei concetti. 
Col Vescovo Carroll la religione cattolica negli Stati Uniti iniziò il suo 
periodo ascensionale che doveva assicurarne la futura grandezza. 

PIONIERI DEL SACERDOZIO ITALIANO. 

I primi nomi di ragguardevoli religiosi italiani che incontriamo in 
America sono quelli di un gesuita, padre Piccolo, il quale moriva ot- 
tantenne in California nel 1729, dopo aver risolto, trent'annJ prima, un 
gran problema geografico del tempo, constatando che la California era 
il prolungamento della Nuova Spagna, non già un'isola, contrariamente 
a quanto credevano altri ; e di un tal padre Crespi, che, con un ingegne- 
re italiano, tal Costanzo, fu, nel 1776, fra gli scopritori della baia di 
San Francisco. Nel 1849 i due primi Gesuiti recatisi in California per 
ristabilirvi la potenza della Compagnia cacciatane nel 1767 (benché in 
California, come nel Canada e nella Louisiana, i Gesuiti si fossero rive- 
lati fattori energici ed efficaci di civiltà) furono due italiani della pro- 
vincia di Torino, che parecchi altri seguirono. 

I Francescani, pionieri anch'essi di civiltà sulla costa del Pacifico, 
fondarono, nel 1777, la Missione di Santa Gara, pure in California, 
dedicandosi a rialzare il morale ed a sviluppare la prosperità materiale 
dei pochi abitanti. Nel 1851, ai Francescani succedettero i Gesuiti, col 
proposito di dare a tutti coloro che la volessero a liberal and Christian 
education. I primi Padri furono italiani. Michele Accolti e Giovanni 
Nobili; quest'ultimo è considerato il fondatore del Collegio di Santa 
Clara. Nel 1855 l'Istituto ebbe il riconoscimento dello Stato, con diritti 
e privilegi di Università. Vi si ricordano numerosi altri Padri italiani, 
dipendenti dalla Casa provinciale di Torino, e fra essi Padre Giuseppe 



IL CATTOLICISMO E GLI ITALIANI IN AMERICA 375 

Bixio, fratello di quell'Alessandro, medico, agronomo, industriale e uomo 
politico, che spiegò in Francia la sua multiforme e generosa attività, e 
di Nino, l'eroico garibaldino, generale e uomo parlamentare. Il Collegio 
è, ora, assai prospero. Da esso e dall'altro che i Gesuiti hanno in San 
Francisco uscirono già tre generazioni di uomini dabbene e valenti, di 
cui la California è piena: vicino a nomi delle primarie famiglie dello 
Stato vi sono non pochi nomi italiani : degli Acquistapace, Bacigalupi, 
Castruccio, Chicchizzole, Gandolfo, Guardia, Netto, Oneto, Raffetto, 
Poletro; fra i laureati: dei Demoro, Garibaldi, Cadenasso, Sartori, San- 
dino, Cavagnaro, De Martini e tanti altri. 

ALTRI BENEMERITI SACERDOTI ITALIANI. 

Fra i nomi dei più celebrati fondatori di Chiese e di opere insigni 
nell'America del Nord — ricorda il già citato rev. dr. De Vincentis — 
l'Italia ha i suoi bravi rappresentanti. I Padri Jachetti, De Concilio, Ve- 
nuta e Marzetti bastano da soli ad illustrare una nazione che vanta 
tradizioni gloriose. Il Padre Jachetti, dei Minori Conventuali, fu mandato 
in America nel 1830, e, oltre il grandioso Collegio di Trenton, fondò 
attraverso gli Stati Uniti 14 chiese, così da potersi chiamare il fondatore 
di quasi tutte le chiese che il suo Ordine possiede in America e che ora 
sono tenute da Padri Tedeschi e Polacchi. Il Padre Marzetti collaboro 
con lui sino a che fondò la elegante Chiesa italiana di San Francesco, 
in Hoboken, N. J., nel 1888, e morì alcuni anni or sono nel generale 
compianto. 

Monsignor De Concilio, nato in Napoli nel 1836, discepolo del 
celebre Sanseverino e poscia alunno del Collegio Brignola - Sale di 
Genova, recatosi in America nel 1860, insegnò con successo filosofìa e 
teologia nel Seminario di Newark, N. J. Fondò la monumentale Chiesa 
di San Michele in Jersey City, un grandioso convento per le Suore di 
Carità, una scuola ed un orfanotrofio dei migliori della diocesi, nonché 
una Chiesa per gli Italiani di quella città e tante altre opere per le 
quali il pontefice Leone XIII lo nominò Prelato Domestico e l'Univer- 
sità di Georgetown, Dottore in Divinità. 

Il Padre Venuta, nato in Nicosia (Sicilia) nel 1823, implicato nei 
moti del '48 e messo sotto sorveglianza speciale, una notte riuscì ad 
eludere la stretta sorveglianza degli sbirri e, montato su di una barchetta, 
potè raggiungere a Catania un vascello e imbarcarsi per l'America, ove 

10 attendevano non poche amarezze. Approdato a New York, una dome- 
nica si recò nella vecchia chiesa di Santo Stefano per ascoltare la messa. 

11 parroco, dr. Cummings, era spesso obbligato a misure, diciamo così, 
eroiche, che avevan quasi dello strano, per ottenere dai fedeli con che 
menare a compimento i lavori della nuova parrocchia. Quella domenica 
egli chiuse le porte della Chiesa e con un linguaggio poderoso e col 
volto acceso, disse al popolo che nessuno sarebbe uscito se non gli si 
consegnasse quanto gli bisognava. Questo strano modo di procedere, 
accompagnato dalla straordinaria agitazione del rev. Cummings, spa- 



376 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



ventò il Padre Venuta, che non capiva una parola d'inglese, a tal segno, 
che si precipitò da una finestra aperta scampando dal pericolo che si 
era immaginato nella sua mente. E' impossibile descrivere la grandiosità 
delle opere di quest'illustre figlio della Sicilia; i pericoli corsi, le lotte 
sostenute, le fatiche sopportate nella sua laboriosa vita d'America. Assa- 
lito dalle infermità, morì in età ancor giovane, nel gennaio del 1876, 
dopo di aver fondato Chiese, scuole, ospizi, da tutti amato, da tutti 
benedetto. 

Un altro insigne prelato, di cui è giustamente orgoglioso il clero 
italiano negli Stati Uniti, è Monsignor Gherardo Ferrante, che il Car- 
dinal Farley nominò, nel 1915, Vicario Generale per la cura degli inte- 
ressi religiosi degli Italiani nell'Archidiocesi di New York, e che, da 
trent'anni in America, è circondato da stima e da ammirazione per la 
vivida intelligenza, pel sapere, per le nobili virtù di cittadino e di sacer- 
dote. E' nativo di Prosinone, nella provincia di Roma, e si laureò in utro- 
que jiire all'Università Pontificia Romana. L'Arcivescovo Corrigan lo 
chiamò a New York nel 1891 e la Santa Sede annuì a che l'eminente 
prelato, che già godeva fama di canonista profondo, venisse in America. 
L'opera di giurista di Monsignor Ferrante è ben nota, come è anche 
nota quella di benemerito italiano, essendo egli stato fra i primi e i 
più strenui sostenitori della Società di San Raffaele per gli immigranti; 
fcndatcre dell'Orfanatrofio femminile di West Hoboken; amministrato- 
re dell'Ospedale Colombo, retto dalle benemerite suore della Madre Ca- 
brini, e fondatore di scuole ed orfanotrofi maschili, ricoveri, ecc. Monsi- 
gnor Ferrante è in tutto degno delle simpatie vivissime, del rispetto e 
dell'ammirazione che gli Italiani, e non soltanto i sacerdoti, gli profes- 
sano. Nel 1920, a Mons. Ferrante fu conferita dal Governo Italiano la 
Croce di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia, ed all'Arcivescovo 
di New York, Mons. Hayes, la Commenda dello stesso Ordine, per il 
prezioso contributo da essi dato, durante il periodo bellico, alle opere 
di assistenza civile fra l'elemento italiano dell'Archidiocesi di New York. 

LO SVILUPPO DELLA CHIESA CATTOLICA ITALIANA. 

Sullo sviluppo della Chiesa Cattolica italiana negli Stati Uniti e 
sull'opera dei sacerdoti italiani scrisse, anni or sono, un pio e colto 
sacerdote, il rev. padre Giacomo Camberà, che in New York prima, poi 
a Chicago, ha compiuto e compie tuttora opera efficacissima a prò dei 
connazionali d'America; opera rimeritata dal Governo patrio col confe- 
rimento della Croce di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia al 
degno italiano e sacerdote. Dallo scritto del rev. Camberà togliamo alcu- 
ne notizie storiche che per molti saranno una rivelazione. 

Trentacinque anni or sono, quando l'immigrazione italiana nel Nord 
America incominciava ad aumentare e stava per divenire un problema 
importante per la Chiesa e per lo Stato, un Vescovo italiano d'illustre e 
santa memoria, Mons. Giovanni Battista Scalabrini, la cui morte, avve- 
nuta il I.o giugno 1905, fu un vero lutto per la Chiesa e per l'Italia, non 



IL CATTOLICISMO E GLI ITALIANI IN AMERICA 



377 



solo tenne conferenze nelle principali città italiane, e pubblicò opuscoli 
sulla emigrazione per interessare clero, cittadini e Governo, ma fondò 
un Istituto nella sua città. Piacenza, per i volontari missionari italiani, i 
quali fossero disposti a consacrare intieramente la loro opera e la loro 
vita all'assistenza civile, morale e religiosa dei loro connazionali. Que- 
sta benemerita istituzione porta il nome del suo fondatore. Monsignor 
Scalabrini, il quale fu il vero padre dell'immigrazione italiana, e la sua 
congregazione, organizzata con opportune regole, approvate dalla Pro- 




Mons. Scalabrini in visita alle sue Missioni 
in America 



paganda Fide, protetta da un Cardinale, fu posta sotto il titolo e la 
guida di San Carlo Borromeo. Molti volonterosi preti italiani risposero 
all'appello del santo Vescovo e fin dal 1888 si fece la prima spedizione. 
E subito furono fondate le Chiese italiane di San Gioacchino, la prima 
che sia stata costruita e sia mantenuta con l'obolo esclusivamence italia- 
no; del Preziosissimo Sangue, della Beata Vergine di Pompei, in New 
York; di S. Michele, in New Haven, Conn.; dello Spirito Santo, in 
Providence, R. I.; del Sacro Cuore di Gesù, in Boston, Mass.; di San- 
t'Antonio, in Buffalo, N. Y. ; del Rosario, in Cleveland, Ohio; della Bea- 
ta Vergine' del Carmine, in Syracuse e litica, N. Y. ; del Rosario, in 
Bridgeport, Conn.; di San Francesco, in Detroit, Mich.; di San Pietro, 
in Pittsburg, Pa. ; di San Pietro, in Cincinnati, Ohio; di San Carlo, in 
St. Louis, Mo.; di San Francesco, in New Orleans, La.; e quasi tutte 
queste Chiese, dai 25 ai 30 anni di esistenza, sono anche al presente 
sotto la direzione dei Missionari Scalabriniani. Dopo, col favore zelante 



378 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

dei Vescovi, essi aprirono molte altre Chiese nelle diverse diocesi, 
quattro in Providence, tre in Boston, tre in New Haven, tre in Saint 
Louis, una in Fredonia, una in Toronto, una a Columia City, una ad 
Iron Mountain e sei in Chicago. 

All'opera della congregazione di S. Carlo, si aggiunga quella di altri 
benemeriti Ordini religiosi, per esempio quelli dei Padri Serviti, dei 
Francescani, dei Salesiani, che hanno anche degli ottimi Collegi per 
l'educazione italianissima dei figli degli immigrati, degli Agostiniani, 
dei Gesuiti, dei Pallottini. dei Conventuali, ecc., che coi loro religiosi 
italiani hanno aperto molte altre chiese e scuole, e si uniscano a questi 
anche i pochi Segretari dei vescovi e cappellani dei conventi di Suore, 
e il servizio di altre centinaia di preti italiani secolari, e poi si com- 
prenderà che il Clero italiano in pochi anni ha fatto più di quello che 
era possibile per l'assistenza dei connazionali negli Stati Uniti. 

Ma per l'assistenza dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti non 
vi sono solamente preti, vi sono anche suore italiane, e prima di tutte 
le suore del Sacro Cuore di Gesù della illustre Madre Cabrini, Fonda- 
trice operosissima, morta, universalmente compianta, nel 1917. 

Quest'Ordine ha fondato negli Stati Uniti, come nel Sud America 
e in tutta Europa, Ospedali, Orfanotrofi, Scuole, Pensionati per gli ita- 
liani emigrati in tutto il mondo, e molte di queste suore aiutano volente- 
rose i missionari nell'insegnamento religioso delle scuole domenicali. 
Vi sono le suore Pallottine. le quali hanno pure aperto Orfanotrofi, Case 
di lavoro. Giardini infantili per i figli di italiani, le Francescane, le Figlie 
di Maria Aus'liatrice, e vi sono altre suore ancora. 

Ultimamente poi ha rivolta la sua opera all'assistenza degli ita- 
liani d'America la Società "Italica Gens". Figlia dalla Associazione 
nazionale pei missionari italiani, questa grande Istituzione che ha sempre 
le Missioni in Oriente, nella C'na. etc, ora intende di allargare la sua 
benefica azione a beneficio degli Italiani in questo Paese. 

"Questo sviluppo e risveglio religioso — nota giustamente Mons. 
Ferrante — ha arrecato non lievi vantaggi alle Colonie italiane degli 
Stati Uniti. Prescindendo dall'avanzamento nell'ordine soprannaturale, 
per aver richiamato moltissimi all'osservanza delle leggi della Chiesa, 
le Colonie italiane, merchè l'opera del sacerdozio, si sono avvantaggiate 
di molto nella vita sociale. Il sacerdote, che dall'altare inculca la sana 
educazione, che insegna al popolo il contegno da tenersi nella casa del 
Signore, che alimenta in esso il rispetto dovuto alle leggi del paese, 
innalza o almeno prepara le Colonie ad avanzarsi nell'apprezzamento 
del mondo americano. Il sacerdote nella Chiesa gittò il primo seme di 
associazioni e di congreghe religiose e seppe rimuovere o almeno meno- 
mare i pregiudizii e le divisioni che esistono fra provincia e provincia 
e riunire tutti nel vincolo di società religiose e di mutuo soccorso. Le 
cure prodigate dal clero a beneficio della prole italiana, educandola nelle 
scuole diurne e domenicali, prepararono alle Colonie una generazione 
di cittadini onesti e di sinceri cattolici". 



IL CATTOLICISMO E GLI ITALIANI IN AMERICA 



379 




La visita di S. E. il Senatore Rolandi Ricci, R. Ambasciatore d'Italia 
a Washington, nella Chiesa di San Gioacchino, in Roosevelt Street, 
New York. L'illustre diplomatico è ricevuto dal benemerito parroco, 
Rev. Dr. Vincenzo Jannuzzi, e dalle più, distinte personalità della 
parrocchia. — 14 Marzo 1921. 



Il Giornalismo Italiano 
in fìmcrica 



IL PRIMO GIORNALE FONDATO NEL 1849. 

Secondo un rapporto ufficiale pubblicato nel 1919 dal Bureau of 
Education del Dipartimento dell'Interno, a Washington, v'erano allora 
negli Stati Uniti ben 1.575 giornali stranieri stampati in 38 lingue 
diverse ed aventi una circolazione complessiva di circa 10 milioni di 
copie. In tale numero non erano compresi molti giornali di lingua 
tedesca che erano stati sospesi o soppressi durante la guerra. Nel 1914 
le pubblicazioni teutoniche soltanto ascendevano a ben 483. 

Venivano secondi i giornali di lingua italiana, che il rapporto cal- 
colava, nel 1919, a 190, con una circolazione approssimativa di 800.000 
copie e diffusi in massima parte negli Stati di New York, del New 
Jersey, della Pennsylvania, della New England e in alcuni del Centro 
dell'Unione e della costa del Pacifico. 

A quelli italiani seguivano, per l'importanza della circolazione, i 
giornali ebraici, i polacchi, gli scandinavi, quelli in lingua spagnuola, 
in lingua inglese per la popolazione britannica qui residente e in lingua 
francese; venivan poi gli olandesi, i greci, i russi, gli ungheresi, i por- 
toghesi, i rumeni, i serbi, i bulgari, i boemi, i croati, gli sloveni, i litua- 
ni, gli ucraini, i finlandesi, i siriaci, i giapponesi, i cinesi, ecc. 

Il primo giornale italiano apparso negli Stati Uniti fu VEco d'itdlia, 
fondato in New York oltre 70 anni or sono, nel 1849, da G. F. Secchi 
de Casali, "buon patriota — ricorda il Dondero — ormai dimenticato 
anche da chi ebbe per lui fama e fortuna: un foglietto settimanale, 
ma che, rappresentando le idee dell'ambiente d'allora, non troppo favo- 
revoli al principio monarchico, anzi, inspirate alle dottrine repubblicane 
di Mazzini, doveva vivere stentatamente di espedienti e quindi uscir 
soltanto quando la generosità del proto o d'altri lo permetteva." 

Gli Italiani degli Stati Uniti non arrivavano allora, fra il 1849 e 
il '52, dopo la scoperta dell'oro in California, a 6.000. Ve n'erano forse 
1.000 fra New York, Brooklyn e vicinanze; un 200 a Filadelfia ed altret- 
tanti a Boston; circa 300 a New Orleans; una cinquantina, rispettiva- 
mente, a Richmond, a Baltimore, a Memphis, a Louisville, a Nashville, 
a St. Louis, e circa 3.000 in California: quasi tutti Siciliani a New 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 381 

Orleans; misti a New York, e quasi tutti Liguri e Toscani altrove. Ed 
erano, in New York, di due classi distinte, per quanto di numero quasi 
eguali : una venutavi da ogni lembo dell'infelice terra, dalle Alpi 
alla Sicilia — esuli sfuggiti al piombo, alle carceri, alle feroci perse- 
cuzioni dei tiranni stranieri e domestici; deportati ed avanzi dell'incen- 
dio rivoluzionario gloriosissimo del 1848-49, con qualche prode super- 
stite delle rivolte e cospirazioni anteriori; — un misto di artigiani, di 
letterati, di professori, con qualche tinta di industriali e di commercian- 
ti : tutta gente dalla vivida intelligenza e piena di ardore nei futuri 
destini d'Italia, ma caduta in ambiente non suo, per piangere e soffri- 
re e dileguarsi presto. L'altra classe era formata da immigrati venuti 
quasi totalmente dalle campagne liguri, emiliane e toscane, molti di 
essi con la famiglia al fianco, amanti del lavoro, ma spaventosamente 
ignoranti, senza guida e senza meta, sbalestrati sul suolo d'America a 
mostrare, con la sparutezza ed i cenci della prole, le vergogne della 
miseria estrema e dell'avvilimento orrendo in cui era stata gettata la 
patria loro. 

Che cosa poteva fare quella gente, senza lingua, senza mezzi, 
senza amici, da tutti incompresa, a tutti incomprensibile, abbandonata? 
I pili fortunati della prima classe poterono un pò per volta disseminarsi 
in fabbriche di pianoforti, in stabilimenti tipografici, in studi di pit- 
tura, in alberghi, in fabbriche di monili femminili, in barberie e risto- 
ranti di lusso. I più sventurati, i senza mestiere, col soccorso dei più 
generosi, trovarono la via del ritorno in Europa o quella dell'America 
latina. Nessuno pensava ai derelitti della seconda classe, od alla mag- 
gioranza di loro; ma, dopo non molto, qualcuno pur ci pensò. Un Par- 
migiano, cresciuto in Francia, uomo dalle mille risorse, iniziò per 
quegli sventurati un'industria lucrosa: quella del. .. .suonatore ambu- 
lante d'organo, corredato, spesso, di figure semoventi, di scimmie o 
d'altro; ed un Lucchese, certo Vanni, uomo tutto cuore, felice soltanto 
quando un compaesano rompeva un santo o una madonna di gesso sul 
capo a un Irlandese, creò per i Lucchesi il lucroso e decente traffico 
girovago delle figure, spesso fatte con gusto artistico finissimo — traf- 
fico pel quale i Lucchesi divennero tosto noti in tutti gli Stati Uniti, 
come i Liguri ed i Parmigiani lo erano divenuti, meno a credito loro, 
in molti degli Stati, per la mendicità e l'organo. Il minor numero, i più 
dignitosi, i più refrattari, scelsero la via che sola rimaneva per loro: 
sacrificarsi ai lavori più umili, pur di vivere; pulire strade, lustrare 
scarpe, vender frutta od altro, sulle crocivie, o girando col cesto a 
braccio, ed i più coraggiosi battendo le campagne con cestoni di mer- 
cerie sulle spalle. 

In mezzo a quest'ambiente di miserie e di dolori sorse il primo 
giornale italiano negli Stati Uniti. 

L'Eco d'Italia visse di stenti e di sacrifici nei suoi primi anni; ma, 
poco per volta, crescendo le nostre correnti immigratorie, esso prese 
un relativo sviluppo e seppe combattere fervide battaglie per il buon 



382 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



nome italiano, allora fatto scempio e ludibrio dalla prepotenza reazio- 
naria degli immigrati irlandesi. Intanto i nostri nuclei coloniali si veni- 
vano ampliando e sviluppando e non tardò a farsi sentire il bisogno di 
un organo nuovo, di grandi iniziative e di vigorosa combattività, che 
fosse guida e compagno di tutti i giorni alle masse, le quali, special- 
mente dopo il 1870, incominciavano ad affluire in sempre maggior 
numero alla terra promessa, all'America, che apriva loro le sue porte 
ospitali: ed ecco sorgere il Progresso Italo-Americano. 

COME SORSE IL "PROGRESSO ITALO-AMERICANO". 

Così Adolfo Rossi, nel suo libro: — Un Italiano in America — 
parla delle origini ben modeste del Progresso, di cui il brillante pubbli- 
cista, poi divenuto Console Generale, fu uno dei primissimi redattori: 
"Nel 1880 si pubblicava in New York un solo giornale settimanale in 
lingua italiana, intitolato l'Eco d'Italia, quando un Italiano ardito e in- 
traprendente, il signor Carlo Barsotti, decise di fondarne uno quotidia- 
no. Nella sola New York vivevano 
in quel tempo circa 25.000 Italia- 
ni; molte altre migliaia di nostri 
connazionali si trovavano sparse 
negli Stati Uniti e l'immigrazione 
nostra prendeva allora insolite 
proporzioni. Il Barsotti non si era 
mai occupato di giornali, quando 
l'uxoricida italiano, Pietro Balbo, 
venne dai tribunali di New York 
condannato a morte. Per tentare 
di fargli commutare la pena, si co- 
stituì in Colonia un comitato di cui 
il Barsotti faceva parte. Trovato 
un avvocato, egli ebbe l'incarico 
dagli altri membri del comitato di 
rendere conto sull'Eco d'Italia di 
quanto si stava facendo in favore 
del condannato. Le comunicazioni 
del sig. Barsotti, non so più per 
quale ragione o per quale equivo- 
co, non ebbero, da parte del signor 
Secchi de Casali, direttore dell'Eco d'Italia, l'accoglienza che merita- 
vano. Allora il signor Barsotti, irritato e sorpreso che l'unico giornale 
italiano esistente in New York non s'interessasse della sorte di un 
connazionale condannato a morte, disse al direttore del settimanale 
Eco d'Italia: "Gli Italiani della costa atlantica hanno bisogno di un 
altro giornale. Lo farò io e sarà quotidiano." E mantenne la parola, 
dedicandosi alla nuova impresa con l'ardore, con l'audacia e con la 
perseveranza di un vero yankee. Il nuovo giornale fu chiamato // Pro- 




CARLO BARSOTTI 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 



383 



gresso Italo-Americano e cominciò a pubblicarsi il 29 settembre 1880, 
in un formato piccolissimo. I suoi uffici erano situati in Ann Street, 
all'ultimo piano di una vecchia casa dietro il palazzo del New York 
Herald." 

Fu dunque un impeto di generosità giovanile che spinse Carlo 
Barsotti a fondare e a dar vita più di quarant'anni or sono, al Progresso 
Italo-Americano. Pietro Balbo, lo sventurato connazionale ritenuto col- 
pevole d'assassinio, era stato giudicato a tamburo battente, senza le 
più elementari garenzie di legge, e molto aveva pesato sul suo nero 
destino l'essere italiano. Erano tempi, quelli, tristi per la Colonia in 
formazione; l'immigrato italiano era odiato — è la vera parola. Ogni 
giorno avvenivano conflitti armati sui posti di lavoro tra gli operai 
irlandesi, padroni della "piazza", e gli italiani chiamati a supplirli e 
preferiti ad essi, svogliati e disordinati nel vivere. La coscienza d'ogni 
connazionale si rifiutava di riconoscere giusta quella condanna di mor- 
te, e all'indomani si pronunciò veemente un movimento di protesta. Fu 
appunto nel momento in cui gli Italiani di New York e delle Colonie 
vicine protestavano contro la condanna a morte del Balbo che Carlo 
Barsotti sentì la solidarietà di quel sentimento fraterno e fondò il 
Progresso Italo-Americano, desiderando e volendo che esso fosse, allo- 
ra come per l'avvenire, il fedele ed autorevole portavoce della Colonia, 
la espressione della sua volontà, l'assertore dei suoi diritti. 

Il nuovo giornale, accolto dalle 
più vive simpatie dei connazionali 
d'America, ebbe subito un succes- 
so immenso per quei tempi, tanto 
in New York che nelle altre Colo- 
nie dell'Unione, ove trovò facil- 
mente abbonati e sostenitori. Lo 
stesso Adolfo Rossi, allora giova- 
nissimo e alle prime armi nel gior- 
nalismo, del quale doveva poi es- 
sere, in patria, tanto decoro, ne fu 
— come abbiamo detto — uno dei 
primi e. . . quasi unico redattore, e 
ne uscì qualche anno dopo, preso 
dalla smania delle avventure negli 
Stati dell'Ovest, per poi far ritor- 
no in Italia. Alla distanza di un 
buon quarto di secolo, Adolfo 
Rossi tornò di nuovo negli Stati U- 
niti, nelle Colonie fra le quali ave- 
ADOLFO ROSSI ^^ vissuto Ì più faticosi anni della 

sua vita, onorato del grado di Console Generale in quella stessa città, 
Denver, nel Colorado, ove, dopo di aver lasciato il Progresso, si era 
recato a lavorare in una miniera. 




384 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Intanto il Progresso si sviluppava in mezzo al più intenso e sempre 
crescente favore popolare: negozianti, armatori, banchieri, importatori, 
industriali gli concedevano l'appoggio della pubblicità a pagamento, 
dalla quale essi ritraevano in cambio centuplicato beneficio. Quante 
delle più fiorenti industrie che oggi si ammirano nelle Colonie devono 
il loro sviluppo al Progresso, che. nei loro primordii, fu di incoraggia- 
mento e di ausilio efficace nella distribuzione dei loro prodotti in tutte 
le case dei connazionali! Dal 1880, cioè, per quasi un cinquantennio, 
la storia del Progresso è — come bene scrisse Agostino de Biasi — 
la storia della Colonia Italiana del Nord-America: la storia, cioè, dei 
sacrifici durati per fondarla, organizzarla, prepararla a migliore educa- 
zione, a quell'elasticità di membra capace di darle facoltà di spiccare 
i suoi voli di fortuna. Lottare per tanti anni in un ambiente dei più 
difficili; penetrare millimetro a millimetro il monolito dell'indifferenza 
del pubblico; conquistare la folla, scaldarla alla fiamma di pure ambi- 
zioni e animarla a opere belle e degne — e tutto ciò senza mai abban- 
donare l'intendimento di modernità e di sollecitudine che prevale come 
norma generale nella compilazione del foglio; conquistare infine al 
Progresso Italo-Americano una diffusione di gran lunga superiore a 
quella di tutti gli altri quotidiani di lingua italiana che vedono la luce 
per gli emigrati e di moltissimi anche fra i più reputati ed autorevoli 
giornali d'Italia — è titolo di orgoglio e di fierezza, e giustifica comun- 
que, pienamente, la popolarità immensa che gode il Progresso e la 
suggestione che esso esercita sulla moltitudine. 

LE MOLTEPLICI OPERE DI BENE 
COMPIUTE DAL "PROGRESSO." 

All'indomani del terremoto nell'isola d'Ischia, quando la distruzio- 
ne di Casamicciola fu causa di tanti lutti, di tanti dolori e di tanta mi- 
seria, il Progresso rivolgeva ai connazionali il suo primo appello di 
beneficenza. Il giornale era, allora, appena al suo terzo anno di vita; 
allora la Colonia di New York (1883-84) non era né popolosa né pro- 
spera come adesso; tuttavia mise in grado il Cav. Barsotti di rimettere 
a più riprese, una notevole somma al Prefetto di Napoli, pel tramite 
del deputato Antonio Mordini, l'illustre patriota di Barga che onorava 
della sua particolare benevolenza il Direttore del Progresso. 

In oltre otto lustri, le iniziative di beneficenza dell'autorevole 
giornale non si contano, e ad esse — constatiamolo a titolo di alta 
soddisfazione per il popolare quotidiano — contribuirono costantemente 
e col più nobile spirito di generosità, gli Italiani immigrati mai sordi 
agli appelli in nome della carità e del patriottismo. Ricordiamone alcu- 
ne: — pei colerosi di Napoli e di Palermo, nel 1886 (Lire 15.000 in- 
viate alla squadra di soccorso guidata da Felice Cavallotti) ; — per i 
feriti e per le famiglie dei morti del Corpo di Spedizione in Africa, 
nel 1888; — pel terremoto di Liguria; — per i connazionali bisognosi 
durante la carestia in America negli anni 1893-94; — per l'Ospedale 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 335 

deir"Italian Home", in New York, nel 1889; — nuova sottoscrizione 
pei feriti e per le famiglie dei soldati caduti in Africa, nel 1896; — 
per le vittime del ciclone di Galveston (Texas), nel 1900; — per i 
danneggiati dal terremoto di Calabria, nel 1905 (Lire 100.000); — 
pei i danneggiati dal terremoto di Reggio e Messina, del 28 dicembre 
1908 (Lire 454,256,83); — per le famiglie dei morti e feriti in Tripo- 
litania e Cirenaica, nel 1912; — per i danneggiati dal terremoto negli 
Abruzzi, nel 1915 (circa Lire 130,000); — per il fondo lana a favore 
dei nostri prodi soldati nella guerra italo-austriaca (Lire 140,000); — 
per la Croce Rossa e famiglie dei richiamati, dal 1916 al 1918 (circa 
Lire 80.000); — per gli orfani e le vedove di guerra, nel 1917 (Lire 
250.000); — per sigari e sigarette ai nostri combattenti, nel 1917 (ol- 
tre Lire 20.000) ; — per le Cassette Natalizie ai nostri eroici soldati al 
fronte, nel 1917 (circa Lire 130,000); — altra sottoscrizione per le ve- 
dove e gli orfani, i profughi del Veneto e i gloriosi mutilati, negli anni 
1917 e 1918 (più di un milione di Lire) ; ■ — per l'invio di latte ai bam- 
bini poveri d'Italia, nel 1919 (circa Lire 260,000); per la sacra 
impresa di Gabriele d'Annunzio a Fiume, 1919-1920 (oltre Lire 
900,000), e infine pel terremoto del Settembre 1920 in Toscana, più di 
TRE MILIONI DI LIRE, somma cospicua e veramente generosa più 
che ogni altra mai. 

I MONUMENTI DI GARIBALDI E DI COLOMBO. 

Ed oltre alle opere di beneficenza, che pur giovavano ad alleviare 
tante sofferenze, a tergere tante lacrime nella Patria lontana e per le 
quali giungevano al Cav. Barsotti ed al suo giornale i più cordiali e 
nobili attestati di gratitudine e di ammirazione da parte delle autorità 
del R. Governo, di enti e di istituzioni e da parte dei beneficati, il 
Progresso non trascurava occasione per onorare in terra straniera la 
memoria, il nome, le imprese dei più illustri figli d'Italia; e così sorse- 
ro, per iniziativa dell'autorevole giornale, attorno a cui si stringevano 
sempre più le nostre masse immigrate, i monumenti intesi ad eternare 
nel bronzo e nel marmo, lungi dalla Patria, i nomi immortali di Gari- 
baldi, di Cristoforo Colombo, di Giuseppe Verdi e di Giovanni da 
Verrazzano, e sorgerà, fra non molto, sotto gli auspici dello stesso 
Progresso, la statua del più gran Poeta di nostra gente: Dante Alighieri. 

Il monumento di Garibaldi, opera dello scultore veronese Giovanni 
Turini, il medesimo che, nel 1871, aveva eseguito il busto di Mazzini 
che si ammira nel Central Park di New York, fu inaugurato con grande 
solennità, il 4 giugno 1888, in Washington Square, alla presenza delle 
autorità italiane ed americane, delle Associazioni coloniali e dei rap- 
presentanti di quasi tutte le nazioni. Per l'occasione, Giosuè Carducci 
inviava da Bologna al Cav. Barsotti, il seguente inspirato messaggio: 
Mando un saluto agli Italiani che glorificano la Patria dedicando al 
Popolo Americano il Monumento di Garibaldi in una piazza che ha 
nome da Washington. 



386 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 




Il Monumento di Garibaldi, dello scultore Giovanni Turini 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 



387 



Quattro anni dopo gli Italiani degli Stati Uniti, auspice pure il 
Progresso, donavano alla città di New York il più bel monumento che, 
ancor oggi, adorni la Metropoli, quello di Cristoforo Colombo. Nell'e- 
state del 1889 il Progresso lanciò l'iniziativa, e la festa che venne cele- 
brata il 12 ottobre 1892 a New York per inaugurare il grandioso mo- 
numento fu degna delle solenni commemorazioni del 4.o Centenario 
della scoperta dell'America celebratesi nel Nuovo Continente, in Italia 
e in Ispagna. Vi presero parte le alte magistrature degli Stati Uniti, 
dello Stato di New York, della Città, e le notabilità ecclesiastiche, della 
politica, delle scienze, delle lettere. Intervennero i delegati dei governi 
di Francia, Inghilterra, Germania. Russia, Spagna, Argentina, Svizzera, 
Cina, Giappone, ecc.; l'Ambasciatore d'Italia, barone Fava, il Console 
Generale Riva, l'ufficialità della R. Nave "Bausan," inviata apposita- 
mente in America dal Governo italiano, e lo stato maggiore della nave 
da guerra spagnuola "Infanta Isabel". 

Dopo la benedizione data dall'Arcivescovo Corrigan, pronunciaro- 
no applauditi discorsi il Cav. Barsotti, nella sua qualità di Presidente 
del Comitato, il Generale James Grant Wilson, che prese in consegna 
il monumento in nome della Città, l'Ambasciatore d'Italia, il Ministro di 
Spagna, il Segretario dell'Interno, in rappresentanza del Presidente de- 
gli Stati Uniti, ed il Generale Luigi Palma di Cesnola, direttore del 
Museo Metropolitano d'Arte. 

S. E. Benedetto Brin, Ministro degli Affari Esteri, con un dispaccio 
al Cav. Barsotti, aveva inviato i compiacimenti del Re e del Governo 
per quanto gli Italiani facevano ad onore della Patria. Il Presidente 
della Camera, on. Biancheri, con altra comunicazione, aveva fatto voti 
per la prosperità della Colonia. Le più alte personalità della Nazione 
avevano mandato le loro adesioni. Giuseppe Verdi aveva inviato al 
Cav. Barsotti un prezioso autografo dell'Otello. 

Il monumento, opera pregevolissima dello scultore messinese Gae- 
tano Russo, si leva nel centro della grande piazza che da esso prese il 
nome di Columbus Circle, alla 59. a strada, sull'asse della S.a avenue, 
dinanzi alla entrata del Central Park, il famoso giardino pubblico di 
New York. La base ha 46 piedi di lato ed è quadrata; l'altezza è di 75 
piedi. L'insieme inferiore è di granito rosso; la grandiosa colonna 
rostrata ed il capitello sono di granito grigio. La statua di Colombo, 
alta 14 piedi, è di marmo bianco di Carrara; di marmo è pure il genio 
della Geografia, alto 9 piedi, che sta alla base della colonna. L'aquila 
alpina che stringe negli artigli gli stemmi di Genova, patria dell'im- 
mortale navigatore, e dell'Unione Nord-Americana, è alta 4 piedi; i 
bassorilievi alla base, che riproducono le caravelle colombiane in vista 
della terra scoperta e lo sbarco degli arditi navigatori, sono alti 3 piedi; 
i rostri e le ancore della colonna, tutti gli ornati e le inscrizioni sono 
di bronzo. 



388 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

Le inscrizioni furono dettate dal chiaro letterato siciliano Ugo 
Fleres : 

A CRISTOFORO COLOMBO 
GLI ITALIANI RESIDENTI IN AMERICA 



IRRISO PRIMA 

MINACCIATO DURANTE IL VIAGGIO 

INCATENATO DOPO 

SAPENDO ESSERE GENEROSO 

QUANTO OPPRESSO 

DONAVA UN MONDO AL MONDO 



LA GIOIA E LA GLORIA 

NON EBBERO MAI PIÙ' SOLENNE GRIDO 

DI QUELLO CHE RISUONO' 

SULL'OCEANO DOMATO 

IN VISTA DELLA PRIMA ISOLA AMERICANA 

TERRA ! TERRA ! 



NEL XII OTTOBRE MDCCCXCII 

IV CENTENARIO 

DELLA SCOPERTA D'AMERICA 

A IMPERITURA MEMORIA 

Tradotte dallo stesso Fleres, le inscrizioni si leggono in inglese 
sul lato sinistro del monumento. 

All'angolo d'uno degli scalini del piedistallo è scolpita questa at- 
testazione : 

PER INIZIATIVA DEL "PROGRESSO ITALO-AMERICANO" 

IL PRIMO GIORNALE QUOTIDIANO NEGLI STATI UNITI 

CAV. CARLO BARSOTTI EDITORE PROPRIETARIO. 

IL MONUMENTO DI VERDL 

All'annunzio della morte di Giuseppe Verdi, nel gennaio 1901. 
fu pure il Progresso che esortò i connazionali d'America ad onorare il 
grande Italiano, nel cui nome l'Arte nostra aveva vinto tante battaglie 
nel campo straniero dominato dall'elemento musicale tedesco. Doveva 
essere onorato in Verdi colui che trasse le sue melodie "dall'imo gorgo 
dell'ansante folla" e che pianse ed amò per tutti, doveva essere onorato 
Verdi perchè si eternasse in terra lontana la gloria del Genio nazionale. 

La sottoscrizione aperta dal Progresso venne favorita, come le 
precedenti, dai connazionali di tutte le Colonie. L'opera venne affidata 
allo scalpello dello scultore palermitano Pasquale Civiletti; fu traspor- 
tata in New York nel settembre e inaugurata, con grandiosa solennità, 
il 12 ottobre 1906, in mezzo ad una graziosa piazza della Metropoli, alla 
72.a strada, dove confluiscono le due arterie di Broadway e di Amster- 
dam avenue. 

La statua del Cigno di Busseto è di bellissima fattura, di candido 
marmo; dello stesso marmo sono le quattro statue che circondano la 
colonna di pietra scura e che rappresentano Otello e Falstaff, Aida ed 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 



389 




Il Monumento di Cristoforo Colombo, dello scultore Gaetano Russo 



390 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Eleonora nella Forza del destino. Di marmo sono anche le lire musicali 
che completano l'assieme. 

La festa inaugurale fu l'epilogo di una serie di celebrazioni pa- 
triottiche promosse dal Comitato Verdiano presieduto dal Cav. Barsotti 
e formato dalle più distinte personalità della Colonia. L'Italia partecipò 
alle solennità verdiane di New York con l'invio di un suo alto delegato: 
il Contrammiraglio Roberto Cali, comandante della Squadra Atlantica, 
venuto appositamente nel Nord-America a rappresentare S. M. il Re 
e il Governo, a bordo della Ettore Fieramosca. 

Notevoli furono i discorsi pronunciati non appena una mongolfiera 
(idea geniale dell'egregio artista, signor Frank Valenti) ebbe portato 
in alto il velo che cingeva il monumento, e dalle cui pieghe uscivano 
con gioioso volo centinaia di colombe bianche e fiori purpurei e fronde 
verdi: un trionfo tricolore a cui davano solennità ineffabile le lagrime 
di migliaia di Italiani che ascoltavano commossi il coro verdiano evo- 
catore della lontana Terra: Signor, che dal tetto natio..., cantato 
dai cori della Metropolitan Opera House diretti dal maestro, Cav. Giulio 
Setti. Parlarono: pel Comitato Verdiano, il Cav. Barsotti, ch'ebbe occa- 
sione di formulare voti perchè una statua di Dante sorgesse in New 
York; l'Incaricato d'Affari alla R. Ambasciata, Cav. Giulio Cesare Mon- 
tagna; il Console Generale, Conte Annibale Raybaudi Massiglia; il Pre 
sidente del Consiglio Municipale, Mr. McGowan. in rappresentanza 
del Mayor, ed infine l'Ammiraglio Cali, a nome del R. Governo. 

LA RIVENDICAZIONE DELLA GLORIA 
DI GIOVANNI DA VERRAZZANO. 

L'onore di rivendicare all'Italia, in terra straniera, con azione de- 
vota e pronta, la gloria di Giovanni da Verrazzano scopritore della 
baia di New York, proprio nel momento in cui il popolo anglo-sassone 
onorava Henry Hudson come autentico scopritore della baia stessa, e 
la soddisfazione di chiudere, col riconoscimento solenne e definitivo 
della gloria italiana, una secolare controversia di geografi e di storici, 
dovevano spettare al Progresso ed al suo direttore, Cav. Carlo Barsotti. 

Il 27 marzo 1906, con legge dello Stato di New York, veniva costi- 
tuita la Hudson Fulton Celebration Commission, la quale si proponeva 
di commemorare il tricentenario della "scoperta" del fiume Hudson 
fatta dall'inglese Henry Hudson nell'anno 1609 per conto degli Olande- 
si. Più milioni di dollari dovevano essere spesi per le feste, che vennero 
, anche dedicate a Fulton, l'inventore del battello a vapore. Dovevano 
queste essere la glorificazione del genio anglo-sassone, dello spirito 
nazionale degli Americani, degli Inglesi, degli Olandesi. Tutte le nazioni 
erano state ufficialm.ente invitate e mandavano navi per una mondiale 
rivista nelle acque nuovayorkesi. Anche l'Italia. 

Le feste dovevano durare dal 25 settembre al 9 ottobre 1909, e si 
annunciavano per ogni verso clamorosissime. 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 



391 




Il Moìiumento di Verdi, dello scultore P. Civiletti 



392 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 

In questo momento solenne della vita americana, mentre gli stra- 
nieri s'infervoravano nei preparativi e tutta la immensa Metropoli, e 
tutte le città poste in riva al fiume fin su alla capitale dello Stato, 
Albany, s'abbandonavano a celebrare in Hudson lo scopritore della Baia, 
il Progresso Italo-Americano si avanzò solo dinanzi al tribunale della 
Storia, dinanzi al tribunale della pubblica opinione, a gridare, in sonora 
lingua italiana: — Signori, fate prima passare Giovanni da Verrazzano, 
poiché fu il navigatore fiorentino quegli che scoprì la Baia nel 1524; 
dopo venne sulle di lui traccie, nel 1609, l'esploratore anglo-olandese. — ■ 

Ebbe quest'audacia del Progresso tal carattere di fiera e nobile 
sfida, che la gente straniera rimase interdetta, perplessa. 

Quale ombra appariva, risorgente dalle profonde scurità della sto- 
ria; quale ombra ritornava dal fondo dell'Oceano a conturbare le me- 
morabili feste? 

Verrazzano, di Firenze, battente bandiera d'un re di Francia, 
sbarcato sull'isola di Manhattan ottantacinque anni prima di Hudson! 
Tutto un sovvertimento della storia!. . . 

Eppure non era altro che il rifacimento, la reintegrazione della 
storia, il perfezionamento della storia. 

Non parlava attraverso l'opera del Progresso che la voce del 
Diritto. Era sì la voce del sangue, era sì uno squillo di fanfara patriotti- 
ca, una diana che fugava le ombre accalcate nella notte della malafede 
sopra un nome da storici o ignoranti o malvagi — ma, dalla coscienza, 
su tutto e tutti, rompendo il quieto silenzio dei secoli, erompeva l'affer- 
mazione del Diritto! 

Il 15 maggio 1909 il Cav. Barsotti incaricò un luminare del foro 
newyorkese, l'avvocato Louis Steckler, di fare le opportune pratiche 
perchè il nome di Giovanni da Verrazzano entrasse ufficialmente nelle 
feste in onore di Hudson e Fulton. Al patrocinatore della causa cara 
a tutti gli Italiani venne affidato un fascicolo di documenti, appunti e 
studi sulla scoperta verrazzaniana ordinati dal redattore in capo del 
Progresso, Agostino de Biasi. Munito del "dossier", l'avv. Steckler ini- 
ziò la sua opera. 

Egli era stato incaricato — si noti, tanto era nei divisamenti del 
giornale di lottare fino agli estremi, per vincere — di procedere nelle 
forme legali e istituire innanzi al magistrato un giudizio formale, perchè 
in sede giudiziaria venisse proclamato il diritto italiano, qualora i passi 
amichevoli non avessero condotto all'accordo. Sarebbe stato, infatti - — 
una volta dimostrata la priorità della scoperta di Verrazzano — nella 
facoltà del giudice di dichiarare incostituzionale la legge che disponeva 
le onoranze a Hudson, fondandosi queste sull'errore; e lo stesso ma- 
gistrato avrebbe potuto ingiungere alla Commissione di cessare i festeg- 
giamenti ordinati da tale legge nulla. 

Si ottenne non senza contrasti la vittoria. Il cav. Barsotti nel con- 
seguirla s'impegnava di erigere un busto di bronzo in onore del navi- 
gatore italiano — un busto che, nel tradursi in atto il pensiero, divenne 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 



393 




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Il Monumento di Verrazzano di Ettore Ximenes 



394 CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



monumento — e domandava "tout court" di inaugurarlo proprio in uno 
dei giorni consacrati ai festeggiamenti hudsoniani: in meno di cinque 
mesi, prima cioè e non dopo che il ciclo delle grandiose cerimonie si 
compisse. Se dopo, a che cosa sarebbero valsi il bronzo ed il granito 
celebranti la gesta dell'ardito navigatore toscano? Verrazzano doveva 
essere onorato prima di Hudson! 

Ettore Ximenes — il grande artista italiano — modellò il monu- 
mento in un'ora felice del suo genio. Donava poi il bozzetto al cav. 
Barsotti con una nobile lettera. 

Il cav. Barsotti accettava l'offerta generosa del valentissimo artista 
a nome del Comitato Columbus Day 1909, costituito da duecento rap- 
presentanti di associazioni col proposito di celebrare la prima festa 
legale del 12 Ottobre a beneficio dei 5000 orfani del terremoto calabro- 
siculo. Il cav. Barsotti n'era presidente e volle che il monumento di 
Verrazzano. promosso dal Progresso e da lui, sorgesse sotto gli auspi- 
ci del Comitato, che si nominò da allora "Comitato Verrazzano e Colum- 
bus Day". 

Il ministro della Pubblica Istruzione del tempo, S. E. il prof. Luigi 
Rava, rispondendo all'invito mandatogli da Nuova York, pregava l'illu- 
stre letterato e senatore S. E. Gaspare Finali, Cavaliere della SS. 
Annunziata, di scrivere l'epigrafe centrale del monumento; e il cav. 
Finali annuiva con cortese premura. 

Veniva intanto deliberato a Roma che le due navi "Etna" ed "Etru- 
ria", destinate a rappresentare l'Armata d'Italia alla dimostrazione na- 
vale internazionale in onore di Hudson, partecipassero anche alle feste 
verrazzaniane, e come queste si annunziavano d'importanza somma sotto 
tutti i riguardi, fu deliberato dal Re l'invio di uno speciale rappresen- 
tante, scelto nella persona dell'illustre vice-ammiraglio barone Alfonso 
Di Brocchetti, senatore del Regno, presidente del Consiglio Superiore 
di Marina. 

D'accordo con la Hudson Fulton Celebration Commission venne 
fissata la data della inaugurazione del monumento scolpito da Ximenes. 
Le grandi feste americane per Hudson si chiudevano il 9 ottobre; pel 
6 ottobre venne fissata la glorificazione, l'apoteosi di Verrazzano. 

All'organizzazione delle feste provvide il Comitato Verrazzano-Co- 
lumbus Day; ma più l'attività personale del presidente Barsotti e la 
vibrante guida degli articoli del Progresso. 

Indescrivibile l'entusiasmo della popolazione italiana. 

L'italianità trionfava nelle sue note più alte in mozzo alla frenesia 
del centenario hudsoniano celebrato dagli americani a colpi di cannone 
e di milioni, in mezzo a fulgori incredibili di luce elettrica e ad inaudita 
reclame bombastica. 

Il monumento venne inaugurato alle 4 pom. del 6 ottobre in un'aiuo- 
la centrale del Battery Park, vasto giardino pubblico che trovasi all'e- 
stremità dell'isola di Manhattan, su cui è costruita la città propria di 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 395 

Nuova York. E' l'estremità dell'isola, dinanzi a cui si apre l'amplissima 
rada dove si confondono le acque dei fiumi e dell'Oceano, popolata di 
mille navi, dominata dalla famosa statua della Libertà che illumina 
il mondo. 

Il luogo venne scelto come quello che si suppone venisse calcato 
da Giovanni da Verrazzano, sbarcando. 

Il monumento è di bronzo e di granito dei più puri. 

La sua altezza dal suolo è di otto metri. Il busto è alto due, e tre 
la statua del Diritto, che nella sinistra regge una fiaccola e con la spada 
brandita nella destra sfoglia il libro della Storia. 

Il piedistallo quadrato misura cinque metri per ogni lato ed è sor- 
retto da tre gradini, il primo dei quali, dopo la base, spezzato. 

Seicento piedi cubici di granito occorsero pel piedistallo del peso 
di cinquanta tonnellate. 

Pei lavori di fondamenta occorsero 2000 piedi cubici di "concrete". 

Sul libro di bronzo, ai piedi della statua del Diritto, si leggono le 
due date della scoperta e della rivendicazione: 

MDXXIV — MCMIX 

Sul frontone spezzato della base, a sinistra, in grandi lettere 
classiche : 

GIOVANNI DA 

A destra: 

VERRAZZANO 

Sul lato posteriore del piedistallo, l'epigrafe dettata da Gaspare 
Finali : 

ANNO 1909 — AMERICA E ITALIA RICORDANO 
GIOVANNI DA VERRAZZANO FIORENTINO 

CHE PRIMO EUROPEO 

PRECORRENDO ALTRO PIÙ' FORTUNATO 

DAL QUALE EBBERO IL NOME 

NAVIGO' QUESTE ACQUE 

LE CUI TERRE ERANO DESTINATE 

PER UNA DELLE CITTA' CAPITALI DEL MONDO. 

A sinistra le parole dell'autorevole storico americano John Fiske, 
autore dell'opera "The Discovery of America": 

THERE CAN BE NO DOUBT 

WHATEVER AS TO 

VERRAZZANO'S ENTERING 

NEW YORK HARBOR IN 1524 

JOHN FISKE. 

(Non v'è alcun dubbio sull'entrata di Verrazzano nella baia di 
New York nel 1524) 
A destra: 

PER LA VERITÀ- SECOLARE 

PER LA GIUSTIZIA DELLA STORIA 

QUESTO MONUMENTO RIVENDICATORE 

ERESSE 

IL "PROGRESSO ITALO-AMERICANO" 

CARLO BARSOTTI, EDITORE 

LA COLONIA ITALIANA CONCORDE 

IL VI OTTOBRE MCMIX. 



396 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



Precedette la cerimonia lo sfilamento del grande corteo di oltre 
170 Società italiane, con bandiere e stendardi, musiche e corone. Tre 
ore durò la spettacolosa sfilata! La dimostrazione si mosse da Madison 
Square preceduta da una squadra di 500 ciclisti, da 100 Cavalieri di 
Verrazzano e dai membri del Comitato d'Onore in redingote e cilindro, 
con a capo il Cav. Barsotti, che aveva alla sua destra l'on. Marchese 
Prospero De Nobili ed alla sinistra il Comm. Luigi Solari, Presidente 
della Camera di Commercio Italiana. Venivano poi gli equipaggi delle 
R. Navi Etna ed Etruria, i sodalizi con bandiere e stendardi, musiche 
e ghirlande. 

Intorno al monumento presero il posto d'onore gli allievi della R. 
Accademia Navale di Livorno^ sbarcati dall'Etna, i marinai dell' Etruria, 




Il Comitato Esecutivo del Monumento di Giovanni da Verrazzano 



i vessilliferi delle Società. La cerimonia cominciò con un breve discorso 
e con la benedizione di Mons. Lavelle, rappresentante dell'Arcivescovo 
metropolitano; quindi, sorretta dal nonno, Cav. Barsotti, la piccola 
Gertrude Gahrman tirò a sé la corda legata al drappo tricolore che av- 
volgeva il monumento e scoprì la meravigliosa opera d'arte, pronun- 
ciando belle parole d'occasione vivamente applaudite. Seguirono, in 
mezzo al più vivo entusiasmo, i discorsi del Cav. Barsotti, dell'on. Mc- 
Gowan, presidente del Consiglio degli Aldermen della Città, in rappre- 
sentanza del Sindaco, di S. E. l'Ammiraglio Di Brocchetti, del Marchese 
Paolo Montagliari, Incaricato d'Affari della R. Ambasciata, venuto ap- 
positamente da Washington, dell'avv. Steckler, del Generale Wood- 
ford, presidente della Hudson Fulton Celebration Commission, e del 
Giudice Higleiy, presidente del Comitato speciale dei monumenti della 
stessa Commissione americana. Con la loro parola i festeggiatori di 
Henry Hudson facevano pubblica e solenne testimonianza della gloria 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 397 

di Giovanni da Verrazzano, vale a dire suggellavano, con riconoscimento 
ufficiale da parte loro, la rivendicazione pensata, voluta e conseguita 
dal Progresso Italo-Americano. 

La Colonia volle chiudere il periodo dei festeggiamenti verrazza- 
niani con un grande banchetto in onore del Cav. Barsotti e del Comm. 
Ximenes, il quale ebbe luogo la sera del 7 novembre 1909 nell'aristo- 
cratico Knickerbocker Hotel. Vi parteciparono circa 390 persone: la 
parte migliore, l'elemento direttivo della Colonia, con alla testa l'Am- 
basciatore, Barone Mayor des Planches, appositamente venuto da Wash- 
ington, l'autorità consolare, il rappresentante della Municipalità new- 
yorkese e il Comandante della R. Nave Etruria, Conte Leonardi di Ca- 
salino. 

Qualche mese dopo, su proposta del Ministro per gli Affari Esteri, 
on. Guicciardini, il Cav. Barsotti, in riconoscimento della sua alta be- 
nemerenza, veniva nominato Ufficiale della Corona d'Italia. 

LA CORONA SULLA TOMBA DI RE UMBERTO. 

Abbiamo ricordato le più notevoli ed importanti iniziative del Pro- 
gresso, che, intese ad onorare in terra straniera i più degni figli d'Ita- 
lia, pur giovarono potentemente ad attrarre sulle nostre collettività im- 
migrate una maggiore considerazione ed un maggior rispetto da parte 
dell'elemento cosmopolita che le circonda. Ma non possiamo dimenti- 
carne alcune altre — ad accennarle tutte ci vorrebbe un intero volume 
— mercè le quali le nostre Colonie diedero le più nobili prove del loro 
devoto, inalterabile attaccamento alla Patria d'origine. 

Nel 1900, all'indomani della morte di Re Umberto, il Progresso 
lanciò la proposta che si onorasse degnamente la memoria del com- 
pianto sovrano. Si pensò ad una corona di bronzo e se ne diede incarico 
per l'esecuzione al valente scultore Giuseppe Moretti. Fu appena aperta 
la sottoscrizione nelle colonne del giornale che subito i connazionali 
fecero affluire le loro offerte. 

La grande corona di bronzo venne mandata a Roma ed il redattore 
del Progresso, Alfredo Bosi — l'autore di questi ricordi — partì appo- 
sitamente da New York per deporla al Pantheon. Il 31 Dicembre 1900, 
accompagnato da una commissione dei più distinti pubblicisti della 
Capitale, raccoltisi nelle sale della Associazione della Stampa, l'inviato 
del Progresso si recò al tempio di Agrippa a compiere la missione 
affidatagli dai connazionali d'America. 

Il Senatore conte Massarucci, capo dei Veterani che hanno in cu- 
stodia le tombe dei Re d'Italia, accolse il Comitato e pronvnciò brevi 
parole rivolte al rappresentante del Progresso, tutte di gratitudine pel 
sentimento di elevato patriottismo addimostrato dagli Italiani d'Ame- 
rica auspice il giornale inspiratore. 

Il 16 gennaio 1901 Sua Maestà il Re Vittorio riceveva in udienza 
privata Alfredo Bosi, il quale presentò al Sovrano l'Album con le firme 
dei sottoscrittori della Corona; un ricco Album miniato dal ihiaro e 



398 



CINQUANT'ANNI DI VITA ITALIANA IN AMERICA 



compianto artista, cav. prof. Gaetano Capone. Il Re si compiacque alta- 
mente dell'omaggio reso alla memoria del Genitore dai connazionali 
lontani e si disse profondamente grato della dimostrazione di attacca- 
mento alla sua Casa fatta dal giornale e dal suo Direttore. 

— Tornando a New York — disse Re Vittorio al redattore del Pro- 
gresso — per mezzo del suo giornale, del quale apprezzo tutta l'opera 
feconda che spiega nella terra straniera con devozione alla mia Casa 
e all'idea nazionale, dica agli Italiani che il loro omaggio mi giunge 




La Corona di bronzo fatta deporre dal "Progresso" 
sulla tomba di Re Umberto, al Pantheon di Roma 



oltremodo gradito, mi commuove. La lontananza non impedisce di aver 
a cuore i loro interessi: spero che il mio Regno porti anche ad essi 
quei benefici che degnamente devono rispondere alla tenace fedeltà 
che mantengono alle patrie istituzioni. 

L'opinione pubblica in Italia comprese il significato delicatissimo 
dell'invio della Corona, e la Stampa apprezzò molto la iniziativa con- 
dotta sollecitamente a fine dall'accreditato giornale newyorkese. Testi- 
monianza di questo apprezzamento generale fu il banchetto che i gior- 
nalisti romani offrirono all'inviato del Progresso. 

Altre due volte S. M. il Re Vittorio si degnò concedere udienze 
private al rappresentante del Progresso, ed ambedue le volte nella per- 
sona del redattore in capo, Agostino de Biasi, nella Villa di San Rosso- 



IL GIORNALISMO ITALIANO IN AMERICA 



399 



re, il I.o novembre 1908. dopo il Primo Congresso degli Italiani all'E- 
stero, che aveva avuto luogo in Roma il mese precedente e nel quale 
l'inviato del Progresso ebbe l'onore di rappresentare ben 177 Associa- 
zioni coloniali; e la seconda volta il 30 gennaio 1910. In tale occasione 
Agostino de Biasi presentò al Sovrano, a nome del Comitato Verraz- 
zano-Columbus Day, la cazzuola d'argento dorato servita alb. posa della 
prima pietra del monumento a Giovanni da Verrazzano, una medaglia 




La Targa alla Toìnba di McKinley 

d'oro con l'effigie del grande Navigatore fiorentino ed un'artistica car- 
tella con le fotografie ritraenti le memorabili feste delle giornate ita- 
liane di New York, 6 e 12 Ottobre 1909, e gli esemplari del Progresso 
con la cronistoria dei cinque mesi (maggio-ottobre) ^ nel quale periodo 
il monumento fu immaginato, plasmato, fuso e solennemen